mercoledì 22 febbraio 2012

La penitenza


di don Pierpaolo Maria Petrucci
S. Girolamo

Nel mondo di oggi le dottrine di Rousseau secondo cui l’uomo sarebbe di natura buono, sono divenute luoghi comuni. Una conseguenza della negazione del peccato originale è di non credere più alla necessità di far penitenza per i propri peccati e ottenere così il perdono che Dio ci offre grazie al sacrificio redentore di Gesù.
All’uomo decaduto e redento il pensiero moderno oppone la dignità assoluta dell’individuo ed i suoi diritti fondati precisamente su una natura integra, immacolata, quasi divina. Il dramma è che questi errori sono penetrati nel seno stesso della Chiesa cattolica.
Nell’ultimo concilio il decreto Dignitatis Humanae attribuisce all’uomo il “diritto alla libertà religiosa”. Secondo il suo insegnamento una qualunque setta ha il diritto di non essere impedita dalla pubblica autorità ad esercitare anche pubblicamente il proprio culto  e a diffondere i propri errori. Si attribuiscono così all’uomo dei diritti assoluti, indipendenti da Dio, dalla verità oggettiva, dalla  religione rivelata. In maniera più sconcertante la costituzione Gaudium et spes afferma che: il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione”.[1]
Dignità dell’uomo quindi che comporta dei diritti indipendenti dalla verità oggettive; dignità fondata sulla natura, nella quale vi è un germe divino, indipendentemente dalla grazia santificante. Questo neo-umanesimo di stampo naturalista ha fatto sparire dalla predicazione verità importanti come appunto la necessità della penitenza che implica il riconoscimento per l’uomo della sua condizione di peccatore, la sua dipendenza verso Dio e il bene supremo da raggiungere, a prezzo di qualunque sacrificio: la salvezza dell’anima, evitando così di perdersi eternamente nell’inferno.
E’ molto importante quindi, soprattutto oggi, meditare la dottrina cattolica sulla penitenza, in particolare nel periodo quaresimale, per potere essere sempre più in sintonia con questo tempo liturgico, ricco di grazie e prepararci santamente alla festa di Pasqua.
La virtù di penitenza
La penitenza di definisce come la disposizione a riparare le offese fatte a Dio. Essa fa parte della virtù di giustizia poiché ogni peccato lede il diritto di Dio ad essere onorato. La sua gravità è in un certo qual modo infinita, come dice S. Tommaso, poiché si misura dalla parte di colui che è offeso: Dio l’essere infinito. Per ripararlo Gesù offrì al Padre il suo sacrificio sulla Croce così da ripararlo in maniera adeguata e sovrabbondante: “la soddisfazione di valore infinito data da Gesù Cristo, non toglie all’uomo la necessità della penitenza ma lo mette in condizione di offrire una riparazione gradita a Dio”.[2] Con la penitenza possiamo così riparare il debito dei nostri peccati ed evitare di espiarli nella vita futura.
Tanti santi furono grandi penitenti, offerti a Dio per riparare non soltanto i propri  peccati ma, come Gesù,  anche quelli degli altri uomini. Ottennero così la conversione di peccatori, preservando persino l’umanità da castighi di cui si rende colpevole per le pubbliche offese fatte a Dio. Pensiamo per esempio a S. Francesco che passava settimane intere in preghiera e penitenza  alla Verna, dove si può ancora vedere il suo “letto” di pietra.
I tre veggenti di Fatima, in seguito alle richieste della Madonna, accettarono di offrirsi come vittime di espiazione, per salvare le anime dall’inferno che la Vergine Maria aveva mostrato loro. Ancora più vicino nel tempo ricordiamo Padre Pio, intimamente unito alle sofferenze del Salvatore crocifisso, per ricordare al mondo e alla Chiesa, nel periodo di crisi che sta vivendo, che la Messa non è  un banchetto fraterno, ma lo stesso sacrificio della croce reso presente sull’altare, in maniera incruenta, per applicarci le grazie che Gesù ha meritato per noi.
Certo molto spesso le penitenze dei santi sono più da ammirare che da imitare, ma ogni cristiano deve praticare questa virtù. Prima di tutto nel sacramento di penitenza, confessando a Dio umilmente le proprie colpe e sottomettendosi di buon cuore alla penitenza che il sacerdote vorrà imporgli. Tale penitenza, molto spesso non è proporzionata alla gravità delle colpe accusate. Per questo è importante completarla con altre preghiere e sacrifici volontari, sopratutto accettando generosamente le contrarietà della vita quotidiana, che Dio permette proprio per darci l’occasione di riparare i nostri peccati in questa vita e evitarci la purificazione del Purgatorio dove, secondo S. Tommaso d’Acquino, la più piccola sofferenza è più grande delle più grande sofferenza della terra.
La penitenza poi ci preserva anche dai peccati futuri. Il peccato originale ha ferito la nostra natura e, con la grazia santificante, Adamo ha perso per noi anche i doni preternaturali che doveva trasmetterci con la natura umana, in particolare il dono di integrità che garantiva la sottomissione delle facoltà sensibili alla ragione. Anche dopo il Battesimo, rimane in noi la triplice concupiscenza che si manifesta con la rivolta della nostra parte sensibile alla ragione e alla legge di Dio.
Per restaurare l’ordine primitivo distrutto dal peccato e non lasciarci tiranneggiare dal nostro corpo e dalle sue passioni,  la penitenza e la mortificazione dei sensi divengono indispensabili. L’insegnamento di Gesù su questo punto è molto chiaro: “Se non fate penitenza perirete tutti”[3], o ancora: “Se qualcuno vuol essere mio discepolo rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”[4]. Allo stesso modo S. Paolo facendo eco alla parola del Signore diceva:  “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze.”[5]
Come diceva Giobbe: “La vita dell’uomo è una battagli sulla terra”.[6] Questa lotta consiste nell’instaurare l’ordine nella propria anima, per poi restaurarlo nella famiglia e ricostruire una società cristiana. E’ certo che l’essenziale della vita cristiana si riassume nella carità: l’amore di Dio  e del prossimo. Ma non si può praticare veramente questa virtù senza una ascesi, senza la penitenza e la mortificazione. In assenza di ciò si rischia di ridurre la religione ad un affare di sentimento, che non ha niente a che vedere con l’insegnamento virile del cristianesimo.
Non vi è vero amore senza sacrificio e Gesù ce lo ha insegnato non soltanto con la dottrina ma soprattutto con il suo esempio. Quando poi si unisce alla preghiera la penitenza, essa diviene efficacissima nell’ottenere da Dio ciò che domandiamo. Certe grazie, come appare dall’insegnamento del Vangelo, ci sono accordate unicamente a questa condizione.[7]
Ai nostri tempi la disciplina della Chiesa durante la Quaresima si è molto attenuata. Oltre all’astinenza delle carni il venerdì, ci sono unicamente due giorni di digiuno obbligatori per coloro che hanno compiuto i 18 anni fino ai 60: il mercoledì delle ceneri ed il Venerdì Santo. E’ consigliabile comunque, conservare la disciplina tradizionale che consiste nel digiunare tutti i venerdì di Quaresima e aggiungere qualche pratica di mortificazione personale: piccoli sacrifici offerti al Signore che ci dispongono ad accettare generosamente quelli più grandi che ci chiederà nelle circostanze della vita.
Entriamo quindi generosamente nella quaresima, meditando l’esempio di Nostro Signore che, come ci ricorda l’Imitazione di Cristo, ci traccia la strada camminando davanti a noi.


