mercoledì 7 marzo 2012

L'ennesima deriva della chiesa conciliare







E "adattarono" il rito delle Esequie smentendo Paolo VI.

Vien proprio voglia di dire: "mai dire mai"


Avete capito bene il titolo: non sto parlando di Paolo IV o di san Pio V, ma di affermazioni chiare e precise, approvate in forma specifica da Paolo VI appena nel 1963, ribadite dall'edizione latina delle Esequie (1969) e mai mutate. Ne ho fatto un post più di due anni fa, quando già si parlava dell'imminente uscita del nuovo "adattamento" del rito delle Esequie, e pareva surreale quello che poi è davvero successo.
Pare che non si possa più, neanche in Italia, tradurre la liturgia Romana creata l'altro ieri. No! Bisognaadattare, neanche fossimo in Africa subsahariana. Dove pensano si siano sviluppati i riti romani delle Esequie coloro che hanno confezionato il nuovo adattamento, in Scandinavia?
Non bastava il massiccio "adattamento" del rito del Matrimonio, dove adesso si può cambiare - a piacere della coppia - perfino la formula sacramentale del consenso.... Ora si passa a riempire di ulteriori "oppure" il funerale, in modo da non avere mai una celebrazione non dico uguale, ma nemmeno simile all'altra. Un tempo si diceva che almeno la morte rende tutti uguali (e dal Papa fino all'ultimo fedele laico tutti avevano gli stessi canti nell'ultimo saluto terreno...)

Ma quello che mi sconcerta di più è la quasi totale accettazione della cremazione, e si arriva ad inventare una ritualità e una gestualità estranee al rito vigente, e pure espressamente vietate da un testo approvato dal Papa del Concilio, Paolo VI.
I fautori del Concilio Vaticano Terzo ormai prevengono i concili, mica li aspettano! Aveva approvato il buon papa Paolo queste ovvie parole (vedi qui): "i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere". [MAI non vuol dire MAI, ovviamente. Infatti ora tutto questo non solo è permesso, ma anzi incoraggiato!]

Questo era il "retrogrado" testo del 1963, che faceva comunque storia per la sua "larghezza", ora leggo con mio stupore e tristezza il seguente paragrafo nella presentazione ufficiale del nuovo Rito delle Esequie:

4. La novità più significativa della seconda edizione del rituale è costituita sicuramente dall’Appendice dedicata alle «Esequie in caso di cremazione». Questa parte è articolata in tre capitoli: «Nel luogo della cremazione», «Monizioni e preghiere per la celebrazione esequiale dopo la cremazione in presenza dell’urna cineraria», «Preghiere per la deposizione dell’urna». Dall’esame delle sequenze rituali proposte e delle indicazioni di carattere pastorale [E il MAI nel luogo della cremazionedove va a finire? Tanto con i motivi pastorali si aggiusta tutto, anche le più grosse novità senza radici passano per motivi pastorali. Quelli che non hanno cittadinanza sono i motivi dottrinali]possiamo dedurre alcune considerazioni [ma le considerazioni si adducono o si deducono?].
- La denominazione di Appendice, oltre a segnalare che non esiste una sua corrispondenza nell’edizione tipica latina [ci stanno dicendo che si sono inventati un'intera liturgia che non esiste nell'editio typica. Miracolo: si adatta pure quello che non c'è!], vuole richiamare il fatto che la Chiesa, anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non viene fatta in odium fidei[e chi ha detto che non si oppone? Ma li leggono i documenti? La chiesa non si oppone, di più: RIFUGGE dalla cremazione; ne ha AVVERSIONE, questo dicono i documenti, non le chiacchiere delle conferenze stampa] continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella risurrezione della carne , ad alimentare la pietà dei fedeli verso coloro che sono passati da questo mondo al Padre e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.[L'inumazione non è la forma "più idonea", ma l'unica idonea ad esprimere la risurrezione. La cremazione al massimo esprime simbolicamente e in maniera ottima, la pena dell'inferno]
- I vari capitoli dell’Appendice sono preceduti da un’introduzione nella quale vengono segnalati i cambiamenti sociali in atto, ribaditi i riferimenti alla dottrina cristiana e offerte indicazioni di carattere pastorale.
- La celebrazione delle esequie precede di norma la cremazione: in questo caso va posta particolare attenzione alla scelta dei testi più adatti alla circostanza. [Di norma? Perché ti possono portare in Chiesa invece di un corpo, un mucchietto di ceneri che NON SONO PIU' un cadavere? E io le dovrei incensare e benedire? A parte il Mercoledì delle Ceneri, non se ne benedicono altre in Chiesa...]
Eccezionalmente i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono svolgere nella stessa sala crematoriaevitando ogni pericolo di scandalo e l’introdursi di consuetudini estranee ai valori della tradizione cristiana. [altro che evitando il pericolo di scandalo, già a leggere queste cose mi vengono i brividi: i fuochisti accendono il fuoco per bruciare la nonnina e il prete prega per il "refrigerio eterno" della cara defunta. Ma scherziamo? Nella sala crematoria? Ma cosa siamo nei LAGER NAZISTI?]
- Si raccomanda l’accompagnamento del feretro al luogo della cremazione. [Questo è in aperto contrasto con le norme in vigore fino ad oggi, che vietavano di accompagnare il feretro alla cremazione, per non far pensare che sia un'opzione normale tra due possibilità equivalenti!!]
- Particolarmente importante l’affermazione che la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero da leggersi come conseguenza di quanto affermato al n. 165 a proposito della prassi di spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Tale prassi infatti solleva non poche perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana [solleva perplessità... sentite che soft... Si dovrebbe dire chiaro: disperdere le ceneri è in aperto contrasto anche con il minimo della fede cristiana, altro che "piena coerenza"], soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche. Anche se il rituale non prende netta posizione sul versante disciplinare [sdoganamento totale: come dire "io ti dico di non disperdere le ceneri, perchè te lo devo dire, ma tu fai come vuoi, non ci sono sanzioni. Esattamente il contrario di quanto si faceva fino a oggi]offre però sufficienti elementi per una catechesi e un’azione pastorale che sappiano sapientemente educare il popolo di Dio alla fede nella risurrezione dei morti, alla dignità del corpo, all’importanza della memoria dei defunti, alla testimonianza della speranza nella risurrezione. [Quest'ultima frase è il tocco finale: va catechizzato il bruciare il corpo, invece di deporlo nella terra a mo' di seme, come prescrive la Scrittura (san Paolo) e come ha fatto con ovvietà ogni cristiano fin dalle origini, distanziandosi dai riti pagani, ove c'erano, di cremazione. E questo è il ritorno alle origini della liturgia? Ma quali testi possono citare a supporto di queste inaudite innovazioni? E che catechesi volete che rimanga? Brucia tutto, tanto non serve più, SOLO l'anima conta... Si va verso lo spiritualismo negatore della risurrezione. Alla faccia della nuova Evangelizzazione. Devo dire che sono amareggiato che tale testo abbia ricevuto la recognitio.]

Siamo al trionfo del linguaggio politically correct. Della correzione e ribaltamento - a seconda del cambiamento del vento che spira nella società - perfino della dottrina. Quello che l'altro ieri era vietato, ieri era poi tollerato, oggi è ammesso di diritto e domani sarà l'unica forma rimasta. Un passo dopo l'altro si cambia la liturgia e si finisce per cambiare - invevitabilmente - la dottrina. Perché la liturgia plasma l'anima dei fedeli.
E tutto in nome del "sentimento", della "vicinanza pastorale". Non importa la verità del segno (che in altri contesti invece pare un dogma di fede), è prioritario non offendere, non dare l'impressione che la Chiesa non approvi... Non bisogna essere fraintesi. Non bisogna apparire attaccati ai propri riti secolari, l'importante e non allontanare. "Tanto i morti non si lamentano" (mi ha detto un prete!!!).

Mi domando: a quando il rito delle seconde nozze dei divorziati nell' "Appendice" del prossimo "adattamento" del rituale del Matrimonio? E perché non pensare di inserire nel Messale di prossima stampa un "rito straordinario" della "celebrazione festiva" in assenza del presbitero presidente. Il rito c'è già, basta metterlo in appendice. Non importa se non esiste il latino, suvvia, un po' di fantasia. E dimenticavo: la confessione per telefono? Perché non introdurla? Era vietata prima, ma adesso chi non ha un telefonino in tasca? I tempi sono cambiati.... Quello che si faceva ieri, anzi oggi, domani cambia.

Se pensate che abbia esagerato, vi ristampo qui sotto le norme TUTTORA VIGENTI del 1963 approvate da Paolo VI e che aveva portato all'equilibrata soluzione che fino ad oggi esisteva. Ecco l'istruzione sulla Cremazione dei cadaveri, nella sua parte normativa:

La santa madre Chiesa, attenta direttamente al bene spirituale dei fedeli, ma non ignara delle altre necessità, decide di ascoltare benignamente queste richieste, stabilendo quanto segue:
1. Deve essere usata ogni cura perché sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli; perciò gli ordinari con opportune istruzioni ed ammonimenti cureranno che il popolo cristiano rifugga dalla cremazione dei cadaveri, e non receda, se non in casi di vera necessità, dall'uso della inumazione, che la Chiesa sempre ritenne e adornò di solenni riti.
2. Tuttavia, per non accrescere le difficoltà di ogni sorta e per non moltiplicare i casi di dispensa dalle leggi vigenti, è sembrato conveniente apportare qualche mitigazione alle disposizioni del diritto canonico, cosí che quanto è stabilito nel can. 1203, pp. 2 (vietata esecuzione del mandato di cremazione) e nel can. 1240, pp. 1, n. 5 (diniego di sepoltura ecclesiastica a chi ha chiesto la cremazione) non sia piú da osservarsi in tutti i casi ma solo quando consti che la cremazione sia voluta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.
3. Ne segue che a chi abbia chiesto la cremazione del proprio cadavere non dovranno essere negati, per questo motivo, i sacramenti ed i pubblici suffragi, a meno che consti avere egli fatto tale richiesta per i motivi sopra indicati, ostili alla vita cristiana.
4. Per non indebolire l'attaccamento del popolo cristiano alla tradizione ecclesiastica e per mostrare l'avversione della Chiesa alla cremazione, i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere.
Gli em.mi padri preposti alla difesa della fede e dei costumi hanno riveduto questa Istruzione l'8 maggio 1963; e il Papa Paolo VI si è degnato di approvarla nell'udienza concessa all'em.mo segretario del Sant'Offizio il 5 luglio dello stesso anno

