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mercoledì 22 agosto 2012

Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco

Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco

Ringrazio l'amico Piero Mainardi per averci fatto partecipi di questi brevi, ma significativi, testi tratti dal libro summenzionato di Mons. Brunero Gherardini.

‎"L'insistenza sull'ermeneutica riporta l'attenzione al linguaggio come strumento di comunicazione ... [questo problema] nacque dall'intento dei Padri conciliari d'adeguar il linguaggio evangelico e la dottrina della Chiesa alla mentalità dell'uomo contemporaneo, valorizzandone acquisizioni culturali ed aspirazioni largamente diffuse:' il desiderio di partecipazione, il senso della corresponsabilità, della solidarietà, della decisione personale, dell'interiorizzazione, della libertà religiosa, come pure della responsabilità dei laici, il ruolo della donna, l'attenzione verso i giovani, la ricerca universale della giustizia, della pace, dello sviluppo per tutti gli uomini' [cit. da H. Carrier, Il contributo del Concilio alla cultura, in Latourelle - a cura di - Vaticano II: bilancio e prospettive, venticinque anni dopo]- Con tale intento si pensava di attuare la sensibilità pastorale, che Giovanni XXIII aveva manifestato nel discorso d'apertura ... Da quel momento, cestinati per il loro linguaggio scolastico gli schemi predisposti dalla competente Commissione teologica che aveva potuto contare su un cardinal Ottaviani come presidente, sul padre Tromp come segretario, su 31 membri e 36 consultori - il meglio del mondo teologico d'allora - il Vaticano II prese subito quota sulle ali non della tradizione, ma della Nouvelle Théologie e dei suoi massimi esponenti ... precedentemente tacitati da Pio XII e dalla sua enciclica Humani generis ...

"... si pensò che la rinuncia al metodo e al linguaggio della Scolastica superasse il fissisimo della formula, il trionfalismo della verità posseduta, l'automatismo ed il rigorismo delle deduzioni in auge fino quel momento e si sperò che, grazie a tale rinuncia, d'andar incontro al mondo, alla sua cultura, alle sue attese su un piano di parità, comunicando per quanto possibile con lo stesso strumento, dialogando con la stessa metodologia. E nacque in tal modo mil tanto osannato linguaggio conciliare.
Che cosa sia, difficile dirlo. Le sue componenti non son poche, derivando le une dalla comunicazione biblico-patristica, le altre dal loro rapporto ... con la multiforme e pendula cultura del nostro tempo. Non si trattò d'un rapporto naturale: Sacra Scrittura e Padri della Chiesa non son legati al pensiero moderno e contemporaneo da nessuna parentela diretta. Il rapporto fu però stabilito perchè si voleva dimostrare quanto inutile e ingombrante fosse il linguaggio scolastico. Molto dipese da coloro che, o dall'interno coem 'periti', o dall'esterno come persuasori non sempre occulti e abilissimi agenti di pressione, riuscirono a far breccia nell'aula conciliare..."

" Una dimensione storica prese il sopravvento su quella speculativa e, soprattutto su quella Confessante. ... Cessò la teologia dall'alto come elaborazione di dati provenienti dalla Rivelazione e dal Magistero, ed emerse la teologia dal basso, dal 'posto ove noi viviamo' e dai problemi che son tutt'uno con questo posto e non con altri. Imperversò la categoria del 'mistero' di cui nessuno ignora l'importanza: ma il mistero, un poco alla volta tacitò la ragione. L'interesse per esso, invece di rispettarne la collocazione nella sfera del soprannaturale, gli aprì lo spazio riservato ai problemi temporali, alla loro attuale incidenza e contingenza storica ... Operando una mescolanza inaudita, nel mistero si lesse il coefficiente che avrebbe dovuto cambiare la qualità della vita e dei rapporti sociali, linguaggio compreso, e che, pertanto, esigeva un parallelo cambiamento del linguaggio teologico ...
Sì dichiarò guerra all' 'intellettualismo', accusandolo di falsificare Dio, il suo mondo e quello della Fede. In pari tempo si privilegiò la categoria dell'esperienza ... si proclamò ormai superata la fase del cristianesimo inculturato, per riconoscerlo implicito, ma vivo e vitale, in ogni anelito di giustizia, di bontà e di pace, qualunque fosse la sua matrice.
Quanto al cristianesimo della tradizione teologica, lo si prese con le pinze per analizzarlo in ogni suo particolare e liberarlo da qualunque dipendenza estranea. S'iniziò il suo ressourcement, la corsa alle origini, al fine di ritrovarvi il segreto di un cristianesimo vissuto semplice trasparente. S'intendeva con ciò disincagliare il discorso teologico dal suo incapsulamneto nella logica aristotelico-tomista ed agganciarlo all'esuberanza esperienziale del soggetto cristiano: il singolo e la comunità."

B. Gherardini, Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco. pp.222-223-224-225

sabato 9 giugno 2012

Un Vescovo contro la Democrazia Cristiana



"Molti sono, infatti, quelli che credono o dicono di tenere le dottrine cattoliche sull'autorità sociale, sul diritto di proprietà, sui rapporti fra capitale e lavoro, sui diritti degli operai, sulle relazioni fra Chiesa e Stato, fra religione e patria, fra classe e classe, fra nazione e nazione, sui diritti della Santa Sede e le prerogative del Romano Pontefice e dell'episcopato, sui diritti sociali di Gesù Cristo stesso, Creatore, Rendentore, Signore degli individui e dei popoli. Ma poi parlano, scrivono e, quel che è peggio, operano come non fossero più da seguire.

Contro questa specie di modernismo morale, giuridico, sociale, non meno condannevole del noto modernismo dogmatico, occorre pertanto richiamare quelle dottrine e quelle prescrizioni che abbiamo detto; occorre risvegliare in tutti quello spirito di fede, di carità soprannaturale e di cristiana disciplina, che solo può dare la loro retta intelligenza ed imporre la loro osservanza" (Pio XI - Ubi arcano).

lunedì 16 aprile 2012

Roma e la Verità Rottura o conciliazione?




di Marco Bongi

Nei discorsi, negli articoli, nei dibattiti in rete di queste ultime settimane, man mano che i tempi del confronto fra autorità romane e FSSPX si fanno più serrati, emerge, spesso fra le righe, ma anche a volte apertamente, un dualismo di posizioni che sembra sostanzialmente irriducibile e insuperabile.

Eccone, in estrema sintesi, i punti cardine.
C'è chi, pur con tutti i distinguo e le precisazioni del caso, gradirebbe, in fin dei conti, un sacrificio, parziale e contingente finchè si vuole, della Verità in ossequio della Romanità e del principio di Autorità del Sommo Pontefice.
Altri, al contrario, sarebbero disposti a sacrificare, sempre comunque per fattori contingenti, questi ultimi valori teologici, pur di non transigere sulle Verità di Fede.
Intorno a questo nodo si stanno versando fiumi di inchiostro e chilometri di pagine WEB, senza contare i commenti ai post, sempre più schierati ed irriducibili.

Esiste però, mi chiedo, un'assoluta inconciliabilità fra tali due posizioni?
Essere, in altre parole, intransigenti sulle Verità di Fede, significa inevitabilmente non amare il Papa e ciò che Egli rappresenta?
E... al contrario: riconoscere e rispettare Benedetto XVI, deve voler dire, forzatamente, chiudere un occhio sulle evidenti contraddizioni del Magistero conciliare rispetto alla Tradizione Cattolica di sempre?

Francamente non lo credo. Penso anzi che la legge della Carità imponga ad ogni cattolico, guidato dalla retta ragione, di usare, verso il Pontefice come nei confronti dell'ultimo dei fratelli, sempre la Carità nella Verità e la Verità nella Carità.
Se, per ipotesi, si dovesse giungere ad una rottura fra Roma e la FSSPX, i responsabili della Fraternità dovrebbero comunque sempre rispettare la figura e la persona del Papa, rivolgersi a Roma, andare a Roma, invocare Roma, supplicare Roma affinchè siano riconosciuti e corretti gli errori e le ambiguità dottrinali di questo tempo tribolato.
Se, al contrario, si dovesse giungere ad una riconciliazione, ciò non significherebbe automaticamente la fine delle critiche e delle richieste di chiarificazione che, in ogni caso, concernono punti estremamente importanti della Fede e della teologia.

In ogni caso, come sta del resto facendo comunque sempre mons. Fellay, andrebbero bandite assolutamente espressioni irrispettose, maliziose ed offensive nei confronti del Pontefice.
Anche le obiezioni più motivate e gravi, come ad esempio in relazione al raduno di Assisi, dovrebbero, a mio parere, essere espresse in forma di supplica od appello.
Prese di posizione acide e saccenti finiscono, in fin dei conti, per apparire, e spesso essere, null'altro che espressioni di quello "zelo amaro" che non porta mai frutti positivi nè soluzione ai problemi.

Restiamo dunque in orante attesa ed uniamoci all'auspicio espresso dall'ultimo comunicato della Casa Generalizia FSSPX affinchè sempre "fiat voluntas Tua".

giovedì 5 aprile 2012

L’ermeneutica della Riforma: discontinuità del Concilio nella continuità? (IV Parte)



di Paolo Pasqualucci (Fonte: Riscossa cristiana)