[1] Gaudium et spes n 3
[2] Dizionario di Teologia  Morale, Palazzini, voce Penitenza Ed. Studium Roma 1968
[3] Lc 13,3
[4] Mc 8,34
[5] Gal. 5,24
[6] Giob. 7,1
[7] Mt 17,21

Santa Sede - FSSPX . «Magistero o tradizione vivente?», don Gleize denuncia un falso dilemma


Pubblico una recente interessantissima puntualizzazione di Don Jean-Michel Gleize che centra il problema all'origine dell'apparente "dialogo tra sordi" cui ci è dato assistere in quest'epoca di confusione e oscuramento della verità nel dibattito tra Santa Sede e FSSPX. Il problema non è solo ermeneutico, è molto più profondo, perché vede di fronte due concezioni diverse del magistero, frutto di una vera e propria rivoluzione copernicana, collegata con una nuova concezione di Chiesa, inutile nasconderselo:
  1. quella nata dal concilio, che ha spostato il fulcro di ogni cosa dall'oggetto al soggetto.
    Il Magistero bimillenario della Chiesa poteva dirsi 'vivente' nel senso che trasmetteva inverandolo in ogni generazione - ma curandone l'integrità nella sostanza: eodem sensu eademque sententia - il Depositum fidei della Tradizione Apostolica, fondamento oggettivo, dato, pur se sempre ulteriormente approfondito e chiarito nelle sue innumerevoli ricchezze
  2. il magistero attuale si dice invece vivente, in senso storicistico, perché portatore dell'esperienza soggettiva della Chiesa di oggi (che sarà diversa da quella di domani) perché soggetta all'evoluzione determinata dalle variazioni contingenti legate alle diverse epoche.
Insomma è cambiato il cardine su cui si fonda la Fede, spostato dall'oggetto-Rivelazione al soggetto-Chiesa/Popolo-di-Dio pellegrina nel tempo e di fatto trasferito dall'ordine dellaconoscenza a quello dell'esperienza.

Non può non essere conseguenza - del resto abbastanza ovvia - della nuova antropologia introdotta dal concilio, passata dal teocentrismo all'antropocentrismo: un uomo centrato su se stesso e non più fontalmente orientato a Dio con le innumerevoli implicazioni, anche in campo liturgico, che non possono ovviamente essere sviluppate qui. Frutto dello storicismo, del personalismo e di ogni altra spinta modernista, che hanno nutrito laNouvelle Théologie che la sta facendo tuttora da padrona, in una Chiesa non più docente ma dialogante, nella quale il munus docendi viene impropriamente esercitato dai teologi. [VediGaudium et spes 12 24 - Gaudium et Spes 22]

Mi ha colpito la conclusione del documento citato da don Gleize alla fine: una Catechesi del Papa sulla Tradizione di aprile 2006: « ...Concludendo e riassumendo, possiamo dunque dire che la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. » Sul 'succo' del discorso non possiamo che essere d'accordo; ma il vero problema sta nel fatto che quelle che vengono definite cose o parole come "collezione di cose morte", nella vulgata modernista vengono riferite al "magistero perenne" diventato "cosa morta" da sostituire sempre col magistero vivente, quello attuale...


«Magistero o tradizione vivente?», don Gleize denuncia un falso dilemma.

Durante una Conferenza del 25 gennaio scorso, a Sion (Svizzera), sul tema "magistero o tradizione vivente?" Don Jean-Michel Gleize, professore di ecclesiologia al Seminario di Ecône, ha fatto alcune precisazioni in ordine al suo studio Una questione cruciale, apparso sull'ultimo Courrier de Rome di dicembre 2011, destinato a corredo della risposta di mons. Fellay al "Preambolo dottrinale". Ecco gli estratti più significativi di questa conferenza:

« Ci si obietta insomma che il magistero vivente, non quello di ieri, è oggi il solo degno di questo nome. Solo il magistero attuale è capace di dire ciò che è conforme alla Tradizione e ciò che le è contrario, perché solo esso rappresenta il magistero vivente intereprete della Tradizione. Dunque, delle due l'una: o noi rifiutiamo il Vaticano II giudicandolo contrario alla Tradizione, ma contraddicendo il solo magistero possibile, il magistero vivente, che è quello di oggi (quello di Benedetto XVI), allora noi non siamo cattolici ma protestanti; oppure decidiamo di non essere protestanti e siamo obbligati ad accettare il Vaticano II per obbedire al magistero vivente, che è quello di oggi, il quale dichiara che il concilio è conforme alla Tradizione. C'è un dilemma, cioè un problema senza soluzione apparente, al di fuori delle due indicate: se si vuole sfuggire ad uno dei due ambiti, non si scappa dall'altro. Ma in realtà questo dilemma è falso. perché ci sono dei falsi dilemmi. (...)

Le due alternative sono evitabili, entrambe nelle stesso tempo, perché esiste una terza soluzione. È possibile rifiutare il Vaticano II senza essere protestanti e obbedendone al magistero; è possibile di non essere protestanti e di obbedire al magistero senza accettare il Vaticano II (...) Il dilemma è falso, perché si mostra che esiste una terza alternativa. La nostra risposta consiste dunque nel distinguere:

(...) il magistero vivente si dice non in opposizione al magistero passato; esso si dice in opposizione al magistero postumo. Il Magistero vivente è quello del presente, ma anche quello del passato. L'obiezione che ci viene fatta consiste nell'assimilare magistero vivente al magistero presente, e ad opporre questo magistero vivente a quello passato. Questa assimilazione ha luogo perché ci si pone esclusivamente dal punto di vista del soggetto. Non si distingue più tra i due punti di vista: quello della funzione (in cui il magistero vivente è nello stesso tempo presente e passato) e quello del soggetto (in cui il magistero vivente non è che presente). Si confondono i due punti di vista e si riduce così il magistero vivente a quello presente.

Il sofisma che ci si oppone consiste nel confondere i due sensi dell'aggettivo "vivente" attribuito al magistero. Noi diciamo che il magistero vivente ricopre tutto il magistero passato e presente, o ci poniamo così nel giusto punto di vista della costanza di una funzione sempre in vigore, il cui atto è definito attraverso l'oggetto. Chi obbietta, si pone dal punto di vista del soggetto e pretende che il magistero vivente coincida esclusivamente col magistero di un individuo in vita al momento presente.

Perché questa confusione? Perché ridurre il magistero vivente al magistero del presente? Perché si è voluto inventare, dopo il Vaticano II, un nuovo magistero. Il magistero è ridefinito, perché ha per obbiettivo quello di esprimere la continuità di un soggetto e non più quella di un oggetto. Continuità di un soggetto, ci dice Benedetto XVI nel discorso del 2005, 'che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino'. Per Roma, il magistero vivente è precisamente il magistero di Benedetto XVI, in opposizione al magistero di san Pio X o di Pio XII. E questo magistero èattuale perché è soggettivo, perché esprime la continuità d'un soggetto. È uno dei presupposti della Tradizione vivente, nel discorso del 2005.

Il magistero non si definisce più in funzione della verità eterna e atemporale della rivelazione (che rimane la stessa passata, presente o futura che sia). Questo nuovo magistero si definisce in funzione del soggetto presente dell'autorità, lui stesso organo di un altro soggetto più fondamentale che è l'unico Popolo di Dio in cammino attraverso il tempo. Il magistero vivente è sempre quello di questo tempo presente, perché si situa in riferimento al Popolo di Dio che vive in questo tempo presente. Il ruolo del magistero è di assicurare la continuità di una esperienza, è lo strumento dello Spirito che alimenta la comunione 'assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa' (Benedetto XVI "La comunione nel tempo: la Tradizione", allocuzione del 26 aprile 2006, L'Osservatore Romano n.18 del 2 maggio 2006, p.12) »

Dove non c’è logica non può attecchire la Grazia


I LIBRI NUOVI.

"VERITA' S-VELATA.

