venerdì 29 aprile 2011

Il dovere di rompere l'assedio islamico



Immaginate se un sa­cerdote diffondesse da un altoparlante is­sato sopra il campani­le della chiesa il seguente appello per invitare i fede­li a prendere parte alla messa: «Testimonio che nostro Signore Gesù Cri­sto è l’unico vero Dio! Te­stimonio che il suo Vica­rio, il Papa, Sommo Pon­tefice della Santa Roma­na Chiesa Cattolica Apo­stolica, è l’unico custode della vera fede! Unitevi al­la preghiera! Gesù Cristo è il nostro Signore! Non vi è altro Dio al di fuori di Ge­sù Cristo!».
Immaginate se duemi­la cristiani irrompessero nello spazio antistante la Grande moschea di Ro­ma o di Milano Segrate dopo aver forzato il posto di blocco delle forze del­l’ordine e ferito cinque agenti, si mettessero a re­citare il rosario con l’in­tenzione dichiarata di sal­vare le anime dei musul­mani in quanto eretici, in­tonassero degli inni che affermano l’assolutezza della verità in Cristo e des­sero alle fiamme delle bandiere islamiche con la mezzaluna. Ebbene, io non ho al­cun dubbio. Tutte le Pro­cure d’Italia interverreb­bero per aprire fascicoli su fascicoli denunciando l’arbitrio di un sacerdote che, oltre a violare la quie­te pubblica, diffonde dei contenuti fortemente le­sivi della libertà e della pluralità d’opinione san­cita dalla nostra Costitu­zione; così come eviden­zierebbero una serie di re­ati perpetrati dai manife­stanti cristiani, dall’as­sembramento e occupa­zione di spazio pubblico senza autorizzazione, ag­gressione alle forze del­l’ordine, incitamento al­l’odio razziale nei con­fronti dei musulmani, of­fesa a un simbolo religio­so.
Tutto ciò è effettiva­mente accaduto a parti in­verse, con i musulmani nel ruolo degli aggressori e noi italiani, al di là del nostro essere cristiani, credenti o praticanti, nei panni delle vittime. Ma, come era prevedibile, co­sì come la Procura di Mila­no non intervenne quan­do il 3 gennaio 2009 gli islamici occuparono Piaz­za Duomo, almeno fino a questo momento la Pro­cura di Milano- che è così solerte ad intervenire quando vuole - non ha aperto nessun fascicolo per appurare il fatto de­nunciato da Il Giornale nella domenica di Pa­squa, 24 aprile, in un arti­colo dal titolo «Lo scanda­lo del minareto di Mila­no. Per la prima volta il muezzin invita alla pre­ghiera di strada. E nessu­no si indigna». Piaccia o meno, dobbia­mo prendere atto che nel nostro stato di diritto ci sono due pesi e due misu­re a seconda se a violare la legge siamo noi o se so­no i musulmani. I fatti stanno a indicare che la certezza del diritto e della pena vale solo per noi, mentre per i musulmani vale solo la certezza di un diritto assoluto che culmi­na­nell’arbitrio e nell’ille­galità senza alcuna san­zione.
Ecco perché è arrivato il momento di opporci a questa auto-discrimina­zione che, da un lato, ci impedisce di beneficiare del principio secondo cui «la legge è uguale per tut­ti » e, dall’altro, ci trasfor­ma in vittime della schie­ra di magistrati, politici, banchieri, imprenditori, massoni, intellettuali che, pur di scagliarsi con­tro la civiltà giudaico-cri­stiana che esprime valori non negoziabili e certez­za delle regole, finiscono per trasformarci sempre più in sudditi dell’islam qui a casa nostra. È il momento di dire ba­­sta! Di chiedere quanto­meno che i musulmani si attengano alle nostre leg­gi così come fanno gli ebrei, i cristiani o i bud­dhisti. Di esigere che le moschee operino con le stesse norme a cui sono sottoposte le sinagoghe, le chiese o qualsiasi tempio di culto eretto sul suolo italiano. Visto che la realtà delle nostre istituzioni è quella che abbiamo descritto, ebbene, è arrivato il momento di prendere noi cittadini italiani l’iniziativa, promuovendo una legge di iniziativa popolare, così come previsto dall’articolo 71, comma 2, della Costituzione, che consente ai cittadini italiani, attraverso una raccolta di almeno 50.000 firme, di presentare al Parlamento un progetto di legge, affinché questo sia poi discusso e votato.
Chiariamo subito che i principi che ci ispirano sono: 1) L’articolo 8 della Costituzione dove noi evidenziamo che «le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti», ma a condizione che «non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano ». Così come rileviamo che l’islam come religione, non avendo finora stipulato un’intesa con lo Stato per il profondo contrasto che persiste tra le associazioni islamiche, opera in un contesto di arbitrio giuridico non essendo stati definiti i rapporti con lo Stato. 2) La determinazione che qualsivoglia intesa tra lo Stato e le comunità religiose islamiche debba fondarsi sull’assoluto rispetto delle nostre leggi e delle regole fondanti della civile convivenza. Significa che le moschee devono essere delle case di vetro dove, al pari delle sinagoghe e delle chiese, si parla in italiano e si diffondono valori che ispirano alla vita, all’amore e alla pace, e dove chiunque possa entrare, sedersi, ascoltare e condividere una spiritualità comune al di là della fede diversa.
Questo non è affatto il caso dei predicatori d’odio, di violenza e di morte che si sono annidati in gran parte dei circa 900 luoghi di culto islamici presenti sul nostro territorio nazionale. Non possiamo più continuare a subire l’arbitrio degli islamici, il lassismo dei magistrati, la connivenza ideologica dei politici e degli intellettuali relativisti, laicisti, buonisti e islamicamente corretti che, odiando la civiltà giudaico- cristiana che tutela la loro vita, la loro dignità e la loro libertà, è come se odiassero se stessi. Siccome noi invece ci amiamo, non intendiamo rassegnarci.

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Alcune riflessioni a proposito di ciò che ha detto Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo



(di Corrado Gnerre su Riscossa Cristiana)

Nella celebrazione della Passione del Venerdì Santo in San Pietro l’omelia è stata tenuta da padre Raniero Cantalamessa. Ho letto con attenzione ciò che il Padre ha detto e mi preme fare qualche considerazione. Giustamente il Padre ha affermato che il Cristianesimo può e deve dare una risposta al mistero del dolore. Personalmente ho scritto in un mio precedente intervento che ci sono tre possibili posizioni del cristiano dinanzi al dolore, indicando quella giusta nel “contemplare e rispondere”.