quarto capitolo

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8.3 Quale diritto naturale ci propone DH 2? Il Concilio, a proposito della libertà religiosa, propugna, dunque, “un diritto della persona e non della verità"(1). Esso separa (alla maniera dei Moderni) la libertà della persona, con le sue esigenze di libera manifestazione del pensiero, dalla verità religiosa, che ha le sue proprie esigenze. Quest’ultima, afferma di averla salvata dall’indifferentismo perché avrebbe mantenuto (nel modo che si è appena visto) l’idea dell’unicità del Cattolicesimo per la salvezza, onde graverebbe sempre sulla persona l’obbligo morale di ricercare la verità, sì da giungere alla conoscenza della vera religione. Ma quest’unica e superiore verità, costituita dalla Verità Rivelata, non resta come in una sorta di limbo, se non se ne proclama il diritto ad esser predicata nei confronti delle altre religioni (tutte non rivelate tranne l’Ebraismo, caduto però nell’apostasia a causa del suo rifiuto cosciente e persistente di Cristo) affinché i loro seguaci le abbandonino per convertirsi al Cattolicesimo, cioè a Cristo? Se la religione cattolica ha effettivamente preservato, grazie al Magistero della Chiesa, la Parola del Dio che si è fatto uomo, non c’è (supposto) “diritto naturale” alla libertà religiosa che possa esserle opposto, per impedirle di convertire i popoli e gli individui, sostituendosi alle altre religioni, facendole sparire (sostituendovisi di fatto, grazie alla conversione dovuta alla predicazione e all’esempio di vite veramente cristiane, illuminate dalla Grazia, non ad un intervento dello Stato, la cui azione come “braccio secolare” ha del resto sempre avuto un significato secondario, di intervento a difesa).
Invece il Concilio afferma che lo Stato non deve “promuovere” la religione cristiana e deve invece garantire l’opportuna libertà di culto a tutte le religioni (DH, 2, 4, 6). Il rispetto del diritto naturale alla libertà religiosa da parte dello Stato deve essere assoluto: lo Stato ha il dovere di garantirla a tutti come “diritto civile” (DH, 2, 4, 7, 13). Ma questo rispetto assoluto ha una conseguenza anche per la Chiesa: quella di renderne praticamente impossibile l’opera di conversione degli infedeli. Anche la conversione, inattuabile senza proselitismo, sarebbe, infatti, una coartazione del diritto naturale alla libertà religiosa dei non-cattolici, perché essa (come si vede dai Vangeli) consiste nell’investirli frontalmente con la proclamazione della Parola di Dio, che incita al pentimento, a mutar vita, ad abbandonare le loro vane credenze anteriori. Tutto ciò, oltre a provocare la reazione (spessos violenta) delle altre religioni, nell’ottica adottata dalla DH non appare comunque un far violenza all’altro? Violenza in senso psicologico, si intende, menzionata espressamente dal Concilio, quando afferma che gli uomini sono sì tenuti a ricercare la verità nella religione e ad ordinare ad essa tutta la loro vita, una volta conosciutala, ma alla condizione di godere sempre della “libertà psicologica” oltre che dell’assenza di “coercizione esterna” (DH, 2). Si comprende allora il perché degli impegni formali con Grecoscismatici ed Ebrei a non far opera di proselitismo nei loro confronti o perché una Madre Teresa di Calcutta non abbia mai cercato di convertire nessuno alla vera fed(2). Cercare di convertire eretici, scismatici ed infedeli, per la salvezza della loro anima, vorrebbe dire coartarli nella loro “libertà psicologica”!
Di fronte ad una concezione così radicale della “libertà religiosa”, dobbiamo chiederci: quale concetto di “diritto naturale” è posto a suo fondamento? Non si tratta certo di quello elaborato dalla Scolastica e sempre impiegato dal Magistero preconciliare. Il “diritto [naturale] della persona” alla libertà religiosa, di cui a DH 2, riposa esclusivamente sulla persona stessa, sulla sua “dignità” intrinseca. È un diritto naturale dell’uomo in quanto uomo. Nella plurisecolare concezione cristiana tradizionale, invece, il diritto naturale è visto sempre come l’espressione di un’idea di giustizia il cui fondamento è nella volontà stessa di Dio: esso non riposa mai sull’essere umano in quanto tale(3). Ma il Concilio non dice forse, sempre in DH 2, che “il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione”? Dobbiamo allora pensare che nel Nuovo Testamento, ai fini della conversione delle anime, venga posta l’enfasi sulla “dignità della persona umana”, con il suo supposto diritto alla libertà di coscienza in religione? In realtà, la “Parola di Dio rivelata” riportata con florilegio di citazioni nel lungo articolo 11 della DH dedicato al “modo di agire di Cristo e degli Apostoli”, non fa altro che rammentarci quello che già si sapeva ossia che il Signore e gli Apostoli non hanno mai cercato di convertire con la coercizione e l’astuzia (seguiti anche in questo dalla Chiesa, tant’è vero che i pochi casi storici di conversioni forzate furono dovuti alla scriteriata iniziativa personale di qualche imperatore).
Ma valga il vero. Che il “diritto naturale” posto dal Concilio a fondamento della libertà religiosa sia in realtà parente dei diritti dell’uomo dell’89, dichiarati in 17 articoli dall’Assemblea Nazionale rivoluzionaria “en présence et sous les auspices de l’Être suprême”, come se quell’Assemblea fosse stata una Loggia, lo conferma indirettamente anche lo stesso prof. Rhonheimer quando ricorda che Benedetto XVI, sempre nel famoso discorso alla Curia del 2005, di contro alla doverosa condanna di Pio VI di quella famosa dichiarazione, “prende le difese della prima fase, quella “liberale” della Rivoluzione francese, che egli distingue anche così dalla seconda, la fase giacobina, plebiscitaria e radical-democratica, che portò al Terrore e alla ghigliottina. Facendo ciò, riabilita ugualmente la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789, sorta dallo spirito del parlamentarismo rappresentativo e dal pensiero costituzionale americano(4).
Stupisce quindi che il prof. Rhonheimer affermi poi che Pio IX non avrebbe condannato il “diritto naturale” che fonda la “libertà religiosa”, ma unicamente il suo esercizio come “diritto civile” riconosciuto dallo Stato. Il suo ragionamento è il seguente. La “prospettiva” del Vaticano II nei confronti della libertà religiosa “non è semplicemente e unicamente quella del diritto naturale, ma è sempre anche quella della libertà religiosa “come diritto civile”, cioè, in fin dei conti, come diritto alla libertà di culto. Di fatto, tale era anche la prospettiva di Pio IX, poiché la libertà di religione che egli condannava non era altro che il diritto civile alla libertà di culto rivendicata, tra gli altri, dall’ala cattolico-liberale"(5).
Inizialmente (vedi supra, § 2, 6), l’Autore afferma giustamente che Pio IX condannava la libertà religiosa perché, implicando essa l’indifferentismo, era inconciliabile con il concetto stesso della Verità Rivelata. Ora apprendiamo, invece, che la libertà religiosa oggetto di quella condanna altro non era che “il diritto civile alla libertà di culto”. Pertanto, se il Sillabo ha condannato solo la “libertà di culto”, in quanto “diritto civile” riconosciuto dallo Stato, allora “il diritto naturale in quanto tale non è dunque toccato affatto dalla discontinuità che è qui in questione. La contraddizione non scatta che al livello della rivendicazione del diritto civile, e non è quindi che di ordine politico”; essa concerne l’applicazione “giuridico-politica” del diritto naturale “nelle situazioni e di fronte a dei problemi concreti"(6). Che significa ciò? Che le condanne preconciliari cessano di avere significato dogmatico per scadere a contrapposizioni “nell’applicazione giuridico-politica” del “diritto naturale” alla libertà di coscienza, in quanto libertà di culto? La dottrina preconciliare avrebbe allora riconosciuto o in qualche modo accettato il fondamento giusnaturalistico della libertà di culto? Da dove risulta ciò?
Ho già ricordato che Leone XIII escludeva a chiare lettere la possibilità di concepire come “diritti naturali” i vari “diritti” riconducibili alla libertà di coscienza. L’esclusione si imponeva innanzitutto sul piano logico, poiché essi apparivano in perfetta antitesi con il concetto stesso della Verità Rivelata, sulla quale, oltre alla religione, si fonda anche la morale cristiana (vedi supra, § 2). Forse Pio IX professava una dottrina diversa? Ma valga anche qui il vero: “E poiché iniquamente [i nemici di Cristo e della Chiesa] osano derivare dalla virtù naturale della umana ragione tutte le verità religiose, così a ciascun uomo attribuiscono un tale quasi primario diritto, per il quale egli sia libero di pensare e di parlare a suo senno di religione, e rendere a Dio quell’onore e quel culto, che secondo suo piacimento giudica migliore"(7). Non potendo ovviamente riconoscere un diritto naturale alla libertà religiosa, i Papi non potevano del pari riconoscerne la logica conseguenza, ossia il “diritto civile” ad esercitarla come libertà di culto.

8.4 Quale concetto di verità ci propone il Concilio? Al posto dell’invito al proselitismo e alla conversione in senso tradizionale, il Concilio propugna perciò il dialogo con il mondo, rispettoso al massimo dell’altrui diritto alla “libertà di religione”, da condursi quindi mediante la semplice esposizione fraterna della verità. In questo modo gli uomini giungerebbero ad abbracciare “la vera religione”, rispondendo positivamente all’obbligo che pur incombe su di loro di ricercarla. Il dialogo, lasciando parlare la verità, concilierebbe l’esigenza di rispettare il diritto alla libertà religiosa con l’obbligo morale di ricercare la vera religione. Il successo di quest’opera dipenderebbe allora soprattutto dalla forza di convinzione intrinseca alla verità, in quanto tale. Infatti, “la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore” (DH 1). Niente coazione psichica, dunque, ma dialogo fraterno, su basi assolutamente paritarie, cercando persino di imparare dall’altro (Gaudium et Spes, 43, 44).
Il principio qui espresso coglie indubbiamente un aspetto del concetto della verità: ciò che è vero possiede un’intrinseca capacità di imporsi. La verità esercita il suo fascino. Ma da questo, a riuscire ad imporsi effettivamente, ce ne corre. Sia Nostro Signore che gli Apostoli hanno convertito solo una piccola parte di coloro ai quali si sono rivolti. La maggioranza o si è convertita per lo spazio d’un giorno o è rimasta indifferente (come all’Areopago) o si è accodata alla minoranza che rifiutava violentemente la verità predicata e, oltre ad offendere il predicatore, tentava addirittura di ammazzarlo. Non per nulla il Signore, oltre alla testimonianza di come fosse stato male accolto in patria, ci ha lasciato la parabola del seminatore (Mt 13, 1-23; 53-58). Se è vero che la verità possiede intrinsecamente la forza di imporsi, tuttavia essa provoca frequentemente ripulse, anche violente,proprio perché è la verità: la verità, come si suol dire, “fa male”. E soprattutto quella predicata dal Signore, che richiede di lottare contro noi stessi, di mortificare il nostro orgoglio, di “portare la Croce” in questo mondo in cambio di una ricompensa eterna sì, ma che avrà luogo solo dopo la nostra morte, seguita dal Giudizio, individuale ed universale. In realtà l’uomo tende a respingere la verità e a lasciarsi sedurre dalla menzogna perché è afflitto dalle conseguenze del peccato originale e soggiace spesso all’azione del Maligno, che mira sempre a deviarne i buoni propositi, favorendo le passioni ed i peggiori istinti. Perciò la Chiesa ha sempre insegnato, sulla base del Nuovo Testamento, che nessuno può accedere alle verità di fede né perseverare nella fede e nelle opere, senza l’aiuto della Grazia. L’opera della conversione è difficile, procede sempre lentamente e solo se la nostra buona volontà è sorretta dallo Spirito Santo, che agisce in noi soprattutto mediante i Sacramenti e quindi con la mediazione della Chiesa.
Ora, è stato notato che “l’essere umano” delineato nei testi del Concilio, assomiglia più all’uomo “buono per natura”, degli Illuministi e di Rousseau, all’individuo astratto (e senza Dio) canonizzato (appunto) dagli Immortali Princìpi dell’89, che all’uomo quale l’ha sempre realisticamente concepito la Chiesa, ispirata dai dogmi del peccato originale e della presenza effettiva di Satana nella realtà di questo mondo. Bisognerebbe infine chiedersi: se la verità di fatto proposta nell’odierno dialogo ecumenico con i non-cattolici è la verità di una nuova dottrina costretta sempre più a giustificare la propria discontinuità, perché meravigliarsi, allora, se le nostre società sembrano sempre meno animate dallo “spirito cristiano” e sempre più impregnate di quello dell’Avversario?

(fine)


NOTE

1) ER, ed. it., p. 5.
2) A proposito dei moribondi di Calcutta, era solita dire: “Noi diamo loro ciò che desiderano, secondo la loro fede” (H. GRESLAUD, Madre Teresa, una beatificazione equivoca, in ‘La Tradizione Cattolica’, XVI (2005) 2 (59), pp. 25-39; 36-37).
3) Summa Theol., I-II, q. 57, a. 2.
4) ER, ed. it., p. 6. Il primo di questi famosi articoli proclama che: “Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits” (F. BATTAGLIA (a cura di), Le carte dei diritti, Sansoni, Firenze, 1934, p. 122). Poiché non si menziona qui un Dio creatore, si deve ritenere che siffatta uguaglianza sia intrinseca all’uomo in quanto uomo, sia antropocentricamente concepita. L’idea laica di un’uguaglianza di tutti gli uomini per il solo fatto di esser tali (non perché creati da Dio, Padre comune) è nell’epoca moderna uno dei fondamenti della “dignità dell’uomo” e dei diritti naturali (od “umani”) che su di essa si vogliano costruire.
5) ER, ed. it., p. 9.
6) Ivi.
7) PIO IX, Alloc. Maxima quidem, del 9. 6. 1862, in Appendice a PIO IX, Il Sillabo, nuova ed. it. con testo a fronte e appendice doc. a cura di G. Vannoni, Cantagalli, Siena, 1985², pp. 189-98; p. 192. Corsivi miei.