SPUNTI E RIFLESSIONI OLTRE LA CONFUSIONE",

DI PIERO VASSALLO - 
di Cristina Siccardi

«Il cardinale mi disse: Ricordati che dove non c’è logica non può attecchire la Grazia», così dichiarò il Cardinale Giuseppe Siri a Piero Vassallo, autore del libro Verità s-velata. Spunti e riflessioni oltre la confusione. Antologia di scritti per “Riscossa Cristiana” (Fede & Cultura, pp. 96, € 9,00).
Nella breve antologia di contributi che Vassallo, difensore della Tradizione, ha pubblicato su Riscossa Cristiana, l’autore dimostra come soltanto nei valori sostenuti dalla Chiesa cattolica si possa trovare la risposta a tutti i mali che stanno logorando le società e le coscienze. I pensieri sia di carattere filosofico, che politico sono come giunti ad una fase di disfacimento e il mondo dissacrante delle idee relativistiche non ha nulla di buono o di bello da comunicare, da insegnare, da realizzare.
La responsabilità della Chiesa diventa allora enorme ed è pertanto utile ritornare indietro e guardare agli errori che hanno prodotto tutto questo. Fra gli sbagli anche l’aver prestato ascolto alle suggestioni “profetiche” di «santoni» dell’irrazionalismo come, per esempio, Giuseppe Dossetti (1913-1996) o Giorgio La Pira (1904-1977). «La Chiesa cattolica ha vinto le eresie, ma ha ben più difficoltà a vincere le confusioni» aveva scritto il Cardinale Siri, con tono ironico, rifacendosi al successo della nuova teologia, sulla rivista «Renovatio», la quale aveva come obiettivo quello di garantire «ed esplicitare l’oggetto primario della Rivelazione e contrastare le false dottrine che insidiano l’equilibrio spirituale e civile dell’uomo».
Vassallo ricorda anche la bella figura di Cornelio Fabro (1911-1995), il quale lamentava, con dolore, che nella Chiesa postconciliare erano entrate legioni di persone che avevano imboccato vie nuove con frivola baldanza: «L’attività frenetica dei mezzi di comunicazione, l’invasione della società del benessere, l’affievolimento degli interessi speculativi, lo studio diretto dei classici del pensiero contrastato da una valanga di enciclopedie, dizionari e pubblicazioni di facile volgarizzazione e di altrettanto facili illusioni: tutte queste cose hanno non solo stordito il pubblico dei fedeli, ma intimorito la stessa autorità, che ha dato l’impressione di non essere sempre in grado di fronteggiare con nuove proposte siffatto cataclisma in atto». A questo proposito, afferma Vassallo, vengono alla mente le parole del Sommo Pontefice Adriano VI: «La Sacra Scrittura insegnachiaramente che i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero».
Siri era atterrito e nel contempo era angosciato per l’«istinto vandalico degli uomini di Chiesa». Le sue Memorie sono illuminanti al riguardo. In data 14 novembre 1964, in pieno Concilio, il porporato annota: «Léger ha dato l’assalto a san Tommaso… La contestazione è penosa ed amara. Io soffro di non essere in grado di combattere sugli spalti», inoltre constatava che nel Concilio si scatenavano «rabbie» contro la ragione, la teologia e il diritto e che l’obiettivo del cosiddetto kerigmatismo, ovvero l’annuncio del messaggio cristiano di chiaro stampo antropocentrico, era quello di eliminare la Tradizione e di abbracciare il fascino degli altri credi religiosi, sposando la tesi folkloristica di un dialogo ecumenico “costruttivo”.
Le conseguenze le abbiamo di fronte a noi, sempre più spudoratamente delineate: indifferenza religiosa, anarchia del pensiero, apostasia.
Il Cardinale Siri era nato a Genova nel mese di Maria Santissima, il 20 maggio del 1906 ed era figlio di un portuale e di una portinaia, una “macchia” che gli snob e arroganti progressisti non perdevano occasione di rammentarglielo. Siri non leggeva i giornali e girava al largo dai salotti del pensiero chic, mentre prevedeva chiaramente «la grottesca involuzione gnostica che ha devastato la scienza filosofica degli atei» e la caduta del Muro di Berlino.
Morirà il 2 maggio 1989, giorno in cui la Chiesa fa memoria liturgica di sant’Atanasio (295 ca.-373), il grande scomunicato della storia, che lottò strenuamente contro gli eretici Ariani e che da secoli e secoli la Chiesa ringrazia per aver conservato la Fede e la Verità.
Nel suoi scritti Piero Vassallo si sofferma anche sulle derive del liberalismo che ha condotto al relativismo, fino alla cristianofobia del Parlamento europeo che opera con forza contro la Chiesa e i suoi principi, a cominciare da quelli della difesa per la vita. Intanto, mentre accade tutto questo e altro ancora, «la voce della protesta cattolica è fioca e sommersa dalle voci dei preti masochisti».
L’autore fa anche un’attenta disamina sugli sviluppi dell’eresia Modernista, quella condannata da san Pio X con l’enciclica Pascendi Dominicis gregis (1907). Eppure lo stesso Papa Sarto ben si avvide che quell’eresia non era stata divelta e riconobbe nel 1911 che l’Enciclica aveva tolto ai Modernisti la maschera, ma «non hanno abbandonato i loro propositi di turbare la pace nella Chiesa. Infatti essi non hanno smesso di ricercare nuovi adepti e di riunirli in una società segreta… Essi sono avversari tanto più temibili quanto più vicini». Vicini come Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), che il Cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979) non considerava teologo, bensì poeta «che fa teologia e talvolta è un panteista che identifica Gesù con il cosmo volendo naturalizzare il soprannaturale». Oppure vicini come Karl Rahner (1904-1984), che ha portato l’immanentismo nelle facoltà universitarie, nei Seminari, negli insegnamenti, nelle prediche.
Allora la Chiesa, in questo sconcertante e diabolico diaframma creato dal pensiero modernista, non può incontrare lo Sposo celeste, ma si schianta in una «strozza mortale» come la definisce Monsignor Brunero Gherardini. È la Passione della mistica Sposa che riconduce alla Passione di Cristo. Un martirio unico come Gherardini deduce dalla lettura dell’opera Iota unum di Romano Amerio (1905-1997): «unico essendo il martirio che, nella corse del tempo, s’accanisce sul Cristo mistico con quella medesima virulenza con cui a suo tempo s’accanì contro le carni immacolate del Cristo fisico».
La Sposa mistica è in attesa di pastori e maestri che abbiano il coraggio e l’onestà di deporre gli abiti terreni dell’orgoglio e dell’irragionevolezza per rivestire quelli celesti della Carità e della Sapienza.

Fonte: Una Fides

Alcuni principi negletti



La tassazione iniqua e
la dottrina sociale della Chiesa sulle imposte

1 - La privata proprietà non  venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà   privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può   annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È   ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di   imposte. (Papa Leone XIII, Enciclica Rerum novarum, 15 maggio 1891, n.   35)

2 - [Dichiariamo] non essere lecito allo Stato di aggravare   tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata, da renderla quasi   stremata. (Papa Pio XI, Enciclica Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, n.   49)

3   - Astenetevi da queste misure  [fiscali] che, a dispetto della loro   elaboratezza tecnica, urtano e feriscono nel popolo il senso del giusto e   dell'ingiusto, o che rilegano la sua forza vitale, la sua legittima ambizione   di raccogliere il frutto del suo lavoro, la sua cura della sicurezza   familiare: tutte considerazioni, queste, che meritano di occupare nell'animo   del legislatore, il primo posto anziché l'ultimo. (Papa Pio XII, Discorso del 2 ottobre 1948.