Scrivevo: “La posizione giusta è quella di contemplare il Crocifisso: capire quanto, nel Cristianesimo, Dio non si limita a consolare sulla sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé. Egli stesso si è messo a capo e ha preso la Croce: «Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via purgativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva)» (Matteo 16, 24). Attenzione però: questo contemplare deve essere accompagnato anche da una spiegazione. L’intelligenza esige argomenti, e fin dove è possibile non si può trascurare questa esigenza. Non basta dire: dinanzi alla sofferenza si può solo far silenzio. Qui entra in gioco la cosiddetta Teologia della Croce (…).”
Suggestivo è anche il passaggio in cui padre Cantalamessa parla del Dio cristiano come di colui che non solo non ha creato la sofferenza, ma che addirittura è venuto a farne vera esperienza. Il Padre ha detto: “Non si può dire che “la domanda di Giobbe è rimasta inevasa”, che neppure la fede cristiana ha una risposta da dare al dolore umano, se in partenza si rifiuta la risposta che essa dice di avere. Cosa si fa per assicurare qualcuno che una certa bevanda non contiene veleno? La si beve prima di lui, davanti a lui! Così ha fatto Dio con gli uomini. Egli ha bevuto il calice amaro della passione. Non può essere dunque avvelenato il dolore umano, non può essere solo negatività, perdita, assurdo, se Dio stesso ha scelto di assaporarlo. In fondo al calice ci deve essere una perla.” E infatti bisogna insistere su questa tensione verso l’eterno che deve contraddistinguere l’annuncio cristiano, perché solo così anche la permissione della sofferenza da parte di Dio diventa per l’uomo comprensibile, sopportabile e perfino amabile.
Mi sono però non poco meravigliato allorquando ho letto ciò che padre Cantalamessa ha detto al termine della sua predica riferendosi al recente terremoto in Giappone: “Dobbiamo però raccogliere anche l’insegnamento che c’è in eventi come questo. Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini. Sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci. Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare, proprio esse, lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte.”
Proprio relativamente a queste parole sviluppo alcune riflessioni.
Dio può volere il male fisico per accidens
Certamente nessuno può dire (a meno che non abbia avuto da Dio particolari carismi) quando una catastrofe naturale è castigo di Dio. Nello stesso tempo però nessuno può dire che una catastrofe naturale non possa mai essere un castigo. Dio infatti può anche castigare. Se è vero che Dio può solo permettere ma mai volere il male morale (cioè il peccato); è pur vero che Dio -per accidens- non solo può permettere ma anche volere il male fisico, e ciò per evitare il male morale o per correggere e ammonire. San Tommaso d’Aquino (dico: san Tommaso d’Aquino!) afferma che Dio, volendo sopra ad ogni cosa la sua bontà, rigetta il male morale che è ad essa direttamente contrario. Ma, relativamente agli altri mali, volendo tutto in ordine alla sua natura che è somma bontà, può anche volere il male di pena in ordine alla giustizia e il male naturale in ordine alla provvidenza. Pio XII, in un discorso ai Giuristi Cattolici del 26 maggio 1957, dice: “Spesso infatti le pene volute da Dio sono piuttosto un rimedio che un mezzo di espiazione, piuttosto « poenae medicinales » che « poenae vindicativae ». Esse ammoniscono il reo a riflettere sulla sua colpa e sul disordine delle sue azioni, e lo inducono a distaccarsene ed a convertirsi.” Dunque, Pio XII parla esplicitamente di pene “volute” da Dio.
Dio è sommo amore e somma giustizia
Pertanto, Dio –per accidens- può volere il male fisico in vista di un bene e pertanto tale male, proprio perché finalizzato al bene, diviene un gesto di amore. Ciò può essere voluto anche per punire in quanto Dio oltre ad essere sommo amore e anche somma giustizia. Ricordo che amore e giustizia sono entrambe virtù e costituiscono nel massimo grado la natura di Dio. Sono due virtù apparentemente contrarie ma non contraddittorie. Per cui, mentre possiamo dire di Dio che è giustizia massima e misericordia massima, non possiamo dire che Dio è giusto e non-giusto o misericordioso e non-misericordioso perché ciò sarebbe non contrario ma contraddittorio. Scrive san Bernardo di Chiaravalle: “Ti inganni, o miserabile e inganni te stesso, non Dio (…). Tu pensi che Egli potrebbe anche scacciarti se lo volesse, ma che per sua bontà non lo può volere (…). Ma è certamente estraneo alla Sua perfezione il non essere giusto perché è buono, come se non potesse essere contemporaneamente giusto e buono. Una bontà giusta è preferibile ad una bontà debole e remissiva, anzi, una bontà senza giustizia non è vera virtù (…). Egli mitigherebbe la Sua condanna nella punizione, se tu volessi rinsavire, né negherebbe il Suo perdono al tuo pentimento. Ma poiché tu non puoi volerlo a causa della tua ostinazione e del tuo cuore impenitente, Egli non potrà mancare nella punizione.” (I dodici gradi della superbia, 31 e ss.).
Dio esige il trionfo della giustizia
Che Dio esiga il trionfo della giustizia è confermato anche dalla verità del Giudizio universale. Si sa che tale giudizio non modificherà quello particolare, nel senso che se nel giudizio particolare (immediatamente dopo la morte) si è condannati all’inferno non è che con il giudizio universale vi sarà la speranza che tale condanna possa essere modificata. E allora, se il giudizio particolare verrà confermato perché ci sarà quello universale? Per esigenze di giustizia: perché il bene deve essere esaltato dinanzi a tutti e il male condannato dinanzi a tutti. Il Catechismo di San Pio X dice testualmente: “Nel giudizio universale si manifesterà la gloria di Dio, perché tutti conosceranno con quanta giustizia Dio governi il mondo, sebbene ora si vedano qualche volta i buoni in afflizione e i cattivi in prosperità.”
La prova della Passione di Gesù
La convinzione secondo cui non è ammissibile che Dio possa castigare è facilmente confutabile e manifesta una palese contraddizione. Viene da chiedersi: perché Dio non potrebbe castigare gli uomini, se poi è arrivato, per i peccati degli uomini, a “castigare” perfino Suo Figlio, l’Innocente per eccellenza. Gesù si è addossato volontariamente le colpa degli uomini per espiarla.
Il valore della sofferenza vicaria
Proprio perché Dio oltre ad essere sommo amore è anche somma giustizia, la teologia spirituale ha sempre riconosciuto la possibilità della sofferenza vicaria e quindi che alcune anime possano volontariamente offrirsi “vittime” per la salvezza dei peccatori e del mondo intero. Ricordo che a Fatima la Vergine arrivò a chiedere che bambini di 10, 9 e 7 anni offrissero penitenze e sacrifici e arrivò perfino a chiedere a Giacinta se avesse voluto offrire per i peccatori la grande sofferenza di morire senza la compagnia della propria madre. E’ vero che ci sono teologi che dinanzi a questi fatti, o alla domanda perché in alcune apparizioni la Madonna fa vedere se stessa che trattiene il braccio di Suo Figlio, pur non negando l’autenticità delle stesse, arrivano a dire che si tratta solo di un linguaggio antropomorfico e quindi simbolico. Resta però il fatto che i sacrifici volontari e le sofferenze patite dai piccoli veggenti di Fatima non furono affatto antropomorfiche e simboliche!
Anche il castigo è un ammonimento
Padre Cantalamessa nella sua predica ha distinto il castigo dall’ammonimento, arrivando a dire che le catastrofi naturali non possono mai essere un castigo, ma tutt’al più un ammonimento. Ora, sarà per mia incapacità, ma non riesco proprio a cogliere il senso di tale distinzione. Infatti, se letteralmente i due termini non sono identici, resta il fatto che il castigo che viene ammesso teologicamente figura sempre come un ammonimento, nel senso che Dio non castiga sadicamente, cioè per il gusto di castigare, ma perché questo possa essere occasione di ripensamento. Il verbo castigare, che deriva dal latino castus, cioè “puro”, nel suo significato originario significa “correggere”, “purificare”. Il verbo “ammonire”, deriva anch’esso dal latino, precisamente da ad-monere, cioè avvertire, avvertire per evitare che si vada incontro a qualcosa di più grave: «(…) quei diciotto, sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Luca 13, 4-5).  Dunque, considerata l’etimologia, non c’è una grande differenza tra “castigare” e “ammonire”. Si tratta comunque di un’azione diretta. Dove la differenza? Mi sembra proprio uno di quegli escamotages linguistici per esprimere più elegantemente le stesse verità. Del tipo: “diversamente abile” invece che “handicappato” o “operatore ecologico” invece che “netturbino”.
E’ credibile un ammonimento solo per far sì che l’uomo si rapporti bene alla tecnica?
Rileggiamo ciò che ha detto Padre Cantalamessa: “Dobbiamo però raccogliere anche l’insegnamento che c’è in eventi come questo. Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini. Sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci.” Ora, se è vero che l’affidamento utopistico alla tecnica come redentrice dell’uomo costituisce una grave peccato di idolatria, è pur vero che parlare di ammonimenti solo per evitare ciò mi sembra aggravare la responsabilità di Dio non certo alleggerirla. Se poi si fa riferimento a ciò che padre Cantalamessa ha aggiunto: “Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare, proprio esse (la scienza e la tecnica), lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte”, dovremmo convincerci che tali ammonimenti servano per farci capire come utilizzare sapientemente la tecnica. Insomma, Dio non può castigare per il peccato, ma può ammonire per evitare, per esempio, che utilizziamo male il nucleare…mi sembra un po’ pochino.
Dobbiamo rigettare anche la Scrittura?
Allora, ancora una volta, il problema è se Dio possa solo permettere o possa anche volontariamente generare castighi. Dire che Dio non possa castigare perché crederlo offenderebbe Dio, vuol dire andare contro ciò che dice la Scrittura, rifiutare i suoi stessi insegnamenti. Fermo restando tutti i possibili generi letterali da riconoscere, è pur vero che non si possono negare il Diluvio universale, Sodoma e Gomorra, Anania e Saffira, e tanti altri episodi. E’ vero che c’è chi dice che, raccontando questi fatti, la Bibbia vorrebbe solo farci capire quanto il peccato abbia conseguenze cosmiche… ma, siamo seri, è una spiegazione, questa, che non spiega. San Pio da Pietrelcina disse ad un suo figlio spirituale: “Ringrazia e bacia dolcemente la mano di Dio che ti percuote: è sempre la mano di un Padre che ti percuote perché ti vuol bene.”
Termino con alcune parole che la Vergine disse a Fatima (l’evento soprannaturale più importante del XX secolo): “Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati”.

(Corrado Gnerre)
per leggere il testo completo dell’omelia di P. Raniero Cantalamessa, clicca qui

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venerdì 22 aprile 2011

Non dicano i giudei: " Noi non abbiamo ucciso Cristo "



Mi hai protetto dalla congiura dei malvagi, dalla folla di coloro che operano iniquità. Contempliamo il nostro Capo. Molti martiri, hanno sofferto tali cose; ma nulla è così fulgido quanto il Capo dei martiri. In lui vediamo meglio ciò che essi hanno esperimentato. È protetto dalla folla dei malvagi: lo protegge Dio; il Figlio di Dio, fattosi uomo, protegge lui stesso la carne che si era assunta. Egli, infatti, è Figlio dell'uomo e Figlio di Dio: Figlio di Dio per la forma di Dio, Figlio dell'uomo per la forma di servo (cfr.Fil.2,6-7); per cui egli ha in sé il potere di dare la vita e di riprenderla (cfr.Gv.10,18). Che cosa gli potevano fare i nemici? Uccisero il corpo, non l'anima. Ricordatelo bene. Sarebbe stato poco che il Signore avesse esortato i martiri con la parola, se non li avesse sostenuti con l'esempio.

