martedì 7 dicembre 2010

LEGGENDO LUCE DEL MONDO... - Parte Seconda (Fides et Forma)



di Francesco Colafemmina

La seconda parte del libro intervista a Papa Benedetto XVI, "Luce del Mondo" è dedicata al Pontificato. Il Santo Padre sin dalle prime battute ci mostra la sua umiltà, l'uomo che guida la Chiesa di Cristo non si considera un monarca solitario scelto dallo Spirito Santo, dunque investito di una suprema autorità. Al contrario il Papa ci tiene ad affermare i suoi limiti, anche quelli relativi al suo potere: "ho capito che accanto ai grandi Papi devono esserci anhe pontefici piccoli che danno il proprio contributo" (p.107) e aggiunge "il Concilio Vaticano II ci ha insegnato, a ragione, che per la struttura stessa della Chiesa è costitutiva la collegialità; ovvero il fatto che il Papa è il primo nella condivisione e non un monarca assoluto che prende decisioni in solitudine e fa tutto da sé" (p.107).

In questo senso risulta illuminante anche quanto il Papa afferma più avanti riguardo ai segni esteriori di questa monarchia ormai dismessa: "la tiara era rimasta nello stemma papale, e adesso è sparita anche da lì. Non ho cancellato l' "io", ma ho lasciato entrambi, l' "io" e il "noi". Infatti, su molti argomenti non dico solo quello che è venuto in mente a Joseph Ratzinger, ma parlo a partire dalla comunitarietà, dal carattere comunitario della Chiesa. In un certo qual modo, parlo in intima comunione con i credenti ed esprimo ciò che tutti noi siamo e quello a cui insieme crediamo. Quindi, il "noi" non ha il valore di plurale maiestatis, ma indica il giusto peso che si vuole dare alla realtà del parlare a partire dagli altri, per mezzio degli altri e con gli altri. Ma quando si dice qualcosa di personale, bisogna anche utilizzare l' "io". Quindi utilizzo sia l' "io" che il "noi". "(p.124).

Quest'ultimo passaggio sul plurale maiestatis è, francamente, piuttosto aperto a controverse interpretazioni. Infatti che il Papa parli al singolare o al plurale, non fa differenza nella percezione dei fedeli e del mondo. Basti pensare alla questione del condom, affrontata più avanti in questa sezione del libro. Il Papa ha parlato in qualità di Joseph Ratzinger? O in qualità di Papa? E cosa fa la differenza? Certo, il Papa non è un politico, un membro delle istituzioni, che quando parla in Parlamento parla a livello istituzionale, e quando si ritrova fra amici, parla a livello personale. Tuttavia se già nell'ambito politico, è estremamente difficile scindere pareri privati da visioni istituzionali, quanto più complesso è questo genere di sottigliezza ermeneutica applicata ad un Sommo Pontefice?

Ad ogni modo se a queste affermazioni sommiamo le altre, espresse già nella prima parte del volume, riguardo alla natura di "Vicario di Cristo" del Papa, che Benedetto intende quale estensione del ministero sacerdotale, non possiamo non trarne una impressione di depotenziamento del primato petrino: "nell'annuncio della fede e nell'amministrazione dei sacramenti, ogni sacerdote parla e agisce su mandato di Gesù Cristo, per Gesù Cristo. Cristo ha affidato la sua parola alla Chiesa. Questa Parola vive nella Chiesa. E se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui parlo per Lui, anche se è chiaro che nel dettaglio possono sempre esserci delle insufficienze, delle debolezze. Quel che conta è che io non esponga le mie idee ma cerchi di pensare e di vivere la fede della Chiesa, di agire su Suo mandato in modo obbediente" (p.22).

Quello di vicarius Christi è un titolo antichissimo (lo si ritrova già in Sant'Ambrogio) che non contiene implicitamente soltanto il ministero sacerdotale. Esso esprime il primato nella maniera più diretta ed essenziale, ma nei secoli è anche diventato sinonimo delle prerogative pontificie, prima fra tutte lo ius ligandi atque solvendi. Chiaramente è difficile spiegare all'occidentale medio, abituato al democratismo, ossia a questa fantapolitica pseudo-democratica che ci governa, il senso di istituti così antichi e stratificati. E' difficile spiegare la possibilità che un uomo in carne ed ossa possa ottenere una potestà così esclusiva sulle anime, e un primato talmente inspiegabile sulla Chiesa. Ma tant'è! Questo è il Papato, non solo belle parole e viaggi apostolici.

