venerdì 15 aprile 2011

Bongi: "Bravo, Mons. Gherardini!"


L'ultima lettera di mons. Brunero Gherardini contenente alcune interessantissime considerazioni sul futuro auspicabile ruolo della Fraternità Sacerdotale San Pio X all'interno della Chiesa fa discutere e, come già l'arcinoto volume "Concilio Vaticano II: un discorso da fare", lascia il segno nel dibattito teologico contemporaneo. Da infatti molto molto fastidio, soprattutto a taluni pseudo-tradizionalisti di stampo Wojtiliano, constatare come stiano sempre più aumentando le voci autorevoli che identificano nella storia e nell'atteggiamento della FSSPX, una ricchezza e una forza a cui la S. Chiesa potrà e dovrà appoggiarsi nelle dure battaglie che presumibilmente riserverà il futuro. Ciò che a questi esponenti del "tradizionalismo minimale" non piace è l'inequivocabile ripudio, magistralmente espresso da mons. Gherardini, del compromesso sulla Fede come scorciatoia per la risoluzione dei conflitti fra i cristiani. "Ma come" - sembrano dire i critici - "Noi, negli scorsi decenni, per conquistarci un posto al sole, o all'ombra del cupolone, abbiamo dovuto inghiottire un esercito di rospi: adesione acritica al Concilio Vaticano II, commenti forzatamente entusiastici dopo il raduno di Assisi o i 'mea culpa' del 2000, accettazione del Messale Novus Ordo, Osanna verso il nuovo diritto canonico e verso il Concordato Craxi-Casaroli, amabile condiscendenza, per carità fraterna, nei confronti degli orrori carismatici e neo-catecumenali, ecc. ecc. e poi..., dopo che noi abbiamo svenduto ogni dignità per amore della Chiesa, se ne arrivano questi..., belli belli, con il piglio dei duri e puri, che rischiano di entrare dalla porta principale, senza nemmeno il giogo di una minima genuflessione davanti al super-dogma conciliare...! Non è possibile... Non sia mai!" Del resto questo atteggiamento psicologico lo abbiamo potuto notare chiaramente negli anni scorsi. All'indomani del Motu Proprio "Summorum Pontificum" ecco un coro di "vecchi tradizionalisti pentiti" pontificare all'unisono: Adesso tocca alla FSSPX fare passi avanti. Il Papa è stato generoso con loro, leggasi "ci ha preso in contropiede", ma adesso, se vogliono davvero entrare, dovranno per forza piegarsi (come abbiamo fatto noi!). Lo stesso dicasi dopo la revoca delle scomuniche: se la FSSPX non vuole perdere l'ultimo treno, adesso dovrà assolutamente riconoscere in tutto e per tutto l'Autorità del Concilio e dei documenti post-conciliari. E invece passano i mesi e nulla succede di quanto costoro pretendono. Si avviano i colloqui e, nonostante le loro "gufate", gli incontri procedono nella discrezione più assoluta. La rabbia e la sindrome dello "scavalcamento" aumentano ogni giorno di più. Ora ci si mette anche Gherardini a tifare per i lefebvriani; incredibile... non c'è proprio più rispetto per la "nuova Pentecoste" degli anni '60! In realtà è proprio così. Mons. Gherardini, pur nel suo linguaggio levigato e ben lontano dalle spigolosità anglosassoni, sembra quasi riecheggiare alcuni recenti commenti di mons. Richard Williamson ovvero: - Ogni compromesso sulla Fede sarebbe, oltre che un gran male per tutta la Chiesa, la fine della FSSPX - Ogni accordo pragmatico, basato sulla teoria delle "discordanze apparenti" rappresenterebbe inevitabilmente la capitolazione della Tradizione - Se non si trova prima un accordo sul significato delle parole, non è possibile trovarne uno vero sui contenuti. Tutti infatti potrebbero concordare sull'espressione "Il Concilio deve essere letto alla luce della Tradizione". Ma cosa significa la parola Tradizione? Se non si risolve prima questo problema semantico non ha senso discutere usando ciascuno il proprio vocabolario. - Chi sostiene, come fece papa Wojtila, che il concetto di Tradizione fatto proprio dalla FSSPX, è contradditorio e incompleto, ha il dovere di provare queste sue affermazioni. In altre parole: l'ermeneutica della continuità, come lo stesso Gherardini afferma nel suo libro sul Concilio, non basta "declamarla" ma bisogna "dimostrarla". Credo proprio che sarà molto dura contestare in modo convincente le opinioni espresse da mons. Gherardini. In mancanza di idee forti contro le sue tesi si sente già qualcuno sussurrare che: "E' stato un grande teologo ma... poverino... ormai è anziano...!" Di fronte a queste squallide illazioni vorrei però incoraggiare il grande professore della scuola romana. Non è da solo. Le stesse argomentazioni furono e purtroppo sono portate anche a detrimento degli autori del "Breve esame critico" sul Novus Ordo Missae ovvero i benemeriti cardinali Ottaviani e Bacci. Anche loro erano anziani e..., sempre secondo certi soloni, firmarono al buio il loro libello senza rendersi conto di ciò che sottoscrivevano. Vada avanti dunque Monsignore! Non potremo mai ringraziarLa a sufficenza per il Suo coraggio e per quanto sta facendo per l'autentico bene della S. Chiesa. .  
Marco BONGI 

sabato 9 aprile 2011

Intervista di S. Ecc.za Mons. Bernard Tissier De Mallerais della Fraternità Sacerdotale San Pio X



rilasciata a Stephen L. M. Heiner, a Colton, in California, il 21 aprile 2006.
Pubblicata nel numero della rivista The Remnant del 30 aprile 2006