L’ermeneutica della Riforma: discontinuità del Concilio nella continuità? (III Parte)




di Paolo Pasqualucci (Fonte: Riscossa cristiana)

terzo capitolo

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7. Infondatezza della critica a Pio IX e all’intera dottrina della Chiesa sul rapporto con lo Stato.Riconosciuta la grandezza di Pio IX per aver difeso la fede contro “l’individualismo e il relativismo religiosi”, il Nostro inizia però a criticarlo perché quel Papa avrebbe trasformato “la giusta battaglia contro l’indifferentismo e il relativismo” in una “battaglia contro il diritto civile alla libertà religiosa e di culto”. Questa trasformazione, secondo l’Autore, è dovuta al prevalere all’epoca di considerazioni storicamente datate, secondo le quali “lo stato è il garante della verità religiosa e la Chiesa possiede il diritto a servirsi dello stato come del suo braccio secolare per assicurare le sue responsabilità pastorali. Ora, una tale concezione dello Stato non riposava minimamente sui principi della dottrina della fede e della morale cattoliche ma piuttosto sulle tradizioni e le pratiche del diritto religioso di origine medievale così come sulle loro giustificazioni teologiche”. Riposava, allora, unicamente “su dei modelli medievali e della tarda antichità cristiana ma che hanno acquistato la loro forma definitiva soltanto all’interno dello stato confessionale moderno”*1.
Queste affermazioni mi sembrano estremamente pesanti: l’Autore sostiene in pratica che tutta la dottrina della Chiesa sulla necessità per lo Stato di essere cristiano e di operare pertanto anche come braccio secolare in difesa della vera religione e della Chiesa, “non riposa minimamente sulla fede e la morale cattoliche” e pertanto nemmeno sul dogma! La Gerarchia avrebbe sbagliato per così tanti secoli, dunque! E non solo, osservo, dalla tarda antichità ma da sùbito. Il tetrarca Agrippa non interruppe forse l’incalzante argomentare di S. Paolo, dicendogli: “ Poco manca che tu non mi fai diventar cristiano!”, ricevendo questa risposta: “Manchi poco o molto, desidero da Dio che non solo tu, ma quanti oggi mi ascoltano, diventiate tali quale son io, salvo queste catene [della prigionia]” (Atti 26, 28-9; ma vedi anche 2 Tm 4, 1 ss.). S. Paolo stava forse perorando per la “libertà religiosa”, perché la vera fede si vedesse elargita l’elemosina del riconoscimento di religio licita? I Martiri e gli Apologisti (come si è visto) non sentivano e non parlavano diversamente da S. Paolo. Proselitismo, dunque, anche trovandosi in catene, e fino all’ultimo respiro, affinché il più gran numero possibile si convertisse e si salvasse! E nel pieno delle persecuzioni di Marco Aurelio, Melitone, vescovo di Sardi, non ebbe il coraggio di affermare che “la fede cristiana doveva diventare la filosofia [la concezione della vita] dell’impero romano”?*2 Rischiavano la morte per il solo fatto di esser tali eppure già pensavano di poter conquistare l’impero romano, di fare della Fede la sua “filosofia”. Che anche lo Stato debba essere cristiano, che debba perciò proteggere la vera religione e la Chiesa e farne applicare la morale, è dottrina (e prassi) costante, da S. Ambrogio a S. Agostino a S. Tommaso, allo “Stato confessionale moderno”; dottrina inalterata, possiamo dire, sino a Pio XII, fondata sulla Scrittura oltre che sulla Tradizione. Ma davvero dobbiamo credere che tutti avrebbero sbagliato, che solo il Vaticano II, dopo un’oscurità di circa venti secoli, avrebbe fatto chiarezza?
E per qual motivo questa dottrina non riposerebbe “né sulla fede né sulla morale cattoliche”? Come giustifica il prof. Rhonheimer un’affermazione del genere? Con l’intendere il “rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Lc 20,25) come se Nostro Signore avesse comandato unaseparazione radicale tra “religione” e “politica” e quindi fra lo Stato e la Chiesa. Già l’epoca “post-costantiniana del cristianesimo” avrebbe rappresentato una deviazione, mediante “decisioni concrete [quali?]” poi “cristallizzatesi in tradizioni canoniche e nelle loro interpretazioni teologiche corrispettive, grazie alle quali la Chiesa ha cercato di difendere la sua libertà, la “libertas ecclesiae”, dagli attacchi incessanti delle potenze temporali: si pensi in particolare alla dottrina medievale delle due spade che, all’epoca, cercava di giustificare teologicamente e biblicamente la comprensione della “plenitudo potestatis” del papa”. Dalla teoria delle due spade, che sembra non godere la simpatia dell’Autore, si è giunti, nei secoli più vicini, a “una giustificazione dello stato cattolico ideale”, quello della simbiosi tra “il trono” e “l’altare”, nel quale lo statista cattolico zelante “sosteneva la causa dei “diritti della Chiesa” invece che dei diritti civili alla libertà religiosa; si è giunti al trionfo del “clericalismo” e ad una “società clericale”, cose che “hanno oscurato il volto della Chiesa”*3.
Insomma, il Papa teorico delle “due spade” sarebbe stato tra i responsabili del “clericalismo” che (sino al Vaticano II escluso) avrebbe “oscurato il volto della Chiesa”. Ma il significato della celebre frase del Signore sul rapporto tra Cesare e Dio, tra Stato e Chiesa, mi chiedo, chi lo deve stabilire? Non è compito che spetta alla Chiesa stessa, come ribadiscono i dogmatici Tridentino e Vaticano primo? E se la Chiesa stessa l’ha interpretato in un medesimo senso per così tanti secoli, per qual motivo il prof. Rhonheimer ne dà un’interpretazione diversa e persino opposta, proponendo l’idea della separazione là ove si tratta invece didistinzione? Infatti, nel famoso passo dell’epistola dell’AD 494 indirizzata ad Anastasio imperatore d’Oriente, Gelasio I affermò che “le due spade”, i due poteri i quali, per volontà divina, reggevano il mondo (la “auctoritas sacrata pontificum” e la “regalis potestas”) erano due “dignitates distinctae”, poiché presiedevano la prima “all’eterna vita”, la seconda “al corso delle cose temporali”, e tuttavia coordinate nella subordinazione a Cristo, unico vero Capo*4.
Distinzione e non separazione poiché lo Stato, pur essendo distinto ed autonomo nella sua sfera (così come la Chiesa nella sua), deve tuttavia considerarsi sempre subordinato allo Spirituale, dal quale dipendono le norme morali che lo Stato ha il dovere di attuare sia per realizzare il suo fine specifico (il Bene comune, con la sua giustizia) sia per concorrere anch’esso (per ciò che gli spetta e quindi sempre nella sua sfera) alla realizzazione del Bene Sommo da parte di ciascun cittadino, costituito dalla salvezza della sua anima. La separazione è inaccettabile perché implica divergenza quanto ai rispettivi fini specifici. Invece, anche lo Stato deve ritenersi ordinato nella sua sfera alla realizzazione del Bene Sommo, che è sovrannaturale: rappresentato dalla Visione Beatifica, della quale godranno un giorno gli Eletti da Dio, in eterno. Che questa plurimillenaria dottrina della Chiesa, fondata da sempre su Rm 13, 1-6, e su di un’interpretazione costante della celebre frase di Nostro Signore sopra ricordata, non sia in accordo con la fede e la morale cristiane, e quindi con il dogma, è affermazione che mi sembra alquanto temeraria. La Chiesa non poteva accettare l’unione di politica e religione che si realizzava nella persona pagana dell’imperatore romano. Ma essa ha ovviamente sempre respinto l’idea di una separazione tra Stato e Chiesa poiché quest’ultima comporta appunto la concezione laica dello Stato, indifferente ad ogni credo religioso e alla vita eterna, inteso solo alle finalità di questo mondo. E comporta quel pluralismo religiosoche sicuramente non è mai stato insegnato da Nostro Signore, il quale ha detto e ripetuto che solo Lui è la verità, la via, la vita, la Porta attraverso la quale il buon pastore può far uscire le pecore, le anime dei fedeli da questo mondo per condurle al pascolo della vita eterna (Gv 10, 7 ss.). Dal punto di vista veramente cristiano, ossia cattolico, non può esistere uno Stato che sia neutrale ed imparziale rispetto alla religione e quindi indifferente a Cristo. Il Signore stesso ci ha ammonito: “Chi non è con me è contro di Me e chi non raccoglie con Me disperde”. La profonda verità racchiusa in queste parole colpisce vieppiù oggi, costretti come siamo a constatare il carattere sempre più anticristiano della nostra società, governata da uno Stato che vuol essere laico, cioè senza religione, senza Dio, senza morale, preoccupato soprattutto dei bisogni materiali dei cittadini.

8. L’Autore riesce a dimostrare l’effettiva continuità della nuova dottrina? Alla dottrina preconciliare (risalente ai primi tempi della Chiesa), l’Autore oppone dunque quella conciliare: “La dottrina del Vaticano II rappresenta qui una chiara svolta rispetto al passato”; essa libera la Chiesa da “un fardello storico”; bisogna dire che essa ha “tacitamente archiviato” la dottrina preconciliare “con l’atto di magistero solenne di un concilio ecumenico”*5. A proposito di quest’ultima affermazione mi chiedo, da semplice credente: questa “archiviazione tacita” effettuata da un Concilio ecumenico solo pastorale – perché non ha voluto dare definizioni dogmatiche – ha un significato dal punto di vista teologico e canonistico? O dobbiamo equipararla alla “archiviazione tacita” della S. Messa di rito romano antico effettuata da Paolo VI? E quanto alla coerenza di questa nuova dottrina, che cosa dire?

8.1 La libertà religiosa come diritto naturale. Se la nuova dottrina crede ancora che la religione cristiana ossia cattolica (perché bisogna evidentemente escludere gli eretici e gli scismatici) sia l’unica vera perché l’unica autenticamente rivelata da Dio, allora non può porre la sua rivendicazione della connessa “libertà religiosa” sullo stesso piano di quella delle altre religioni, nessuna delle quali può considerarsi rivelata. Se lo fa, tale equiparazione deve prescindere totalmente dal contenuto della religione ossia dalla sua verità. Adoratori delle cipolle sacre, della dea Kalì, adepti del Vûdû, totemisti, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, sono posti tutti sullo stesso piano in quanto titolari di un supposto “diritto naturale” della persona alla “libertà religiosa”, diritto fondato sulla “dignità della persona” stessa (Dignitatis Humanae, 2). Infatti, in quanto “diritto naturale”, tale diritto spetta ontologicamente ad ogni individuo, perché ogni individuo è persona, sia esso un uomo civilizzato o un cacciatore di teste*6. In quanto diritto naturale, si tratta di un diritto assoluto, che lo Stato deve riconoscere e che implica di per sé l’equiparazione assoluta di tutte le religioni. Ma in tal modo, la nuova dottrina non viene a contraddire implicitamente il dogma della fede, secondo il quale la religione predicata da Cristo, essendo l’unica vera a causa della sua indiscussa origine divina, non può esser mai considerata uguale alle altre, con le relative conseguenze che ciò comporterebbe? Insomma, che ne è dell’unicità della nostra religione, del Cattolicesimo in quanto Verità divinamente rivelata,unico strumento della salvezza? Se la religione cattolica è l’unica vera, la rivendicazione di cui sopra non può esser paritaria; se la si vuole paritaria, ciò equivale a negare che la religione cattolica sia l’unica vera.
Come esce il Concilio da questo dilemma, provocato, lo ripeto, dall’aver concepito la “libertà religiosa” non come una semplice facoltà, riconosciuta dallo Stato, esercitabile con prudenza a seconda delle circostanze storiche (vedi Enciclica di Leone XIII, supra, § 2), ma addirittura come un diritto naturale di ogni individuo in quanto persona, diritto che non solo lo Stato ma anche la Chiesa ed anzi tutte le religioni devono riconoscere, se non vogliono violare la “dignità” della suddetta persona? Dopo aver concepito questo “diritto” in modo così rigido, il Concilio riesce ad accordarlo con il principio, assoluto dato il suo fondamento sovrannturale, dell’unicità della religione cattolica, in quanto unico strumento di salvezza?