Sapete quale sia stata la congiura di quei malvagi giudei e quale fosse la folla di coloro che operavano ingiustizia. Quale ingiustizia? Quella di voler uccidere il Signore Gesù Cristo. Vi ho mostrato - diceva - tante opere buone: per quale di queste mi volete uccidere? (Gv.10,32).   S'era chinato su tutti i loro infermi, aveva curato tutti i loro malati, aveva annunziato il regno dei cieli, non aveva taciuto le loro colpe, affinché non del medico che li curava ma delle loro proprie colpe fossero dispiacenti. Ma essi, ingrati per tutto quanto egli aveva fatto, come nel delirio d'una febbre altissima, si misero a infuriare contro il medico che era venuto a curarli, e deliberarono di togliergli la vita. Volevano, quasi, esperimentare se egli fosse veramente uomo, e quindi soggetto a morte, o non fosse un qualche cosa di superiore agli uomini per cui la morte non gli fosse possibile. Riconosciamo le loro parole nella Sapienza di Salomone: Condanniamolo ad una morte vergognosa. Mettiamolo alla prova. Secondo le sue parole, egli troverà protezione. Se è veramente Figlio di Dio, Dio lo libererà (cfr. Sap.2,18-20).[Vediamo dunque che cosa è accaduto].

Hanno affilato come una spada le loro lingue. I figli degli uomini, i loro denti sono armi e frecce, e la loro lingua è una spada tagliente (Ps.56,5). Come si dice in un altro salmo, così qui: Hanno affilato come spade le loro lingue. Non dicano i giudei: " Noi non abbiamo ucciso Cristo ". Infatti, se lo consegnarono al giudice Pilato, fu proprio per apparire innocenti della sua morte. Quando Pilato disse loro: Uccidetelo voi, essi risposero: A noi non è permesso di uccidere nessuno (Gv.18,31).  Volevano riversare l'iniquità del loro delitto sul giudice umano; ma potevano forse ingannare il giudice divino? Pilato pose certo delle azioni e, per quello che fece fu, sia pure in misura ridotta, responsabile del delitto; ma a paragone di costoro egli fu di gran lunga più innocente. Lo vediamo infatti insistere nei limiti del possibile per liberare Gesù dalle loro mani; e fu per questo che lo presentò loro dopo averlo fatto flagellare. Non lo flagellò per infierire su di lui, ma nel tentativo di soddisfare il loro furore, affinché divenissero più miti e desistessero dal volerlo uccidere vedendolo flagellato (cfr.Gv.19,1-5). Anche questo egli fece. Ma, seguitando gli altri a reclamarne la condanna, egli - come sappiamo - si lavò le mani e disse che non era lui a compiere il delitto e che si considerava innocente della sua morte (cfr.At.3,14-15)  E con che cosa lo avete ucciso? Con la spada della lingua: avete infatti affilato le vostre lingue. E quando lo avete colpito, se non quando gridaste: Crocifiggilo, crocifiggilo! (Lc.23,21)


Feria VI in Parasceve
S.AGOSTINO
Enarratio in Psalmos, 63 ad vers.2

giovedì 21 aprile 2011

IL TERREMOTO DI DE MATTEI. O DEL SISMA DELLA FEDE.

Dal nuovo sito cattolico Papale Papale:

Il terremoto in Giappone. Poi quello nel mondo cattolico dopo l’intervista al presidente del CNR di Radio Maria, sulla paturnia di prammatica ad ogni disastro naturale: Perchè Dio lo permette? De Mattei risponde con la dottrina cattolica: Dio può permetterlo, come castigo ma in vista di un bene maggiore. Apriti cielo dopo la terra! Ma cosa ha detto veramente De Mattei, cosa dice la Dottina, cosa gli contestano altri?

Così oggi la vede la "cultura" laicista dominante. I cattolici si "adeguano".

di Daniele Di Sorco

Di recente il prof. De Mattei, vicepresidente del CNR e professore all’Università Europea di Roma, è intervenuto a Radio Maria per affrontare, alla luce della sana filosofia e della teologia cattolica, il complesso problema del rapporto tra provvidenzialità divina e male, con particolare riferimento al recente terremoto in Giappone. Molti ne hanno sentito parlare, ma pochi conoscono i fatti come realmente sono avvenuti. L’intervento completo del professore si trova qui.
Come ognuno potrà notare, esso si distingue non solo per la competenza con cui è trattato l’argomento, ma anche per la prudenza nel tirare le conclusioni. Ora, poco tempo dopo, un gruppo di militanti ateisti – i quali, mancando di argomenti, sono costretti a ricorrere all’arma della manipolazione – hanno estrapolato alcune frasi dell’intervento in questione e le hanno montate in un video inserito su youtube. Lo scopo, peraltro indicato dagli stessi autori, è chiarissimo: dare ad intendere che, secondo il professore (e secondo la dottrina cattolica) il terremoto giapponese non sarebbe altro che un castigo divino, dovuto ai peccati di quel popolo. È da questo video – e non dall’intervento di De Mattei in quanto tale – che si è scatenata la polemica mediatica. Qualcuno è giunto addirittura ad invocare le dimissioni del professore dalla vicepresidenza del CNR, per presunta incompatibilità scientifica. Una descrizione accurata di come si sono svolti i fatti si trova qui.

Ora, alle intemperanze dei laicisti siamo ormai tutti abituati. Che essi abbiano interesse a ridicolizzare la dottrina cattolica, specialmente quando questa riesce a dare una risposta convincente alle loro obiezioni sul problema del male, è del tutto comprensibile. Meno comprensibile, invece, è la reazione di alcuni sedicenti cattolici, che hanno affermato che il pensiero di De Mattei non sarebbe conforme alla dottrina cattolica, o che, quanto meno, hanno sollevato un problema di opportunità, facendo notare che certe questioni andrebbero affrontate solo “in camera caritatis”, per evitare lo scandalo dei semplici.
Trascurando le ridicole accuse di incompatibilità scientifica – visto che De Mattei ha parlato delle calamità naturali non dal punto di vista della scienza naturale o storica, ma da quello della filosofia e della teologia – diciamo una parola sulle obiezioni pervenute dal campo cattolico, senza addentrarci nei meandri della speculazione teologica ma, al tempo stesso, cercando di far chiarezza su alcuni problemi.

UN DIO SADICO O INDIFFERENTE?

Roberto De Mattei in Piazza San Pietro. Già fondatore di "Lepanto", è da sempre un sostenitore della Tradizione cattolica. Il sacerdote che gli è vicino ne è la prova.
1) IL MALE VIENE DAL PECCATO NON DA DIO. Per quanto riguarda il contenuto, l’intervento di De Mattei non ha nulla di eterodosso, anzi rispecchia in pieno la dottrina cattolica di sempre. In esso non si afferma che il terremoto del Giappone è necessariamente un castigo divino. Si dice semplicemente che gli eventi naturali – fausti o infausti che siano – dipendono in ultima analisi dalla causalità divina, che può permettere il male in vista di un maggior bene. Tale male può configurarsi anche (non soltanto) come una punizione, un ammonimento, non rivolto alle persone coinvolte, come se esse soltanto fossero peccatrici, ma all’umanità in generale. Che la radice morale del male sia il peccato, nel senso che è il peccato originale ad aver segnato l’ingresso del male nel mondo, è il dogma fondamentale della fede cattolica. Altrimenti dovremmo ritenere che il male è stato positivamente voluto da Dio, il che ripugna. Né possiamo pensare, in senso meccanicistico, che Dio abbia creato il mondo con le sue leggi per poi disinteressarsene, per cui lo svolgersi degli eventi naturali avverrebbe indipendentemente da Lui. Le cause naturali spiegano il come certe eventi si sono prodotti, non spiegano perché si sono prodotti, non spiegano la causa morale del fenomeno e il significato che esso assume nell’esistenza umana. Un Dio che crea il suo giocattolo imperfetto e poi gli dà la via, lasciandolo funzionare, non è un Dio onnipotente (perché il meccanismo è retto dal caso), né un Dio provvidente (visto che abbandona le sue creature ad un male fine a se stesso). Quindi dire che le catastrofi naturali, come tutti gli altri mali, sono permessi da Dio in vista di un maggior bene, cioè per la salvezza dell’anima, non solo è conforme alla dottrina cattolica, ma rispecchia l’assoluta bontà e onnipotenza di Dio. Certo, il perché certe volte la Provvidenza divina agisca in un certo modo ora ci sfugge: lo capiremo nell’altra vita. Ma ciò su cui si può essere sicuri è che essa agisca sempre per il meglio, sia di noi come singoli, sia dell’umanità in quanto ente collettivo.