Premessa dell'intervistatore
Avevo incontrato Mons. Bernard Tissier De Mallerais solo una volta, nel 1977, in occasione dell’ordinazione di don Frank Kurtz. Conoscendo la sua passione per il diritto canonico, gli posi allora alcune domande sulla natura "intrinsecamente perversa" della nuova messa. Mi dedicò amabilmente un po’ del suo tempo esponendo brevemente le sue idee a riguardo.
La sua cortesia e la sua gentilezza mi colpirono, così come mi colpì il suo modo di celebrare la S. Messa, con una precisione ed una santità tali che raramente avevo visto.
Espressi a mister Michael Matt [Direttore della rivista The Remnant] il desiderio di intervistare Monsignore, ed egli mi autorizzò a “scovarlo”. Benché io non sia europeo e il mio francese e il mio tedesco siano alquanto sommarii, ho finito per trovarlo a Ecône.
Mi ha permesso di incontrarlo a Colton, dove avrebbe dovuto recarsi per amministrare le cresime.
L’intervista l’ho registrata personalmente, ed è durata circa 45 minuti.
Monsignore ha verificato il testo qui riprodotto, per quanto riguarda sia la forma sia il contenuto, e lo ha approvato autorizzandone la pubblicazione.
Ho preferito usare il titolo di Monsignore piuttosto che quello di Vostra Eccellenza.
(Alla fine dell'ntervista, Stephen Heiner aggiunge un brevissimo appunto comprensivo di una ulteriore citazione dell'allora don Joseph Ratzinger)
Stephen L.M. Heiner (S. H.): Monsignore, l’agenzia Zenit ha pubblicato il 7 aprile un testo contenente alcune dichiarazioni dei vescovi francesi fatte alla fine della loro assemblea plenaria:
«La verità ci impone di esprimere chiaramente i nostri motivi di disaccordo. Più che su questioni di liturgia, questo disaccordo verte sull’accettazione del Magistero, in particolare quello del concilio Vaticano II e dei papi degli ultimi decenni. La Comunione può realizzarsi nonostante delle questioni, delle richieste di precisione o di riflessione complementare, ma non si potrebbe tollerare un rigetto sistematico del Concilio, una critica dei suoi insegnamenti o una denigrazione della riforma liturgia da esso decretata.»
Inoltre, il sito internet AngelQueen.org ha pubblicata una “intervista esclusiva” di Mons. Rifan, della Diocesi di Campos. In questa intervista Mons. Rifan dichiara (tramite un suo subordinato) che la comunione cosiddetta essenzialmente “pratica” ed “effettiva”, con il rito romano è dimostrata per mezzo della concelebrazione nel Novus Ordo, ed ha citato a riguardo il Canone 541.
Cosa risponde a queste considerazioni sulla “comunione” come vescovo di rito romano che riconosce la validità dell’elezione di Benedetto XVI ?
Monsignor De Mallerais (M. D. M.): Innanzi tutto io non conosco questo testo. Non l’ho letto. La cosa non mi interessa, non seguo questo genere di novità. Non è questo il problema. Qui non si tratta della “comunione” intesa secondo l’idea stupida sostenuta da questi vescovi dopo il Vaticano II. Non è la comunione che costituisce il problema, bensì la professione della fede. La “comunione” non significa niente, è solo una invenzione del concilio Vaticano II. L’essenziale è che questa gente (i vescovi) non professano la Fede cattolica. Ai miei occhi la “comunione” non significa niente, è solo uno slogan della nuova Chiesa. La definizione della nuova Chiesa è la “comunione”, che però non è mai stata una definizione della Chiesa Cattolica. Io posso solo fornirle la definizione della Chiesa così come la si intende tradizionalmente.

S.H. : Qual è questa definizione, Monsignore ?
MDM: La Chiesa è la società visibile di coloro che sono battezzati, professano la fede cattolica e si sottomettono al Pontefice romano. Questi tre elementi sono essenziali e necessarii e, secondo me, rappresentano tutto ciò che conta; la “comunione” non ha alcun valore ai miei occhi.
Se c’è qualcosa di importante che posso dirle è che questa gente ha perduta la Fede, soprattutto la fede nel mistero e nel dogma della Redenzione.
La riforma liturgica ha completamente falsificato il mistero della Redenzione: è un fatto.

S. H.: Il Santo Padre ha lavorato molto in questo concilio, come teologo. Lei lo ha conosciuto quand’era ancora cardinale, nel 1988, e io so che all’epoca Lei ha avuto a che fare con lui molto da vicino nell’àmbito dei “negoziati”.
In quest’ultimo anno Lei ha avuto modo di osservarlo (tra poco si festeggerà il primo anniversario della sua elezione): vi è stato un cambiamento nelle sue parole, nei suoi atti o nel suo tono, da quando è divenuto papa ?
MDM: Io lo conosco come un negoziatore che ha cercato di riconciliarci con la Chiesa conciliare e di riportarci nel suo seno. Ho visto in lui un uomo intelligente e interessato a questo progetto di “reintegrazione”. Noi abbiamo scansato le sue iniziative. Ma attualmente io considero che egli è il papa, sì il papa, e che è investito di speciali grazie. Tuttavia, egli non si serve di queste grazie, poiché non fa niente per la Chiesa. È insediato da un anno e non ha fatto niente !