8.2 Il Concilio ha mantenuto “l’unicità” del Cattolicesimo? Scrive il prof. Rhonheimer: “Come insegna il Vaticano II, il diritto alla libertà di religione e di culto non implica in alcun modo che tutte le religioni si equivalgono. Questo diritto è in effetti un diritto delle persone e non concerne la questione di sapere in quale misura ciò che le persone credono contraddica alla verità. In altri termini, riconoscere che i fedeli di tutte le religioni godano del medesimo diritto civile alla libertà di culto, non significa che, poiché è un diritto di tutti, allora tutte le religioni debbano essere “ugualmente vere””*7. Dove insegna il Concilio che non c’è equivalenza tra tutte le religioni? Verosimilmente in DH, 1, là ove si dice: “E poiché la libertà religiosa […] riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo”*8. Nel capoverso precedente dello stesso articolo, la DH ribadiva questa dottrina tradizionale, affermando che “il sacro Concilio professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo trovare salvezza e pervenire alla beatitudine. Quest’unica vera religione crediamo che sussista [solamente] nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini [segue citazione di Mt 28, 19-20] E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli”*9.
Riportando questo passo, mi sono permesso di inserire tra parentesi quadre un avverbio (solamente,solum) che, io credo, se inserito dai Padri conciliari, avrebbe permesso di affermare senz’ombra di dubbio che il testo ripete in modo del tutto fedele il dogma della fede, sulla assoluta unicità ed esclusività della Chiesa cattolica in quanto strumento di salvezza istituito da Nostro Signore. Così com’è, infatti, il testo non sfugge, com’è noto, all‘impressione di una sostanziale ambiguità, dovuta anche all’uso del “subsistit in” del famoso art. 8 di Lumen Gentium, ove si definisce la natura della Chiesa cattolica come se fosse partedell’unica “Chiesa di Cristo”: parte poiché quest’ultima, oltre alla Chiesa cattolica, ricomprenderebbe anche “parecchi elementi di santificazione e verità” posti “al di fuori” della Chiesa cattolica. Perciò “l’unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica” sarebbe allora quella di una “Chiesa di Cristo” che possiede “elementi” al di fuori della Chiesa cattolica. E chi vuole non può forse intendere che “l’unica vera religione” sussiste allora anche negli “elementi” non-cattolici della “Chiesa di Cristo”?
Ma torniamo al punto: perché, secondo il Concilio, non v’è contraddizione tra la dottrina nuova e la vecchia? Perché la dottrina nuova, ci viene spiegato da DH 1, “lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo” (“Chiesa di Cristo”, si noti). Ma qual’è la dottrina tradizionale “sul dovere verso la vera religione etc.”? Si dovrà ammettere che tale dottrina non è qui facilmente identificabile, essendo il suo oggetto indicato con l’oscura espressione “dovere verso la vera religione etc.”. Che significa “dovere verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo”? Dovere di fare che cosa? Il significato di queste affermazioni, ci ricorda il prof. Rhonheimer, è chiarito dal CCC, al n. 2105, che afferma, “citando il passaggio sopra menzionato, che è dovere tanto dell’individuo che della società “rendere a Dio un culto autentico”. Culto che la Chiesa realizza “evangelizzando senza posa gli uomini”, affinché essi possano penetrare di spirito cristiano “la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui vivono”. A ogni cristiano si chiede di far conoscere “l’unica vera religione che sussiste nella Chiesa cattolica ed apostolica”. Questo è il modo – conclude l’articolo del CCC – nel quale la Chiesa manifesta “la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane””*10.
La dottrina nuova esprimerebbe dunque gli stessi concetti della “dottrina tradizionale”, quando stabilisce i doveri dell’uomo verso Dio. E questi “doveri” si sintetizzano nel “dovere” di rendere a Dio “un culto autentico”. Questo dovere – osservo – vale come sappiamo per ogni uomo, non solo per i cristiani. Ma poiché i culti sono non solo diversi ma persino opposti tra loro, quale sarà allora “il culto autentico”? È possibile ricavare un concetto universale di “culto autentico”?*11 Sarà forse quello di una religione naturale, che viene dal cuore, come per i Pietisti, o dalla sensibilità, come per il rousseauiano “Vicario Savoiardo”? Che vuol dire poi “autentico”? L’animista che adora il suo feticcio o il quacchero che recita parole incomprensibili torcendosi sotto l’émpito dello “Spirito” offrono un culto meno “autentico” o più “autentico” di chi prega devotamente in una chiesa cattolica o invoca Allâh inginocchiato nel deserto? Comunque sia, questo “culto autentico” da cosa è costituito, per la Chiesa, anzi per “i cristiani”? Dall’”evangelizzazione”. Per “convertire” gli uomini, praticando il proselitismo della dottrina tradizionale? No. Per far sì che “la mentalità, i costumi, la società etc.” siano “penetrati” dello “spirito cristiano”. Questo il dovere dei singoli cristiani, per “affermare la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane”. Bisogna che il mondo sia “penetrato” ed anzi “impregnato dello spirito di Cristo” (LG, 36), che i cristiani “animino e perfezionino con lo spirito cristiano l’ordine delle realtà temporali” (decreto Apostolicam Actuositatem sull’apostolato dei laici, 4).
La dottrina tradizionale sosteneva che la missione della Chiesa era quella stessa degli Apostoli: convertire (“render discepoli di Cristo”) i popoli e gli individui, perché solo diventando cristiani potevano esser graditi a Dio ed ottenere la vita eterna. La nuova dottrina, invece, afferma che l’evangelizzazione deve limitarsi a “impregnare” gli uomini di spirito cristiano, facendo loro conoscere “l’unica vera religione”, che è quella “che sussiste [anche o solamente?] nella Chiesa cattolica ed apostolica”. “Penetrare”, “impregnare”, “animare”: tanti termini oscuri al posto di uno semplice e chiaro quale “convertire”.
Ma ammettiano pure che il Concilio mantenga senza ambiguità la dottrina tradizionale sulla necessità imprescindibile della conversione delle Genti per la loro salvezza. Si concilierebbe tale professione con il riconoscimento della libertà di religione quale diritto naturale e quindi assoluto della persona? Si concilierebbe con l’accettazione di fatto del conseguente pluralismo religioso?

(segue)



NOTE

1) ER, p. 11, ed. it. Corsivi miei.
2) E. GILSON, La filosofia nel Medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo (1952), tr. it. di M. Assunta del Torre, present. di M. Dal Pra, La Nuova Italia, Firenze, 1995, p. 31.
3) ER, p. 12 ed. it. Corsivi miei.
4) F. CALASSO, Medio Evo del diritto. I - Le fonti, Giuffré, Milano, 1954, p. 140.
5) ER, passim, ed. it. L’ultima citazione è alla p. 12.
6) ER, ed. it., p. 9: “È dunque certamente giusto dire che il Concilio Vaticano II considera la libertà religiosa come facente parte del diritto naturale”.
7) ER, ed. it., p. 8. Corsivi miei.
8) I documenti del Concilio etc., cit., p. 580.
9) Ivi.
10) ER, ed. it., p. 7. Si evita sempre di dire: “che sussiste solamente nella Chiesa Cattolica”.
11) La Mediator Dei (1947), in modo netto e preciso, parlava invece del dovere per tutti gli uomini di offrire: “debitum cultum atque obsequium per religionis virtutem Deo uni et vero”(PIO XII, Enciclica ‘Mediator Dei’ sulla liturgia, tr. it. con testo a fronte, Vita e Pensiero, Milano, 1956, p. 14).

L’ermeneutica della Riforma: discontinuità del Concilio nella continuità? (II Parte)




di Paolo Pasqualucci (Fonte: Riscossa cristiana)