Precisiamo questi concetti alla luce della Sacra Scrittura e della sacra Tradizione. A noi sfugge il perché dei singoli avvenimenti, ma non sfugge – in quanto cristiani – che i singoli avvenimenti hanno un perché. Alla luce del fine verso cui Dio ordina le vicende della storia, noi possiamo tentare di dare una spiegazione del perché di qualcosa, a patto che ciò avvenga a modo di ipotesi e con la consapevolezza che possiamo cogliere soltanto una minima porzione del problema, mentre la spiegazione completa la contempleremo in Dio solo nell’altra vita. Però bisogna ribadire con forza, con S. Agostino, che “non fit aliquid, nisi Omnipotens fieri velit, vel sinendo ut fiat, vel ipse faciendo” (Enchiridion, 95: ML 40, 276). Se infatti le cose materiali non dipendessero, in ultima analisi, da Dio, Dio non sarebbe onnipotente. Se invece dipendessero da Dio ma non fossero ordinate ad un fine buono (anche se a noi talora ignoto), Dio non sarebbe provvido. La Sacrae Theologiae Summa pubblicata dai Gesuiti spagnoli nel 1950 enuncia la tesi: “Universa quae condidit Deus providentia sua gubernat; eamque non effugiunt mala, nec physica, nec moralia”; e la classifica “De fide divina, catholica et definita” (Sacrae Theologiae Summa, Matriti, tom. II, ed. IV, 1962, pp. 168-170). Si tratta di un vero e proprio dogma. Del resto, l’universale provvidenza di Dio è stata sempre professata dalla Chiesa. I Padri scrissero opere su opere contro il fatalismo dei pagani. Sant’Agostino vi dedicò un intero libro, il “De civitate Dei”, senza timore di essere non compreso dai pagani o di urtare la sensibilità dei romani, che certo non venivano messi in ottima luce. Nella stessa direzione si mosse il Magistero ecclesiastico. Innocenzo III, nella professione di fede prescritta ai Valdesi, insegna che l’universalità della provvidenza appartiene al deposito della fede. E il Concilio Vaticano I, riecheggiando S. Agostino, definì: “Universa vero quae condidit Deus providentia sua gubernat”.

Quanto al male – e per male qui si intende anzitutto il male morale e poi il male fisico – la teologia cattolica insegna che esso è conseguenza del peccato. “Stipendium peccati mors” (Rom. 6, 23). Ovviamente non ci si riferisce soltanto ai peccati attuali del singolo, ma anche e in primo luogo al peccato originale, causa di tutti gli altri peccati: “Sicut per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et ita per peccatum mors, et ita in omnes homines mors pertransit, in quo [= quia] omnes peccaverunt” (Rom. 5, 12). E ancora: “Unius delicto mors regnavit per unum” (Rom. 5, 17), “per unius delictum in omnes homines condemnationem” (Rom. 5, 18). Dio non ha destinato l’uomo, neppure parzialmente, alla morte, al male e alla sofferenza, imperfezioni, queste, del tutto estranee allo stato di grazia ed innocenza in cui si trovavano i nostri progenitori. È col peccato che l’uomo, in quanto uomo, ha meritato la decadenza da questo stato, con tutto ciò che ne consegue: morte, sofferenza, male. Ma la misericordia di Dio è stata talmente grande da voler essa stessa riparare il nostro torto mediante l’incarnazione e il sacrificio del Verbo, che non ha tolto la pena temporale che meritiamo per il peccato, ma ha rimosso la pena eterna, ossia la privazione della visione beatifica. Ed è questo che veramente conta, visto che il vero male, il male per eccellenza, è il mancato raggiungimento del proprio fine ultimo. “Sed non sicut delictum, ita et donum; si enim unius delicto multi mortui sunt, multo magis gratia Dei et donum in gratia unius hominis Iesu Christi in plures abundavit. Et non sicut unum peccatum, ita et donum; nam iudicium quidem ex uno in condemndationem, gratia autem ex multis delictis in iustificationem” (Rom. 5, 15-16).

Se la morte, radice ed essenza del male morale, è conseguenza del peccato, e precisamente del peccato originale, non si vede per quale ragione il male fisico dovrebbe dipendere da altre cause; né si vede perché le calamità individuali e collettive non possano essere concepite anche nella prospettiva di un castigo, alla luce dei principi teologici che abbiamo esposto sopra. Del resto, l’antico Testamento ridonda di punizioni positivamente permesse da Dio in vista della conversione del suo popolo o di qualche persona in particolare, o ancora come esempio da lasciare ai posteri. Alcuni hanno obiettato che il nuovo Testamento modificherebbe radicalmente questo concezione. Ma un simile modo di pensare tradisce un’erronea nozione sia del valore della rivelazione mosaica sia del rapporto tra essa e il messaggio evangelico. I libri dell’antico Testamento, infatti, sono divinamente ispirati, al pari di quelli del nuovo. Pertanto la concezione dell’uomo, della natura, di Dio, che si trova espressa in essi, non dipende dalle elucubrazioni puramente umane – e quindi opinabili e discutibili – degli scrittori ebrei, ma è frutto della divina rivelazione. Certo, si tratta di una concezione ancora imperfetta. Gesù, come Egli stesso ha affermato, è venuto per compiere la legge, non per abolirla. Del resto, pensare che Dio si contraddica, rivelando prima qualcosa e poi successivamente smentendolo, non ha alcun senso. L’antico e il nuovo Testamento non sono opposti, ma complementari. Metterli in contrapposizione quanto alla sostanza della dottrina, significa cadere nell’errore degli antichi gnostici, i quali giungevano a sostenere che il Dio dell’antico Testamento fosse diverso dal Dio del nuovo. Nello specifico del caso che stiamo trattando, la rivelazione evangelica conferma in pieno quella mosaica, sia pur inserendola nella dimensione della Grazia. Oltre alle affermazioni di san Paolo sopra menzionate, si può ricordare l’episodio della guarigione del cieco nato, che qualcuno ha utilizzato per insinuare una presunta discontinuità tra la dottrina mosaica e quella evangelica. In realtà il passo, considerato nel suo vero senso, dimostra esattamente il contrario. Si dice infatti che il cieco non è cieco per peccati commessi da lui o dai genitori, ma si dice al contempo che Dio ha permesso questa ciecità perché si manifestasse appieno la sua gloria. Quindi Gesù non separa le cause seconde dalla causa prima, ma le connette nella prospettiva provvidenziale che aveva costituito il fondamento della religione mosaica e che continua a costituire il punto essenziale della religione cristiana.

Del resto, un Dio che non ha il controllo della natura da Lui stesso creata o che permette il male senza colpa morale da parte dell’uomo (ossia, in ultima analisi, senza il peccato originale), in che modo sarebbe più conforme alla concezione evangelica di misericordia e di amore? A noi sembra piuttosto che, in questo modo, si torni ad una concezione pagana della divinità, non onnipotente, non provvida e invece sottoposta, come tutto l’esistente, ad un fato cieco, capriccioso ed inesorabile. La dottrina tradizionale, al contrario, si accorda pienamente con l’assoluta onnipotenza e bontà divina, poiché tutto fa dipendere da Lui, e tutto – anche il male – riconduce alla volontà di provvedere al vero bene dell’uomo, ossia alla salvezza eterna. Tale volontà, com’è normale che sia, si esplica anche attraverso correzioni, ammonimenti, veri e propri castighi. Non dobbiamo aver timore di usare questa parola, visto che l’ha impiegata, più volte, la Madonna a Fatima. Sarebbe un buon padre, quello che non punisce mai i suoi figli, anche quando ce n’è bisogno? E sarebbe un buon padre colui che non ricorda ai suoi figli in che cosa consista il vero bene, che è la visione beatifica nel Paradiso? Dalla risposta, ovvia, a queste domande, si capisce facilmente come la dottrina tradizionale cattolica, efficacemente riproposta da De Mattei, non solo non contraddice all’infinito amore di Dio, ma ne è la sua diretta e necessaria conseguenza.

OPPORTUNITÀ” O INERZIA?

Quando il mondo era ancora "cristiano" così vedeva anche il terromoto: in termini di Provvidenza divina
2) SE I CATTOLICI RINUNCIANO A SPIEGARE IN PUBBLICO LA LORO DOTTRINA. Vi sono alcuni, poi, che hanno sollevato un problema di opportunità. Secondo costoro, ciò che dice De Mattei è giusto, ma bisognerebbe guardarsi dall’affermarlo troppo chiaramente in pubblico, per evitare lo scandalo o la meraviglia di chi, essendo lontano dalla fede, non può comprendere fino in fondo la questione.
Ammettiamo il presupposto: la dottrina cristiana sulla causalità divina appare piuttosto complessa, non perché lo sia veramente, ma perché la mentalità odierna è completamente estranea ai fondamenti della sana filosofia e della divina rivelazione. Neghiamo, tuttavia, la conclusione che si cerca di trarne: appunto perché il mondo di oggi induce i cristiani a dimenticare un punto essenziale della propria fede, è necessario ribadirlo con forza, specialmente se esso è fonte di dubbi, disordientamento, confusione. Che cos’ha fatto De Mattei? Ha riaffermato la dottrina classica sull’origine del male e sulla provvidenzialità divina. In che occasione l’ha fatto? Parlando su un’emittente cattolica, ad un pubblico di cattolici. Non si capisce che cosa vi sia di inopportuno o di imprudente in tutto questo. Del resto, il problema dell’opportunità non si sarebbe posto neppure se avesse affrontato l’argomento su una testata laica. I cattolici, infatti, non devono in alcun modo vergognarsi della dottrina che professano, come se essa fosse irragionevole o sprovvista di solidi argomentazioni a suo favore. Certo, i problemi vanno affrontati con perizia e competenza. Ma vanno affrontati. Altrimenti si cade in un paradossale circolo vizioso, per cui non parlando mai di certe cose si pensa che esse non abbiano una spiegazione, e pensando che esse non abbiamo una spiegazione non se ne parla mai. Se i cattolici rinunciano a spiegare in pubblico la loro dottrina, lo faranno, al posto loro, i laicisti, deformando, alterando, ridicolizzando.