S. H.: Si è detto che provava un certa colpa a proposito del 1988, visto che, esteriormente, sembra che “combatta” per la Fraternità. Pensa che sia così ?
MDM: Egli era profondamente convinto che noi fossimo fuori della Chiesa e che aveva il dovere di riportarci dentro. Beninteso, una tale idea era ridicola, poiché noi non siamo fuori dalla Chiesa e non lo siamo mai stati. Si trattava del suo grande desiderio (la riconciliazione). Questi fatti risalgono a qualche mese prima della mia consacrazione episcopale. Ma attualmente è lui il papa ! Egli deve fare qualcosa per la Chiesa ! Invece non fa niente !

S. H.: Quindi non gli ha visto compiere niente di concreto, Monsignore ?
MDM: No, niente.

S. H.: Nel corso del recente concistoro, egli ha accresciuto il peso elettorale dell’Europa a scapito di altre parti del mondo. Si dice che egli voglia che l’Europa riprenda le redini della Chiesa. Ma l’Europa è infettata dalla crescita dell’islam. Noi, in America, siamo svantaggiati per poter osservare l’islam militante, visto che da noi vi è solo una piccola minoranza di musulmani. 
Tenuto conto delle recenti agitazioni e dell’articolo pubblicato da DICI a febbraio proprio sull’avanzata dell’islam in Europa, che ne pensa dello stato della Chiesa in Europa ? È essa pronta ha “prenderne le redini” ?
MDM: Questa questione non riguarda Benedetto XVI, ma i governi europei, che permettono all’islam di svilupparsi senza limiti. Il governo francese, per esempio, in pratica invita i musulmani a venire in Francia, pretende di controllare la loro religione ed adotta leggi e regolamenti in questo senso. I vescovi non vedono il pericolo e, di fatto, non sono coerenti. Da un lato percepiscono il pericolo e non concedono chiese ai musulmani perché si facciano le loro moschee, dall’altro dicono che i cristiani e i musulmani devono riconciliarsi, che non vi è differenza tra la religione degli uni e quella degli altri, che l’islam è una religione molto “tollerante”. Sono dunque in completa contraddizione con loro stessi.

S. H.: Ritiene che questa attitudine sia condivisa dai vescovi tedeschi, francesi e svizzeri, e che non vi sia differenza tra i diversi paesi ?
MDM: Non vedo la minima differenza. Sono tutti perfettamente incoerenti. Vedono il pericolo, visto che si vedono costretti a cedere le chiese vuote ai musulmani (in forza della legislazione francese sugli edifici pubblici), ma intanto dicono che l’islam è una religione molto buona e molto tollerante.

S. H.: Il “progetto europeo” di Benedetto XVI si scontra contro numerosi ostacoli. Lei ha detto che a suo tempo ha visto agire l’attuale Papa come negoziatore. Mons. Fellay, ultimamente, lo ha presentato come molto legato al Concilio. Quali sono le principali idee di questo Papa che confliggono con la Tradizione ?
MDM: La collegialità, per esempio. Egli vuol governare la Chiesa insieme ai vescovi e ai cardinali. Dunque si mette nella impossibilità di governare la Chiesa. La cosa è del tutto evidente, poiché è papa già da un anno e non ha fatto niente !
[Monsignore ha espresso questo concetto già due volte, ma io faccio notare che su questa questione della collegialità egli si esprime con grande veemenza. Ed egli prosegue: …]
La collegialità paralizza il papa.

S. H.: Vuole essere paralizzato ?
MDM: Si, egli ci crede (alla collegialità).

S H.: Per quanto riguarda l’ecumenismo si dice che non fosse contento di Assisi …
MDM: L’ecumenismo, in effetti, è un’altra cosa, e si è detto che egli disprezzasse Assisi, ma noi non siamo certi che questo sia vero. Tanto più che già in diverse occasioni si è recato nelle sinagoghe, con i Giudei, … e allora … La cosa non è chiara… poiché vi è una inclinazione per la religione ebraica.

S: H.: Non ha limitato l’indipendenza di cui godevano i francescani della basilica (di Assisi) ?
MDM: Si, ma questa è una cosa secondaria.

S. H.: Ho chiesto a Mons. Fellay, per telefono, che mi precisasse lui stesso quanto aveva dichiarato nella sua conferenza a Denver, dato che avevo solo preso degli appunti e non avevo fatto una registrazione. In particolare gli dissi che avevo trascritto così: “Egli (Benedetto XVI) pensa che la laicità sia il modo d'esistenza preferito nella concezione cattolica dell’organizzazione sociale”. Egli allora mi ha corretto, perché scrivessi che è “… il solo modo d’esistenza …”. 
Non ci troviamo qui di fronte a «tre grandi temi» e cioè alla collegialità, all’ecumenismo e lla libertà religiosa ? E il Papa non è interamente convinto di queste idee ?
MDM: Si, egli è interamente convinto di questi tre errori. Per quanto attiene alla libertà religiosa egli si trova quasi esattamente sulla stessa lunghezza d’onda di Giovanni Paolo II. Come questi, è convinto che nessun governo può essere cattolico, né che alcun governo può riconoscere Gesù Cristo come vero Dio. Ben inteso, ciò è contrario all’insegnamento cattolico, e più precisamente all’insegnamento che Pio XI ha espresso nella Quas Primas.