4 - L'imposta non può mai diventare, per opera  dei poteri pubblici, un comodo metodo per colmare i deficit provocati da  un'amministrazione imprevidente. (Papa Pio XII, Allocuzione al Congresso dell’Associazione  fiscale internazionale sulla natura e i limiti delle tasse, 2 ottobre   1956)

5 - Lo Stato non può esagerare all'eccesso i carichi tributari che giungano ad esaurire i leciti benefici della proprietà  privata. (Papa Pio XII, Discorso del 9 novembre  1957)

e Abramo Lincoln

Non si può arrivare alla prosperità
scoraggiando l’impresa.

Non si può rafforzare il debole
indebolendo il più forte.

Non si può aiutare chi è piccolo
abbattendo chi è grande.

Non si può aiutare il povero
distruggendo il ricco.

Non si possono aumentare le paghe
rovinando i datori di lavoro.

Non si può progredire serenamente
spendendo più del guadagno
.

Non si può promuovere la fratellanza umana
predicando l’odio di classe.

Non si può instaurare la sicurezza sociale
adoperando denaro imprestato.

Non si può formare carattere e coraggio
togliendo iniziativa e sicurezza.

Non si può aiutare continuamente
la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola.
(Abramo Lincoln)

Fonte: Una Fides

Cos'abbiamo da festeggiare per il 500.mo anniversario delle tesi di Lutero?



Le notizie di stampa sono sempre da prendere un po' con le molle, facendo la tara tra elementi certi e pennellate più o meno di parte. Ma questa che ho appena letto su Vatican Insider, da qualunque parte la giri, suona molto male al cuore di un cattolico.

Da Vatican Insider: un servizio dalla Città del Vaticano su “Un documento comune che rilancia il dialogo tra le chiese, annunciata dal cardinale Koch presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani”!
Un documento comune sulla fede cristiana che li unisce, al di là delle divisioni degli ultimi secoli: lo stanno preparando la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale in vista del 500.esimo anniversario delle 95 tesi di Martin Lutero nel 2017.


Ad anticipare l'iniziativa era stato papa Benedetto XVI lo scorso dicembre, durante l'udienza al presidente dei luterani mondiali, il vescovo Munib A. Younan. In questi giorni, il cardinale svizzero Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l'Unita' dei Cristiani, ha anticipato alcuni dettagli del documento in una intervista all'agenzia cattolica tedesca Kna.


La dichiarazione comune, preparata dalla Commissione internazionale luterano-cattolica sull'unità, dovrebbe leggere l'evento della Riforma alla luce dei 2000 anni di storia cristiana, di cui 1500 prima della divisione tra cattolici e protestanti. Per il porporato, la divisione della Chiesa non era l'obiettivo dell'azione di Lutero.


Secondo il cardinale Koch, la commemorazione comune della Riforma potrebbe essere l'occasione di arrivare ad una comune ammissione di colpa da parte delle due parti, sulla scia della richiesta di perdono fatta da papa Giovanni Paolo II nel 2000 per il ruolo cattolico nelle “divisioni della Chiesa”. «Senza una consapevolezza comune, ha detto il card. Koch, senza una purificazione comune della memoria e senza una ammissione di colpa da entrambe le parti, secondo me non ci può essere una sincera commemorazione della Riforma ».


Il porporato ha anche sottolineato che è stato proprio papa Ratzinger, che da tedesco è cresciuto in un Paese la cui popolazione è divisa pressochè equamente tra cattolici e protestanti, a chiedere che il dialogo ecumenico avesse un ruolo più centrale nella sua visita in Germania del prossimo settembre.


Durante l'udienza al vescovo Younan dello scorso 16 dicembre, papa Ratzinger aveva anticipato che il documento per il 500.esimo anniversario delle 95 tesi avrebbe documentato “ciò che i luterani e i cattolici sono capaci di dire insieme a questo punto, guardando alla nostra maggiore vicinanza dopo quasi cinque secoli di separazione”. Nell'anniversario del 1517, aveva aggiunto, “i cattolici e i luterani sono chiamati a riflettere nuovamente su dove il nostro cammino verso l'unità ci ha portato e per invocare la guida di Dio e il suo aiuto per il futuro”.

Si poteva mai immaginare che saremmo arrivati a questo punto?

E' la conseguenza ormai consolidata della innovazione sostanziale operata dal Concilio (e dalla Ut unum sint che disegna l'ecumenismo sulla strategia del dialogo piuttosto che come espressione di una profonda e inalienabile esigenza dell’unità e unicità della Chiesa): praticamente la Chiesa di Roma non è più il fondamento e il centro dell’unità cristiana e la vita storica della Chiesa, che è la persona collettiva del Cristo, converge intorno a più centri (le varie confessioni cristiane) il cui centro più profondo sussiste al fuori di ciascuna di esse;il cambiamento implica che i separati non devono muovere verso il centro immobile che è la Chiesa guidata da Pietro. L'unità quindi non è più considerata già nella storia e cade la necessità di rifarsi ad essa escludendo a priori qualunque pluralismo paritario. Viene meno quindi, come afferma in Iota unum Romano Amerio, la «riaffermazione della trascendenza del Cristianesimo il cui principio, che è il Cristo, è un principio teandrico vicariato storicamente dal ministero di Pietro ».


La variazione nella dottrina consiste nel fatto che l’unione di tutte le Chiese si faccia anziché nella Chiesa cattolica, nella cosiddetta Chiesa di Cristo e per un moto di convergenza di tutte le confessioni verso un centro che è fuori di ciascuna. Da una variazione del genere del concetto di unione dei cristiani consegue inevitabilmente anche la variazione nel concetto di missione: le religioni non cristiane devono entrare nell’unità religiosa dell’umanità e, esattamente come per i fratelli separati, ciò avviene non già per effetto della loro conversione al Cristianesimo, ma è già presente nei loro intrinseci valori che basta approfondire, ritrovando così quella più profonda verità che soggiace a tutte le religioni.


Lo stesso Benedetto XVI ha più volte ribadito “L’impegno ecumenico della Chiesa cattolica nella ricerca dell’unità cristiana è irreversibile”. Ora, un conto è riconoscere e affermare l’ecumenicità del Chiesa nel senso della sua costitutiva proprietà insita nella cattolicità proiettata su tutta la terra e su tutta l’umana famiglia (Καθ’όλον), un conto è fondare l’impegno ecumenico sulle strategie umane, senza più avere come punto di partenza l’ontologia della Chiesa e la sua implicita tensione all’unità, che non può discendere da comportamenti contingenti, ma nella fedeltà alla sua missione universalistica.


L'“ut unum sint” per il quale il Signore ha pregato ed ha donato se stesso, la vera unità - che non è né pragmatica né organizzativa né di assenso della ragione, ma è comunione in Cristo nella Sua Chiesa - non sono le cosiddette buone volontà umane a realizzarla, ma essa stessa si realizza come dono Soprannaturale che si invera in chi “ritorna” e in chi “rimane” nella Chiesa così come il Signore l'ha voluta e istituita: l'Una, Santa, Cattolica, Apostolica e anche Romana.


E, invece, siamo costretti ad assistere ad un evento che si profila ben peggiore di Assisi in tutte le sue edizioni.

martedì 21 febbraio 2012

Il Magistero “luogo teologico”




«La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa poiché è divinamente rivelata e non è rivelata poiché annunziata dal Magistero della Chiesa.
Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza» (A. LANG, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82).