Grazie a questi presunti “motivi di opportunità”, ci troviamo di fronte a dei cristiani che definiscono “non conforme al Vangelo” una dottrina che la Chiesa ha sempre creduto, che separano il funzionamento del mondo (e quindi anche la creatura umana) dalla causalità divina, che negano il peccato come origine morale del male, che non attribuiscono al male permesso una funzione provvidenziale. Del resto, la sana dottrina non si conserva per forza di inerzia. Va continuamente ribadita, illustrata, difesa, come già san Paolo ordinava a Timoteo: “praedica verbum, insta opportune, importune; argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina”, appunto perché “erit tempus cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desideria coacervabunt sibi magistros, prurientes auribus; et a veritate quidem avertent, ad fabulas autem convertentur” (2 Tim. 4, 2-4). La dottrina apostolica si oppone per diametrum all’inerzia di coloro che, per presunte ragioni di opportunità, ritengono che di certe cose bisognerebbe parlare il meno possibile, anche tra cattolici. Secondo l’Apostolo delle genti, predicare la verità, senza farsi condizionare dal rispetto umano, è un dovere che va perseguito con tenacia ed insistenza, soprattutto quando le persone sono più propense a dimenticarla e a rivolgere le proprie orecchie all’errore.
Si ha dunque l’impressione che, dietro al problema dell’opportunità, si celi invece quello “spiritus timoris” (2 Tim. 1, 7) che consiste nel tacere i punti più complessi della dottrina cristiana allo scopo di non urtare la sensibilità dei non credenti. Ma, in questo modo, quale effetto si ottiene? Non quello di evitare lo scontro coi laicisti, che anzi accuseranno i cattolici di aver studiatamente nascosto alcuni aspetti della loro fede perché essi stessi li ritengono incomprensibili e irrazionali. E neppure quello di tutelare la tranquillità dei credenti, i quali si troveranno sprovvisti di risposte ai loro interrogativi e di armi concettuali per rispondere alle obiezioni del mondo. Di fatto, si finisce per portara acqua al mulino dei militanti laicisti, che accusano i credenti di parzialità e irrazionalismo.

Riteniamo, dunque, che il prof. De Mattei, col suo intervento a Radio Maria, abbia compiuto un servizio utilissimo alla verità, facendo luce su una dottrina tanto importante quanto trascurata. Al tempo stesso, non riusciamo a capire le ragioni di quei cattolici, i quali, anziché reagire compattamente alle intemperanze dei laicisti, hanno, ancora una volta, scelto la strada dell’inerzia, del quieto vivere, della falsa opportunità, contribuendo in questo modo a rafforzare l’impressione di una loro sudditanza intellettuale nei confronti del mondo. “Non enim dedit nobis Deus spiritum timoris, sed virtutis et dilectionis et sobrietatis. Noli itaque erubescere testimonium Dei [...], sed collabora evangelio secundum virtutem Dei” (2 Tim. 1, 7-8).

martedì 19 aprile 2011

“MORTALIUM ANIMOS” DI S. S. PIO XI





LETTERA ENCICLICA
MORTALIUM ANIMOS
DI SUA SANTITA
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA

SULLA DIFESA DELLA VERITÀ
RIVELATA DA GESÙ
 
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione. 
 
Forse in passato non è mai accaduto che il cuore delle creature umane fosse preso come oggi da un così vivo desiderio di fraternità — nel nome della stessa origine e della stessa natura — al fine di rafforzare ed allargare i rapporti nell’interesse della società umana. Infatti, quantunque le nazioni non godano ancora pienamente i doni della pace, ed anzi in talune località vecchi e nuovi rancori esplodano in sedizioni e lotte civili, né d’altra parte è possibile dirimere le numerosissime controversie che riguardano la tranquillità e la prosperità dei popoli, ove non intervengano l’azione e l’opera concorde di coloro che governano gli Stati e ne reggono e promuovono gli interessi, facilmente si comprende — tanto più che convengono ormai tutti intorno all’unità del genere umano — come siano molti coloro che bramano vedere sempre più unite tra di loro le varie nazioni, a ciò portate da questa fratellanza universale. 

Un obiettivo non dissimile cercano di ottenere alcuni per quanto riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Cristo Signore. Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio. 

Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. Non è forse giusto — si va ripetendo — anzi non è forse conforme al dovere che quanti invocano il nome di Cristo si astengano dalle reciproche recriminazioni e si stringano una buona volta con i vincoli della vicendevole carità? E chi oserebbe dire che ama Cristo se non si adopera con tutte le forze ad eseguire il desiderio di Lui, che pregò il Padre perché i suoi discepoli « fossero una cosa sola »? [1]. E lo stesso Gesù Cristo non volle forse che i suoi discepoli si contrassegnassero e si distinguessero dagli altri per questa nota dell’amore vicendevole: « In ciò conosceranno tutti che siete miei discepoli se vi amerete l’un l’altro»? [2]. E volesse il Cielo, soggiungono, che tutti quanti i cristiani fossero « una cosa sola »; sarebbero assai più forti nell’allontanare la peste dell’empietà, la quale, serpeggiando e diffondendosi ogni giorno più, minaccia di travolgere il Vangelo. 

Questi ed altri simili argomenti esaltano ed eccitano coloro che si chiamano pancristiani, i quali, anziché restringersi in piccoli e rari gruppi, sono invece cresciuti, per così dire, a schiere compatte, riunendosi in società largamente diffuse, per lo più sotto la direzione di uomini acattolici, pur fra di loro dissenzienti in materia di fede. E intanto si promuove l’impresa con tale operosità, da conciliarsi qua e là numerose adesioni e da cattivarsi perfino l’animo di molti cattolici con l’allettante speranza di riuscire ad un’unione che sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, alla quale certo nulla sta maggiormente a cuore che il richiamo e il ritorno dei figli erranti al suo grembo. Ma sotto queste insinuanti blandizie di parole si nasconde un errore assai grave che varrebbe a scalzare totalmente i fondamenti della fede cattolica. 

Pertanto, poiché la coscienza del Nostro Apostolico ufficio ci impone di non permettere che il gregge del Signore venga sedotto da dannose illusioni, richiamiamo, Venerabili Fratelli, il vostro zelo contro così grave pericolo, sicuri come siamo che per mezzo dei vostri scritti e della vostra parola giungeranno più facilmente al popolo (e dal popolo saranno meglio intesi) i princìpi e gli argomenti che siamo per esporre. Così i cattolici sapranno come giudicare e regolarsi di fronte ad iniziative intese a procurare in qualsivoglia maniera l’unione in un corpo solo di quanti si dicono cristiani. 

Dio, Fattore dell’Universo, Ci creò perché lo conoscessimo e lo servissimo; ne segue che Egli ha pieno diritto di essere da noi servito. Egli avrebbe bensì potuto, per il governo dell’uomo, prescrivere soltanto la pura legge naturale, da lui scolpitagli nel cuore nella stessa creazione, e con ordinaria sua provvidenza regolare i progressi di questa medesima legge. Invece preferì imporre dei precetti ai quali ubbidissimo e nel corso dei secoli, ossia dalle origini del genere umano alla venuta e alla predicazione di Gesù Cristo, Egli stesso volle insegnare all'uomo i doveri che legano gli esseri ragionevoli al loro Creatore: « Iddio, che molte volte e in diversi modi aveva parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del figlio » [3]. Dal che consegue non potersi dare vera religione fuori di quella che si fonda sulla parola rivelata da Dio, la quale rivelazione, cominciata da principio e continuata nell’Antico Testamento, fu compiuta poi nel Nuovo dallo stesso Gesù Cristo. Orbene, se Dio ha parlato, e che abbia veramente parlato è storicamente certo, tutti comprendono che è dovere dell’uomo credere assolutamente alla rivelazione di Dio e ubbidire in tutto ai suoi comandi: e appunto perché rettamente l’una cosa e l’altra noi adempissimo, per la gloria divina e la salvezza nostra, l’Unigenito Figlio di Dio fondò sulla terra la sua Chiesa. Quanti perciò si professano cristiani non possono non credere alla istituzione di una Chiesa, e di una Chiesa sola, per opera di Cristo; ma se s’indaga quale essa debba essere secondo la volontà del suo Fondatore, allora non tutti sono consenzienti. Fra essi, infatti, un buon numero nega, per esempio, che la Chiesa di Cristo debba essere visibile, almeno nel senso che debba apparire come un solo corpo di fedeli, concordi in una sola e identica dottrina, sotto un unico magistero e governo, intendendo per Chiesa visibile nient’altro che una Confederazione formata dalle varie comunità cristiane, benché aderiscano chi ad una chi ad altra dottrina, anche se dottrine fra loro opposte. Invece Cristo nostro Signore fondò la sua Chiesa come società perfetta, per sua natura esterna e sensibile, affinché proseguisse nel tempo avvenire l’opera della salvezza del genere umano, sotto la guida di un solo capo [4], con l’insegnamento a viva voce [5], con l'amministrazione dei sacramenti, fonti della grazia celeste [6]; perciò Egli la dichiarò simile ad un regno [7], a una casa [8], ad un ovile [9], ad un gregge [10]. Tale Chiesa così meravigliosamente costituita, morti il suo Fondatore e gli Apostoli, che primi la propagarono, non poteva assolutamente cessare ed estinguersi, poiché ad essa era stato affidato il compito di condurre alla salvezza eterna tutti gli uomini, senza distinzione di tempo e di luogo: « Andate adunque e insegnate a tutte le genti » [11]. Ora, nel continuo adempimento di questo ufficio, potranno forse venir meno alla Chiesa il valore e l’efficacia, se è continuamente assistita dallo stesso Cristo, secondo la solenne promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo »? [12].
Necessariamente, quindi, non solo la Chiesa di Cristo deve sussistere oggi e in ogni tempo, ma anzi deve sussistere quale fu al tempo apostolico, se non vogliamo dire — il che è assurdo — che Cristo Signore o sia venuto meno al suo intento, o abbia errato quando affermò che le porte dell’inferno non sarebbero mai prevalse contro la Chiesa [13]. 