secondo capitolo

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4. I Martiri sono morti per render gloria a Dio e convertire i pagani, assai più che per la “libertà religiosa”.Bisogna quindi accertare se le testimonianze rimasteci dei primi Martiri mostrino in loro il desiderio di sacrificarsi per la libertà religiosa nel senso moderno del termine, per tutti e per tutte le religioni, come diritto universale della persona. Rileggendo gli Atti e le Passioni dei Martiri non si trova però traccia alcuna, a mio avviso, di riferimenti a siffatta “libertà”. Si ha anzi l’impressione che ai Martiri, che sembravano letteralmente posseduti dallo Spirito Santo, di questa famosa libertà importasse assai poco. Non voglio dire, con questo, che non sarebbero stati contenti di goderne. Non sono Donatista. Voglio solamente dire che nella lorotestimonianza la sua rivendicazione resta generalmente implicita, come se costituisse un elemento secondario. Importava loro, soprattutto, non cadere nel grave peccato di apostasia. La morte era consapevolmente accettata e persino invocata per render gloria a Dio e come sacrificio per la conversione del mondo pagano. “Potessi io persuadere voi a farvi cristiani!” gridava alla folla persecutrice il martire Pionio mentre veniva condotto al supplizio, respingendo l’invito pressante ad abiurare per salvarsi la vita*1.
La religione cristiana, in quanto unica vera, perché l’unica sicuramente rivelata, era incomparabile (oltre che incompatibile) con le altre. Battersi per l’universale libertà di coscienza in religione avrebbe significato metterla sullo stesso piano delle altre, tutte false perché non rivelate da Nostro Signore. Esse non venivano da Dio ma dagli uomini, in particolare il paganesimo, impestato dal Demonio (Salmo 96, 5; 1 Cr 10,20). I Martiri volevano la libertà di martirio, di morire per la loro fede, e sembravano disinteressarsi completamente della libertà di professarla come una religione uguale alle altre, tra le altre. Quando S. Perpetua, condotta con gli altri a morire nell’Arena di Cartagine, vide che per dileggio e per farli in qualche modo apostatare volevano far indossare a tutti loro indumenti usati nelle iniziazioni ai misteri pagani, esclamò, ottenendo il contrordine: “Siamo giunti al martirio spontaneamente, proprio perché la nostra libertà non venisse incatenata (ne libertas nostra obduceretur); abbiamo rinunciato alla nostra vita proprio per non esser costretti a fare cose simili: questo era il patto che avevamo concordato [con le autorità]”*2. Quale libertà temevano venisse loro conculcata, quella “religiosa”, di “culto”, da riconoscersi per di più su di un piano di parità anche alle false religioni? No: era la libertà di poter correre subito con tutta l’anima e persino con gioia verso Cristo Risorto, grazie al “battesimo di sangue”!
Se poi guardiamo alla letteratura apologetica, non mi sembra che il quadro subisca mutamenti sostanziali. Gli Apologisti si preoccupavano soprattutto di dimostrare la vacuità e l’assurdità delle infami calunnie diffuse sui cristiani (“ateismo, cene tiestee e unioni edipodee” nelle parole di Atenagora), dimostrando la falsità del politeismo, le ipocrisie di chi li voleva giudicare, la dignità e l’onestà della loro religione; rivendicando la loro fedeltà all’impero, in quanto governo civile giusto ed efficiente, purché non pretendesse di usurpare gli attributi di Dio*3. Non mi sembra che gli Apologisti presentino i cristiani in generale quali vittime della mancata libertà di parola e di coscienza o i martiri quali caduti nella lotta per questo tipo di libertà. Di essa non troviamo traccia nella breve esortazione Ad Martyras di Tertulliano. La libertà di parola, per la mentalità romana, era da attribuirsi a chi possedesse auctoritas: non c’era il concetto moderno di un diritto universale della persona in quanto tale a siffatta libertà e pertanto a quella di manifestare comunque la propria fede religiosa, con l’obbligo da parte dello Stato di garantire tale manifestazione*4.
Che significato bisogna dare, allora, al riferimento alla “libertas religionis” negata ai cristiani, che ritroviamo in un noto passo di Tertulliano? A mio avviso, il riferimento del grande apologista più che a rivendicare un diritto mira a far vedere le contraddizioni della legislazione imperiale in materia. Ma come, esclama, voi ci perseguitate già solo per il nostro nome, mettendoci brutalmente di fronte all’alternativa: abiura o condanna (e spesso a morte); non ci lasciate esporre il vero contenuto del nostro credo, che è quello della fede nel vero ed unico Dio; voi vi preoccupate di “sopprimere la libertà religiosa” (adimere libertatem religionis) nei nostri riguardi mentre autorizzate tutte le religioni possibili ed immaginabili, tant’è che “è stato permesso agli Egiziani di praticare la loro fatua superstizione che è tutta nella celebrazione di uccelli e bestie, condannando a morte chiunque si renda reo di soppressione di uno qualsiasi di questi dèi. Non c’è provincia, non c’è città che non abbiano il loro dio: per la Siria Atargatis, per l’Arabia Dusares; per il Norico Beleno, per l’Africa Celeste, per la Mauritania i suoi reucci”. E nei municipi italiani, troviamo “Delventino a Cassino, Visidiano a Narni, Ancaria ad Ascoli, Norzia a Bolsena, Valenzia a Otricoli” e chi più ne ha più ne metta. “Solo a noi si contesta il diritto di una religione propria! (Sed nos soli arcemur a religionis proprietate!)”. Si arriva così all’assurdo che voi ammettete “il diritto di adorare chi si vuole fuorché il vero Dio, quasi questi non fosse piuttosto l’Iddio di tutti perché tutti siam suoi"*5.
Pur essendo qui evidente una rivendicazione implicita al riconoscimento della libertà di culto anche per i cristiani, che certo (ripeto) sarebbero stati lieti di vedersela attribuire, lo spirito che la informa non è sicuramente quello moderno della rivendicazione di un diritto universale della persona e quindi da riconoscersi a tutte le religioni. A Tertulliano preme soprattutto far vedere l’assurdità di una legislazione che permette libertà di culto a tutte le religioni, anche le più strane, e a tutti i culti del genius loci, mentre vieta l’unica dedicata al vero Dio e quindi intrinsecamente superiore a tutte le altre. Il suo rilievo sembra in realtà costituire un’ulteriore rivendicazione della superiorità assoluta del Cristianesimo, non una rivendicazione di una libertà religiosa uguale per tutti. È questa superiorità, che gli deriva dalla sua intrinseca, assoluta verità di unica religione rivelata da Dio, a rendere meritevole il Cristianesimo del riconoscimento di religio licita (che fu poi accordato tra il 311 e il 313).
Ma i “primi cristiani”, secondo il prof. Rhonheimer, si limitavano a richiedere “la libertà di poter confessare la loro fede senza esser vessati dallo stato”, senza “rivendicare la promozione da parte dello stato della verità religiosa”, facendo di fatto valere l’esigenza di una “libertà di coscienza” che “corrisponde esattamente” al modo nel quale la si intende oggi*6. E si limitavano a questo perché “a partire dal Vangelo e dall’esempio di Gesù Cristo”, il Cristianesimo “è stato concepito come fondato essenzialmente sulla separazione tra religione e politica”*7. Ma anche nei cristiani poco inclini al martirio dobbiamo sempre presumere la stessa convinzione di Tertulliano: che solo la loro religione fosse l’unica vera e che a questa, secondo il dettato evangelico, tutto l’orbe dovesse esser convertito, evidentemente a scapito delle altre, frutto di testarde apostasie o di perniciose superstizioni, onde la libertà di culto ad essa eventualmente concessa mai avrebbe potuto avere il significato che già aveva per le altre. E ciò a prescindere dalla “promozione” della verità religiosa da parte dello Stato. Ma si può dire che i primi cristiani si disinteressassero del rapporto tra Stato e religione, accontentandosi di ottenere il libero esercizio del loro culto da parte di uno Stato che si mantenesse neutrale ed imparziale in materia? Se rileggiamo un famoso passo di Tertulliano, non vi troviamo già inevitabilmente l’ipoteca cristiana sullo Stato?

5. I primi cristiani già miravano a convertire lo Stato. Respingendo l’accusa di “lesa maestà” per via del rifiuto a sacrificare per l’imperatore, Tertulliano replica che i cristiani pregano per l’imperatore invocando su di lui la protezione del vero Dio, che gli ha conferito la sovranità per il bene dei popoli. Gli imperatori “sanno molto bene chi ha loro conferito l’impero”. E ognuno di loro deve capire che “è sovrano in virtù di colui da cui dipende come uomo prima che come imperatore; la potestà gli viene là donde gli viene pure l’anima”*8. I cristiani dunque possono dire, con pieno diritto: “Cesare è più nostro che vostro, perché è il nostro Dio che l’ha costituito come tale”*9. Ma che significa ciò se non auspicare da parte degli imperatori la presa di coscienza della giusta origine divina del loro potere; presa di coscienza che poteva aver luogo solo mediante la loro conversione a Cristo? La missione di convertire tutti i popoli e le nazioni, e non solo Israele, ordinata da Cristo risorto (Mt, 28, 18-20), non poteva certo limitarsi alla coscienza individuale dei privati: essa doveva necessariamente investire anche i governanti, in quanto individui preposti al bene dei popoli, e quindi mirare a render cristiano il governo dello Stato. E uno Stato cristiano avrebbe potuto limitarsi ad una posizione neutra ed equidistante nei confronti della vera religione, senza promuoverne gli insegnamenti nella società, a cominciare da quelli morali, e senza difenderla dall’attacco delle eresie, corruttrici delle anime e dei costumi, e in generale da ogni tipo di ostilità e pericoli? Mi sembra pertanto assai poco credibile fare dei primi cristiani una sorta di liberali ante litteram, preoccupati soltanto della libera manifestazione del loroparticulare confessionale, nel rispetto della “libertà religiosa” altrui, garantita dallo Stato.

6. Il significato dottrinale delle condanne preconciliari. E vengo ora al modo nel quale l’Autore, proseguendo nel suo commento al pensiero del Pontefice, espone le ragioni delle condanne preconciliari della “libertà religiosa”. Infatti, perché Gregorio XVI e Pio IX, “per non citare che questi due papi, avevano identificato il fondamentale diritto alla libertà di religione, di coscienza e di culto del cittadino moderno con una negazione della vera religione”? Perché “essi non potevano immaginare che una verità religiosa e una vera Chiesa potessero esistere senza che quest’ultima non fosse anche sostenuta dallo stato e dalla politica, e rispettata dal diritto civile. In effetti, un gran numero dei loro avversari liberali rivendicavano la libertà di religione presentando l’argomento esattamente contrario: una tale libertà è necessaria perché non c’è affatto una verità religiosa”*10.
L’accenno dell’Autore al nucleo filosofico e teologico della dottrina preconciliare, merita ulteriori approfondimenti. Per i Papi, infatti, non si trattava di difendere “una verità religiosa” ma “la verità religiosa”, l’unica autentica verità perché rivelata da Nostro Signore Gesù Cristo, consustanziale al Padre, seconda Persona della Santissima Trinità. I liberali, più ancora che negare l’esistenza “di una verità religiosa”, negavano la possibilità stessa dell’esistenza di una verità assoluta, sulla fede e sui costumi, come quella costituita appunto dalla Verità Rivelata. Ciò era conforme alla loro nozione soggettivistica della verità, cui non conferivano un sicuro fondamento oggettivo fuori di noi, dipendendo essa sempre (dicevano) dai nostri sensi e dal concetto elaborato dalla nostra mente e pertanto dalla nostra opinione, dal nostro modo di sentire. Per i liberali, la S. Bibbia era (ed è) nient’altro che mitologia, allo stesso modo, per dire, del Rig Veda. Tra Cattolicesimo e Liberalismo c’era (e c’è) un contrasto insanabile nel modo di intendere la verità e per conseguenza la libertà. Il soggettivismo e relativismo del punto di vista liberale privilegiava la “libertà” intellettuale, morale e pratica del soggetto, dandole un valore assoluto, prevalente sulle esigenze della verità, che non potevano mai esser tali da impedire quella libertà (veritas ancilla libertatis, potremmo dire: della libertà incondizionata del nostro io, condizionata solo da esigenze esterne quali la correttezza contrattuale, l’ordine pubblico e la pace sociale). Il punto fu colto egregiamente da Leone XII nella Mirari vos(1832). Egli sottolineò come l’indifferentismo, che metteva sullo stesso piano tutte le religioni, fosse figlio della “libertas opinionum” proclamata dalla coscienza moderna, noncurante dell’ammonimento di S. Agostino: “At quae peior mors animae, quam libertas erroris?”*11. Il fatto è che, per la coscienza moderna, “l’errore” non esiste, negando essa assurdamente l’esistenza di una verità oggettiva, tanto più se assoluta, perché di origine sovrannaturale. Le condanne preconciliari della “libertà religiosa” riposavano dunque su di un solido nucleo dottrinale, ad un tempo metafisico e teologico. Non erano semplici “provvedimenti disciplinari”, come ha sostenuto qualcuno*12. “Per Pio IX era in pericolo la salvaguardia stessa dell’essenza della Chiesa, della sua rivendicazione di essere l’unica verità e causa di salvezza”, essendo negata tale rivendicazione dall’indifferentismo e relativismo religiosi*13. Mantenendo nel deposito della fede la verità assoluta che è la Verità Rivelata, la Chiesa ­­ è necessariamente l’unica “causa” della Salvezza e fuori di essa non si dà salvezza (tranne – ricordo – nei casi individuali di Battesimo di desiderio, implicito o esplicito, perché gli uomini giusti e pii che senza colpa non conoscono la vera religione, non vanno in perdizione)*14.


(segue)


NOTE

(1) Atti e passioni dei Martiri, nell’ edizione critica apparsa nella collana della Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano, 1995³, p. 167. Dichiararsi cristiano significava rischiare la condanna a morte, se non si abiurava sacrificando agli dèi del culto ufficiale o per o all’imperatore. Ma compiere questo sacrificiosignificava appunto apostatare, violare il Primo Comandamento.
(2) Ivi, p. 141.
(3) ATENAGORA, Supplica per i cristiani, tr. it. introd. e note a cura di P. Gramaglia, Ed. Paoline, 1965, p. 36, per le calunnie. Sembra che queste mostruose falsità trovino ancora largo credito tra le plebi musulmane. Ma le calunnie più incredibili investono di nuovo il Cattolicesimo in Occidente grazie alle campagne mediatiche organizzate sulla scorta di romanzi d’accatto, che sembrano scritti con il preciso scopo di attaccare la nostra religione, quali il tristemente noto: The Da Vinci Code, dell’americano Dan Brown.
(4) Sul nesso libertà di espressione-autorità, cfr. : A. MOMIGLIANO, La libertà di parola nel mondo antico(1971), ora in ID., Sesto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Ed. di Storia e letteratura, Roma, 1980, pp. 403-36; p. 432. Sottolinea inoltre l’illustre Autore: “Per quel che ne so, nessuno presentò la disputa pro o contro il cristianesimo come una questione che coinvolgesse il principio della libertà di parola” (ivi, p. 433). La libertà di parola è sempre stata considerata aspetto essenziale della libertà di coscienza e religiosa nel senso moderno del termine.
(5) Apologeticum, 24, tr. it. con testo a fronte di E. Buonaiuti, introd. revis. e commento di E. Paratore, Laterza, 1972, pp. 150-3.
(6) ER, ed. it., p. 4.
(7) Ivi, p. 11.
(8) Apol., 30, ed. cit. pp. 175-7.
(9) Ivi, 33, pp. 181-3.
(10) ER, ed. it., p. 4.
(11) DS, 2731.
(12) ER, p. 10, ed. it.
(13) Ivi.
(14) Rm 2, 9-16; Civ. Dei, I, XXXV; Denz.-Stahl, 1504 (Alloc. di Pio IX Singulari quadam del 9.12.1854); Denz.-Schönmetzer,             3866-3873       (Epist. del S. U. dell’8.8.1949 che condanna il rigorismo).