***
Prologo
Ho già affrontato la recente DISPUTA SU TRADIZIONE E MAGISTERO per far chiarezza e correggere alcune imprecisioni
  1. in primis’ di coloro che fanno del Magistero, anche non infallibilmente assistito, un ‘Assoluto’ da credersi senza alcuna possibilità di negare l’assenso anche di fronte a due proposizioni contraddittorie[1]  e
  2. in secundis’ di coloro che annichilano il Magistero negando che sia un ‘luogo teologico’, il quale interpreta rettamente la Rivelazione, ed inoltre si permettono di criticare – senza fondamento – persino le Encicliche di PIO XII, specialmente laDivino Afflante Spiritu (1943) e addirittura la Humani generis (1950), definita comunemente “il terzo Sillabo” dopo il Syllabus di PIO IX (1864) e la Pascendi di SAN PIO X (1907)[2]. Mi sembra ora doveroso tornare sull’argomento per far maggior chiarezza in mezzo a tanta confusione che avvolge l’ambiente cattolico ed ecclesiale.
Una confutazione anticipata 
Il teologo tedesco professor ALBERT LANG dell’Università di Monaco ha scritto nel 1925 un interessante libro sui ‘Luoghi teologici’ in cui confutava con 85 anni di anticipo questi due errori. Egli infatti scriveva:
  1. «La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa perché è divinamente rivelata e non è rivelata perché annunziata dal Magistero della Chiesa» confutando così l’errore di coloro che fanno del Magistero un ‘Assoluto’, che non deve “fare i conti” con la Tradizione e la Scrittura, ma sarebbe esso stesso fonte di Rivelazione.
  2. Il teologo tedesco proseguiva: 
  3. «Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza»[3]  confutando così coloro che negano al Magistero la qualità di ‘luogo teologico’, che trasmette inalterato ed interpreta correttamente il Depositum Fidei.
Teologia e Magistero
LA TEOLOGIA è la scienza che mediante la ragione illuminata dalla Fede (“sine Fide non remanet Theologia”), fondandosi sulle ‘due fonti della Rivelazione’ (Tradizione e S. Scrittura) sotto la direzione interpretativa del Magistero ecclesiastico, tratta di Dio e delle creature in rapporto a Dio. La ragione filosofica sviluppa tutta la fecondità del dato rivelato, giungendo a delle “Conclusioni teologiche”[4], mediante un sillogismo, che, partendo da una premessa di Fede detta ‘Maggiore’, le accosta una seconda premessa di ragione detta ‘minore’ e ne tira una ‘Conclusione’ teologica certa, che non è formalmente, ma solovirtualmente rivelata.

Padre REGINALDO GARRIGOU-LAGRANGE spiega che “la Teologia procede sotto la luce della Rivelazione divina (cfr. S. Th., I, q. 1) ed ha per ‘oggetto proprio’ Dio considerato nei suoi Misteri o nella sua Vita intima, che ci è fatto conoscere non dalla ragione naturale (come Dio Causa prima), ma dalla Fede e dalla Rivelazione come Deus sub ratione Deitatis(cfr. S. Th., I, q. 1, a. 6). Mentre il teologo in questa vita crede alla Deità obscure cognita per Fidem, il Santo in Paradiso vede la Deità clare facie ad faciem sicuti est per il Lumen gloriae, che produce la Visio beatifica. […]. La Fede è la radice della Teologia, la quale è scienza delle Verità di Fede, che essa deve approfondire, spiegare, e difendere. […]. Così se il teologo perde la Fede infusa, in lui resta solo un cadavere di Teologia, un corpo senz’anima, poiché egli non aderisce più alle Verità rivelate o di Fede, che sono i princìpi della Teologia”[5].

Monsignor ANTONIO PIOLANTI, a sua volta, scrive: «la Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa, il quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi scolastici»[6].

Il cardinal PIETRO PARENTE afferma che il Magistero è perciò “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autentica interprete della Rivelazione divina. […]. Secondo la dottrina cattolica la S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la regola remota della Fede, mentre la regola prossima è il Magistero vivo della Chiesa”[7].

LA POSSIBILITÀ di una Scienza razionale della Fede è dimostrata da S. TOMMASO (S. Th., I, q. 1, a. 1) a partire dalla nostra elevazione gratuita all’ordine soprannaturale, che mediante la grazia santificante e le Virtù teologali ci ordina alla Visione beatifica di Dio visto in Cielo faccia a faccia e di cui la Teologia, che conosce Dio nel chiaro-oscuro della Fede, è solo una pallida anticipazione. S. AGOSTINO ha scritto: “La Fede salutare viene nutrita, difesa e corroborata dalla sacra Teologia” (De Trinitate, XIV, I, 3).

I “Luoghi teologici” 
DURANTE LA CRISTIANITÀ MEDIEVALE le verità di Fede si ricevevano direttamente e pacificamente dalla Chiesa. Solo col soggettivismo antropocentrico del Luteranesimo, che dichiarò la ‘sola Scrittura’ come unica fonte di Fede, la Chiesa e i teologi approfondirono la questione dei ‘Luoghi o fonti della Fede e della Teologia’. MELCHIOR CANO (+1560) ha stabilito 10 “Luoghi teologici”[8]:
  1. Luoghi propri e apodittici”: Tradizione e Scrittura (Fonti della Rivelazione), le Decisioni della Chiesa, dei Concili e dei Papi (Magistero ecclesiastico pontificio/universale, ordinario/straordinario)[9];
  2. Luoghi intrinseci e probabili”: l’insegnamento dei Padri, dei teologi scolastici;
  3. Luoghi estrinseci”: la ragione umana, la retta filosofia e la storia.
Questi ultimi tre sono “Luoghi alieni” o impropri cioè fonti ausiliarie per il lavoro teologico. I primi due sono “Luoghi fondamentali” o fonti della Rivelazione e quindi della Teologia, che si fonda sul Dato Rivelato. Gli altri cinque contribuiscono intrinsecamente alla retta interpretazione della Rivelazione.

 Il Magistero “luogo teologico”
«IL MAGISTERO ECCLESIASTICO – scrive Lang – È PROPRIO QUEL ‘LUOGO TEOLOGICO’, nel quale per disposizione divina i fedeli ed i teologi trovano in primo luogo e nel modo più immediato le Verità di Fede, perché nella Parola o nel Magistero della Chiesa la Rivelazione continua a vivere, ad agire e perviene immediatamente ai singoli. La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa poiché è divinamente rivelata e non è rivelata poiché annunziata dal Magistero della Chiesa. Il Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e quindi da noi conosciuto con certezza»[10]. Perciò il Magistero ecclesiastico è il luogo, il mezzo o lo strumento in cui i fedeli e i teologi trovano le Verità di Fede. La Tradizione e la S. Scrittura non possono illuminare i fedeli se staccate dal Magistero e dalla Chiesa docente, ma devono essere presentate ed interpretate dalla Chiesa. Ma se da una parte il Magistero è lo strumento o Luogo teologico, che interpreta correttamente e tramanda incorrotta la Rivelazione, dall’altra parte non è un “Assoluto” o una sorta di “Divinità” che crea la Verità rivelata per cui ogni parola magisteriale non è un Dogma infallibile e irreformabile.