Testo preso da: Cantuale Antonianum
LA TEOLOGIA DELLE ESEQUIE CRISTIANE

Uno degli errori oggi più diffusi è quello di sottovalutare le basi teologiche e impostare dei progetti pastorali senza il fondamento dottrinale, con esclusiva attenzione alle urgenze sociologiche. In tal modo tutto diventa fragile e, in poco tempo, anche un progetto alquanto elaborato viene travolto dal passare di quelle opinioni momentanee che l’hanno generato. Questa insipienza, tipica del relativismo, porta a non dedicare sufficiente tempo ed energie alla formazione teologica e, non considerandone adeguatamente la sua necessità essenziale, tutta la costruzione è posta in stato permanente di crollo. E’ ciò che avviene anche nel tessuto ecclesiale, quando miriadi di pubblicazioni e interminabili riunioni producono frutti effimeri e bruciano inutilmente le migliori intenzioni. Di qui lo stato diffuso di spossatezza e di inefficacia, che debilita i pastori e i fedeli.
Anche riguardo alle esequie ecclesiastiche, una pastorale intelligente, duratura ed efficace sul popolo di Dio, non può che basarsi su una solida teologia, che illumini e giustifichi il senso dei riti liturgici. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI è maestro di questa rifondazione teologica a tutto l’agire della Chiesa e il suo magistero, se accolto con docilità, porterà la Chiesa a quella solidità di pensiero e di azione, che è intrinseca alla rivelazione divina e che non ammette il dubbio sistematico e la vaporosità di una ricerca mai conclusa e fine a se stessa. Per questa urgente opera di rifondazione teologica il Papa esordisce indicando come prima emergenza proprio la Liturgia, culmen et et fons’ della vita della Chiesa. Le sue omelie, in particolare, introducono i fedeli nella celebrazione dei santi Misteri in linea con la più classica tradizione mistagogica dei Padri, costituendo un esempio di alto profilo per tutti i sacerdoti.
Le esequie cristiane si rapportano alle due dimensioni costitutive dell’uomo: l’anima e il corpo. La Chiesa eleva il pio suffragio per l’anima immortale del defunto, nella speranza della sua eterna salvezza, e ne onora con una degna sepoltura il corpo esanime, nell’attesa della sua risurrezione.
I riti esequiali descrivono e trasmettono fondamentali articoli di fede, che costituiscono la ‘forma’ interiore e il senso dei riti esteriori trasmessi dalla tradizione liturgica.
Possiamo allora individuare i principali dogmi che vi sono sottesi.

1. L’immortalità dell’anima
Nelle esequie cristiane spira una presenza soprannaturale, che ci fa percepire che l’anima del defunto non è estinta nel nulla, ma è viva, perché immortale. Sta ora sul versante ultraterreno, è uscita dal regime della fede ed è entrata nella dimensione dell’ eternità. Pur separata dal corpo, sussiste nell’esercizio, per quanto misterioso ma reale, delle sue facoltà spirituali. Tale certezza fa delle esequie una celebrazione di vita e di profonda serenità, pur nell’amarezza delle lacrime per il distacco e apre i credenti all’attesa di un rinnovato incontro con chi vive e ci aspetta lassù, come ben si esprime una monizione del rito delle esequie: “…di nuovo infatti, potremo godere della presenza del fratello nostro e della sua amicizia e, questa nostra assemblea, che ora con tristezza sciogliamo, lieti un giorno nel regno di Dio ricomporremo” (Rito delle Esequie, n. 73).

2. Il purgatorio
La Chiesa sa bene che ogni uomo è peccatore e, nonostante il lavacro battesimale, a causa della concupiscenza, la vita della Grazia è fragile e l’itinerario terreno faticoso e incerto. Al di là del perdono sacramentale, elargito ordinariamente mediante il sacramento della Penitenza, la Giustizia divina esige una adeguata riparazione, prima che l’anima possa accedere alla gloria: è il dogma del purgatorio. La Chiesa, dunque, non presume mai nei suoi figli quello stato perfetto di santità, che solo Dio può riconoscere e, umilmente, invoca misericordia, eleva il suffragio e si mantiene sotto il giogo della penitenza. Per questo lo stile della liturgia esequiale è penitenziale: nel colore (viola o nero), nell’addobbo (assenza di fiori), nel tenore delle orazioni e nei canti. La Chiesa non ‘canonizza’ il defunto, ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato e aspetta solo da Lui la lode. In qualche modo, nelle esequie, la Chiesa, secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14, 7ss.), pone il defunto all’ultimo posto, steso a terra ai piedi della ‘santa mensa’, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14, 10).

3. La comunione dei Santi
La Chiesa sa di poter comunicare misteriosamente con i Defunti, di poterli affidare realmente alla misericordia di Dio, di avere con loro una misteriosa solidarietà soprannaturale e ricevere il beneficio di una invisibile e valida intercessione. Per questo educa i suoi figli, ancora peregrini qui in terra, a mantenere una continua comunione con coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e dormono il sonno della pace. Le persone amate e tutti quelli che ci hanno fatto del bene ci seguono, ci amano con carità soprannaturale e intercedono per noi secondo i disegni di Dio. Essi ci attendono là dove ogni lacrima sarà asciugata e si vedrà il volto di Dio. S. Cipriano afferma tutto ciò con squisita dolcezza: “Là ci attende un gran numero di nostri cari, ci desiderano i nostri genitori, i fratelli, i figli in festosa e gioconda compagnia, sicuri ormai della propria felicità, ma ancora trepidanti per la nostra salvezza” (Lit. Ore, Uff. lett. venerdì 34° sett. ord.).
Soffermiamoci a questo punto a considerare gli effetti che la secolarizzazione sta oggi producendo, entrando violentemente nella liturgia esequiale della Chiesa. Il cuneo che ne consente l’ingresso è costituito da un concetto di ‘pastorale’ intesa ormai solo come accondiscendenza sociologica all’ambiente, senza più riferimento al Mistero della fede.
La mentalità secolarizzata dominante cancella totalmente i dogmi della fede sopra esposti e svuota di conseguenza lo spirito e la lettera dei riti liturgici stabiliti dalla Chiesa, che vengono devitalizzati, alterati e, infine, omessi e reinventati.
Mentre le esequie ecclesiastiche sono celebrazioni vive nel presente e rivolte al futuro, aperte alla speranza teologale e alla luce mirabile di ciò che ancora non vediamo, le esequie secolarizzate sono irreversibilmente rivolte al passato, travolte dal flusso inesorabile del tempo e fragili come la memoria psicologica. Infatti, se il defunto è nel nulla e di lui non rimane niente come persona viva, se insomma l’immortalità dell’anima è negata, resta solo il triste ricordo, totalmente sul versante del passato e inesorabilmente sempre più flebile, fino alla sua graduale dissoluzione. Per questo la secolarizzazione accentra la celebrazione sulla commemorazione del defunto. Essa, infatti, è il perno rituale nelle esequie profane. Ma la commemorazione è sguardo al passato. La persona commemorata né vive, né più ritornerà. Di essa rimangono solo le sue idee, il suo esempio e le sue opere: tutte realtà compiute dalla persona estinta, ma prive del soggetto vivo che le ha prodotte e quindi affidate alla interpretazione positiva o negativa dei posteri, come anche alla loro totale obliterazione.
Se l’anima non vive più, diventa del tutto inutile la preghiera di suffragio per l’eventuale purificazione ultraterrena. Col dogma dell’immortalità dell’anima cade pure quello sul purgatorio e quello della comunione dei Santi. Così in linea con la secolarizzazione si farà ampio uso dell’elogio.
Non resta, infatti, che celebrare con enfasi quei ‘fasti’, che ora sono retaggio della memoria di chi ha conosciuto il defunto. La compiacenza verso i parenti o verso le istituzioni a cui apparteneva esige che un grande elogio funebre consoli chi resta e giustifichi l’ideologia o l’istituzione a cui il defunto aderiva. Ebbene la commemorazione e l’elogio stanno inquinando in modo esteso le esequie cristiane, sia in certe omelie, come soprattutto in interventi disseminati nel tessuto del rito esequiale e proposti in momenti rituali e luoghi sacri del tutto impropri. La ‘canonizzazione’ del defunto si manifesta anche nei riti: l’uso facile di paramenti bianchi e canti di superficiale sentimentalismo stanno corrompendo la liturgia esequiale cristiana, che da molte parti non esiste più nella sua vera identità. Gli applausi sono i prodotti secolaristici delle acclamazioni liturgiche e un buonismo livellante sta cancellando ogni annunzio rigoroso del dogma della fede. Quella sobrietà e delicata circospezione che la Chiesa raccomanda, sia nel ricordare il defunto, come nel proporlo ad eventuale esempio ai fedeli, sta cedendo di fronte all’irruzione del costume dominante, che ormai costringe e assedia con modelli imposti violentemente dall’opinione.
Le esequie si rapportano anche al corpo del defunto, che sta per ricevere degna sepoltura. Ed anche verso di esso i riti della Chiesa rivelano e comunicano importanti dogmi di fede, che completano quelli già sopra descritti.

4. Il peccato originale
Il corpo quando è vitale sta in posizione eretta, ma, appena la vita lo abbandona, cade a terra e rimane disteso. Tutti gli uomini non possono che constatare questo fatto fisico. E’ quindi questa la posizione più naturale del corpo esanime nelle esequie. La Chiesa però non si ferma a questo dato e annunzia un mistero più profondo: l’uomo muore a causa del peccato originale, secondo le stesse parole del Signore Dio “…polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19). Deponendo il corpo dei suoi defunti, la Chiesa proclama la realtà del peccato originale, di cui la morte corporale è frutto e immagine. Essa non è secondo il piano di Dio, infatti: Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 1, 13.2, 24). In tal senso il Miserere (Sl 50) è parte tradizionale delle esequie cristiane: ‘nel peccato mi ha concepito mia madre’. Il corpo disteso a terra, quasi a contatto con essa, proclama in modo visivo il nostro essere peccatori, pagandone il prezzo con la perdita dell’immortalità e portando nella nostra carne fino alle ultime conseguenze il castigo divino, pronunziato fin dalle origini: “…tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto…” (Gen 3, 19).