S. H.: Si, e il Syllabo …
MDM: Si, ma il Syllabo è del 1860, mentre invece la Quas Primas è del 1925, non è quindi così vecchia, né così sorpassata come costoro direbbero.

S. H.: Monsignore, oltre all’eventuale senso di colpa a proposito del 1988, si dice che Benedetto XVI si senta in colpa nei confronti di Fatima. Lei stesso, insieme ai suoi tre confratelli vescovi, si è recato a Fatima per compiervi un atto di riparazione… Che può dire a proposito del persistente silenzio su Fatima, che risale all’epoca di Pio XII ?
MDM: Non posso dire niente sull’argomento. Fatima è una rivelazione privata. Mi scusi, ma io non ne parlo.

S. H.: Ho qualche altra domanda personale da farLe. Ho letto ultimamente la sua biografia di Mons. Lefebvre. Lei lo ha conosciuto molto bene. Ha avuto delle sorprese nell’effettuare le ricerche per scrivere il libro ?
MDM: La mia principale sorpresa è stata generata dal grande affetto e dal grande rispetto che tutti questi padri progressisti provavano nei suoi confronti, compresi quelli che non erano d’accordo con lui: davvero sbalorditivo. Lo rispettavano enormemente per la sua personalità cristiana, cattolica. Lo hanno testimoniato tutti nei corso dei miei incontri: lo amavano, anche se non lo comprendevano. In effetti, non riuscivano a fare quadrare la sua gentilezza, la sua carità, la sua franchezza con la sua forza nella Fede. Cosa di cui erano incapaci.

S. H.: Dal momento che percepivano la personalità cristiana di Mons. Lefebvre, com’è che non comprendevano le sue conclusioni cristiane ?
MDM: Perché erano liberali, non potevano capire che un uomo può essere contemporaneamente così amabile e così forte.

S. H.: Si sa che è stato Mons. Lefebvre ha consacrarla vescovo. Fra poco sarà il diciottesimo anniversario della sua consacrazione. Che ne pensa dell’episcopato o piuttosto che cos’è che non si aspettava nel giugno del 1988 ?
MDM: La cosa che mi sorprende molto è che la crisi della Chiesa duri da così tanto tempo. Alcuni anni dopo la mia consacrazione, noi pregavamo perché il Signore ci inviasse un papa veramente cattolico, un santo papa cattolico,  diciannove anni dopo ecco che siamo ancora nella stessa situazione. È estremamente deludente. La crisi si perpetua e noi dobbiamo proseguire la battaglia. Questo è molto difficile, non per me, ma soprattutto per i fedeli. Bisogna dare loro del coraggio, incitarli a tenere duro a non lasciarsi andare. Dobbiamo continuare la battaglia.

S. H.: Il suo ruolo di vescovo La porta a viaggiare nel mondo intero per visitare i fedeli. Cosa segnala di comune in noi della Tradizione ?
MDM: Credo che vi sia una grande stima per le famiglie cattoliche numerose. Vi è questo di comune: la grazia del matrimonio cristiano e il desiderio di avere molti figli. I nostri fedeli comprendono che l’avvenire della Chiesa e quello delle loro comunità sono fondati su un matrimonio fecondo. E si tratta di una grazia di Mons. Lefebvre, con la Santa Messa, poiché è questo quello che lui predicava.

S. H.: Monsignore, il Capitolo generale della Fraternità, che si terrà questa estate …
MDM: Ah, sì.

S. H.: Vi è una certa confusione tra i fedeli circa la possibilità che una persona che sia stata già Superiore generale possa esserlo nuovamente. Per esempio, don Schmidberger, che lo è già stato potrà esserlo di nuovo ?
MDM: Si, non vi sono restrizioni.

S. H.: Don Schmidberger è stato Superiore generale dopo la sua consacrazione, di modo che, in quanto vescovo, Lei doveva rendere conto ad un prete. Credo che per il sentire dei fedeli, da quando Mons. Fellay è stato eletto, il posto di Superiore generale deve continuare ad essere occupato da un vescovo, e non da un semplice prete. 
Che ne pensa ? Per essere più precisi, senza con questo volergli far esprimere una previsione: è probabile che la pratica di porre un vescovo alla testa della Fraternità possa continuare ?
MDM: No, questo non è normale. In effetti più normale sarebbe che questo posto andasse ad un semplice prete.

S. H.: Perché Monsignore ?
MDM: Perché questo è nella nostra costituzione, e perché l’esistenza dei vescovi in seno alla nostra Fraternità rappresenta qualcosa di straordinario, d’imprevisto, perché la cosa non è normale. Così io penso che sarebbe molto normale per un semplice prete essere Superiore generale, ed io sarei pronto ad obbedirgli, a sottomettermi a lui.