L’ermeneutica della Riforma: discontinuità del Concilio nella continuità? (I Parte)


Per gentile concessione del direttore della rivista, Prof. Mons. Brunero Gherardini, pubblichiamo in versione integrale l’articolo di Paolo Pasqualucci, L’ermeneutica della Riforma: discontinuità del Concilio nella continuità?, apparso su ‘Divinitas’, Nova Series, LIV, 2011, n. 3, pp. 284-312.


di Paolo Pasqualucci

(primo capitolo)


Recentemente è apparsa in rete la traduzione italiana di un articolo pubblicato nel 2010 su ‘Nova et Vetera’ da Martin Rhonheimer, professore di etica e filosofia politica all’Università Pontificia della S. Croce, dedicato all’ “ermeneutica della riforma”, in sé stessa ed esemplificata nella nozione di “libertà religiosa”. L’articolo fa ben comprendere che cosa intenda dire il Pontefice attualmente regnante con l’espressione “ermeneutica della riforma”, come tale non immediatamente accessibile(1). Tuttavia, esso sembra creare più problemi di quanti non ne risolva e ha già suscitato pertinenti repliche. Anche dal punto di vista non specialistico del semplice credente, penso si possa sollevare qualche interrogativo concernente: la definizione stessa di questa “ermeneutica”; la rappresentazione dei primi Martiri cristiani quali sostenitori della “libertà religiosa” in senso moderno; il modo in cui viene esposta la dottrina preconciliare, che condannava la “libertà religiosa” quale frutto dell’individualismo agnostico e miscredente del Secolo; la coerenza della nuova dottrina con la Tradizione della Chiesa.

1. L’ermeneutica della riforma. Essa è ricompresa tra i concetti espressi dal Papa nel famoso discorso natalizio alla Curia, del 22 dicembre 2005, nel quale, tra l’altro, prese posizione contro l’interpretazione largamente diffusa di una Chiesa “postconciliare” diversa da quella “preconciliare”. Su questa presa di posizione, rileva l’Autore, si è costruita un’immagine inesatta di ciò che intendeva dire il Pontefice. È vero che egli ha affermato l’erroneità dell’ “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, che vede nel Concilio appunto una “rottura” con la Chiesa “preconciliare”. Tuttavia, non è proclamando sic et simpliciter la validità di un’ermeneutica della continuità che egli respinge l’ipotesi della discontinuità. Che si sia limitato a questo, l’hanno pensato diversi interpreti, come ad esempio il filosofo prof. Robert Spaemann, che, per trovare un caso analogo di mutamento che non ha contraddetto la dottrina perenne della Chiesa, si è rifatto all’esempio della variazione di dottrina sul prestito ad interesse e sulla relativa interdizione dello stesso(2).
Ma si tratta di ben altro. Benedetto XVI ha dichiarato, infatti, che “all’ermeneutica della discontinuità si oppone l’ermeneutica della riforma” non quella di un’ermeneutica della continuità tout court. “E qual è “la natura della vera riforma”? Essa consiste, spiega il Papa, “in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi"(3). La continuità dell’insegnamento del Vaticano II con quello precedente viene dunque affermata in modo complesso: non è tale da escludere la discontinuità, tuttavia questa discontinuità, a sua volta, non è tale da escludere la continuità. L’una e l’altra operano a “livelli diversi”, che è necessario individuare e spiegare. Ma perché nella Chiesa è apparsa, con il Vaticano II, la necessità di intendere il significato della dottrina in modo nuovo, come significato che contiene una “riforma” di quanto tramandato e consolidato lungo i secoli?
Tutto è nato, precisa il Pontefice, dalla necessità che si è imposta al Concilio, “di definire in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’epoca moderna”, sia per ciò che riguardava “le scienze naturali” nel loro attuale sviluppo, sia per ciò che riguardava “il rapporto tra la Chiesa e lo Stato moderno, il quale concede spazio ai cittadini di diverse religioni ed ideologie, tenendo un atteggiamento imparziale verso le religioni e prendendo su di sé solamente la responsabilità di assicurare una coesistenza ordinata e tollerante tra i cittadini, ivi compresa la loro libertà di culto"(4).
Ma la Chiesa, osservo, aveva effettivamente la necessità di “definire in modo nuovo” il suo rapporto con lo Stato e con la scienza, ossia con la cultura moderna? L’assunto viene presentato come se si trattasse di verità per sé evidente, che all’epoca del Concilio si sarebbe imposta a tutti. Ma ciò, a mio avviso, non è storicamente esatto. Quest’esigenza di “definire in modo nuovo” quel rapporto era sentita soprattutto dalla nouvelle théologie e dai settori ammodernanti della Gerarchia: da una minoranza, per quanto attiva, combattiva e ben organizzata. Gli schemi preparatori delle costituzioni conciliari, elaborati sotto la supervisione del S. Uffizio di Ottaviani e Tromp sj, poi fatti cadere in Concilio grazie ai noti colpi di mano dei progressisti, contenevano una critica ed una condanna ragionata e razionale del mondo contemporaneo, il quale già mostrava i primi sintomi di quella impressionante decadenza che oggi affligge noi tutti e la Chiesa nel modo che sappiamo(5).
Ma ritorniamo alle parole del Pontefice. Quale la conseguenza di questa “nuova definizione” del suddetto “rapporto”? Che, “nell’insegnamento del Concilio, in tutte queste materie che costituiscono comunque un unico problema [da affrontare per la Chiesa], poteva scaturire una certa forma di discontinuità: questa discontinuità, in un certo senso, c’è effettivamente stata"(6). Dunque, un Papa ammette (ed è la prima volta) che nell’insegnamento del Vaticano II “in un certo senso, c’è stata effettivamente una certa forma di discontinuità” con l’insegnamento precedente. Ma siffatta “discontinuità” non deve intendersi come rottura o antitesi inconciliabile. Per qual motivo? Per il semplice motivo, prosegue, “che la continuità dei princìpi non è stata abbandonata”. Non essendo stata abbandonata, si è avuta una “vera riforma, la cui natura consiste nel combinarsi di continuità e discontinuità a diversi livelli"(7). Dunque cos’è che tiene insieme (senza contraddizione) continuità e discontinuità nell’insegnamento del Vaticano II? Il fatto che “i princìpi non sono stati abbandonati”; che nella discontinuità si sono evidentemente mantenuti gli stessi princìpi presenti da secoli nella dottrina che per tutti i credenti rappresenta la continuità del deposito della fede. Il Vaticano II avrebbe dunque realizzato con successo – osservo – una vera e propria coincidenza degli opposti: delle esigenze della Chiesa con quelle dello Stato e della cultura moderni (l’uno e l’altra – ricordo – fondati sul principio di immanenza, sull’antropocentrismo più radicale) senza venir meno in alcun modo ai “princìpi” tradizionali della dottrina della Chiesa, che invece richiedono la subordinazione radicale dello Stato e della cultura al Sovrannaturale, come risulta dalla Sacra Scrittura e da tutto il plurisecolare Magistero.

2. La libertà religiosa del Vaticano II come esempio di ermeneutica della riforma: la discontinuità. C’ è stata dunque “una discontinuità”. Con quale aspetto della dottrina tradizionale? Il Papa apporta l’esempio dell’insegnamento sulla libertà religiosa, proposta dal Concilio come libertà di professione di fede e di culto da riconoscersi a tutte le religioni perché da concepirsi come diritto inalienabile della persona. Recita, infatti, l’art. 9 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa: “Quanto questo Concilio Vaticano dichiara sul diritto degli esseri umani alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità della persona, le cui esigenze la ragione umana venne conoscendo sempre più chiaramente attraverso l’esperienza dei secoli"(8).
Storicamente, l’istanza della “libertà religiosa”, nella prassi “libertà di culto”, quale espressione della libertà di coscienza, che si attua mediante la libertà di parola, si era posta, come sappiamo, dopo la rottura dell’unità cattolica dell’Europa a causa dello scisma dei protestanti eretici e le conseguenti guerre di religione. Il mancato rientro dello scisma aveva dato vita a soluzioni di compromesso, con la coesistenza forzata di protestanti e cattolici in uno stesso Stato. La cultura, nelle sue componenti laiche, che si andavano affermando sempre pi­ù, proclamava a gran voce il principio della tolleranza, con il conseguente riconoscimento statale della libertà di coscienza ossia di professione religiosa e di culto per le varie fedi. Ma tale indirizzo (che annovera gli Spinoza, i Locke, i Voltaire tra i suoi maggiori esponenti) si ispirava in modo evidente ad una concezione deista e razionalista della divinità, che metteva ogni religione storicamente esistente sullo stesso piano, aprendo la strada all’indifferentismo e all’agnosticismo non solo nei confronti della religione rivelata ma anche del fenomeno religioso stesso. Il laico principio di tolleranza in nome della libertà individuale di coscienza stabiliva in tal modo (all’insegna dell’indifferentismo e dell’agnosticismo) il presupposto concettuale della “libertà religiosa” che sarebbe stata poi garantita dallo Stato laico, liberale, affermatosi in Europa dopo la Rivoluzione francese.
Questa concezione (filosoficamente figlia del razionalismo protestante e poi illuminista e del panteismo di un apostata dell’Ebraismo come Spinoza) si presentava come neutrale nei confronti della religione, in nome delle esigenze della libertà individuale e della pace sociale. In realtà, essa era profondamente ostile alle religioni basate su di una Rivelazione ed in particolare al Cattolicesimo, la cui dottrina manteneva intatta sia la natura soprannaturale della vera Rivelazione che l’etica su di essa fondata. Esso veniva calunniato come superstizione, al massimo buona a tenere a freno la canaglia con la paura dell’Inferno, e comunque respinto sul piano del concetto, dal momento che Dio doveva ritenersi, dal punto di vista di questi latitudinari liberi pensatori, semplicemente un ente di ragione i cui attributi venivano elaborati dalla ragione stessa. In tal modo, Dio diventava un prodotto della nostra mente e l’uomo finiva con il divinizzarsi, con il porre la sua ragione al centro dell’universo, al posto di Dio. Come se non bastasse, tale laica concezione portava alla dissoluzione dell’etica cristiana ed anzi di ogni etica, con il toglierle ogni fondamento oggettivo, dal momento che il principio morale delle nostre azioni lo si faceva sempre ed esclusivamente dipendere dalla nostra libera coscienza individuale, dal sentimento morale che c’è in noi o dalla nostra volontà, obbediente ai dettami di una “ragion pratica” fondata sempre sul nostro io. Ma l’etica cristiana non dipende dal sentimento del soggetto né dalla sua coscienza di sé né dalla sua volontà: è fondata sulla Verità Rivelata come mantenuta dall’insegnamento della Chiesa nei secoli. Essa si compone di precetti che il nostro libero arbitrio, con l’aiuto indispensabile della Grazia, deve riconoscere come obbliganti, sia per il retto agire in questo mondo che per la salvezza della nostra anima.
Era perfettamente logico che i Papi condannassero nel modo più energico la “libertà religiosa” propugnata, alla fine, dall’ideologia liberale dell’Ottocento, fondata com’era su quel deismo che conduceva inevitabilmente all’indifferentismo e all’agnosticismo in campo religioso e morale e in campo politico ad una inaccettabileseparazione fra Chiesa e Stato (da non confondersi con la legittima distinzione delle rispettive sfere di competenza). Infatti, lo Stato moderno, dandosi giustificazione e fini solo terreni, non riconosceva più come propri i valori religiosi (cosa che comportava il venire meno della difesa della morale cristiana e della Chiesa cattolica) e pertanto non si considerava più come ordinato anch’esso da Dio (nella sfera di sua competenza, che è quella del Bene comune) alla realizzazione del fine sovrannaturale per il quale ciascuno di noi è stato creato, il conseguimento della vita eterna. In tale condanna si distinsero, come sappiamo, pontefici del XIX secolo quali Gregorio XVI e Pio IX, senza escludere Leone XII e XIII. Leone XIII, nell’Enciclica Libertas praestantissimus sulla “libertas humana”, del 20.6.1888, dopo aver ricordato che la libertà dell’uomo, inerente alla sua dignità di ente razionale creato da Dio, non si poteva intendere in modo assoluto ma doveva esercitarsi con il limite di obbedire alla ragione, di perseguire il “bene morale” e di non discostarsi mai dal “sommo fine” proprio dell’uomo (la vita eterna), ribadiva la condanna dell’opinione di chi voleva concepire come “diritti naturali” la libertà di pensiero, di espressione, di insegnamento e di “promiscua religione”. Infatti, “se fosse stata la natura a conferire questi diritti, sarebbe allora legittimo ricusare i comandi divini e nessuna legge potrebbe temperare la libertà dell’uomo”. Perciò, “questi tipi di libertà” si potevano solo “tollerare”, con la dovuta moderazione, unicamente “si iustae causae sint”, ad esempio per evitare mali peggiori, in certe situazioni(9).