5. L’ultima penitenza
La morte corporale è l’ultimo atto della necessaria penitenza dovuta al peccato. Tutti, per quanto eminenti in santità, devono passare per questo estrema prostrazione penitenziale. Il Signore stesso, senza peccato, ha voluto subire nella sua morte e sepoltura, quella abissale umiliazione penitenziale che ci ha redenti. Ed ecco che il corpo senza vita del defunto, deposto davanti all’altare, in qualche modo celebra il suo ultimo atto penitenziale: il giacere esanime sulla terra. Lo aveva ben compreso S. Francesco di Assisi, che in prossimità della morte, volle farsi deporre dai suoi confratelli sulla nuda terra e così esalare l’ultimo respiro. Lo comprese il Papa Paolo VI, che volle il suo feretro a contatto con la terra e in tal modo ispirò la forma più eloquente del rito cristiano delle esequie. Ma il defunto non giace da solo, la tradizione pone sulla bara la Croce. Egli giace in misteriosa solidarietà col mistero della sepoltura del Signore e lo Spirito custodisce la sua carne in attesa del risveglio.

6. La risurrezione della carne
Il feretro è vigilato dal Cero pasquale, che dal suo candelabro illumina le tenebre della morte: è Cristo risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti (1 Cor 15, 20). Se la croce sulla bara annunzia la solidarietà con la morte del Signore, il Cero pasquale annunzia la futura risurrezione di questa medesima carne, che ora sta esanime e immota. Poi quel corpo sarà deposto nel cimitero, ossia nel dormitorio, termine cristiano per affermare il misterioso ma vero risveglio nell’ultimo giorno. Tutto quindi parla di vita, anche per la carne e non solo per l’anima; e questa è la novità più tipica dell’escatologia cristiana, che annunzia una salvezza integrale della totalità della persona, anima e corpo.
Ed ecco, che, appena la secolarizzazione invade il rito cristiano delle esequie, pure questi altri dogmi della nostra fede vengono letteralmente cancellati e alla loro rimozione segue, inevitabile, una liturgia di sostituzione, che interpreta la nuova visione. Se cade il dogma del peccato originale, cade quello della penitenza quale necessità per il peccato e, se già l’anima è estinta nel nulla, ancor più il corpo è ormai inteso come materiale inerte, senza la profondità propria del mistero di Dio, che lo risusciterà. Anche riguardo al corpo nelle esequie secolarizzate lo sguardo è irrimediabilmente rivolto al passato: non c’è l’orizzonte luminoso sul Dio dei viventi e l’attesa dell’opera meravigliosa, che Egli compirà nel giorno della risurrezione. I riti allora dovranno interpretare la visione dell’uomo terreno, ormai privo del trascendente. Il corpo subisce la fatua celebrazione di ciò che fu nel passato mediante il tumolo, monumento celebrativo che vuole interpretare la personalità dell’estinto. Si metterà in luce il suo ruolo, la sua autorità, il suo genio, la sua opera, ma al contempo si creerà una graduazione di classi in base al censo, o al ruolo sociale. Comunque sarà oscurata sia la fondamentale realtà della morte che tutti accomuna, sia dell’umile penitenza che è intrinseca allo stato del corpo morto. Il tumolo potrà avere diverse tipologie, che da quelle storiche arrivano a quell’ingombro di oggetti, cari al defunto, che oggi coprono, talvolta banalmente la bara, ma rappresenta sempre il segno eloquente di quella commemorazione rivolta irrimediabilmente al passato e ormai priva di vita, che sarà tanto più accentuata quanto più si eclisserà il senso della trascendenza e il compimento ultimo nel futuro di Dio. Non si intende qui considerare le diverse forme storiche, assunte anche dalla liturgia della Chiesa, ma assicurare che in ogni forma antica o nuova non venga mai compromesso il carattere cristiano e i diversi aspetti del dogma della fede che vi sono connessi e che nelle modalità rituali devono essere ben visibili. E’ altresì evidente che nella celebrazione profana delle funerali il tumolo col cadavere elevato e onorato diventa l’icona centrale, il punto ottico di attrazione, ma nella celebrazione esequiale cristiana, invece, nessuno dovrà mai attentare alla centralità, al primato e alla sacralità dell’altare. Anche il corpo esanime del defunto è orientato all’altare, davanti ad esso sta prostrato e da esso, sul quale si compie il Sacrificio incruento della Croce, scaturisce la sorgente viva della salvezza eterna dell’anima e il soffio vitale che risusciterà la carne nell’ultimo giorno. A nessuno, dunque, è lecito attentare alla maestà dell’altare!
Un ultimo dogma della fede sta a fondamento del carattere proprio delle esequie cristiane:

7. Il giudizio particolare da parte dell’unico giudice costituito da Dio, il Signore Gesù Cristo.
Occorre non dimenticare ciò che afferma l’Apostolo: Io neppure giudico me stesso… Il mio giudice è il Signore (1 Cor 4, 4). La Chiesa, ispirando a sobrietà la commemorazione del defunto ed evitando un superficiale elogio, sa bene che solo Dio è il giudice e solo Cristo sa quello che c’ è nel cuore dell’uomo (Gv 2, 25). Quello che di una persona apparve in vita potrebbe essere una ingannevole maschera, infatti l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore (1 Sam 16, 7). S. Agostino afferma: “Quale uomo infatti è in grado di giudicare un altro uomo? Il mondo è pieno di giudizi avventati. Colui del quale dovremmo disperare, ecco che all’improvviso si converte e diviene ottimo. Colui dal quale ci saremmo aspettati molto, ad un tratto si allontana dal bene e diventa pessimo…. Che cosa sia oggi ciascun uomo, a stento lo sa lo stesso uomo. Tuttavia fino a un certo punto egli sa cosa è oggi, ma non già quello che sarà domani…” (dal ‘Discorso sui pastori’). Per questo la Chiesa si discosta dal giudizio e lo affida a Dio, restando in profonda adorazione del Suo giusto verdetto. Ciò non succede nelle esequie secolari, che impostano inevitabilmente la loro celebrazione sul mero tessuto dell’apparenza umana dell’estinto e si pronunziano solo sulla corteccia superficiale delle sue opere esteriori. Lo sguardo umano non può, infatti, andare oltre a ciò che appare e il mistero della persona rimane velato. Solo Dio penetra quel velo, scruta le facoltà interiori e pronunzia un giudizio vero, inappellabile e definitivo. Anzi, mediante l’elogio, tale apparenza tende ad essere potenziata e, omessa ogni scoria e debolezza, viene idealizzata, perché non resta altro che ciò che appare. Non raramente poi la verità oggettiva in ordine al bene e al male viene oscurata da una commemorazione riduttiva, posta a servizio delle tante umane convenienze di coloro che rimangono. Certo non si intende delegittimare la giusta commemorazione e il dovuto elogio, se il defunto veramente lo merita. Infatti le esequie del Giusto dovrebbero essere il suo ultimo atto di evangelizzazione e la consegna alla Chiesa, che lo ha generato, della sua estrema testimonianza di fedeltà e di vita in Cristo. Tuttavia sono diversi i toni, sobri gli accenni, umili i ricordi, contenuti i tempi e mai dovrà essere incrinato o in qualche modo oscurato il primato di Cristo e del suo Mistero. Egli è il Protagonista e con Lui la Chiesa, non dissociabile da Lui Sposa. In realtà ogni intervento indebito sul rito liturgico delle esequie espone il defunto ad un protagonismo che non deve avere e strumentalizza la fede e la liturgia al servizio del piccolo orizzonte di ciò che noi percepiamo.
Se non si interviene con urgenza e determinazione nella liturgia esequiale, come in molti altri campi della vita della Chiesa attuale, si arriverà, in un futuro molto prossimo, ad essere posti al servizio delle opinioni e del costume dominante e si potrebbe seriamente rischiare che l’eresia sia attribuita all’ortodossia, resa minoritaria, e a coloro che con tutte le forze cercano di mantenersi fedeli al dogma della fede e alla disciplina della Chiesa.
Che una solida teologia sia a fondamento di una nobile liturgia e l’intelligente obbedienza alle prescrizioni della Chiesa offra al popolo di Dio una edificante e degna celebrazione delle esequie dei figli di Dio.


Testo preso da: Una sintesi della teologia delle esequie cristianehttp://www.cantualeantonianum.com/2010/10/una-sintesi-della-teologia-delle.html#ixzz1oLqnRiPy

Fonte: Una Fides

La cosidetta morte cerebrale: una “caccia agli organi”?



di Don Giuseppe Rottoli

Mercoledì 3 settembre 2008, sul quotidiano L’Osservatore Romano apparve un articolo di Lucetta Scaraffia, professoressa, Membro del Comitato nazionale di bioetica dal titolo: “A quarant’anni dal rapporto di Harvard - I segni della morte”. Leggiamo all’inizio di questo articolo: «Quarant’anni fa verso la fine dell’estate del 1968, il cosiddetto rapporto di Harvard cambiava la definizione di morte basandosi non più sull’arresto cardiocircolatorio, ma sull’encefalogramma piatto: da allora l’organo indicatore della morte non è più soltanto il cuore, ma il cervello.
Si tratta di un mutamento radicale della concezione della morte – che ha risolto il problema del distacco dalla respirazione artificiale, ma che soprattutto ha reso possibili i trapianti di organi – accettato da quasi tutti i paesi avanzati (dove è possibile realizzare questi trapianti) […]. La giustificazione scientifica di questa scelta risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo […]. Naturalmente, in proposito si è aperta nel mondo scientifico una discussione, in parte raccolta nel volume, curato da Roberto de Mattei, Finis vitae. Is brain death still life? (ed. Rubbettino), i cui contributi - di neurologi, giuristi e filosofi statunitensi ed europei – sono concordi nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell’essere umano. Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile. E questa preoccupazione venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal Cardinal Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana: “Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma ‘irreversibile’, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (‘cadaveri caldi’)” […]. La Ponficia Accademia delle scienze – che negli anni Ottanta si era espressa a favore del rapporto di Harvard – nel 2005 è tornata sul tema con un convegno su ‘I segni della morte’».
Questo articolo è stato stimolato anche dal libro del professor Paolo Becchi pubblicato recentemente, Morte cerebrale e trapianto di organi, (ed. Morcelliana) (1). Nel presente articolo non potremo trattare tutto l’argomento, ci limitiamo a dare alcune citazioni per permettere, a chi ne è interessato, un approfondimento.