S. H.:  Dunque, per la Fraternità, si tratta di una situazione straordinaria avere dei vescovi. Ma lei può pensare di dover rendere conto ad un prete, o anche ad un vescovo, quando già lo ha fatto con don Schmidberger ? Mi spiego: le costituzioni non impediscono ad un Superiore generale emerito di essere rieletto ?
MDM: No.

S. H.: Quindi, Mons. Fellay potrebbe essere rieletto.
MDM: Si.

S. H.: Monsignore, non riesco a comprendere bene questa questione, ed è soprattutto per questo che ho desiderato intervistarla. Come anglofoni, noi ascoltiamo molto spesso Mons. Williamson, e spesso Mons. Fellay, ma Mons. Alfonso de Galarreta non parla l’inglese. I sobillatori non mancano mai: su dei siti internet, principalmente, si citano delle “fonti interne”, reputate anonime, che spesso non sanno niente e cercano di dividere la Fraternità parlando di un preteso “scisma al suo interno” nel caso (probabile secondo costoro) in cui Mons. Fellay concludesse un “contratto” con Roma. 
Ma la domanda è questa: quando Mons. Fellay parla o fa una dichiarazione, si può dire che lo fa “a nome dei vescovi” della Fraternità ?
MDM: No. Io direi che egli si pronuncia in quanto Superiore generale della Fraternità, semplicemente.

S. H.: Dunque, in quanto vescovo, il suo ruolo principale consiste…
MDM: Solo nel conferire le cresime e provvedere alle ordinazioni. Questo è il ruolo che ci ha assegnato Mons. Lefebvre. Di modo che noi non svolgiamo alcun “ruolo direttivo” nella Fraternità, siamo semplicemente sottomessi al Superiore generale.

S. H.: Insomma, se vi fosse una restaurazione in seno alla Chiesa, non vi sarebbe più bisogno di vescovi della Fraternità ?
MDM: Se vi fossero dei vescovi cattolici ad occupare delle sedi cattoliche, non vi sarebbe più bisogno di noi.

S. H.: Monsignore, The Angelus ha riprodotto ultimamente uno studio del padre Pierre-Marie, O. P., che sostiene la validità del nuovo rito di consacrazione dei vescovi, questione importante poiché l’attuale Santo Padre è il primo papa che ha ricevuto la consacrazione a vescovo col nuovo rito. Su internet vi sono delle dichiarazioni secondo le quali Mons. Lefebvre dubitava della validità del nuovo rito di consacrazione episcopale…
MDM: No, no, no. Egli non ha mai parlato di questo, mai. No, no.

S. H.: Allora, in seno alla Fraternità non si è mai messa in discussione la validità di tale o di tal’altro nuovo sacramento ?
MDM: Mons. Lefebvre non ha mai trattato la validità delle consacrazioni episcopali.

S. H.: No ? E a proposito dell’episcopato ?
MDM: Io non so cosa egli pensasse di questa questione. Egli non conosceva il nuovo rito di consacrazione episcopale. Non aveva studiato né letto niente sull’argomento. Lui stesso si limitava a continuare ad usare il vecchio rito.

S. H.: Ho un’altra domanda da farle. Dov’è che la Fraternità cresce più rapidamente nel mondo ?
MDM: L’essenziale è che noi si ristabiliscano le famiglie cattoliche, le scuole cattoliche: sono questi i grandi mezzi per la crescita della Chiesa cattolica. Del resto, molti dei nostro sacerdoti vengono dalle nostre scuole. Noi insistiamo presso i nostri fedeli perché iscrivano i propri figli nelle scuole cattoliche.

S. H.: Ecco io ho finito con le mie domande, Monsignore. Nello stendere questa intervista ci tengo ad assicurarmi di averla citata fedelmente: per questo le farò avere una trascrizione prima che Lei si recherà a Veneta…
MDM: No, no, nelle vostre domande non avete toccato l’essenziale; trovo che esse siano pertinenti, ma non hanno toccato per niente l’essenziale…

S. H.: Cosa c’è d’altro, Monsignore ?
MDM: Ebbene, per esempio, che questo papa nel passato ha professate delle eresie ! Egli ha professato delle eresie ! Ed io non so se le professi ancora.

S. H.: Quando lei dice “ha professate”, intende dire che lo fa ancora ?
MDM: No, ma egli non ha mai ritrattato i suoi errori.

S. H.: Ma, Monsignore, se non le ha mai ritrattate, le continua a sostenere ? A cosa si riferisce ? Può essere più preciso ? Devo riconoscere che io non sono un teologo e non ho letto alcuna delle sue opere. Intende parlare del tempo in cui era cardinale ?
MDM: Parlo del tempo in cui era prete. In quanto teologo egli ha professate delle eresie, ha pubblicato un’opera piena di eresie.

S. H.: Monsignore, a me occorre che Lei sia più preciso, così che possiamo approfondire la questione.
MDM: Sì, sicuramente. Egli ha pubblicato un libro intitolato Introduzione al Cristianesimo, nel 1968. Questo libro era zeppo di eresie, in particolare sosteneva la negazione del dogma della Redezione.