E qui si presenta l’opportunità di chiarire e confutare una falsa opinione, da cui sembra dipenda tutta la presente questione e tragga origine la molteplice azione degli acattolici, operante, come abbiamo detto, alla riunione delle Chiese cristiane.
I fautori di questa iniziativa quasi non finiscono di citare le parole di Cristo: « Che tutti siano una cosa sola… Si farà un solo ovile e un solo pastore » [14], nel senso però che quelle parole esprimano un desiderio e una preghiera di Gesù Cristo ancora inappagati. Essi sostengono infatti che l’unità della fede e del governo — nota distintiva della vera e unica Chiesa di Cristo — non sia quasi mai esistita prima d’ora, e neppure oggi esista; essa può essere sì desiderata e forse in futuro potrebbe anche essere raggiunta mediante la buona volontà dei fedeli, ma rimarrebbe, intanto, un puro ideale. Dicono inoltre che la Chiesa, per sé o di natura sua, è divisa in parti, ossia consta di moltissime chiese o comunità particolari, le quali, separate sinora, pur avendo comuni alcuni punti di dottrina, differiscono tuttavia in altri; a ciascuna competono gli stessi diritti; la Chiesa al più fu unica ed una dall’età apostolica sino ai primi Concili Ecumenici. Quindi soggiungono che, messe totalmente da parte le controversie e le vecchie differenze di opinioni che sino ai giorni nostri tennero divisa la famiglia cristiana, con le rimanenti dottrine si dovrebbe formare e proporre una norma comune di fede, nella cui professione tutti si possano non solo riconoscere, ma sentire fratelli; e che soltanto se unite da un patto universale, le molte chiese o comunità saranno in grado di resistere validamente con frutto ai progressi dell’incredulità. 

Così, Venerabili Fratelli, si va dicendo comunemente. Vi sono però taluni che affermano e ammettono che troppo sconsigliatamente il Protestantesimo rigettò alcuni punti di fede e qualche rito del culto esterno, certamente accettabili ed utili, che la Chiesa Romana invece conserva. Ma tosto soggiungono che questa stessa Chiesa corruppe l’antico cristianesimo aggiungendo e proponendo a credere parecchie dottrine non solo estranee, ma contrarie al Vangelo, tra le quali annoverano, come principale, quella del Primato di giurisdizione, concesso a Pietro e ai suoi successori nella Sede Romana. Tra costoro ci sono anche alcuni, benché pochi in verità, i quali concedono al Romano Pontefice un primato di onore o una certa giurisdizione e potestà, facendola però derivare non dal diritto divino, ma in certo qual modo dal consenso dei fedeli; altri giungono perfino a volere lo stesso Pontefice a capo di quelle loro, diciamo così, variopinte riunioni. Che se è facile trovare molti acattolici che predicano con belle parole la fraterna comunione in Gesù Cristo, non se ne rinviene uno solo a cui cada in mente di sottomettersi al governo del Vicario di Gesù Cristo o di ubbidire al suo magistero. E intanto affermano di voler ben volentieri trattare con la Chiesa Romana, ma con eguaglianza di diritti, cioè da pari a pari; e certamente se potessero così trattare, lo farebbero con l’intento di giungere a una convenzione la quale permettesse loro di conservare quelle opinioni che li tengono finora vaganti ed erranti fuori dell’unico ovile di Cristo. 

A tali condizioni è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo. Ma potremo Noi tollerare l’iniquissimo tentativo di vedere trascinata a patteggiamenti la verità, la verità divinamente rivelata? Ché qui appunto si tratta di difendere la verità rivelata. Gesù Cristo inviò per l’intero mondo gli Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni; e perché in nulla avessero ad errare volle che anzitutto essi fossero ammaestrati in ogni verità, dallo Spirito Santo [15]; forse che questa dottrina degli Apostoli venne del tutto a meno o si offuscò talvolta nella Chiesa, diretta e custodita da Dio stesso? E se il nostro Redentore apertamente disse che il suo Vangelo riguardava non solo il periodo apostolico, ma anche le future età, poté forse l’oggetto della fede, col trascorrere del tempo, divenire tanto oscuro e incerto da doversi tollerare oggi opinioni fra loro contrarie? Se ciò fosse vero, si dovrebbe parimenti dire che la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e la perpetua permanenza nella Chiesa dello stesso Spirito e persino la predicazione di Gesù Cristo da molti secoli hanno perduto ogni efficacia e utilità: affermare ciò sarebbe bestemmia. Inoltre, l’Unigenito Figlio di Dio non solo comandò ai suoi inviati di ammaestrare tutti i popoli, ma anche obbligò tutti gli uomini a prestar fede alle verità che loro fossero annunziate « dai testimoni preordinati da Dio » [16], e al suo precetto aggiunse la sanzione « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato » [17]. 

Ma questo doppio comando di Cristo, da osservarsi necessariamente, d’insegnare cioè e di credere per avere l’eterna salvezza, neppure si potrebbe comprendere se la Chiesa non proponesse intera e chiara la dottrina evangelica e non fosse immune da ogni pericolo di errore nell’insegnarla. Perciò è lontano dal vero chi ammette sì l’esistenza in terra di un deposito di verità, ma pensa poi che sia da cercarsi con tanto faticoso lavoro, con tanto diuturno studio e dispute, che a mala pena possa bastare la vita di un uomo per trovarlo e goderne; quasi che il benignissimo Iddio avesse parlato per mezzo dei Profeti e del suo Unigenito perché pochi soltanto, e già molto avanzati negli anni, imparassero le verità rivelate, e non per imporre una dottrina morale che dovesse reggere l’uomo in tutto il corso della sua vita.
Potrà sembrare che questi pancristiani, tutti occupati nell’unire le chiese, tendano al fine nobilissimo di fomentare la carità fra tutti i cristiani; ma come mai potrebbe la carità riuscire in danno della fede? Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, San Giovanni (il quale nel suo Vangelo pare abbia svelato i segreti del Cuore sacratissimo di Gesù che sempre soleva inculcare ai discepoli il nuovo comandamento: « Amatevi l’un l’altro »), ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: « Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno » [18]. Quindi, appoggiandosi la carità, come su fondamento, sulla fede integra e sincera, è necessario che i discepoli di Cristo siano principalmente uniti dal vincolo dell’unità della fede. 

Come dunque si potrebbe concepire una Confederazione cristiana, i cui membri, anche quando si trattasse dell’oggetto della fede, potessero mantenere ciascuno il proprio modo di pensare e giudicare, benché contrario alle opinioni degli altri? E in che modo, di grazia, uomini che seguono opinioni contrarie potrebbero far parte di una sola ed eguale Confederazione di fedeli? Come, per esempio, chi afferma che la sacra Tradizione è fonte genuina della divina Rivelazione e chi lo nega? Chi tiene per divinamente costituita la gerarchia ecclesiastica, formata di vescovi, sacerdoti e ministri, e chi asserisce che è stata a poco a poco introdotta dalla condizione dei tempi e delle cose? Chi adora Cristo realmente presente nella santissima Eucaristia per quella mirabile conversione del pane e del vino, che viene detta transustanziazione, e chi afferma che il Corpo di Cristo è ivi presente solo per la fede o per il segno e la virtù del Sacramento? Chi riconosce nella stessa Eucaristia la natura di sacrificio e di Sacramento, e chi sostiene che è soltanto una memoria o commemorazione della Cena del Signore? Chi Stima buona e utile la supplice invocazione dei Santi che regnano con Cristo, soprattutto della Vergine Madre di Dio, e la venerazione delle loro immagini, e chi pretende che tale culto sia illecito, perché contrario all’onore « dell’unico mediatore di Dio e degli uomini » [19], Gesù Cristo? Da così grande diversità d’opinioni non sappiamo come si prepari la via per formare l’unità della Chiesa, mentre questa non può sorgere che da un solo magistero, da una sola legge del credere e da una sola fede nei cristiani; sappiamo invece benissimo che da quella diversità è facile il passo alla noncuranza della religione, cioè all’indifferentismo e al cosiddetto modernismo, il quale fa ritenere, da chi ne è miseramente infetto, che la verità dogmatica non è assoluta, ma relativa, cioè proporzionata alle diverse necessità dei tempi e dei luoghi e alle varie tendenze degli spiriti, non essendo essa basata sulla rivelazione immutabile, ma sull’adattabilità della vita. Inoltre in materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli. La virtù soprannaturale della fede, avendo per causa formale l’autorità di Dio rivelante, non permette tale distinzione. Sicché tutti i cristiani prestano, per esempio, al dogma della Immacolata Concezione la stessa fede che al mistero dell’Augusta Trinità, e credono all’Incarnazione del Verbo non altrimenti che al magistero infallibile del Romano Pontefice, nel senso, naturalmente, determinato dal Concilio Ecumenico Vaticano. Né per essere state queste verità con solenne decreto della Chiesa definitivamente determinate, quali in un tempo quali in un altro, anche se a noi vicino, sono perciò meno certe e meno credibili? Non le ha tutte rivelate Iddio? Il magistero della Chiesa — che per divina Provvidenza fu stabilito nel mondo affinché le verità rivelate si conservassero sempre incolumi, e facilmente e con sicurezza giungessero a conoscenza degli uomini, — benché quotidianamente si eserciti dal Romano Pontefice e dai Vescovi in comunione con lui, ha però l’ufficio di procedere opportunamente alla definizione di qualche punto con riti e decreti solenni, se accada di doversi opporre più efficacemente agli errori e agli assalti degli eretici, oppure d’imprimere nelle menti dei fedeli punti di sacra dottrina più chiaramente e profondamente spiegati. Però con questo uso straordinario del magistero non si introducono invenzioni né si aggiunge alcunché di nuovo al complesso delle dottrine che, almeno implicitamente, sono contenute nel deposito della Rivelazione divinamente affidato alla Chiesa, ma si dichiarano i punti che a parecchi forse ancora potrebbero sembrare oscuri, o si stabiliscono come materia di fede verità che prima da taluno si reputavano controverse. 