IL NOCCIOLO DEL PROBLEMA
Il prof. Evers, nel già citato libro Finis Vitae (2) afferma: «Dire che un paziente collegato alla ventilazione artificiale e dichiarato “cerebralmente morto” è un corpo che sicuramente morirà e pertanto non è più una persona, contrasta con la realtà. Si deve usare la massima attenzione a non dichiarare morta una persona, anche un momento prima del fatto, in quanto sarebbe una fondamentale ingiustizia. Una persona che sta morendo è ancora viva, anche un momento prima della morte, e deve essere trattata come tale. Per concludere, crediamo che ci possa essere la distruzione dell’intero encefalo, ma non sono stati individuati criteri che siano stati stabiliti per determinarla in modo affidabile. Una cessazione della funzione cerebrale non è la stessa cosa della distruzione. Nella situazione attuale della medicina, un paziente con distruzione dell’intero encefalo è, al massimo, soltanto ferito mortalmente, ma non ancora morto. La morte non dovrebbe essere dichiarata a meno che non ci sia la distruzione dei sistemi respiratorio, circolatorio e dell’intero encefalo».
Alle stesse conclusioni arrivano altri esperti, ad es. il prof. Wanatabe (3) scrive: «Lo stato della morte cerebrale al massimo rappresenta la “predizione della imminente morte di una persona”, ma assolutamente non la “conferma della morte”, cosa che anche i suoi sostenitori peraltro ammettono».
A pagina 107 del suo libro, il prof. Becchi cita un famoso neurologo: «Ciò che in tal modo Shewmon(4) mette radicalmente in discussione è la tesi secondo cui l’encefalo è l’organo responsabile dell’integrazione delle parti corporee che rendono l’organismo un tutto organizzato e funzionante. Su questa tesi si è costruita la giustificazione della morte cerebrale: la cessazione delle funzioni dell’encefalo determinerebbe la disintegrazione dell’organismo che abbandonato a se stesso, diverrebbe una mera collezione di organi. Contro questa teoria Shewmon avanza la propria tesi: “il sistema critico” del corpo non è localizzabile in un singolo organo sia pure importante come l’encefalo».

ORGANI FRESCHI
Per poter effettuare i trapianti di organi dispari, occorrono organi freschi che non si possono ottenere da chi è già cadavere, altrimenti falliscono subito. Questa verità ce la confermano tutti gli esperti; per es. il dott. Hill (5) scrive: «Dopo la morte, e talvolta persino prima, gli organi e i tessuti cominciano a degenerare. Alcuni di essi, come le cornee, possono rimanere vitali per molte ore dopo la morte determinata dall’arresto cardiopolmonare. Altri, come il cuore, i polmoni ed il fegato si deteriorano così rapidamente che devono essere espiantati da corpi vivi… I primi tentativi di impiegare organi oltre alle cornee ed ai reni, prelevati dai cadaveri fallivano, perché tali organi non ricuperavano le funzioni dopo il periodo di ischemia calda (cioè dopo la cessazione della circolazione, n.d.r.). Il cambiamento nella certificazione della morte attraverso il test del tronco encefalico, consentito nel 1979, facilitò i trapianti di cuore, polmone e fegato rendendo possibile la rimozione di organi vitali prima che venissero spente le macchine per il supporto artificiale – senza il rischio di conseguenze legali che avrebbero altrimenti accompagnato tale procedura».
Lo stesso discorso vale per le altre certificazioni di “morte cerebrale” accertate con altri sistemi clinici (EEG, angiografia, ecc.) come vedremo in seguito citando altri dottori o professori.
Anche il prof Weaver (6) conferma: «Dal momento che gli organi prelevati da un paziente non sono più adatti all’impianto in un altro soggetto appena qualche minuto dopo la “vera” morte, questi organi devono essere ottenuti da un paziente in vita (“donatore”), il cui cuore e polmoni intatti continuano a nutrire e quindi a proteggere gli organi vitali dalla disintegrazione che li renderebbe inutilizzabili per il trapianto. Ovviamente rimuovere gli organi vitali (quali il cuore, entrambi i polmoni, il fegato, entrambi i reni, il pancreas, l’intestino tenue ecc.) causerà la morte del ‘donatore’».

LA VITA, L’ANIMA E LA MORTE
Quando san Tommaso definisce la vita e dunque correlativamente la morte, riprende la definizione (analogica) di Aristotele: «La vita è un movimento che viene dall’interno - Vita est motus ab intrinseco» (7). Ciò che distingue gli esseri inanimati dagli esseri animati (vegetali, animali e uomo, n.d.r.) è che il principio del loro movimento viene dall’interno e non è imposto loro dall’esterno. Quando una pietra si muove è perché essa è stata mossa da qualcuno o da qualcosa. Invece, il vivente ha in se stesso la sorgente del suo movimento (spostamento, nutrizione, crescita, riproduzione) (cfr. Courrier de Rome, giugno 2008).
Il principio che dà la vita agli esseri animati è l’anima e, come ci conferma il prof. Byrne, non è il cervello a rendere viva una persona ma l’anima (8).
Da parte sua il prof. P. Pasqualucci deduce: «Il permanere di tanti molteplici “segni di vita” (come rivedremo tra qualche paragrafo, n.d.r.) nei pazienti “cerebralmente morti”, fa inoltre ritenere che ci sia una dimensione della coscienza più profonda di quella lesa gravemente dal danno cerebrale, dimensione che rinvia all’esistenza di ciò che si è sempre chiamato anima».
“Per san Tommaso d’Aquino che segue Aristotele – spiega il prof. Potts (9) - l’anima è integralmente legata nel corpo. Egli ritiene che “l’anima umana è la forma del corpo (Summa Theol. I, q. 76, a. 1). Per l’Aquinate la forma è il principio dell’essere, dell’attualità, mentre la materia è il principio della potenzialità. L’anima è il nome della forma delle cose viventi, incluse le piante e gli animali non umani, che serve come principio di vita e di ogni attività in ogni organismo. L’anima nell’uomo, precisa il professore, è la parte spirituale che rende il corpo un corpo umano e dà forma, vivifica, sviluppa, unifica e fonda le funzioni biologiche del corpo. Dal momento che essa anima e unifica l’intero corpo, non solo una particolare parte del corpo, l’anima è nella totalità del corpo”.
Il neurologo Shewmon (10) ci ricorda che: «Nella tradizione aristotelica-tomistica, l’anima umana non è semplicemente uno spirito, ma la “forma sostanziale” o principio vitale del corpo. Rispetto alle anime delle piante e degli animali l’anima dell’uomo possiede una dimensione spirituale che è il fondamento ultimo degli atti ibridi spirituali/fisici (che implicano necessariamente l’attività cerebrale ma sono intrinsecamente irriducibili alla sola attività fisica del cervello), come l’autocoscienza, la formazione di concetti astratti e di volizione […]. L’anima umana utilizza il cervello come strumento per le corrette funzioni mentali umane, ma è essa stessa il fondamento per quegli aspetti spirituali immateriali del funzionamento mentale che sono intrinsecamente irriducibili all’attività elettrochimica o ad altre attività fisiche del cervello».
«La morte non può identificarsi con il venir meno delle funzioni cerebrali – ha affermato il prof. Byrne – devono cessare anche quelle respiratorie e circolatorie perché un paziente possa qualificarsi come morto. Infatti non è il cervello a rendere viva una persona bensì l’anima. Se la scienza giuridica e medica, non solo occidentale, ha da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione dell’attività cardiocircolatoria e respiratoria è perché l’esperienza dimostra che all’arresto di tali attività fa seguito, dopo alcune ore, il rigor mortis (rigidità cadaverica) e quindi l’inizio della disgregazione del corpo» (11).
Il prof. Seifert riassume bene: «La più sorprendente prova empirica a sostegno della tesi che la mente non può essere incarnata esclusivamente negli emisferi cerebrali è fornita da studi intrapresi da David Alan Shewmon su bambini idroanencefalici, nei quali è stato dimostrato che anche il tronco encefalico può assumere alcune delle funzioni degli emisferi cerebrali» (12).

ALCUNE CONTRADDIZIONI
Il prof. R. Weber (13) afferma: «C’è un’evidente autocontraddizione. Da una parte il concetto di morte cerebrale è basato sulla cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali, che sono viste come la “condizione fisica insostituibile di tutta la vita emotiva e fisica. Dall’altra parte, i pazienti in coma manifestamente irreversibile e i bambini anencefalici vengono ritenuti vivi nonostante abbiano perso in maniera irreversibile, o forse non abbiano mai avuto, “esperienze coscienti specificatamente umane”. Lo stato vegetativo persistente viene visto come uno “stato di vita vegetativa”. Questi pazienti vivono interamente senza le condizioni fisiche per una vita emotiva o psichica, e malgrado tutto si è concordi sul fatto che essi sono vivi. Eppure questo rompe completamente con il fondamento del concetto di morte cerebrale, vale a dire il cervello come condizione dell’intera vita emotiva e psichica».
Nella sua relazione il giudice Beckmann (14) puntualizza: «Se la perdita delle funzioni cerebrali implica l’assenza dello spirito umano, e se tale assenza consente di dichiarare la morte dell’essere umano, allora anche gli embrioni umani si potrebbero ritenere “morti” fino a che l’encefalo non si è sviluppato. Ma ciò non è plausibile. L’embrione allo stadio iniziale non è morto, è decisamente vivo, così da generare un encefalo».
Anche il prof. Shewmon conclude: «Le piante e gli embrioni non hanno un organo di integrazione centrale; l’integrazione è piuttosto un fenomeno emergente chiaramente non localizzabile che coinvolge l’interazione reciproca tra tutte le parti» (15).