S. H.: In che senso, Monsignore ?
MDM: Egli ha sostenuto che Cristo non ha soddisfatti i nostri peccati, che non li ha riscattati, che Lui, Gesù Cristo, morendo sulla Croce, non ha soddisfatto i nostri peccati. Quest’opera nega il riscatto dei peccati tramite Cristo.

S. H.: Non sono sicuro di comprendere…
MDM: Egli nega la necessità della soddisfazione.

S. H.: Si direbbe Lutero.
MDM: No, questo va molto più in là di Lutero. Lutero ammette il sacrificio, la soddisfazione per mezzo di Cristo. È peggio di Lutero, molto peggio.

S. H.: Monsignore, io devo riprendere la questione dall’inizio: vuole dire che Benedetto XVI è un eretico ?
MDM: No, ma egli non ha mai ritrattato queste proposizioni.

S. H.: Ebbene, in questo caso Lei cosa concluderebbe, Monsignore ? Direbbe che è “sospetto”, “discutibile”, “favorevole all’eresia” ?
MDM: No, è chiaro. Ma posso citarlo. 
Egli rigetta «una presentazione estremamente rudimentale della teologia della soddisfazione (vista come) un meccanismo che ristabilisce un diritto leso. Il modo col quale la giustizia di Dio, infinitamente offesa, verrebbe placata con una soddisfazione infinita… certi testi di devozione sembra che lascino intendere che la fede cristiana nella Croce intende Dio come un Dio la cui giustizia inesorabile esigerebbe un sacrificio umano, il sacrificio del Suo proprio Figlio. Noi rifuggiamo con orrore da una giustizia la cui collera furibonda toglie ogni credibilità al messaggio d’amore” (tradotto dal tedesco, pp. 232 e 233).

S. H.: Quali altre eresie ha pronunciate, Monsignore ?
MDM: Molte altre. Molte altre. Egli ha gettato dei dubbi sulla divinità di Cristo, sul dogma dell’Incarnazione…

S. H.: Questo non può essere vero…
MDM: Questo è del tutto vero. Egli fa una rilettura, una reinterpretazione di tutti i dogmi della Chiesa. Fa esattamente quello che lui stesso ha chiamato "ermeneutica" nel suo discorso del 25 dicembre 2005…

S. H.: Questa ermeneutica è conosciuta anche col nome di “tradizione vivente” … E consiste nell’interpretare le dottrine esistenti sotto una nuova luce…
MDM: Esattamente. Secondo la nuova filosofia, la filosofia idealista di Kant.

S. H.: Monsignore, queste sono parole pesanti, eppure la Fraternità non è sedevacantista…
MDM: No, no, no, no. Egli è il papa…

S. H.: Ma le sue parole sono pesanti…
MDM: Ecclesia supplet. Supplisce la Chiesa. Sta scritto anche nel Codice di Diritto Canonico: «in caso di dubbio, la Chiesa supplisce al potere esecutivo». Egli è il papa. La Chiesa supplisce. Ma noi dobbiamo sapere che egli ha professato delle eresie.

S. H.: Monsignore… Devo sottolineare che l’articolo che scriverò sarà largamente diffuso nel mondo anglofono… Sono proprio queste le parole che intende usare ?
MDM: Si. Si. Io ho letto Joseph Ratzinger, ho letto i suoi lavori. E posso assicurarle che è vero.

S. H.: Bene, allora mi piacerebbe sapere cosa pensava Mons. Lefebvre di lui, quand'era il cardinale Ratzinger.
MDM: Monsignore non l’aveva letto, non lo aveva mai letto. Vedeva in lui un negoziatore, un uomo intelligente e onesto che prendeva delle iniziative pericolose nei nostri confronti.

S. H.: Il tema che lei ha introdotto, Monsignore, ci rimanda al Protocollo del 1988, in cui si dice che la Fraternità interpreta il Concilio «alla luce della Tradizione». Questo vale ancora oggi ?
MDM: Assolutamente no. Le cose sono cambiate.

S. H.: Che si può dire allora ? Che il Concilio dev’essere rivisto, rivisto interamente ?
MDM: No, perché lo leggeremo alla luce della "nuova filosofia". Si, è questa la vera “luce” (sorride). La sola luce alla quale lo si possa leggere.

S. H.: Lei afferma dunque che la Fraternità legge il Concilio alla luce della “nuova filosofia” ?
MDM: Esattamente.

S. H.: E quindi lo rigetta ?
MDM: È il solo modo in cui lo si possa leggere. Non si può leggere il Vaticano II come un lavoro cattolico. Esso si basa sulla filosofia di Emmanuel Kant.

S. H.: L’idealismo ?
MDM: Esattamente, l’idealismo tedesco.

S. H.: Ma allora, se lei dice che il modo giusto per interpretare il Concilio consiste nel leggerlo alla luce della “nuova filosofia”, la Chiesa come deve trattare questo Concilio ?
MDM: Secondo me, un giorno la Chiesa dovrà cancellare questo Concilio. Non parlarne più. Dovrà dimenticarlo. La Chiesa si dimostrerà saggia se dimenticherà questo Concilio.

S. H.: Vi rileggo i miei ultimi appunti: La Chiesa deve cancellare questo Concilio, non parlarne più, dimenticarlo.
MDM: Si, dimenticarlo. Farne tabula rasa. 
Adesso deve scusarmi, Stephen, devo andare a confessare prima della Messa. Mi voglia perdonare.