Tornano a questo punto di moda le parole del gesuita Wilhelm Beltrams che già nel 1964, in pieno Concilio, riaffermava il senso della collegialità e del primato petrino. Nelle sue Quaestiones fundamentales iuris canonici del 1969 (Pontificia Università Gregoriana) affermava a proposito della collegialità (p.347): "Officium primatiale non potest habere structuram collegialem. Potius ipsum potest esse tale tantum, si est subiectum plenae supremae potestatis distinctum a subiecto, quod est collegium. Hac ratione revera Romanus Pontifex constituitur Vicarius Christi pro tota Ecclesia, idque ipsi soli convenit. Ipse personaliter Dominum representat directe toti Ecclesiae et ipsi collegio Episcoporum. Non tantum vicariatum directe a Domino habet - hoc etiam de collegio Episcoporum dicendum est - sed ipse habe a Domino vicariatum cum libera dispositione; iuxta verbum Domini illudque fideliter servans ipse personaliter habet semper actu exercitium liberum potestatis plenae supremae; collegium Episcoporum vicariatum Domini habet sine libera dispositione quoad exercitium, ita ut cum capite, sub capite semper agere teneatur. Vinculum iuridicum, quo collegium Episcoporum, ligatur, etiam quoad docendum et pascendum ecclesias particulares, imprimis etiam ligatione eorum ad caput constituitur. " (Tradotto: L'ufficio del primato non può avere struttura collegiale. Piuttosto esso stesso può essere tale solo se il soggetto della piena suprema potestà è distinto dal soggetto che è il collegio. In questo senso sin dai tempi antichi il Pontefice Romano è costituito Vicario di Cristo per la Chiesa tutta, e questo titolo si addice solo a lui. Bisogna pertanto dire che egli personalmente rappresenta il Signore direttamente per tutta la Chiesa e per lo stesso collegio episcopale. Non ha solo il vicariato direttamente dal Signore - perché la stessa cosa è da dirsi anche per il collegio episcopale - ma egli ha dal Signore il vicariato con la libera disposizione; secondo la parola del Signore e egli personalmente ha l'esercizio in atto, libero, di una potestà piena suprema nel conservare sempre fedelmente la stessa parola del Signore. Il collegio episcopale ha il vicariato del Signore senza libera disposizione per quanto attiene al suo esercizio, affinché sia sempre tenuto ad agire assieme al capo e sotto il capo. Il vincolo giuridico con il quale il collegio episcopale è legato è inoltre costituito in primo luogo dal legame dei vescovi con il capo anche per quanto attiene all'insegnamento e alla pastorale delle chiese particolari).

Questa questione ritorna nelle pagine dedicate all'Ecumenismo. Il Papa infatti sottolinea l'inadeguatezza di un titolo di "primus inter pares" che il mondo Ortodosso vedrebbe di buon grado attribuito al Papa, ma che snaturerebbe la natura del primato petrino: "il primo fra pari non è esattamente la formula in cui crediamo noi cattolici. Il Papa è primo ed ha anche funzioni e compiti specifici. In questo senso non sono tutti pari. "Primo fra pari" è una formula che l'Ortodossia accetterebbe senz'altro. Essa riconosce che il vescovo di Roma, il protos, è il primo, e questo fu già stabilito nel Concilio di Nicea. Tuttavia, la questione è: egli ha compiti specifici oppure no?" (p.133).

Ma un altro preoccupante argomento è introdotto a p.134, a proposito di un ipotetico titolo onorifico che gli Anglicani (non quelli degli Ordinariati!) avrebbero proposto al Papa:

Seewald: In ogni caso il Metropolita greco ortodosso Agoustinos oggi considera possibile un Primato onorario del Papa per tutti i cristiani. Anche il vescovo luterano Johannes Friedrich ha parlato di un limitato riconoscimento del Papa come "portavoce ecumenicamente riconosciuto della cristianità mondiale". E' questo che lei intende quando afferma che oggi le Chiese dovrebbero trarre ispirazione dall'esempio del primo millennio?

Papa: Anche gli Anglicani hanno affermato che potrebbero ipotizzare un Primato onorario del Papa di Roma, fra l'altro nel ruolo di portavoce della cristianità. Naturalmente si tratta già di un passo rilevante. E nei fatti il mondo già considera le prese di posizione del Papa sui grandi temi etici come la voce della cristianità. Il Papa stesso è attento, quando affronta certi argomenti, a parlare per i cristiani e a non mettere in risalto in maniera specifica la dimensione cattolica; per quest'ultima vi è un altro posto." (pp.134-135)

Chiaramente ci rendiamo conto della gravità di quest'ultima affermazione. E' come se il Papa che parla all'ONU fosse un Papa cristiano, mentre quello che parla dalla loggia del Palazzo Apostolico un Papa cattolico. Ma è dunque possibile scindere la cattolicità del Papa dalla sua cristianità?