OLTRE VENT’ANNI IN STATO DI MORTE CEREBRALE
Il prof. Becchi (16) riporta il caso studiato dal prof. Shewmon: «Lasciate che vi illustri il caso di TK, colui che detiene il record di sopravvivenza. All’età di 4 anni egli contrasse la meningite, che causò un aumento della pressione intracranica al punto che le ossa del cranio del bambino si divisero. Esami multipli sulle onde cerebrali diedero risultati negativi e nei successivi 14 anni e mezzo non sono stati osservati né respirazione spontanea né riflessi del tronco cerebrale. I medici suggerirono di interrompere il supporto vitale, ma la madre non ne volle sapere. Il decorso iniziale fu molto variabile, ma alla fine fu trasferito a casa, dove egli resta collegato ad un ventilatore, assimila il cibo che arriva allo stomaco attraverso un sondino, urina spontaneamente, e richiede poco più di un’assistenza infermieristica. In stato di “morte cerebrale” egli è cresciuto, ha superato infezioni e le sue ferite si sono rimarginate. La madre di TK mi diede il permesso di esaminare il ragazzo e di documentare fotograficamente ogni cosa. Mi convinsi che egli non aveva nessuna funzione del tronco cerebrale. La pelle del suo viso e della parte superiore del torso, tuttavia, si chiazzò quando pizzicai varie parti del suo corpo, aumentarono la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Questa risposta agli stimoli, mediata dal midollo spinale, non potè essere suscitata a livello del viso, i cui impulsi sensoriali vengono elaborati nel tronco cerebrale, assente nel ragazzo. Ad ulteriore conferma della diagnosi, i potenziali evocati non mostrarono risposte corticali o del tronco, un angiogramma a risonanza magnetica non mostrò flusso sanguigno intracranico, una risonanza magnetica rivelò che l’intero cervello, incluso il tronco, era stato sostituito da un’ombra di tessuti e da fluidi proteici disorganizzati. TK ha molto da insegnare a proposito della necessità del cervello per l’unità integrativa somatica».
Lo stesso prof. Shewmon (17) riferisce: «TK spirò dopo 20 anni e mezzo in stato di morte cerebrale. Fu eseguita soltanto un’autopsia dell’encefalo, con dati particolarmente interessanti che confermarono in maniera definitiva la distruzione dell’intero encefalo e del tronco encefalico. Sono contento che l’autopsia e le pubblicazioni siano stati opera di medici con cui non ho avuto alcun rapporto e che non avevano uno speciale interesse per la morte cerebrale. E’ chiaro dalle loro scelte di parole ciò che tutti e quattro i coautori consideravano fosse lo stato di vita/morte di TK. E’ morto all’età di 24 anni per complicanze della meningite tipo B dell’H. Influenzae contratta a quattro anni e mezzo […]. I reperti patologici dell’autopsia confermarono che il suo encefalo era stato distrutto dagli eventi associati all’episodio della meningite di tipo B e dell’H. Influenzae, mentre il corpo era rimasto vivo (morte cerebrale con un corpo vivente) per altri due decenni, una durata di sopravvivenza successiva alla morte cerebrale che supera di molto quella di ogni altro rapporto» (18).
«Anche se l’encefalo è distrutto – conclude il prof. Shewmon – rimane ancora il resto del sistema nervoso: il midollo spinale con le sue funzioni integrative intrinseche e la sua rete di comunicazione a doppio senso con quasi tutte le altre parti del corpo attraverso i nervi periferici e autonomi. Per il semplice fatto che queste parti del sistema nervoso non sono associate direttamente alle funzioni mentali, non dovrebbero essere sottovalutate in merito al loro ruolo nel mantenimento di un “organismo come un tutto» (19).

COMA CEREBRALE E CORPO VIVO
Citiamo le relazioni di alcuni professori riguardo al fatto che la vita nei cosiddetti “morti cerebrali”, nonostante le apparenze, continua.
Scrive il prof. P. Byrne (20): «Quando un paziente ha una lesione o una patologia cerebrale, per la quale è richiesto il trattamento con il ventilatore (comunemente anche detto, in modo non esatto, respiratore), il ventilatore muove l’aria, l’ossigeno e l’anidride carbonica. Lo scambio di ossigeno e anidride carbonica è intrinseco al sistema respiratorio. La circolazione è intrinseca al cuore e al sistema circolatorio. Perché la vita della persona sia supportata da un ventilatore, molti organi e sistemi, compresi fegato e reni, devono essere integri e normalmente funzionati. Il medico ha il privilegio di esaminare e trattare quel paziente e di prenderne cura. Il medico non deve uccidere, non deve fare del male e non deve accelerare la morte.
La guarigione si verifica soltanto nei viventi. Appena si crea una lesione esogena o endogena in un tessuto, nel tessuto connettivo vascolarizzato avviene una complessa reazione di guarigione chiamata infiammazione. La guarigione comincia immediatamente nel sito della lesione. Occorrono neutrofili, eosinofili, linfociti, basofili e piastrine. Gli ormoni prodotti come parti del sistema endocrino sono portati sul sito della lesione dal sistema circolatorio. I prodotti originatisi con la lesione vengono raccolti e trasportati dalla circolazione al fegato, milza e reni per la disintossicazione ed escrezione. L’infiammazione è seguita dalla rigenerazione. La guarigione avviene soltanto nei vivi con un sistema circolatorio integro e funzionate. Non ci può essere vera guarigione dopo la vera morte. La guarigione è riscontrabile nei pazienti dopo la dichiarazione di “morte cerebrale”, ma prima dell’asportazione degli organi vitali. Ad esempio, se un taglio venisse eseguito attraverso la pelle nei tessuti sottocutanei di un paziente “cerebralmente morto” prima dell’asportazione degli organi vitali, si avrebbe sanguinamento dalla ferita e la guarigione inizierebbe immediatamente, perché quel paziente non sarebbe veramente morto. Se fosse veramente morto e se gli fosse fatto un taglio attraverso la pelle fino al tessuto sottocutaneo, ci sarebbe trasudazione di fluido, ma non sanguinamento attivo. Il processo di guarigione non avverrebbe mai, perché non ci sarebbe la circolazione a condurre le cellule guaritrici dei globuli bianchi e gli ormoni sul luogo della lesione e né alcun modo per eliminare i prodotti di scarto per la disintossicazione ed escrezione. Non ci sarebbero cellule vive a riunire insieme i tessuti. La guarigione avviene nelle persone dichiarate “cerebralmente morte”, ma non si verifica mai dopo la vera morte».
Il neurologo statunitense Shewmon afferma (21): «Ma i corpi di TK e di altri sopravissuti di lunga durata in condizioni di morte cerebrale mostrano molte proprietà olistiche (Olismo: teoria secondo cui l’organismo costituisce una totalità organizzata non riconducibile alla semplice somma delle parti componenti), come ad esempio una complessa omeostasi di centinaia, se non di migliaia, di sostanze chimiche interagenti ed enzimi, assimilazione di elementi nutritivi ed eliminazione degli scarti, crescita proporzionata, mantenimento della temperatura corporea (benché inferiore al normale e con l’aiuto di coperte), guarigione delle ferite, superamento delle infezioni, capacità di ricupero da malattie serie abbastanza da richiedere ricovero ospedaliero e successive dimissioni, risposte sistemiche allo stress e a stimoli nocivi, equilibrio di risposta delle varie funzioni endocrine e così di seguito. Tra i casi oggetto del mio studio un ragazzo di 13 anni, da me personalmente visitato in una struttura infermieristica specializzata, raggiunse la pubertà durante la morte cerebrale».

LA QUESTIONE DELL’ANESTESIA
Il Dr. Hill afferma: «È sempre necessario paralizzare il donatore a cuore battente per evitare movimenti e rendere possibile l’intervento chirurgico, e la maggior parte (ma non la totalità) degli anestesisti somministra la stessa anestesia generale che impiega per qualsiasi altra operazione importante su un paziente vivo. Altri, a causa del paradosso di anestetizzare un paziente ormai certificato come morto, evitano l’anestesia ma controllano le risposte con altri farmaci non anestetizzanti. Anche Pallis e Harley, i quali ritengono che la morte del tronco encefalico sia la vera morte scrivono: “I donatori di organi dovrebbero ricevere l’anestesia esattamente nello stesso modo di un paziente sensibile… Un’anestesia adeguata dovrebbe anche placare qualunque paura di sensibilità residua”.
Non dovrebbe di certo esserci bisogno di placare simili paure, ma esse chiaramente esistono nella mente di alcuni anestesisti e del personale della sala operatoria così come dei parenti dei pazienti. Non è naturale osservare così tanti segni di vita in qualcuno che si presuppone essere morto. Come è stato osservato da altri, nessun patologo eseguirebbe subito un esame post mortem su un corpo così reattivo; nessun impresario di pompe funebri lo seppellirebbe o cremerebbe» (22).
Il neurologo C. Coimbra nella sua relazione (23), dopo diverse considerazioni è giunto a dire: «Questo fatto ci ha portato alla conclusione che una qualche vitalità può essere sempre nascosta e conservata nelle profonde strutture cerebrali nel momento in cui il cerebro è morto. Perciò, la definizione di “morte cerebrale” dovrebbe essere forse applicata alla morte del cerebro piuttosto che all’intero sistema nervoso centrale».