S. H.: Monsignore è stato un gran piacere, insieme interessante e sorprendente.
MDM: Anche per me è stato un piacere.
 
Ecco, questa è l’intervista. Ritengo che essa contenga le parole più dure che io abbia mai sentito pronunciare ad un vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X. 
Non ho alcun commento da aggiungervi, tranne che sottolineare il fatto che Monsignor Tissier de Mallerais ha parlato con molta calma e molta chiarezza, e mi è sembrato interessante che abbia voluto impedirmi di porre fine all’intervista perché secondo lui io non avevo proposto degli argomenti interessanti.
Devo esprimere il mio compiacimento per l’occasione concessami da Michel Matt di condurre questa intervista.
Della parte finale di essa ho parlato con il dott. Tom Droleskey, che ha studiato certi scritti di Rantzinger quand’era ancora un semplice prete. Egli mi ha inviato quest’altra citazione tratta da un testo di Ratzinger:
«La devozione eucaristica che si manifesta nella visita silenziosa del fedele alla chiesa, non dev’essere intesa come una conversazione con Dio. Infatti, questo significherebbe che Dio è presente in quel contesto e in maniera circoscritta. Giustificare una tale asserzione denota una mancanza di comprensione dei misteri cristologici legati alla nozione stessa di Dio. Ciò ripugna al pensiero serio dell’uomo che conosce l’onnipresenza di Dio. Andare in chiesa perché si possa far visita a Dio che lì è presente, è un atto insensato che l’uomo moderno rifiuta a giusto titolo». (Die Sakramentale Begrundung Christlicher Existenz, 1966, Kyrios Publishing, Freising-Meitingen-Germany).




Fonte

venerdì 8 aprile 2011

NON POSSUMUS!



Editoriale
di don Davide Pagliarani
È possibile celebrare il XXV anniversario di Assisi 1986, facendo astrazione di ciò che quell’evento ha significato?No, perché i distinguo e le precauzioni, che possono esserci, non raggiungeranno che pochi «addetti ai lavori»: non si può correggere un errore senza riconoscerlo come tale e, tanto meno, celebrandolo.