Come si fa seriamente Teologia. 
S. TOMMASO spiega che “la Teologia è una scienza che si fonda sui princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore che è la scienza di Dio e dei Beati. Quindi come la musica crede ai princìpi che le sono forniti dall’aritmetica, così la Teologia crede ai princìpi rivelati da Dio” (S. Th., I, q. 1, a. 2)[11]. Perciò, commenta padre REGINALDO GARRIGOU-LAGRANGE, «il metodo della Teologia è principalmente d’autorità; infatti riceve i suoi princìpi ex auctoritate Dei revelantis; gli altri argomenti la Teologia li usa strumentalmente come il superiore usa l’inferiore»[12]. L’autorità sulla quale si fonda la Teologia è la massima: la Scienza divina rivelatrice.
IL LAVORO TEOLOGICO, spiega p. GARRIGOU-LAGRANGE, procede
  1. «raccogliendo le Verità rivelate, contenute nel Depositum Fidei, che sono la Tradizione e la Scrittura, alla luce del Magistero della Chiesa, che definisce e ci propone a credere queste medesime Verità […].
  2. La Teologia [poi] fa l’analisi dei concetti o termini delle Verità rivelate, per indicare con precisione il significato esatto ed oggettivo del soggetto e del predicato di queste Verità rivelate. Per esempio: “Verbum caro factum est” significa che “il Verbo, che è Dio, si è fatto uomo”. L’analisi è soprattutto concettuale o una definizione reale più che etimologica o grammaticale, dandoci il significato del genere e differenza specifica del soggetto e predicato della Verità di Fede.
  3. La Teologia [inoltre] difende le Verità rivelate contro gli avversari, per cui non si può predicare la Verità senza condannare l’errore […].
  4. Infine la Teologia, mediante un sillogismo esplicativo, da una formula dogmatica oscura, difficile e confusa quanto a noi (per esempio “Verbum, quod est Deus, caro factum est”) passa ad una formula più chiara e definita (per esempio “Verbum consubstantiale Patri homo factus est”). […].
  5. Questa formula dogmatica è molto più di una ‘Conclusione teologica’ o sillogismo illativo, che passa dal virtualmente rivelato ad una ‘Conclusione teologicamente certa’. Infatti il sillogismo esplicativo è l’espressione più esplicita di una stessa Veritàformalmente rivelata, senza passare ad una nuova Verità virtualmente rivelata, come avviene nelle ‘Conclusioni teologiche’, dedotte per illazione o deduzione da una Verità rivelata, in cui la ‘Conclusione’ o seconda formula è una nuova verità, che è dedotta dalla precedente. Nel ragionamento esplicativo il soggetto e il predicato sono gli stessi (Verbo/Dio/carne/uomo), anche se la seconda formula è più chiara; mentre nel sillogismo deduttivo o illativo si passa da un soggetto ad un altro (per esempio: l’uomo è immortale, ora Antonio è uomo, quindi Antonio è immortale. Si è passati dal soggetto uomo ad Antonio). La ‘Conclusione teologica’ deduce da una Verità formalmente o in sé rivelata, un’altra verità non in se stessa rivelata ma solo virtualmente rivelata (per esempio “Antonio è immortale” è rivelato virtualmente nella “immortalità dell’anima umana”, che è per se stessa rivelata)»[13].
Compito della ragione
LA RAGIONE FILOSOFICA non può spiegare il mistero, ma deve dimostrare e difendere tutti gli altri argomenti che appartengono alla Teologia. Essa deve perciò difendere la Fede contro le obiezioni dei suoi avversari, spiegare i termini o le parole della Rivelazione, e infine ordinare con un sillogismo le diverse verità rivelate e dedurre da esse le ‘Conclusioni teologicamente certe’ (DB, 1839).

Padre GARRIGOU-LAGRANGE insegna che la Teologia “opera una sintesi in cui in primo luogo difende speculativamente l’autorità della divina Rivelazione contro coloro che la negano; in secondo luogo spiega e difende teoreticamente le Verità rivelate; infine o in terzo luogo ne tira delle Conclusioni teologicamente certe, procedendo dal più elevato e semplice in sé, ossia da Dio uno e trino, per giungere alle creature, e quindi studia le azioni morali umane in ordine a Dio, considerando come procedono da Dio e sono a Lui ordinate”[14]. Inoltre – prosegue l’ eminente teologo – la Teologia “fa un’analisi di tutte le nozioni dei termini della Rivelazione, spiegandone il significato esatto e difendendole dagli oppugnatori”[15]. Il teologo domenicano insiste sul fatto che compito principale del lavoro teologico non è quello di dedurre ‘Conclusioni teologiche’, ma «ciò che vi è di più importante in Teologia è la spiegazione delle stesse Verità di Fede, la loro penetrazione, il loro approfondimento. Invece le ‘Conclusioni teologiche non sono ricercate per se stesse, ma per arrivare ad una più perfetta intelligenza dei princìpi di Fede di cui esse manifestano la virtualità. […]. Tutto il lavoro teologico è ordinato principalmente allo scopo definito dal Concilio Vaticano I: “Ad una certa e fruttuosissima intelligenza dei Misteri Deo adiuvante” (DB, 1796). […]. La Teologia è veramente Fides quaerens intellectum et intellectus quaerens Fidem, […], essa è un commento alla Parola di Dio, scritta o tramandata, sulla quale attrae sempre più l’attenzione, facendo dimenticare se stessa, come S. Giovanni Battista, il quale annunziava l’Agnello di Dio, che doveva aumentare mentre lui doveva diminuire»[16].

La natura della teologia 
La natura della Teologia è ASSIEME SPECULATIVA E PRATICA o affettiva: essa è una “conoscenza amorosa di Dio”. La corrente platonica della scuola agostiniana voleva una Teologia esclusivamente amorosa. La corrente puramente aristotelica di una certa scolastica essenzialistica voleva una Teologia solamente speculativa e teoretica. S. BONAVENTURA (IV Sent., Proemium, q. 3) e S. TOMMASO (S. Th., I, q. 1, a. 4) hanno risolto la questione insegnando il primato dell’elemento speculativo ordinato, però, alla contemplazione o amore di Dio, che influisce sull’essere e l’agire di tutto l’uomo: intelletto, volontà e sensibilità.

PER COMPORRE UN ARTICOLO DI TEOLOGIA occorre quindi, nell’ordine cronologico, citare la S. Scrittura e la Tradizione e i Padri che interpretano la Scrittura in maniera unanime. Poi si cita il Magistero e quindi si dà la ragione teologica mediante un sillogismo, la cui ‘minore’ di ragione va provata con un altro sillogismo che inizia con la ‘minore’ di ragione, la quale diventa la ‘Maggiore’ del secondo sillogismo. Infine si espongono le obiezioni contro la Fede e si risponde ad esse. Questo è il procedimento che segue S. TOMMASO nella “Somma Teologica”.

INVECE nell’ordine speculativo «poiché la Teologia parte dagli Articoli di Fede quali sono proposti a credere dal Magistero della Chiesa,
  1. il teologo, prima di studiare direttamente il Dato rivelato, deve conoscere la dottrina proposta dallo stesso Magistero, ‘norma prossima’ della Fede.
  2. Con questa guida sicura affronta le due Fonti dirette della Rivelazione (Tradizione e Sacra Scrittura) e quella indiretta (i Padri ecclesiastici), ne raccoglie la dottrinadimostrandone[17] la continuità attraverso i secoli e l’omogeneità col dogma.
  3. Quindi illustra, sistema, approfondisce razionalmente il Dato rivelato, sviluppandone le virtualità»[18].
Conclusione 
Come appare chiaro dalle su riportate citazioni del Magistero, dei Padri, dei Dottori e teologi scolastici approvati,
  1. il Magistero è realmente un “Luogo teologico” che interpreta la Rivelazione e la trasmette inalterata ed è ‘norma prossima’ della Fede, ma
  2. non è un “Assoluto” o una specie di Divinità rivelante”, che crea la Verità rivelata, da accettarsi ad occhi chiusi.
In Teologia occorre addirittura leggere la Rivelazione alla luce del Magistero soprattutto costante o infallibile ex sese, specialmente in periodi di crisi come questa, come insegna SAN VINCENZO DA LERINO: «Quando l’errore si espande talmente da infiltrarsi in quasi tutta la Chiesa, occorre aderire a ciò che Ella ha insegnato sempre e dappertutto ed è stato creduto universalmente» (Commonitorium, III, 15). Oggi di fronte alla nouvelle théologiedel Vaticano II e del post-concilio, è prudente attendere una decisione infallibile della Chiesa gerarchica e nel frattempo restare ancorati all’ insegnamento costante e tradizionale del Magistero ecclesiastico (“quod ubique, semper et ab omnibus creditum est”). Questo non è spirito di rivolta, di disobbedienza, ma vero sensus Fidei.