I SEGNI DI LAZZARO
Come abbiamo appena citato i cosiddetti “morti cerebrali” durante le incisioni per gli espianti se non sono anestetizzati e curarizzati muovono gli arti, questi movimenti, come testé ricordato, sono chiamati segni di Lazzaro, le reazioni dei presenti sono impressionanti, ne citiamo qualcuna.
Per esempio il prof. Spaemann (24) riporta: «Quando un’anestesista tedesca scrive: “Le persone con cervello lesionato non sono morte ma morenti” e che dopo trent’anni di professione non si è potuta convincere del contrario di ciò che effettivamente vedeva, la sua dichiarazione vale per molti altri… Una di questa infermiere scrive: “Quando sei lì e un braccio si alza e tocca il tuo corpo o lo abbraccia, è terribile”».
Il dott. Beckmann (25) scrive: «Un organismo cerebralmente morto reagisce in modi limitati agli stimoli esterni. Ad esempio, la pressione del sangue aumenta dopo la prima incisione del chirurgo, che inizia l’espianto di un organo. Per questo motivo ai donatori di organi, prima dell’espianto vengono somministrati farmaci per il rilassamento muscolare. Altre reazioni di persone cerebralmente morte sono la cosiddetta “sindrome di Lazzaro” (movimenti degli arti) o l’afferrare le infermiere quando sollevano la testa dei pazienti per sistemare i cuscini».
Anche il prof. Weaver non può negare la realtà (26): «In tale situazione non ero l’unico operatore sanitario costretto a considerare ed analizzare la condizione del “donatore”. Un’infermiera dell’unità, in forma privata e in lacrime, si lamentò con me: “Ma è ancora vivo!” Molti dei miei colleghi cardiologi col tempo sono divenuti abbastanza perplessi a proposito della rimozione di organi vitali e non credono che il fine giustifichi i mezzi. Uno di essi mi comunicò la propria opinione. “Il conseguimento di un “bene” non giustifica l’uccidere”».

TESTIMONIANZE
La verità è come l’olio posto nell’acqua viene sempre a galla, non possiamo nasconderla, ci sarà sempre qualcuno che ce la ricorderà; questa realtà ce lo prova il fatto che in tutto il mondo ci sono persone che non possono far tacere la loro coscienza riguardo alla cosiddetta “morte cerebrale”.
Riportiamo parte della conferenza del dott. Joseph Evers (27) all’Istituto Pontificio: «Quindici anni or sono mi fu chiesto di presiedere, presso il nostro ospedale locale, “un Sottocomitato di Terapia Intensiva Pediatrica per la revisione del protocollo da noi impiegato per la diagnosi della morte cerebrale nei bambini, in vista della rimozione degli organi vitali e del successivo trapianto. È stata la prima volta in cui sono stato costretto ad affrontare le questioni scientifiche, legali e morali che riguardavano la “morte cerebrale”. Se avessi approvato una raccomandazione del protocollo per autorizzare la rimozione di organi ai fini del trapianto, avrei saputo che con la mia approvazione avrei in effetti affermato di essere certo al di là di ogni (ragionevole) dubbio che una persona dichiarata “cerebralmente morta” era, di fatto, morta e che il principio vitale (l’anima immortale) si era separata dal corpo. Se così stavano le cose, allora sarebbe stato moralmente permissibile rimuovere dal deceduto organi vitali, per esempio il cuore, a scopo di trapianto.
Votare l’approvazione mentre rimaneva il dubbio sarebbe stato moralmente reprensibile da parte mia, in quanto avrebbe significato sancire la possibile uccisione di una persona per il potenziale bene di un’altra. A prescindere da quanto sarebbe stato apprezzabile il fine inteso, i mezzi adottati sarebbero stati una violazione del quinto comandamento, “non uccidere”.
Per sciogliere ogni dubbio sulla questione iniziai una ricerca nella letteratura e un dialogo con colleghi stimati…
In merito sull’argomento, sul “Journal of the American Medical Association” del 1982 era uscito un articolo che riportava il caso di una ventiquattrenne incinta che era stata dichiarata “cerebralmente morta” il diciannovesimo giorno di ricovero in ospedale. Era poi stata mantenuta collegata alle apparecchiature per la ventilazione artificiale per altri cinque giorni e proprio prima della vera morte, mediante taglio cesareo diede alla luce un bimbo sano alla ventinovesima settimana di gestazione. Dopo aver letto questo articolo mi dovetti domandare se, in caso ciò fosse stato vero, non avrei forse dovuto anche sostenere la possibilità per un “cadavere” di nutrire il bambino ancora ospitato in grembo e poi di farlo nascere sano molti giorni dopo. Commentando il fatto, i dottori Siegler e Wikler dissero: “La morte dell’encefalo non sembra servire come confine; è una perdita tragica e infine fatale, ma non è per se stessa la morte. La morte corporea avviene successivamente, quando cessa il funzionamento integrato”…
Non potevo più evitare la verità: o collegato alle macchine per la ventilazione artificiale c’era un cadavere, o c’era una persona ancora viva, sebbene “cerebralmente morta”. Se era un cadavere, ci si sarebbe dovuti riferire a lui come a un cadavere vivente? Ma come il cerchio quadrato, è una contraddizione in termini. Si può avere l’uno o l’altro, ma non entrambi. La conclusione è ovvia; una persona viva mortalmente ferita non equivale a una persona morta. Se la dichiarazione di “morte cerebrale” diventa un segnale per la rimozione di un cuore che ancora batte, allora senza ombra di dubbio il paziente morirà.
Per consolidare ulteriormente il mio ragionamento ci volle una tragedia, capitata ad una mia cara amica; uno dei suoi due figli adulti ebbe un incidente automobilistico quasi mortale e venne portato di urgenza al più vicino pronto soccorso. I medici fecero di tutto per rianimarlo, ma inutilmente, ed egli fu dichiarato “cerebralmente morto”. Per come mi ricordo, da diverso tempo era lontano dai Sacramenti della Chiesa, ma l’altro figlio della donna, un sacerdote, si precipitò al capezzale del fratello e gli impartì il Sacramento dell’Estrema Unzione. Poco dopo questo segno della misericordia di Dio, il supporto vitale venne staccato e l’uomo spirò.
Non molto tempo dopo questo evento dovetti riflettere su una richiesta per il trapianto degli organi vitali fatta dopo l’Estrema Unzione. Mi chiesi allora: come si potrebbe fare una cosa del genere? Per impartire in maniera valida e ricevere in modo efficace questo sacramento si deve presumere che la persona sia viva. Per rimuovere un organo vitale, per esempio un cuore che batte, deve invece essere certamente morta. La conclusione era ovvia, non c’era una cartina di tornasole per il momento esatto di separazione dell’anima immortale dal corpo. Né un medico né un teologo lo possono stabilire. Detti le dimissioni dal Sottocomitato per il protocollo. Votai contro l’adozione del protocollo e quindi, davanti a tutto il personale medico, dissi ai miei colleghi perché lo avevo fatto e perché mi auguravo che anche loro votassero contro. Alcuni lo fecero, ma non in numero sufficiente ed il protocollo venne adottato.
Subito dopo questa riunione un mio collega, un neurologo di cui ho molto rispetto e che veniva spesso consultato per le diagnosi cliniche di “morte cerebrale” in casi di bambini donatori dai quali prelevare gli organi per il successivo trapianto, mi si avvicinò e mi disse, “Sai Joe, hai ragione, noi facciamo solo finta di non vedere”».
Il neonatologo prof. Paul Byrne (28) racconta: «Nel 1975 prestai assistenza ad un neonato nel reparto di terapia intensiva neonatale al Cardinal Glennon Memorial Hospital for Children di St Louis in Missouri. Joseph era collegato al ventilatore da sei settimane. Erano stati fatti molti tentativi per disabituarlo al ventilatore. Non respirava spontaneamente. Fu eseguita una registrazione dell’attività elettrica (EEG). Fu interpretata come “coerente con la morte cerebrale”. Due giorni dopo l’EEG non era cambiato. Fu suggerito di scollegare il bambino dall’apparecchiatura. Tuttavia continuai a mantenerlo collegato al ventilatore. In seguito egli è stato in grado di disabituarsi al ventilatore ed è stato anche dimesso dall’ospedale. È cresciuto e si è sviluppato in modo normale, è andato a scuola, con eccellente rendimento; ha praticato la corsa su pista ed il baseball. Da adulto ha lavorato dieci anni come paramedico ed ora fa il vigile del fuoco a St Louis in Missouri. Oggi ha circa trent’anni».