Pertanto, Venerabili Fratelli, facilmente si comprende come questa Sede Apostolica non abbia mai permesso ai suoi fedeli d’intervenire ai congressi degli acattolici; infatti non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono: a quella sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti. Poiché la mistica Sposa di Cristo nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi, secondo le parole di Cipriano: «Non può adulterarsi la Sposa di Cristo: è incorrotta e pudica. Conosce una casa sola, custodisce con casto pudore la santità di un solo talamo » [20]. Pertanto lo stesso santo Martire a buon diritto grandemente si meravigliava come qualcuno potesse credere « che questa unità la quale procede dalla divina stabilità ed è saldata per mezzo di sacramenti celesti, possa scindersi nella Chiesa e separarsi per dissenso di volontà discordanti » [21]. Essendo il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa [22] uno, ben connesso [23]; e solidamente collegato, come il suo corpo fisico, sarebbe grande stoltezza dire che il corpo mistico possa essere il risultato di componenti disgiunti e separati. Chiunque perciò non è con esso unito, non è suo membro né comunica con il capo che è Cristo [24]. 

Orbene, in quest’unica Chiesa di Cristo nessuno si trova, nessuno vi resta senza riconoscere e accettare, con l’ubbidienza, la suprema autorità di Pietro e dei suoi legittimi successori. E al Vescovo Romano, come a Sommo Pastore delle anime, non ubbidirono forse gli antenati di coloro che sono annebbiati dagli errori di Fozio e dei riformatori? Purtroppo i figli abbandonarono la casa paterna, ma non per questo essa andò in rovina, sostenuta come era dal continuo aiuto di Dio. Ritornino dunque al Padre comune; e questi, dimenticando le ingiurie già scagliate contro la Sede Apostolica, li riceverà con tutto l’affetto del cuore. Che se, come dicono, desiderano unirsi con Noi e con i Nostri, perché non si affrettano ad entrare nella Chiesa, « madre e maestra di tutti i seguaci di Cristo » [25]? 

Ascoltino le affermazioni di Lattanzio: a « Soltanto… la Chiesa cattolica conserva il culto vero. Essa è la fonte della verità; questo è il domicilio della fede, questo il tempio di Dio; se qualcuno non vi entrerà, o da esso uscirà, resterà lontano dalla speranza della vita e della salvezza. E non conviene cercare d’ingannare se stesso con dispute pertinaci. Qui si tratta della vita e della salvezza: se a ciò non si provvede con diligente cautela, esse saranno perdute e si estingueranno » [26]. 

Dunque alla Sede Apostolica, collocata in questa città che i Prìncipi degli Apostoli Pietro e Paolo consacrarono con il loro sangue; alla Sede « radice e matrice della Chiesa cattolica » [27], ritornino i figli dissidenti, non già con l’idea e la speranza che la « Chiesa del Dio vivo, colonna e sostegno della verità » [28] faccia getto dell’integrità della fede e tolleri i loro errori, ma per sottomettersi al magistero e al governo di lei.
Volesse il cielo che toccasse a Noi quanto sinora non toccò ai nostri predecessori, di poter abbracciare con animo di padre i figli che piangiamo separati da Noi per funesta divisione; oh! se il nostro divin Salvatore « il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità » [29], ascoltando le Nostre ardenti preghiere si degnasse richiamare all’unità della Chiesa tutti gli erranti! Per tale obiettivo, senza dubbio importantissimo, disponiamo e vogliamo che si invochi l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della divina grazia, debellatrice di tutte le eresie, aiuto dei Cristiani, affinché quanto prima ottenga il sorgere di quel desideratissimo giorno, quando gli uomini udiranno la voce del Suo divin Figlio « conservando l’unità dello Spirito nel vincolo della pace » [30]. 

Voi ben comprendete, Venerabili Fratelli, quanto desideriamo questo ritorno; e bramiamo che ciò sappiano tutti i figli Nostri, non soltanto i cattolici, ma anche i dissidenti da Noi: i quali, se imploreranno con umile preghiera i lumi celesti, senza dubbio riconosceranno la vera Chiesa di Cristo e in essa finalmente entreranno, uniti con Noi in perfetta carità. Nell’attesa di tale avvenimento, auspice dei divini favori e testimone della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo di tutto cuore l’Apostolica Benedizione.

 Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, festa della Epifania di N.S. Gesù Cristo, l’anno 1928, sesto del Nostro Pontificato. 
 
PIUS PP.XI
 

[1] Ioann., XVII, 21.
[2] Ioann., XIII, 35.
[3] Hebr., I, 1 seq.
[4] Matth., XVI, 18 seq.: Luc., XXII, 32; Ioann., XXI, 15-17.
[5] Marc., XVI, 15.
[6] Ioann., III, 5; VI,48-59; XX, 22 seq.; cf. Matth., XVIII, 18; etc.
[7] Matth., XIII
[8] Cf. Matth., XVI, 18.
[9] Ioann., X, 16.
[10] Ioann., XXI, 15-17.
[11] Matth., XXVIII, 19.
[12] Matth., XXVIII, 20.
[13] Matth., XVI, 18.
[14] Ioann., XVII, 21; X, 16.
[15] Ioann., XVI, 13. 1
[16] Act., X, 41.
[17] Marc., XVI, 16.
[18] II Ioann., 10.
[19] Cf. I Tim., II, 5.
[20] De cath. Ecclesiae unitate, 6.
[21] Ibidem.
[22] I Cor., XII, 12.
[23] Eph., IV, 15.
[24] Cf. Eph., V, 30; I, 22.
[25] Conc. Lateran. IV, c. 5.
[26] Divin instit., IV, 30, 11-12.
[27] S. Cypr., Ep. 48 ad Cornelium, 3.
[28] I Tim., 111, 15.
[29] I Tim., II, 4.
[30] Eph., IV, 3.
 
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lunedì 18 aprile 2011

Il caso De Mattei. Risposte a Avvenire



IL CASO DEL PROF. DE MATTEI. PADRE GIOVANNI CAVALCOLI SCRIVE AD AVVENIRE

Gentile Dott.Gennari,

riguardo al suo articolo di critica alle posizioni del prof.De Mattei, vorrei farLe notare che secondo la dottrina cattolica bisogna distinguere il peccato personale dal peccato originale. Il Prof.De Mattei, nel citare le sventure che sono causate da cataclismi naturali, si riferiva a quelle che sono le conseguenze del peccato originale, chiamate dalla Bibbia "castigo di Dio", ma che propriamente sono la giusta conseguenza del peccato originale, conseguenze che investono tutta la storia dell' l'umanità. Da queste conseguenze ci libera la Redenzione di Cristo.avvenire

E' chiaro che Dio non è causa del male. Il male ha origine dal peccato della creatura (angelo e uomo). Dio permette l'esistenza del male per ricavare da esso un maggior bene, ossia la Redenzione di Cristo e la Figliolanza divina, che non è altro che la vita cristiana.

Quanto alle parole del Signore che Lei cita, si riferiscono invece ad eventuali peccati del cieco nato. Qui allora si tratta di un'altra cosa, e cioè del problema del peccato personale. Questo a volte può esser soggetto nella vita presente, ad una pena, ma non accade sempre.
E' invece castigato con la dannazione eterna, colui che non si emenda in questa vita. Ma può accadere anche che uno subisca delle pene, pur essendo innocente. In tal caso è chiamato ad unirsi all'opera salvifica di Cristo, l'Innocente che salva il mondo mediante la Croce. Consulti il Catechismo della Chiesa Cattolica - qui Lei trova il vero criterio per discernere ciò che è cattolico da ciò che non lo è -  e troverà conferma a quanto Le dico. Voi dell'Avvenire dovete essere più preparati in teologia prima di trattare certi argomenti. Non è la prima volta che riscontro nel vostro giornale degli errori teologici non ammissibili in un quotidiano come il vostro.