Il Papa poi si sofferma sui contrasti coi Protestanti e afferma: "in quanto cristiani dobbiamo trovare una base comune, metterci nella condizione di parlare ad una voce sui grandi temi e testimoniare Cristo come Dio vivente. Non potremo realizzare la piena unità in un prossimo futuro, ma facciamo tutto il possibile per compiere una missione comune in questo mondo, per dare una testimonianza comune." (p.139)

Tralasciando le parole del Papa dedicate all'Islam, improntate ad una notevole moderazione e alla ricerca anche in questo caso di una "base comune di valori" e di un metodo comune di adattamento alla modernità, passiamo quindi alla sezione dedicata all' "Annuncio". Vengono qui prese in esame alcuni importanti atti papali. Dalla pubblicazione della Deus Caritas Est ("naturalmente la corporeità comprende molto più della sessualità, ma quest'ultima ne è parte essenziale. E' importante che l'uomo sia anima nel corpo, che come corpo sia veramente se stesso e che a partire da qui concepisca il corpo positivamente e la sessualità come un dono positivo. Attraverso di essa l'uomo partecipa all'opera creatrice di Dio" p.150), a quella del Summorum Pontificum nel 2007:

"La liturgia rinnovata del Concilio Vaticano II è la forma valida in cui la Chiesa celebra la liturgia. Ho voluto rendere più facilmente accessibile la forma antica in modo tale da preservare il profondo ed ininterrotto legame che sussiste nella storia della Chiesa. Non possiamo dire: prima era tutto sbagliato, ora invece è tutto giusto. In una comunità infatti nella quale la preghiera e l'Eucaristia sono le cose più importanti, non può considerarsi del tutto errato quello che prima era ritenuta la cosa più sacra. Si è trattato della riconciliazione con il proprio passato, della continuità interna della fede e della preghiera nella Chiesa" (p.154).

Peccato che il Papa non faccia alcun riferimento alla tanto auspicata "Riforma della riforma". Di questa non v'è alcuna traccia in tutto il libro intervista!

Curiosamente però almeno il Papa fa riferimento alla musica nel ricordare alcuni dei suoi viaggi. Quello negli Stati Uniti: "a Whashington una celebrazione liturgica accompagnata da musica più moderna, a New York da una più classica"(p.165). E quello in Francia: durante "la recita dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame (...) la musica è stata eccezionale" (p.167).

Segue quindi la famosa questione relativa al profilattico. Sapete come la penso in merito, ma vorrei favorire ancor più la riflessione sull'argomento. Il Papa introduce la questione per schermirsi dalle incredibili accuse che gli furono rivolte nel 2009 quando affermò che il condom non aiuta a prevenire il contagio "ma anzi aumenta il problema". Lo fa così: "dicendo questo non avevo preso posizione sul problema dei profilattici in generale". Questa frase presuppone che il Papa non fosse contrario in principio all'uso dei profilattici, ma che avesse espresso una considerazione sull'uso del condom quale unica soluzione al contagio dell'AIDS. Aggiunge quindi, poco più sotto: "Ma solo questo (la distribuzione di condom ndr) non risolve la questione. Bisogna fare di più." E quindi cita la teoria ABC (astinenza, fedeltà, condom): "laddove il profilattico è considerato soltanto come scappatoia, quando mancano gli altri due elementi. Questo significa che concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità (...)".
Quindi, rileggendo l'intero passaggio è chiaro che il Papa considera il profilattico una soluzione che va sempre accompagnata. Non una soluzione in sé. Quando i vari neo-moralisti si sono affannati per difendere il corretto senso delle parole del Papa, hanno concentrato poi l'attenzione sul fatto che per la Chiesa l'uso del condom continuerebbe ad essere un peccato, in quanto i prostituti maschi (ma anche le prostitute e i trans) sarebbero già in stato di peccato, in quanto avrebbero deciso di violare la castità. Non comprendono, tuttavia, che a questo punto è del tutto inutile limitare l'uso ai soli prostituti. Anche i clienti dei prostituti, anche semplici uomini e donne che hanno deciso di fare sesso fuori dal matrimonio, anche una coppia in cui uno dei coniugi sia sieropositivo, in tutti questi casi se una persona decide di violare il sesto comandamento, l'uso del profilattico può costituire un "primo passo verso una moralizzazione". Per questa ragione le parole del Papa continuano a lasciarmi... senza parole.

Passando quindi al caso Williamson, si conclude la seconda parte del libro intervista "Luce del Mondo". Alcuni estratti relativi a Williamson li avete già letti. Personalmente ritengo che negare la remissione della scomunica a Williamson per il solo fatto di aver negato l'esistenza delle camere a gas naziste sia un eccesso. I Vescovi vanno giudicati per le loro opinioni sulla Chiesa e sulla fede, per la loro mancanza di obbedienza al Papa, per i loro abusi liturgici, per le malversazioni economiche, e non perché magari in maniera inadeguata e poco prudente, esprimono - su richiesta - pareri su fatti storici del passato.

Pensiamo ad esempio ai Vescovi che negano l'applicazione del Motu Proprio, a quelli che spendono e spandono milioni di euro per costruire nuove chiese orripilanti, per organizzare concorsi edilizi truccati e altre amenità simili, sono costoro davvero in comunione con il Papa più di Mons. Williamson e sono costoro più cattolici di Williamson che - per inciso - si è convertito al cattolicesimo ben prima di entrare nella FSSPX?

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