3. La libertà religiosa del Vaticano II come esempio di ermeneutica della riforma: la continuità. “È precisamente in rapporto a questo insegnamento dei papi del XIX secolo – scrive il prof. Rohnheimer – che si trova il punto di discontinuità, sebbene si manifesti nello stesso tempo una continuità più profonda ed essenziale, come spiega Benedetto XIV nel suo discorso: “il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa”. Questo principio essenziale dello stato moderno e nello stesso tempo la riscoperta di questo patrimonio profondo della Chiesa costituiscono, secondo Benedetto XVI, il chiaro rigetto di una religione di stato [che avrebbero sostenuto i Papi del passato]: “I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede""(10).
Ci viene qui fornita la chiave per comprendere come la discontinuità conciliare debba considerarsi invececontinuità. Nell’ottica di Benedetto XVI, la continuità esiste con le intenzioni dei Martiri della Chiesa primitiva (dalle quali, evidentemente, i Papi si sarebbero poi per tanti secoli discostati, col propugnare una “religione di Stato”). I Martiri morivano perché non volevano abiurare la loro fede ma proprio per questo morivano anche per la libertà di coscienza (che richiede, come si sa, la libertà di parola per quanto attiene alla professione della propria fede). Attribuendo al martirio dei primi cristiani anche questo significato, il ragionamento papale giunge alla conclusione che il Vaticano II, con la sua dottrina sulla libertà religiosa, oltre a riconoscere un principio fondamentale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente “il patrimonio più profondo della Chiesa”. Poiché ha riconosciuto e applicato un principio dello Stato moderno, agnostico e liberale, ci sarebbe discontinuità; poiché, nel far ciò, ha tuttavia ripreso il patrimonio più profondo della Chiesa, ci sarebbe continuità. L’elemento che più colpisce nel ragionamento del Papa è dato, a mio avviso, proprio dalla riunione di questi due opposti, come se, nel riconoscere un principio fondamentale della concezione laica (e anticristiana) dello Stato, il Concilio avesse potuto nello stesso tempo ritrovare o riscoprire “il patrimonio più profondo della Chiesa”, quello costituitosi grazie allatestimonianza del sangue dei Martiri. Per sostenere una cosa del genere, il Papa deve evidentemente attribuire al martirio dei primi cristiani anche il significato di un sacrificio consapevole per la libertà di fede e di culto (ossia di coscienza e di espressione). Deve farne, in sostanza, dei precursori consapevoli della libertà di coscienza propugnata in modo uguale per tutte le religioni dallo Stato moderno (fondato, lo ricordo ancora, sul principio di immanenza, indifferente se non ostile al fenomeno religioso in quanto tale). E dico a ragion veduta sacrificioconsapevole. Infatti, se noi diciamo che solo oggettivamente essi si sono sacrificati per la libertà religiosa, da attribuire ugualmente a tutte le fedi quale diritto inalienabile della persona, non applichiamo al loro sacrificio la nostra ottica di moderni, alterandone il significato?

(segue)



NOTE

1) L’”herméneutique de la réforme” et la liberté de religion, in ‘Nova et Vetera’, no 4, Oct.-déc. 2010,http://www.novaetvetera.ch/Art%20Rhonheimer.htm. , 14 pp. Traduzione italiana, sotto la rubrica: “Chi tradisce la tradizione. La grande disputa” di Sandro Magister, in:http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1347670, 14 pp. Poiché il testo italiano omette alcuni passaggi e le note, l’ ho a volte integrato con quello in francese, apparso inizialmente in tedesco, in forma più ridotta, nel 2009, su “Die Tagespost” del 26.9.2009. Citerò l’articolo con la sigla ER. I passi tra parentesi quadre sono miei. La S. Bibbia viene citata nella tr. it. curata dall’Abate Ricciotti.
2) ER, p. 13 n. 2 ed. fr.
3) ER, pp. 3-4, ed. it.
4) ER, pp. 1-2, ed. fr.
5) Sulle gravi illegalità avutesi nella fase iniziale del Concilio, vedi da ultimo: R. DE MATTEI, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino, 2010: il cap. III, dedicato alla prima sessione, pp. 197-283. Nel rileggere oggi quei giudizi, si resta colpiti dalla loro profetica acutezza.
6) ER, p. 2, ed. fr.
7) Ivi.
8) I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni, Decreti, Dichiarazioni, Ed. Paoline, 1980, p. 588. Tutti i successivi riferimenti a testi del Concilio sono tratti da questa edizione, confrontata su Concilii Oecumenici Vaticani II. Constitutiones – Decreta – Declarationes (curante F. Romita), Desclée ac Socii – Romae, 1967.
9) DS, 3252.
10) ER, p. 4, ed. it.

giovedì 29 marzo 2012

Gnocchi e Palmaro scrivono sul caso del signor Enzo Bianchi


Ah, il caso Enzo Bianchi. Grazie monsignor Livi per averne parlato con tanta chiarezza. Questa faccenda del signor Bianchi detto fratel Enzo, è davvero una delle questioni che mostrano come sia ridotta questa povera Chiesa dove ciò che non è cattolico vale quanto, e anche più, della buona e sana dottrina. Con il tragicomico risvolto della censura rivolta con cattiveria, arroganza e, diciamo, poca lucidità contro chi osi denunciare l’assurdità della situazione.
Ma un grazie va anche al dottor Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, per essere stato così sgradevole e, diciamo, poco lucido nel censurare monsignor Livi. Grazie davvero perché, se ancora fosse stata necessaria una prova del disastro, il dottor Tarquinio l’ha messa in bella copia nero su bianco: un’autocertificazione dello stato di coma del mondo cattolico. A questo proposito, avevamo pensato di scrivere qualcosa sul signor Bianchi, priorissimo della suopercomunità di Bose. Poi, nel nostro archivio, abbiamo trovato un articolo scritto per il Foglioqualche tempo fa. Visto e considerato che fratel Enzo dice e scrive con successo da anni sempre le stesse cose, abbiamo pensato che fosse ancora di attualità e potesse servire a rafforzare l’iniziativa di monsignor Livi che, se fossimo in un mondo cattolico serio, dovrebbe diventare una vera e propria campagna. Magari guidata dai vescovi: almeno qualcuno. Per la cronaca, l’articolo uscì con titolo “Bose dell’altro mondo”.
Alessandro Gnocchi Mario Palmaro