P.Giovanni Cavalcoli,OP


Docente di Teologia Sistematica
nella Facoltà Teologica di Bologna.


8 aprile 2011
Fonte

IL CASO DEL PROF. DE MATTEI: GIOVANNI LAZZARETTI SCRIVE AD AVVENIRE
Caro Direttore e Gianni Gennari,

il “Lupus” intitolato “Lo tsunami, il nostro Dio e quella bestemmia penosa” non mi convinceva, ma ho voluto leggere per intero l’intervento di De Mattei a Radio Maria prima di intervenire. Rilevo tre cose.

Innanzitutto il nome della persona con cui Lupus polemizza non viene citato, e questo modo di scrivere per allusioni non mi sembra bello. La persona in questione si chiama Roberto De Mattei e, nel polemizzare, va citato.AVVENIRE

Inoltre nella parte finale Lupus inserisce nella polemica elementi estranei. De Mattei potrebbe anche aver detto cose erronee sul Concilio Vaticano II, ma questo non ci dice nulla sulla bontà o meno delle argomentazioni riguardanti lo tsunami.

Terzo punto. Lupus dice “Leggi, rileggi, ci pensi…”. Ma io temo invece che non abbia letto l’intervento integrale di De Mattei. Basti pensare che Lupus attribuisce a De Mattei questa frase: “le grandi catastrofi sono una voce paterna, ma terribile di Dio” che castiga i peccati degli uomini.

Vediamo la frase vera: “le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio, che ci scuote e ci richiama col pensiero ai nostri grandi destini, al fine ultimo della nostra vita, che è immortale.”.

Sbagliata gravemente la citazione letterale (l’accento di De Mattei era sulla paterna bontà di Dio, l’accento di Lupus è sulla parola “terribile”), sbagliato completamente il contesto (De Mattei parla di Dio che ci richiama al fine ultimo della vita, Lupus parla di castigo).

Venendo all’argomento della polemica:

1)      è certo che in alcuni passi della Bibbia la distruzione è associata al castigo di Dio (diluvio, distruzione di Sodoma e Gomorra, minaccia di distruzione per Ninive; ma anche la morte dei primogeniti in Egitto);

2)      è certo che ci sono disgrazie collettive che Gesù cita come ammonimento sul fine ultimo della vita “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”;

3)      aggiungo: “Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”: ammonimento e tragedia collettiva, legata a una colpa;

4)      è certo che tutto ciò che accade viene permesso da Dio, che ha il pieno controllo di ogni evento della creazione “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!”;

5)      è certo che, almeno in un caso, Gesù dichiara che non c’è legame diretto tra la disgrazia e il peccato (il cieco nato), ma specifica che “è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”; non sappiamo quindi se non c’è mai relazione tra la disgrazia del singolo e il peccato del singolo.

Possiamo quindi riprendere la frase di De Mattei: “Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina o quello del Giappone sia stato un castigo di Dio”. Ma non lo si può nemmeno escludere. La sola cosa che sappiamo con certezza è che, in previsione della catastrofe collettiva, ogni uomo coinvolto ha avuto la possibilità di giungere santamente a quell’appuntamento di morte.

Ciò che ha pronunciato De Mattei a Radio Maria (così come l’ho letto nella relazione scritta), non è affatto una bestemmia: la bestemmia nasce dai mediocri giornali italiani che amano tagliare e sintetizzare male le parole altrui, per creare polemiche. “Se una valanga uccide un uomo, Dio non è l'omicida!”, grida Lupus. Certamente. Neanche quando fece piovere 40 giorni sulla terra fino a far morire tutti, tranne Noè e i suoi, Dio era omicida. Ma De Mattei ha mai definito Dio come omicida? Lupus rilegga tutto De Mattei da cima a fondo e si accorgerà che non dice niente di simile.

Cordiali saluti

Giovanni Lazzaretti



San Martino in Rio, 6 aprile 2011

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venerdì 15 aprile 2011

Bongi: "Bravo, Mons. Gherardini!"


L'ultima lettera di mons. Brunero Gherardini contenente alcune interessantissime considerazioni sul futuro auspicabile ruolo della Fraternità Sacerdotale San Pio X all'interno della Chiesa fa discutere e, come già l'arcinoto volume "Concilio Vaticano II: un discorso da fare", lascia il segno nel dibattito teologico contemporaneo. Da infatti molto molto fastidio, soprattutto a taluni pseudo-tradizionalisti di stampo Wojtiliano, constatare come stiano sempre più aumentando le voci autorevoli che identificano nella storia e nell'atteggiamento della FSSPX, una ricchezza e una forza a cui la S. Chiesa potrà e dovrà appoggiarsi nelle dure battaglie che presumibilmente riserverà il futuro. Ciò che a questi esponenti del "tradizionalismo minimale" non piace è l'inequivocabile ripudio, magistralmente espresso da mons. Gherardini, del compromesso sulla Fede come scorciatoia per la risoluzione dei conflitti fra i cristiani. "Ma come" - sembrano dire i critici - "Noi, negli scorsi decenni, per conquistarci un posto al sole, o all'ombra del cupolone, abbiamo dovuto inghiottire un esercito di rospi: adesione acritica al Concilio Vaticano II, commenti forzatamente entusiastici dopo il raduno di Assisi o i 'mea culpa' del 2000, accettazione del Messale Novus Ordo, Osanna verso il nuovo diritto canonico e verso il Concordato Craxi-Casaroli, amabile condiscendenza, per carità fraterna, nei confronti degli orrori carismatici e neo-catecumenali, ecc. ecc. e poi..., dopo che noi abbiamo svenduto ogni dignità per amore della Chiesa, se ne arrivano questi..., belli belli, con il piglio dei duri e puri, che rischiano di entrare dalla porta principale, senza nemmeno il giogo di una minima genuflessione davanti al super-dogma conciliare...! Non è possibile... Non sia mai!" Del resto questo atteggiamento psicologico lo abbiamo potuto notare chiaramente negli anni scorsi. All'indomani del Motu Proprio "Summorum Pontificum" ecco un coro di "vecchi tradizionalisti pentiti" pontificare all'unisono: Adesso tocca alla FSSPX fare passi avanti. Il Papa è stato generoso con loro, leggasi "ci ha preso in contropiede", ma adesso, se vogliono davvero entrare, dovranno per forza piegarsi (come abbiamo fatto noi!). Lo stesso dicasi dopo la revoca delle scomuniche: se la FSSPX non vuole perdere l'ultimo treno, adesso dovrà assolutamente riconoscere in tutto e per tutto l'Autorità del Concilio e dei documenti post-conciliari. E invece passano i mesi e nulla succede di quanto costoro pretendono. Si avviano i colloqui e, nonostante le loro "gufate", gli incontri procedono nella discrezione più assoluta. La rabbia e la sindrome dello "scavalcamento" aumentano ogni giorno di più. Ora ci si mette anche Gherardini a tifare per i lefebvriani; incredibile... non c'è proprio più rispetto per la "nuova Pentecoste" degli anni '60! In realtà è proprio così. Mons. Gherardini, pur nel suo linguaggio levigato e ben lontano dalle spigolosità anglosassoni, sembra quasi riecheggiare alcuni recenti commenti di mons. Richard Williamson ovvero: - Ogni compromesso sulla Fede sarebbe, oltre che un gran male per tutta la Chiesa, la fine della FSSPX - Ogni accordo pragmatico, basato sulla teoria delle "discordanze apparenti" rappresenterebbe inevitabilmente la capitolazione della Tradizione - Se non si trova prima un accordo sul significato delle parole, non è possibile trovarne uno vero sui contenuti. Tutti infatti potrebbero concordare sull'espressione "Il Concilio deve essere letto alla luce della Tradizione". Ma cosa significa la parola Tradizione? Se non si risolve prima questo problema semantico non ha senso discutere usando ciascuno il proprio vocabolario. - Chi sostiene, come fece papa Wojtila, che il concetto di Tradizione fatto proprio dalla FSSPX, è contradditorio e incompleto, ha il dovere di provare queste sue affermazioni. In altre parole: l'ermeneutica della continuità, come lo stesso Gherardini afferma nel suo libro sul Concilio, non basta "declamarla" ma bisogna "dimostrarla". Credo proprio che sarà molto dura contestare in modo convincente le opinioni espresse da mons. Gherardini. In mancanza di idee forti contro le sue tesi si sente già qualcuno sussurrare che: "E' stato un grande teologo ma... poverino... ormai è anziano...!" Di fronte a queste squallide illazioni vorrei però incoraggiare il grande professore della scuola romana. Non è da solo. Le stesse argomentazioni furono e purtroppo sono portate anche a detrimento degli autori del "Breve esame critico" sul Novus Ordo Missae ovvero i benemeriti cardinali Ottaviani e Bacci. Anche loro erano anziani e..., sempre secondo certi soloni, firmarono al buio il loro libello senza rendersi conto di ciò che sottoscrivevano. Vada avanti dunque Monsignore! Non potremo mai ringraziarLa a sufficenza per il Suo coraggio e per quanto sta facendo per l'autentico bene della S. Chiesa. .  
Marco BONGI