CANDIDATI ALLA DONAZIONE E… ALLA VIVISEZIONE?
Il prof. Weaver (29) ebbe questa esperienza: «Un esempio di urgenza e fretta è meglio illustrato da una telefonata che ho ricevuto da un sacerdote del Nebraska occidentale nel dicembre 2004: nel tardo pomeriggio del martedì un abitante di una piccola cittadina era caduto da una scala ed aveva subìto una lesione cerebrale. Fu rapidamente trasferito in un ospedale cattolico di Omaha per ulteriori cure avanzate, ma 18 ore dopo la caduta (le 14.00 del giorno seguente) fu sottoposto a prelievo degli organi dopo la dichiarazione di “morte cerebrale”. Il sacerdote mi pose una domanda problematica: “Perché non gli è stato dato più tempo per valutare possibili segni di ripresa?”
La mia risposta fu: “I sostenitori dei trapianti risponderebbero che prima si prelevano gli organi, maggiore possibilità hanno gli organi di essere in buone condizioni”. Un esponente del movimento per la vita affermerebbe che un supporto vitale aggressivo potrebbe portare ad ulteriori segni di recupero, che fermerebbero il processo di donazione, ma in alcuni casi potrebbe tradursi nella ripresa del paziente “donatore”. Ci sono stati anche tragici errori nella dichiarazione di morte causati dallo zelo e dall’urgenza di ottenere organi. Alcuni non sono riportati per cause legali in corso che riguardano imputazioni quali omicidio e negligenza».
Nell’esposizione della sua relazione, il prof. Wanatabe (30) col sottotitolo: “I nostri 7 anni di esperienza (in Giappone, n.d.r) dopo l’applicazione della legge sui trapianti degli organi”, scrive: «Come è stato brevemente discusso nell’addendum al mio precedente articolo, un espianto multiplo di organi da una donna di mezza età con emorragia subaracnoidea (e cerebrale) eseguito nel febbraio 1999 è stato il primo caso dopo l’entrata in vigore della legge. In questo caso, sembra che i medici dell’Ospedale della Croce Rossa a Kochi avessero visto nella paziente una possibile candidata donatrice fin dall’inizio, in quanto la donna possedeva unadonor card. Allora invece di adottare certe precauzioni per salvarle la vita, tra cui abbassare la pressione sanguigna che era estremamente alta, dissero immediatamente alla famiglia che la donna si trovava in uno stato di “incombente morte cerebrale”, e non accennarono alla possibilità di salvarle la vita mediante rimozione chirurgica dell’enorme ematoma. Inoltre, sebbene la legge stabilisca chiaramente che il test di apnea deve essere eseguito come l’ultimo della serie delle procedure diagnostiche, questo test venne ripetuto molte volte, alcune anche prima che l’elettroencefalogramma diventasse piatto. Quel test deve aver accelerato la progressione della morte cerebrale e allo stesso tempo inflitto un dolore insopportabile alla paziente. Infine, con l’incisione chirurgica per il prelievo degli organi, la pressione sanguigna della paziente salì improvvisamente ed i suoi arti mostrarono movimenti
eccessivi al punto da richiedere l’anestesia. Questi fenomeni mostrano chiaramente che la donna sentiva dolore e che il tronco encefalico era funzionante, chiari segni che negavano lo stato di morte cerebrale».
Non è lecito pensare che questi poveri pazienti, se non sono trattati con farmaci anestetizzanti, ma curarizzanti subiscano la “vivisezione”, soffrendo in modo terribile?
«Il terzo caso di espianto – racconta il prof. Wanatabe - ha riguardato un ragazzo coinvolto in un incidente stradale. Era stato portato al pronto soccorso del Municipal Hospital di Furukawa una sera, dove si scoprì che aveva firmato una donor card. Quando il primario di neurochirurgia, già andato a casa propria, due ore e mezzo più tardi fu informato di questo caso, disse al personale di osservare soltanto il decorso affermando che non c’erano indicazioni per l’intervento chirurgico. Non arrivò in ospedale se non quattro ore più tardi, e per più di dieci ore il ragazzo non ricevette trattamenti intensivi per prevenire la progressione del danno cerebrale, come la somministrazione di medicinali per abbassare la pressione intracranica. Quindi, di nuovo in questo caso, la vittima di incidente non è stata considerata una persona con urgente bisogno di cure salvavita, ma invece è stata trattata come candidato alla donazione».

LA GRAVIDANZA
Diverse donne incinte in stato di “morte cerebrale” hanno portato avanti la gravidanza. Ad esempio il dott. Hill narra: «È stato registrato un nuovo caso di una donna, ritenuta morta secondo i test del tronco encefalico, la quale è stata assistita per 11 settimane fino al parto di un neonato vivo, prima di essere scollegata dal supporto vitale. Ciò dimostra ancora una volta che i test di funzionalità del tronco encefalico non sempre, come spesso si pretende, garantiscono una rapida morte per arresto cardiocircolatorio, e che una complessa fisiologia tipica della vita può continuare per favorire la gestazione» (31).
Il dott. Beckmann (32) scrive: «Il processo biologico del morire può essere “fermato” per qualche giorno mentre le funzioni dei polmoni e del cuore vengono artificialmente sostenute. Nel caso in cui la paziente sia una donna incinta, può essere “tenuta in vita” fino alla nascita del bambino. In Germania, gli eventi che hanno accompagnato il caso del cosiddetto “bebè di Erlangen” (Erlanger Baby) nel 1992 hanno portato il problema della morte cerebrale all’attenzione del pubblico. Molte persone non potevano credere che un gruppo di medici volesse far proseguire la gravidanza per far sviluppare un feto vivo all’interno di un “cadavere”, altre chiedevano di lasciare che la madre “spirasse in pace”».
Sono veramente morte le madri in condizione di morte cerebrale che portano a compimento la gravidanza di bambini non ancora nati? Mercedes Arzù Wilson (33) si chiede: «Come può una mamma così detta “cerebralmente morta”, dopo aver dato alla luce un bambino vivo, produrre latte materno quando invece il chirurgo ha assicurato la sua famiglia che il suo cervello è morto?
In quest’ultimo caso se si riscontra una pur minima attività cerebrale, è ovvio che la tecnologia esistente, allo stato attuale, è incapace di individuare una nascosta attività del cervello, così come le complesse funzioni della ghiandola pituitaria…
La società dei trapianti ignora forse che il latte materno è il risultato dell’attività della ghiandola pituitaria nel cervello che invia i segnali per la produzione della prolattina, i cui livelli aumentano in vista della produzione di latte per il bambino?
È interessante notare come quest’ultima domanda fu posta, su richiesta personale di sua Santità Giovanni Paolo II, ai medici favorevoli alla “morte cerebrale” che frequentavano, nel febbraio 2005, un convegno della Pontificia Accademia delle Scienze.
Nessuno di loro negò che una madre incinta, dichiarata “cerebralmente morta” potesse produrre latte dalle proprie mammelle dopo la nascita del figlio. Tali ammissioni incrinarono la loro sicurezza che nei pazienti con commozione cerebrale non ci fosse attività del cervello».

GUARIGIONI SPECIALMENTE CON L’IPOTERMIA
Il professore giapponese Wanatabe (34) ci delucida sull’ipotermia: «Ho citato la notevole efficacia della terapia dell’ipotermia cerebrale nel salvare pazienti con grave danno cerebrale e nel prevenire l’insorgere della morte cerebrale. Questa terapia fu sviluppata dal Dipartimento di terapia d’emergenza del Nihon University Hospital a Tokio. Nel loro primo rapporto, questa terapia fu adottata in venti casi in ematoma subdurale acuto con lesione cerebrale diffusa e dodici casi di ischemia cerebrale globale dovuta ad arresto cardiaco protratto per 30-40 minuti, tutti pazienti al livello 3-4 della scala di coma di Glasgow, dilatazione bilaterale delle pupille e assenza di reazione alla luce. Con l’ipotermia cerebrale controllata dal computer e il mantenimento di una pressione intracranica adeguata, quattordici pazienti su venti nel primo gruppo e sei su dodici pazienti nel secondo gruppo sono ritornati alla normale vita quotidiana, con il recupero della capacità di comunicazione verbale eccetto in un paziente. Sebbene i sostenitori della morte cerebrale possano ben argomentare che dal momento che i medici del pronto soccorso non hanno eseguito il test di apnea per paura di aggravare il danno cerebrale, quei trentadue casi potrebbero non essersi trovati in condizioni di morte cerebrale, un tale notevole successo della terapia implica un chiaro spostamento del punto di non ritorno verso o entro lo stadio di morte cerebrale. Gli studi di Coimbra sugli animali che avevano subìto un grave trauma alla testa presentano chiaramente un’evidenza sperimentale a sostegno della notevole efficacia clinica del trattamento dell’ipotermia cerebrale. Egli ha dimostrato che l’abbassamento della temperatura corporea a 33° in quegli animali diminuiva l’edema cerebrale ed abbassava la pressione intracranica, quindi aumentava il flusso sanguigno cerebrale al di sopra del livello critico. Tale effetto, insieme alla prevenzione dello sviluppo di ipertermia cerebrale, la quale accelera il danno alle cellule nervose, era in grado di ripristinare la funzione cerebrale normale, mentre un test di apnea condotto su quegli animali provocava ipotensione grave e riduceva ulteriormente il flusso sanguigno cerebrale distruggendo l’intero encefalo. Quindi, lo stato di morte cerebrale nel senso di danno veramente irreversibile dell’encefalo può essere diagnosticato solo dopo l’applicazione della terapia dell’ipotermia cerebrale, ed il test di apnea dovrebbe essere immediatamente cancellato dalla serie di procedure diagnostiche elencate nell’attuale legge sul trapianto di organi».
Leggiamo dalla relazione del prof. Weaver: «Il neurologo C. G. Coimbra ha anche mostrato che uno dei test diagnostici universalmente usati, noto come test di apnea, per determinare l’abilità cerebrale di generare il processo di respirazione, può in realtà causare ulteriore danno all’encefalo. Spiegato in modo semplice il test di apnea viene eseguito spegnendo il ventilatore, e ciò arresta l’apporto di ossigeno ai polmoni, i quali non espellono l’anidride carbonica, un prodotto standard di scarto. Tuttavia il graduale incremento della quantità di anidride carbonica crea un ambiente che danneggia ulteriormente le cellule cerebrali già compromesse e allo stesso tempo queste cellule non ricevono l’ossigeno necessario per la ripresa”(35).

GLI ATTUALI MEZZI SCIENTIFICI NON SONO INFALLIBILI
Basandosi sulle relazioni di numerosi professori e dottori, il prof. P. Becchi a pag. 100 del suo libro riferisce: «Gli attuali mezzi clinici non sono in grado di accertare la cessazione di tutte le funzioni, ma soltanto di alcune e diagnosticano tutt’al più la morte corticale».
Abbiamo riportato più sopra col sottotitolo: “Una sopravvivenza di oltre 20 anni in stato di morte cerebrale” il caso di TK, studiato dal neurologo Shewmon, riguardante un bambino colpito da meningite all’età di 4 anni; ebbene: «L’angiogramma a risonanza magnetica non mostrò flusso sanguigno intracranico, una risonanza magnetica rivelò che l’intero cervello, incluso il tronco era stato sostituito da un’ombra di tessuti e da fluidi proteici disorganizzati. Ciò che restava dell’encefalo era atrofizzato e non poteva essere riconosciuto come encefalo». L’angiogramma dunque, in questo caso certificava che il paziente era in stato di “morte cerebrale”, ma non permetteva di concludere che il paziente era vivo.
Mons. Bruskewitz (36) fa notare: «TK non soltanto presentava segni di vita, ma addirittura raggiunse la pubertà e l’età adulta».
Riguardo all’elettroencefalogramma il prof. Bondì scriveva che la presenza di forti addensamenti emorragici endocranici (tipica dei traumatizzati da incidenti) può eliminare il “segnale” della penna scrivente (dell’elettroencefalogramma, n.d.r.) o diminuire di molto l’ampiezza dei segnali rilevati dalla macchina operante con elettrodi applicati sopra il tavolato osseo; data l’esiguità della traccia scritta è sempre problematico e grossolano l’apprezzamento obiettivo di questi segni di vita, la cui importanza è capitale, se possono sottrarre un paziente alla sentenza medico legale di morte e all’irremediabile svuotamento del suo corpo con l’espianto; in questo caso gli elettrodi dovrebbero essere posti sotto il tavolato osseo. Quindi l’EEG non dimostra affatto che l’attività cerebrale sia assente in tutto l’encefalo» (37).
Il dott. Hill da parte sua ci ricorda che: “Accertamenti mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno mostrato che un paziente in stato vegetativo persistente incapace di risposte agli stimoli può ricevere, elaborare, rispondere e comunicare col pensiero. Sebbene lo stato vegetativo persistente non sia la morte del tronco encefalico, la risonanza indica che quel paziente, a differenza di quanto sino ad ora creduto, può non essere completamente irrangiungibile e incapace di risposte agli stimoli, e dimostra quanto poco sappiamo del significato delle attività cerebrali residue in coloro che sono ritenuti morti secondo i test di funzionalità del tronco encefalico (38).