Quindi il Magistero, pur non essendo un “Assoluto”, ha tuttavia un ruolo di primo piano poiché è lui, e non i fedeli o i Profeti, che interpreta il significato vero della Rivelazione. In medio stat virtus, “in mezzo e al di sopra”. Tra l’errore per eccesso, che divinizza la “creatura” Magistero, e l’errore per difetto, che lo annichila negando il suo munus interpretandi, si erge in culmine – come una vetta tra due precipizi – la verità: il Magistero non è un “Assoluto”, ma ha il primato nell’ interpretazione esatta della Rivelazione, specialmente - e senza tema di errori - se vuol definire ed obbligare a credere, godendo dell’assistenza infallibile di Dio.

 Viva il Papa in quanto Papa! (anche se non è assolutamente Santo). Attenzione ai ‘falsi profeti’, che vengono vestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci! La Chiesa è monarchica, petrina, gerarchica, non è profetica, giovannea, carismatica e pneumatica. “Ubi Petrus ibi Ecclesia” è un assioma sempre valido, data la natura di Corpo Mistico della Chiesa (visibile e soprannaturale), e non è rimpiazzabile con “ubi Maria vel propheta ibi Ecclesia”. Infatti la Madonna è invisibile, è Assunta in Cielo, e i profeti hanno cessato la loro funzione ordinaria colla fine dell’Antica Alleanza. Quindi non si può fondare la riconoscibilità della Chiesa da parte dei fedeli su qualcosa che non si vede (Maria SS.) o su qualcosa che è straordinario nella storia sacra del Nuovo Testamento (il profetismo) a cui non è stata promessa assistenza divina “ogni giorno sino alla fine del mondo”, e soprattutto su cui Cristo non ha detto di voler fondare la Sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa Pietra Io fonderò la Mia Chiesa”.
Basilius
__________________________
1) Cfr. la lettera di p. Giovanni Cavalcoli a “sì sì no no” sul sito www.riscossacristiana.org e la risposta di “sì sì no no” (15 gennaio 2012) a padre Cavalcoli (cfr. sitowww.chiesaepostconcilio.com).
Quanto alla sospensione dell’assenso di fronte a certe novità del Concilio Vaticano II, non si tratta di “libero esame” luterano, ma di non poter negare il principio primo ed evidente di non-contraddizione, per il quale non si può aderire nello stesso tempo e nello stesso rapporto a due proposizioni contraddittorie. Ora quando Giovanni Paolo II scrive nella sua seconda enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa (conciliare, ndr) […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell’ultimo Concilio», ci si trova nell’impossibilità oggettiva di aderire contemporaneamente all’ insegnamento teocentrico pre-conciliare, che “contrappone antropocentrismo con teocentrismo” ed all’insegnamento del Concilio Vaticano II, che fa coincidere uomo e Dio, scivolando nell’ immanentismo panteistico. E ciò “per la contraddizion che nol consente” (Dante) e non per il “libero esame” soggettivistico, che vuole sostituire il fedele al Magistero della Chiesa.
2) Cfr. R. De Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino, Lindau, 2011; Id., Apologia della Tradizione, Torino, Lindau, 2011. Quest’ultimo libro contiene una definizione gravemente erronea del Magistero in se stesso, mentre il primo la conteneva virtualmente con le critiche infondate al Magistero di Leone XIII sul Ralliement, di Pio XI sull’Action Française e soprattutto di Pio XII sulla S. Scrittura (Divino Afflante Spiritu, 1943) e la ‘nuova teologia’ (Humani generis, 1950).
3) A. Lang, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82.
4) Cfr. S. Tommaso, S. Th., I, q. 1; G. M. Roschini, Introductio in Sacram Theologiam, Roma, 1947; P. Parente, Teologia, Roma, 1953; A. Gardeil, Le donné revélé et la théologie, Juvisy, 1932; A. Stolz, Introductio in sacram Theologiam, Friburgo, 1941.
5) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 69-71. Si può, quindi tranquillamente affermare che i teologi neo-modernisti condannati dalla Humani generis di Pio XII (1950) e chiamati nel 1960 come “periti” al Concilio Vaticano II (de Lubac, Congar, Schillebeechx, Chenu, Rahner, Daniélou, von Balthasar, Küng, Metz), non erano veri teologi, ma cadaveri di teologi o teologi puramente materiali, senza Fede cattolico-romana, ma imbevuti dell’eresia neo-modernistica, che sostituisce la nouvelle théologie alla Teologia tradizionale e la “fede” soggettiva nel dogma in perpetua evoluzione eterogenea, sostanziale ed intrinseca al Dogma oggettivo ed immutabile sostanzialmente anche nel suo sviluppo omogeneo (cfr. F. Marin-Sola, L’évolution homogène du dogme catholique, Friburgo, 1924).
6) Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 246.
7) Dizionario di Teologia dommatica, cit., pp. 249-250.
8) M. Cano, De Locis tehologicis, Roma, ed. T. Cucchi, 1900.
9) Cfr. R. Garrigou-Lagrange De Revelatione, Roma, Ferrari, II ed., 1921, I vol., p. 36. Le decisioni del Magistero sono apodittiche solo quando è assistito infallibilmente, avendo voluto definire ed obbligare a credere una Verità come rivelata per la salvezza eterna.
10) A. Lang, Die Loci teologici des Melchior Cano und die dogmatischen Beweises, Monaco, 1925, p. 82. 11) Cfr. S. Th., I, q. 1, a. 8, ad 2.
12) De Revelatione, Roma, Ferrari, II ed., 1921, I vol., p. 35.
13) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 72-75. Secondo p. Garrigou-Lagrange le ‘Conclusioni teologiche’ non sono definibili come dogmi di Fede, mentre per Marin-Sola esse sono definibili come Verità di Fede. Per cui chi nega una ‘Conclusione teologica’ è reputato condannabile dalla Chiesa come ‘eretico’ secondo Marin-Sola; mentre per Garrigou-Lagrange solo come “teologicamente erroneo”.
14) De Revelatione, cit., pp. 37-38. 
15) De Revelatione, cit., p. 38; cfr. anche Pio XI, Costituzione Apostolica Deus scientiarum Dominus, 1931. 
16) La Sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, pp. 76-78 
17) Come si vede, quando mons. Brunero Gherardini (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id.,Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011) dice che la “ermeneutica della continuità” tra Concilio Vaticano II e Tradizione della Chiesa, oltre ad essere affermata, va dimostrata, si trova pienamente in linea con la sana Teologia.
18) P. Parente, voce “Teologia”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. XI, col. 1959.
19) La costanza dell’insegnamento magisteriale lo rende infallibile (cfr. Pio IX, Tuas libenter, 1863).

Risposta a Padre Cavalcoli, da parte di “Sì si no no”.



Reverendo Padre Giovanni Cavalcoli, rispondiamo volentieri alla sua lettera inviataci per il Santo Natale 2011.

Il Concilio Vaticano II non ha voluto “definire ed obbligare a credere” (cfr. Concilio Vaticano I, DB 1800)[1]  e quindi non ha voluto impegnare l’infallibilità, perciò può essere fallibile. La Chiesa è indefettibile e Dio non permette che nel suo insegnamento dogmatico o infallibilmente assistito vi possano essere errori(2) .

Il soggetto Chiesa è sempre uno, Ella è e sarà sempre “colonna e sostegno di verità”, anche se l’oggetto o dottrina da Lei insegnata può essere molteplice quanto al ‘modo’ e alla ‘materia’. Ora il Concilio Vaticano II è “pastorale” (come hanno detto esplicitamente papa GIOVANNI XXIII e papa PAOLO VI(3), diversamente da certi teologi, i quali non sono la Chiesa docente e che invece lo dogmatizzano). Quindi la dottrina del Vaticano II è diversa quanto al ‘modo’ da quella dei XX Concili precedenti ed in alcuni casi se ne allontana anche quanto alla ‘sostanza’. 