Prima, la notizia buona: chi avesse già speso 9 euro per acquistare La differenza cristiana di Enzo Bianchi, ora può risparmiarne 10 evitando di mettere nel carrello Per un’etica condivisa, appena dato alle stampe sempre da Bianchi. Complessivamente, 1 euro guadagnato poiché, se La differenza cristiana è zuppa, Per un’etica condivisa è pan bagnato. Anche nel suo ultimo libretto, il Priore di Bose mena il torrone del cristianesimo minimale buttandoci dentro come canditi tutti quei termini che colpiscono nel profondo i cattolici tentati dall’esserlo sempre meno: l’Ultimo, lo Straniero (in maiuscolo), polis, agorà, ananké (in corsivo), parresia (in tondo) e poi profezia. Tanta profezia, anch’essa in tondo, ma scritta con forza tale da creare un vortice che trascina il lettore in un mondo nuovo, un cristianesimo altro, una spiritualità purissima che manifesteranno il regno di Dio qui e subito, perfettamente. Purché si faccia come insegna fratel Enzo. Anzi, come impone fratel Enzo. Perché la sua scrittura, contrariamente al messaggio minimale che contiene, è tutt’altro che mansueta. Si prenda un suo libro e si contino le frasi che iniziano con un “Sì,”. Quando il ragionamento perde qualche colpo, quando bisogna imprimere nelle testoline dei lettori il concetto giusto, fratel Enzo, come un vecchio marpione dell’omiletica che incespica sul pulpito o un navigato caporedattore di giornale popolare che non riesce a venirne fuori con un titolo, ci infila il suo bravo “Sì,”. Dopo il “Sì” ci vuole sempre la virgola, che irrobustisce la pagina.
Provare per credere. La differenza cristiana, pagina 77, settima riga: “Sì, l’annuncio cristiano non deve avvenire a ogni costo”. Togliete quel “Sì,” e avrete ridotto a un decimo la forza del messaggio, che, detto per inciso, suona tanto come un insulto ai milioni di martiri.
Il Priore di Bose è tutto qui, nel suo dire il quasi nulla con molta forza, nel suo attaccare il dogma mostrandolo intatto ma vuoto. Un “vivere doppio”, come ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa tessendone l’elogio. Un “vivere doppio che è piuttosto un vivere-tra. Tra il mondo e ciò che non è del mondo. Tra adesione alla polis e distacco”. E come si potrebbe definire, se non un vivere-tra, quello di fratel Enzo? Fa l’editorialista del giornale storico della famiglia Agnelli e combatte il capitalismo, scrive sul giornale della Conferenza Episcopale Italiana e bersaglia la gerarchia, commenta il Vangelo su Famiglia Cristiana e proclama le verità altrui, fa il monaco solitario ed è sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo, profetizza nell’iperuranio della teologia engagé e si occupa della legge sugli immigrati.
Un vivere-tra che segna fin dal principio la comunità fondata a Bose, tra Ivrea e Biella, da Enzo Bianchi, classe 1943, dottore in economia e commercio. Era un simbolico 8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II. Bose divenne punto d’incontro tra persone di entrambi i sessi appartenenti al cattolicesimo, al protestantesimo e al mondo ortodosso. E subito ne scaturì il carisma di punta avanzata dell’ecumenismo, di un vivere-tra teologico che fino a oggi non ha avuto alcun riconoscimento ecclesiastico. Non esiste istituto del diritto canonico della Chiesa cattolica che contempli un’entità di tal genere. Se al cattolico ordinario questo può apparire strano, a Bose vi diranno che è profetico. Il fatto che la loro comunità non possa essere contemplata dentro la struttura di questa Chiesa significa solo che la struttura di questa Chiesa deve mutare: troppo gerarchica, costantiniana, fondata sul potere, vecchia. Insomma, non è profetica, non è in grado di comprendere e trasmettere il vero messaggio evangelico. Tanto che, nella Regola di Bose si legge: “Nessuna comunità e nessuna persona possono realizzare ed esaurire tutte le esigenze dell’Evangelo. Solo la chiesa universale nella sua completezza storica può esprimere la totalità degli appelli contenuti in esso”.
Dal che parrebbe che “la chiesa universale nella sua completezza storica” non corrisponda alla Chiesa cattolica. Tanto che laRegola si affretta a dire al fratello e alla sorella di guardarsi bene dall’abbandonare la confessione di provenienza per farsi cattolici. Ma tutto ciò viene detto con tale mitezza e tale soavità e suona tanto bene che il cattolico poco accorto finisce per rimpiangere di essere stato battezzato nella Chiesa di Roma. Se non è così, bisogna che a Bose riscrivano la Regola e usino termini comprensibili a tutti. Però riesce difficile pensare di essersi sbagliati quando, poco più avanti si legge che il Priore, il “compaginatore della koinonía”, è colui che “spezza e interpreta la Parola per la comunità nelle varie congiunture in cui essa si viene a trovare”. Il povero cattolico medio, qui, è costretto a cogliere la contrapposizione tra lo spezzare il Pane Eucaristico e lo spezzare la Parola che spaccò in due la Cristianità ai tempi di Lutero. Ma l’abilità di Bose, della sua Regola e del suo Priore sta nel non arrivare fino in fondo: suggeriscono. E il colpo da maestro di Bianchi sta nell’usare questo linguaggio e nel praticare questi temi come se la vita della Chiesa fosse già mutata. “Ma come” sembra dire ai poveri cattolici medi “siete ancora tanto indietro? Non soffia ancora in voi lo spirito della profezia?”.
Davvero bravo, perché con questo metodo è arrivato ovunque, dalle parrocchie illuminate alla predicazione degli esercizi per gli alti gradi della gerarchia, da trasmissioni radiofoniche come “Ascolta si fa sera” e “Uomini e profeti” ai viaggi di rappresentanza per conto del Vaticano. Eppure, fonti ben informate dicono che alla Congregazione per la dottrina della fede, sul suo conto c’è un dossier riguardante materie come l’ecclesiologia, la sacramentaria e la cristologia. Ma come si fa a mandare avanti una pratica a carico di un personaggio come fratel Enzo? E il dossier rimane lì, anche perché il pensiero di Bianchi non è così minoritario come si potrebbe immaginare.
E’ la storia di Bose, fin dai suoi esordi, a insegnarlo. Nel 1967, il vescovo del luogo vietò qualsiasi celebrazione pubblica nella comunità a causa della presenza di un non cattolico. Ma, il 29 giugno del 1968, l’arcivescovo di Torino, cardinale Michele Pellegrino, entusiasta di quell’esperienza celebrò lui stesso la Messa vanificando di fatto l’atto del vescovo. Oggi, che tra fratelli e sorelle di varia provenienza sono ottanta, non è chiaro se l’interdetto sia formalmente ancora in vigore, ma questo conta poco, poiché si troverebbe anche oggi un cardinale epigono di Pellegrino, pronto a correre in soccorso a Bose.
In ogni caso, fratel Enzo tira avanti. Predica esercizi ad alto livello, convoca e presiede convegni internazionali, è nume tutelare delle edizioni Qiqajon, scrive per grandi editori, compila voci di enciclopedie, tiene cattedra di teologia biblica e patristica all’Università Vita-Salute San Raffaele di don Luigi Verzé. E tutto questo con il solo titolo accademico di dottore in economia e commercio. Un autodidatta. Un magnifico autodidatta, ma pur sempre un autodidatta. E, come tutti gli autodidatti, allievo di se stesso.
Adesso qualcuno vorrà spiegare che lo Spirito soffia dove vuole e che la storia della Chiesa è punteggiata da individui che hanno intuito, profeticamente, strade nuove. Guardate San Francesco. Però, chiunque abbia fatto almeno l’esame di “Storia medievale 1” sa che la grandezza di san Francesco sta nell’essersi rimesso al giudizio della Chiesa di Roma e non nell’averla voluta giudicare. Monsignor Piero Zerbi, maestro dei medievalisti dell’Università Cattolica di Milano insegnava che sta qui la differenza tra Francesco d’Assisi e Pietro Valdo: uno divenuto Santo e l’altro eretico.
Ma fratel Enzo non teme scivoloni e se c’è da menare fendenti su Roma non guarda in faccia a nessuno. “Questo è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà” dice nella Differenza cristiana, citando una frase di Zagrebelsky. E poi rincara: “Io aggiungerei che è un tempo triste per certi cattolici che certo non pensano di possedere la verità, ma pur mettendo la loro fede in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato, sanno che la verità eccede sempre i credenti. (...) Sì, è un tempo triste perché il cristianesimo appare minacciato nel suo specifico, e non minacciato da chi lo avversa o addirittura lo perseguita, bensì, come sovente accade nella storia, dai credenti stessi”.
E così, senza compromettersi facendo nomi, da Papa Benedetto XVI in giù sono sistemati tutti coloro che complottano per depotenziare la nuova Pentecoste avviata con il Concilio Vaticano II, tutti coloro che si oppongono al soffio dello Spirito. Gli altri, invece, i veri credenti, quelli che, come nei migliori ossimori, “non pensano di possedere la verità”, pur se invitati a un generico immergersi “nella storia, nelle sue opacità, nelle sue contraddizioni”, in realtà sono chiamati a divenire “comunità alternativa”.
Anche qui, Bianchi allude, profetizza, più che marcare nettamente. Ma, presi dal suo ragionare, si può essere indotti a immaginare veramente una nuova Pentecoste annunciata ed evocata da “comunità alternative” in cui “si manifesti pienamente la Venuta del Signore”. Una Nuova Era dello Spirito? Non viene specificato, però, nella Regola di Bose si legge che “Nella vita monastica è lo Spirito a chiamare, pur servendosi di mediazioni umane, e non la chiesa tramite il ministero episcopale, come accade per i ministeri ordinati”. E certo colpisce questo continuo evocare, anche se non fino in fondo, la contrapposizione tra una Chiesa istituzionale, vecchia e una Chiesa spirituale, nuova. Il tutto sottolineato da una sezione del sito web della comunità che si intitola “Pneumatofori”, portatori dello Spirito, in cui si dice: “Sono passati tra noi..” seguono 19 nomi per poi concludere “lasciandoci il loro spirito”.
Nell’attesa, le “comunità alternative” sono chiamate a evitare di porre Cristo al centro del proprio agire sociale. Niente leggi che sappiano di sacrestia: l’Altro, lo Straniero siano la regola, il nascondimento sia il mezzo, l’umanizzazione, e non la salvezza, sia il fine. Dunque, in Per un’etica condivisa, Bianchi spiega che gli ripugna un mondo in cui “le chiese propugnano un’etica e concentrano tutte le loro energie affinché sia assunta dalla società, si mostrano capaci di quei servizi necessari ai quali lo stato non sa dare attuazione, soprattutto in risposta ai diversi tipi di povertà ed emarginazione, offrono la loro esperienza e qualità di intervento nell’educazione giovanile, chiedendo però un riconoscimento del proprio ruolo”.
Per non parlare dei cosiddetti “atei devoti che oggi pontificano”. Ai quali Bianchi manda a dire che “non vi è nessuna necessità mondana di Dio, nessuna possibilità di teismo utilitario come invece vorrebbe far credere una società in carenza di ideali. Alla larga da “un progetto che vede le chiese correre in aiuto e supporto alla società per fornire, alimentare valori di cui esse hanno bisogno per il loro ordine ed equilibrio”.
In un colpo solo, fratel Enzo fa fuori gli atei devoti e San Tommaso d’Aquino. Il Dottore Angelico, nella Summa spiega l’utilità delle leggi dello Stato e della repressione penale, che servono ad “abituare a evitare il male e a compiere il bene per timore della pena, in modo che poi esso sia compiuto spontaneamente”. Ma è chiaro che, per dei puri destinati a vivere nel nascondimento e nella carità perfetta, la fatica di produrre leggi che conducano gli uomini al bene, invece che benedetta, appare blasfema.
E’ difficile non far risalire tutto questo a una sottovalutazione dell’Incarnazione di Cristo, da cui scende direttamente l’impegno del cristiano nella vita quotidiana. La Civitas Dei di Sant’Agostino, alla quale appartiene il cristiano, non è un luogo impalpabile e neppure una comunità separata che diventi esempio per la società. L’appartenente alla Civitas Dei ha il dovere mettere mano anche alla città dell’uomo, e il suo impegno è essenzialmente milizia.
Ma se l’impegno è debole, di solito, la cristologia è debole. Il Priore, quando cita Cristo, si affretta a spiegare che è colui che “ha narrato Dio agli uomini”. Linguaggio opaco che produce la sensazione di trovarsi davanti a una vicenda incompleta. Sensazione alimentata da Bianchi con un libretto per bambini intitolato “Gesù. Il profeta che raccontava Dio agli uomini”. E’ vero che dentro dice che Gesù è Figlio di Dio. Ma poi spiega ai suoi piccoli lettori: “Gesù (...) era un bambino come noi che viveva con i suoi genitori, Maria e Giuseppe, in un villaggio una piccola cittadina della Galilea. Quando aveva dodici anni ha sentito una chiama più forte. (...) Gesù è stato inviato, mandato, è divenuto un testimone, cioè uno che raccontava Dio agli uomini”.
Forse, sta qui la ragione del cristianesimo minimale di Bianchi, che ha un precedente illustre in Giuseppe Dossetti, passato dalla militanza nella Dc alla scelta monastica. Non a caso, il Priore di Bose ha un posto fisso nel Consiglio di amministrazione della dossettiana Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna. Come quello di Dossetti, il monachesimo di Bianchi è anomalo. Non sceglie la via della solitudine per lodare e adorare Dio, ma per caricarsi di carisma profetico con il fine ultimo di trasformare la Chiesa e renderla più spirituale e democratica attraverso le alchimie della politica. Un ribaltamento di orizzonte che passa dall’influsso della Chiesa sulla società a quello della società sulla Chiesa.
L’unica differenza tra Dossetti e Bianchi sta nel partner. Il monaco bolognese, tra gli artefici della costituzione repubblicana, fece della sua creatura il luogo d’elezione per l’incontro con il Pci di Togliatti. Pensò la carta costituzionale come piattaforma utopica per un progetto che trasformasse la vita politica italiana e, quindi, anche la Chiesa. Dal che discese una visione ideologica della costituzione in nome della quale Dossetti, prima combattè Craxi e poi lasciò il suo romitaggio per fronteggiare il cavaliere nero Berlusconi.
Bianchi, oggi, ha a che fare con gli eredi di un Pci putrefatto, una sorta di partito radicale di massa in cui convive tutto e in contrario di tutto, da Rosy Bindi a Massimo Cacciari passando per Dario Franceschini: come dire il nulla, l’ideale per le profezie minimali del Priore.
Ma l’obiettivo non è cambiato, nel mirino c’è sempre la Chiesa romana e la sua concezione costantiniana. Il che fa tirare una boccata d’ossigeno a Eugenio Scalfari, che, alla Fiera del libro del 2005 disse: “Se tutti i cattolici fossero come Enzo Bianchi io sarei molto rassicurato”.
Come dargli torto?