Freccia bluCalendario 2011 (per il calendario liturgico vedi qui)
Cari lettori,
Il nuovo anno è incominciato con l’annuncio da parte del Pontefice di una nuova riunione dei rappresentanti di tutte le religioni del mondo ad Assisi: «…ho avuto modo di sottolineare come le grandi religioni possano costituire un importante fattore di unità e di pace per la famiglia umana, ed ho ricordato, a tale proposito, che in questo anno 2011 ricorrerà il 25° anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace che il Venerabile Giovanni Paolo II convocò ad Assisi nel 1986. Per questo, nel prossimo mese di ottobre, mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace»[1].
Non è un segreto che il Card. Ratzinger fosse contrario alla riunione del 1986: la sua assenza in tale occasione non passò inosservata. Cosa è successo? È cambiato qualcosa?
A questo proposito non sarebbe onesto tacere sulle puntualizzazioni che il Card. Ratzinger fece, a più riprese, per arginare il rischio di sincretismo e di relativismo, arrivando a denunciare nelle riunioni interreligiose un pericolo oggettivo in questo senso.
È altrettanto evidente che nell’annunciare la giornata dell’ottobre prossimo il Papa evita di parlare di «preghiera »; infatti passò alla storia come poco convincente la precisazione che il Vaticano fece nell’86 per sottolineare che ad Assisi «non pregheremo insieme ma saremo insieme per pregare». Si trattava d’un primo tentativo - un po’ bizantino - per cercare di rispondere alle obiezioni dei “critici” e per tranquillizzare le coscienze dei perplessi.
Cosa succederà esattamente ad Assisi non lo sappiamo ancora: ci limitiamo pertanto ad alcune riflessioni in base agli elementi attualmente a disposizione.
Assisi ’86 rappresenta indubbiamente una delle giornate più tristi della Storia della Chiesa: grazie ai moderni mezzi di comunicazione, il mondo intero ha contemplato i rappresentanti di tutte le religioni riuniti dal Papa per espletare i loro culti idolatrici nelle chiese di una città simbolo del Cattolicesimo. Quella giornata, voluta da Giovanni Paolo II e per la quale questo Pontefice è passato alla Storia, è purtroppo la grande icona del suo pontificato e del progetto ecumenicointerreligioso, impressa per sempre nella memoria dell’umanità intera che non legge i testi del Concilio - né le considerazioni teologiche del Card. Ratzinger - ma che ha visto quelle immagini storiche. Esse hanno contribuito in modo determinante a seminare l’indifferentismo e l’idea che al di fuori di Cristo esistano vie alternative per giungere al Padre e ottenere la pace.
Pertanto nella misura in cui ad Assisi accadesse sostanzialmente ciò che è accaduto 25 anni fa non possiamo che reiterare il nostro nullam partem negli stessi termini utilizzati in quell’occasione.
Nella misura in cui l’attuale Pontefice volesse realmente dare un significato diverso a tale manifestazione, attraverso una serie di misure, di distinzioni e di “precauzioni”, ci viene spontanea qualche riflessione.
Pur cogliendo - in questa ipotesi - la volontà di mettere un freno e di un qualche ripensamento, onestamente ci sembra impossibile rettificare un evento della portata di Assisi ’86 senza sconfessarlo. Spieghiamo perché.
Tale iniziativa è stata un atto voluto da un Papa come applicazione e retta interpretazione - all’atto pratico - di ciò che il Concilio ha decretato in termini di ecumenismo e di dialogo interreligioso: proprio in relazione ai testi stessi del Concilio tale riunione fu ampiamente giustificata nelle colonne dell’Osservatore Romano. Volerla in qualche modo redimere senza denunciare lo scandalo che ha provocato appare come un tentativo inadeguato; ovviamente nessuno nega che potrebbe essere imbarazzante e richiederebbe coraggio smentire ciò che è accaduto nell’86, ma il danno alle anime e alla Chiesa provocato da quell’evento postulano - oggettivamente - una riparazione proporzionata alla quale non ci si può sottrarre: questo non per dare ragione ai “critici” di turno, ma per rimettere Cristo e la Sua Chiesa al loro posto e per ridare alle anime un segnale sufficientemente chiaro in relazione alla confusione generata da quell’evento catastrofico.
Ci sembra riemerga, in questo quadro, una prospettiva analoga a quella dell’ermeneutica della continuità: si cerca di correggere le storture senza mettere in discussione il loro fondamento.
In secondo luogo il Papa intende celebrare un anniversario: egli si recherà ad Assisi, a distanza di venticinque anni, «allo scopo di far memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore», di cui contestualmente viene annunciata l’imminente beatificazione. Ci sembra impossibile rettificare il significato di Assisi ’86 proprio celebrandone l’anniversario, previa beatificazione di colui che ne è l’artefice, rievocando così tutto ciò che quell’evento ha significato nella coscienza della cristianità e dell’umanità: è questo, infatti, l’effetto oggettivo della celebrazione di un anniversario.
In terzo luogo nessun uomo di buona volontà può ignorare che l’ermeneutica di un evento eminentemente mediatico non è data dai distinguo teorici che possono accompagnarlo, né tantomeno dalle considerazioni teologiche che - a malapena - gli addetti ai lavori conoscono, ma dall’impatto che tale evento può avere, valutabile attraverso ciò che evoca immediatamente: questa osservazione, più pastorale e concreta, dovrebbe essere assolutamente primaria nel momento in cui ci si ispira ad una prassi pastorale; purtroppo Assisi è un fatto storico, un evento reale, non un testo accademico correggibile con qualche nota in calce.
Inoltre, sempre su questa linea, ci sembra opportuno sottolineare che al di là di ciò che può accadere in tale o tale altra riunione ecumenica, ormai si è consolidato lo spirito di Assisi, così come oltre al Concilio si è consolidato lo spirito del Concilio; ritornare ad Assisi dopo venticinque anni significa, nella percezione comune, riconfermare tale spirito canonizzato da Giovanni Paolo II in quell’occasione e in quelle che ad essa si sono ispirate: è questo spirito, incarnato in una prassi divenuta comune, che determina il tono reale e mediatico degli eventi che ad esso si ricollegano. È questo spirito che - purtroppo - non viene minimamente smentito nemmeno oggi.
Infine nessuno nega che la gerarchia cattolica, avendo de facto una autorità morale universale, possa e debba lavorare per la pace, al limite coinvolgendo rappresentanti di altre religioni: tale intento però deve restare su un piano eminentemente civile e non religioso. In questa prospettiva, il fatto che un Papa parli di pace davanti - ad esempio - ai rappresentanti delle nazioni o a qualche imperatore, rientra perfettamente in un ruolo storico a cui la Chiesa non si è mai sottratta; costruire, invece, la pace attraverso l’apporto specifico che le grandi religioni possono fornire come tali, significa, a prescindere da ogni altra considerazione, collocarsi direttamente su di un piano religioso, quantunque non si preghi insieme e quantunque si eviti qualunque forma di sincretismo nel senso tecnico del termine. Questa prassi non solo è nuova, ma appare incompatibile con il Magistero e la prassi costante della Chiesa.
Illuminanti e profetiche ci sembrano a questo proposito le parole di Pio XI nell’incipit dell’enciclica «Mortalium Animos»: «Forse in passato non è mai accaduto che il cuore delle creature umane fosse preso come oggi da un così vivo desiderio di fraternità - nel nome della stessa origine e della stessa natura - al fine di rafforzare ed allargare i rapporti nell’interesse della società umana. Infatti, quantunque le nazioni non godano ancora pienamente i doni della pace, ed anzi in talune località vecchi e nuovi rancori esplodano in sedizioni e lotte civili, né d’altra parte è possibile dirimere le numerosissime controversie che riguardano la tranquillità e la prosperità dei popoli, ove non intervengano l’azione e l’opera concorde di coloro che governano gli Stati e ne reggono e promuovono gli interessi, facilmente si comprende - tanto più che convengono ormai tutti intorno all’unità del genere umano - come siano molti coloro che bramano vedere sempre più unite tra di loro le varie nazioni, a ciò portate da questa fratellanza universale.
Un obiettivo non dissimile cercano di ottenere alcuni per quanto riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Cristo Signore. Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio».


[1] Discorso di Benedetto XVI dopo l’Angelus del 1° gennaio 2011.

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