Noi crediamo all’indefettibilità del soggetto Chiesa ed anche all’infallibilità della dottrina insegnata da Essa, ma alle condizioni poste dal Concilio Vaticano I, non a quelle poste dai teologi. Ora la volontà di definire una dottrina come divinamente rivelata e di obbligare i fedeli a crederla di Fede per la salvezza eterna è insegnata infallibilmente dal Concilio Vaticano I (DB, 1800). 

Quando la Chiesa insegna verità di Fede il Soggetto insegnante e l’Oggetto insegnato sono divinamente e infallibilmente assistiti. Su questo non abbiamo mai avuto nessun dubbio. Come lei scrive giustamente nella sua lettera in questione “l’oggetto insegnato di Fede è regola del soggetto Chiesa”. Quindi il Magistero non è un Assoluto e deve trasmettere la dottrina rivelata da Dio, senza cambiarla. La Rivelazione è la regola del Magistero. Mentre lei, Reverendo Padre, tende a fare del Magistero anche non infallibilmente assistito un Assoluto, indipendente dalla Fede. 

Quando, alcune linee dopo, lei scrive che “negare l’infallibilità del Magistero è contro la Fede e quindi eretico”, contraddice quel che ha scritto sopra e che abbiamo appena citato e non completa la definizione del Magistero infallibile. Secondo il Vaticano I la volontà di definire e di obbligare a credere è necessaria per l’assistenza infallibile da parte di Dio al Magistero(DB, 1800). Lei in alcuni casi tende a sostituirsi, in buona fede, al Magistero e scomunica o dichiara eretico a destra e a manca, promulgando nuove definizioni dogmatiche in rottura con quelle della Chiesa. 

Cristo non ha ingannato la Chiesa quando Le ha promesso di assisterla “sino alla fine del mondo”, ma vi sono vari tipi di assistenza e non tutti sono infallibili. 

Alcune dottrine del Concilio Vaticano II ci sembrano erronee, ma la parola ultima autoritativamente spetta alla Chiesa docente, non a noi e nemmeno a lei. 

Infine lei scrive: “è assolutamente indimostrabile che la continuità non c’è”. Per cortesia ci spieghi - senza negare il principio di non contraddizione - dove sta la continuità tra la Fede cattolica e l’insegnamento del Concilio Vaticano II e del post-concilio nei seguenti quattro punti: 
  1. Gaudium et spes n° 12: «tutte le cose che esistono su questa terra sono ordinate e finalizzate all’uomo come al loro centro e fine», si potrebbe intendere questa pericope in maniera ortodossa, qualora tutte le cose inanimate, vegetali ed animali fossero ordinate all’uomo e questi a Dio, ma Gaudium et spes n° 24 specifica che «L’uomo su questa terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa (propter seipsam)». [su questo blog se ne parla qui -ndR]. Questo errore va letto alla luce del pancristismo teilhardiano di Gaudium et spes n° 22  [su questo blog se ne parla qui -ndR] : «per il fatto stesso che il Verbo si è incarnato ha unito a Sé ogni uomo». Si badi bene: ogni uomo non ogni natura umana. 
  2. Durante “l’omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II”, il 7 dicembre del 1965, PAPA MONTINI giunse a proclamare: «la religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo e non verso la natura umana, ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo»(4) . Attenzione! “Tutto il Concilio”, dice Paolo VI, non il solo ‘spirito del Concilio’, non la sola ermeneutica radicale della rottura con la Tradizione cattolica. Ora l’interpretazione ‘autentica’ del Concilio Vaticano II la dà papa Paolo VI e non Tizio, Caio o Sempronio o don Cantone e neppure io. Inoltre Paolo VI chiama a “dar merito” a “tutto il Concilio” di questa “religione dell’uomo che si fa Dio” con le sole sue forze e senza il dono gratuito della grazia santificante gli “umanisti moderni”, cioè gli atei i quali “rifiutano le verità” di Fede soprannaturale, che trascendono l’umana ragione. Ma se “tutto il Concilio”, e non la sua interpretazione azzardata o il suo ‘spirito’, può e deve piacere agli atei o panteisti, non può piacere ai cristiani, che credono alle verità soprannaturali rivelate da Dio e distinguono la creatura dal Creatore. Come si evince da ciò che ha detto Paolo VI è il testo stesso del Concilio che è in rottura con la Fede cattolica e come tale non può essere accettato. Il cuore del “problema dell’ora presente” è propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile: teocentrismo e antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo Missae’, Tradizione divino-apostolica e Vaticano II. 
  3. KAROL WOJTYLA nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale a Paolo VI e ai suoi collaboratori, pubblicato in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Gribaudi, 1977), inizia la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) con Gaudium et spes n.° 22 [su questo blog se ne parla qui -ndR] e asserisce: «il testo conciliare, applicando a sua volta lacategoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfinoantropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione, si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). In breve questo è il succo concentrato dei testi del Vaticano II: culto dell’uomo, panteismo e antropocentrismo idolatrico. Non lo dico io, ma Karol Wojtyla, alla luce di Paolo VI e del Concilio pastorale da lui ultimato, ossia gli interpreti ‘autentici’ del Vaticano II. Karol Wojtyla parla di uomo e non di natura umana. 
  4. Giovanni Paolo II afferma nella sua prima enciclica (del 1979) ‘Redemptor hominis’ n° 9: «Dio in Lui [Cristo] si avvicina ad ogni uomo dandogli il tre volte Santo Spirito di Verità» ed ancora ‘Redemptor hominis’ n° 11: «La dignità che ogni uomo ha raggiunto in Cristo: è questa la dignità dell’adozione divina». Sempre in ‘Redemptor hominis’ n° 13: «non si tratta dell’uomo astratto, ma reale concreto storico, si tratta di ciascun uomo, perché […] con ognuno Cristo si è unito per sempre […]. l’uomo – senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché, con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando l’uomo non è di ciò consapevole […] mistero [della redenzione] del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre». Nella sua seconda enciclica (del 1980) “Dives in misericordia” n.° 1 Giovanni Paolo II afferma: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo con l’antropocentrismo, la Chiesa [conciliare, ndr] […] cerca di congiungerli […] in maniera organica e profonda. E questo è uno dei punti fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio». Nella sua terza enciclica (del 1986) Giovanni Paolo II in ‘Dominum et vivificantem’ n° 50 scrive: «Et Verbum caro factum est. Il Verbo si è unito ad ogni carne [creatura], specialmente all’uomo, questa è la portata cosmica della redenzione. Dio è immanente al mondo e lo vivifica dal di dentro. […] l’Incarnazione del Figlio di Dio significa l’assunzione all’unità con Dio, non solo della natura umana ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è carne: di… tutto il mondo visibile e materiale […]. il Generato prima di ogni creatura, incarnandosi… si unisce, in qualche modo con l’intera realtà dell’uomo […] ed in essa con ogni carne, con tutta la creazione».
Con i migliori auguri di un felice anno nuovo ricco di ogni grazia.
sì sì no no 
______________________
NOTE
1) Cfr. Cipriano Vagaggini, voce “Dogma”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 1792-1804; Giacinto Ameri, voce “Definizione dogmatica”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1306-1307.
2) Tutto quanto è scritto in questa risposta era stato spiegato con le precise citazioni del Magistero in “sì sì no no”, per non appesantire la risposta rinviamo il lettore alla rilettura dei nostri articoli.
3) Citati da noi in “sì sì no no”.
4) Enchiridion Vaticanum. Documento del Concilio Vaticano II. Testo ufficiale e traduzione italiana, Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 9a ed., 1971, Discorsi e messaggi, pp. [282-283].


Fonte: Chiesa e post concilio