STRANI CONCETTI DI PERSONA
Molti filosofi e laureati hanno uno strano concetto della persona, al di fuori del senso comune, e così arrivano a giustificare gli espianti. Il prof Shewmon riferisce che al III International Symposium on Coma and death, tenutosi a l’Avana, Cuba, dal 22 al 25 febbraio 2000, il Dr. Fred Plum, esperto di morte cerebrale e primo autore dell’importante manuale The diagnosis of Stupor and coma, si alzò e disse: «Va bene, ti concedo che il corpo in condizioni di morte cerebrale è un organismo umano vivente, ma è una persona umana?» (39).
Da parte sua il prof. Spaemann spiega che: «La concezione di Furton coincide con la concezione di Peter Singer e di Dereck Parfit, per i quali le persone esistono finchè sono capaci di atti personali, posizione da cui deriva che ad esempio durante il sonno gli individui non sono persone» (40).
«Warren – riporta il prof. Potts - segue Locke nel ritenere che “alcuni esseri umani non sono persone”. Ciò include che un “uomo o una donna la cui coscienza sia stata permanentemente cancellata ma che rimanga in vita (…); esseri umani anormali, privi di apprezzabili capacità mentali (…); un feto. Tali individui mancano di pieni diritti morali» (41).

E IL FUTURO?
Stiamo tornando ad un concetto pagano della vita, si vuole il benessere a tutti i costi, anche a scapito del prossimo, ciò è veramente inquietante e questo non possiamo non constatarlo.
«La nostra preoccupazione - riferisce il prof. Wanatabe - è che a causa della scarsità di organi donati, chi propone i trapianti possa tentare di espandere la categoria dei donatori dai morti cerebrali alle persone in stato vegetativo, ai soggetti con handicap mentali e a membri deboli della nostra società. L’utilizzo di bambini anencefalici come donatori, già praticato in certi paesi, dà fondamento a tale preoccupazione» (42).
La situazione dell’uomo moderno arriva al paradosso, ecco la costatazione del dott. Hill: «Ci sono stati alcuni progressi nella esecuzione degli xenotrapianti, ossia di tessuti e organi prelevati da animali. I problemi del rigetto sono enormi e l’opinione pubblica britannica e le organizzazioni per i diritti degli animali sembrano più preoccupate per il destino degli animali che potrebbero fornire gli organi che per i donatori umani» (43).
«Le società per millenni – riporta il prof. Weaver – hanno imposto il genocidio di membri vulnerabili selezionati delle loro culture. Ciò continua ancora oggi con gli utilitaristi che usano principi di proporzionalismo per giustificare l’uccisione di disabili al fine di migliorare la vita degli altri» (44).

MORALE
La coscienza, in senso proprio, è un giudizio della ragione pratica sulla bontà o colpevolezza di un’azione, cioè è un giudizio sulla liceità o illiceità del proprio atto. È logico che per quanto riguarda la nostra eternità non dobbiamo fare atti contrari alla volontà di Dio. Ora già Pio XII aveva scritto che in caso di dubbio sulla morte di una persona bisogna presumere che sia ancora viva (45). Questa affermazione riguardava proprio le persone in stato di rianimazione. Il principio di Teologia morale che riguarda i trapianti di organi afferma che con un dubbio pratico circa la liceità di un’azione non è mai lecito agire. Per es. un cacciatore che dubiti se vi sia una bestia o uomo dietro a un cespuglio e spara lo stesso, pecca di omicidio, anche se poi risulta che ha freddato un capo di selvaggina (46); chi sorpassa in curva, senza visibilità, col dubbio che di fronte venga un altro automezzo, anche se non succede nessun incidente, fa peccato lo stesso perchè mette in pericolo la sua vita e quella degli altri. Siccome nel caso dei trapianti di organi non vi è affatto la certezza che le persone espiantate siano morte, coloro che si ritrovano in questa situazione non devono agire, ma devono chiarire il dubbio e seguire la parte più sicura. Quindi la norma della nostra condotta (nel nostro caso: dei medici espiantatori, dei donatori e dei familiari di eventuali donatori) non è la coscienza libera, ma la coscienza certa che l’uomo ha il dovere di rendere vera, per cui la coscienza vincibilmente erronea (o falsa) ogni essere umano è tenuto a correggerla e quella dubbia è obbligato a chiarirsela e questo massimamente quando si tratta dell’autorità di Dio e della propria salvezza e della vita degli altri.

CONCLUSIONE
Il Papa Giovanni Paolo II, il 29/08/2000 in occasione del Congresso internazionale della Società dei trapianti aveva affermato: «Gli organi vitali e singoli non possono essere prelevati che ex cadavere cioè da un individuo certamente morto […]. Comportarsi altrimenti significherebbe causare intenzionalmente la morte del donatore prelevando i suoi organi”.
Il dott. Byrne ribadisce in modo chiaro: «In realtà la morte cerebrale non è la vera morte. Non ci sono modi per ottenere un cuore per i trapianti a meno che non sia un cuore sano da un paziente vivo. Sotto il profilo etico non è accettabile la rimozione di un organo dispari, vitale e sano adatto ai trapianti da un soggetto dichiarato in modo legale “cerebralmente morto”, ma non sotto il profilo biologico: non si dovrebbe compiere il male per il bene che potrebbe derivarne. Si può fare qualcosa per trasformare in vero ciò che è falso?» (47).
«Anziché riconoscere che il soggetto “cerebralmente morto” non è realmente morto – riferisce il prof. Coimbra - alcuni hanno già proposto che la “morte cerebrale” valga come morte ai fini del trapianto. Tuttavia il morire non è la morte e troppe vite sono state perdute per la passata cecità, quando la diagnosi di “morte” è stata applicata al cervello silente che riceveva livelli critici di apporto sanguigno. Un paziente che sarebbe morto senza speranza anni fa potrebbe ora essere aiutato a riprendersi mediante nuove efficaci terapie, sviluppate per il miglioramento delle conoscenze relative alla fisiopatologia del coma» (48).
Il prof. Seifert conclude: «Quindi dal discorso del Papa e dal principio etico vero ed evidente in esso affermato (enfatizzato dall’intera tradizione di insegnamenti morali impartiti dalla Chiesa) secondo cui se esiste un minimo ragionevole dubbio che le nostre azioni uccidano una persona dobbiamo astenercene dal compierle, unitamente al fatto della crescente incertezza nella comunità scientifica, giuridica, psicologica e filosofica mondiale a proposito della morte cerebrale come morte di fatto della persona» (49).
Articolo apparso su Tradizione Cattolica - n°1 – 2009

Bibliografia:
(1) Paolo Becchi, Professore di filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Genova.
(2) In Finis vitae Is brain death still life? Ed. Rubettino, p. 140. JOSEPH C. EVERS, M.D., FAAP, pediatra, Fellow dell’American Academy of Pediatricians (U.S.A.).
(3) In Finis Vitae ib. p. 373. - Yoshio Wanatabe, M.D., FACC, cardiologo. Professore Emerito di Medicina, Fujita Health University, Direttore del Toyota Medical Center,Giappone.
(4) D. ALAN SHEWMON, M.D., PH.D., neurologo. Professore di neurologia e pediatria presso la David Geffen School of Medicine - UCLA; Direttore del Dipartimento di Neurologia, Olive View Medical Center, Los Angeles, California (U.S.A.).
(5) In Finis Vitae ib. p. 196 - DAVID J. HILL, M.A., PH.D., Consulente Emerito in Anestesiologia, Addenbrooke’s Hospital, Cambridge (U.K.).
(6) In Finis vitae, ib. p. 380. WALT FRANKLIN WEAVER, Professore associato presso la Facoltà di Medicina, Università del Nebraska, Omaha, Nebraska (U.S.A.).
(7) Summa Theol. I, Q.18, a.1, c..
(8) cfr.http:/www.lozuavopontificio.net/osservatorio/2008/04/12/l’inganno-della-morte-cereb…
(9) In Finis vitae, ib. p. 225. (MICHAEL POTTS, filosofo, Professore presso la Methodist University, Fayetteville, North Carolina (U.S.A.).
(10) In Finis vitae, ib. p 320.
(11) Byrne ww.lozuavopontificio, ib. Paul A. Byrne, M.D. FAAP, neonatologo. Professore di neonatologia presso la Facoltà di Medicina, Università dell’Ohio.
(12) In Finis vitae, ib. p. 263. JOSEF SEIFERT, PH. D., filosofo. Rettore della International Academy for Philosophy del Liechtenstein; membro della Pontificia Accademia per la Vita).
(13) In Finis vitae, ib. p. 436. RALF WEBER, giurista. Professore all’Università di Rostock, membro della Commissione etica dell’Ordine dei Medici in Mecklenburg-Vorpommern (Germania).
(14) In Finis vitae, ib. p. 41, RAINER BECKMANN, giudice, Membro della Academy for Ethics in Medicine… Componente in qualità di esperto delle Commissioni del Parlamento tedesco Law and Ethics of Modern Medicine (2000-2002).
(15) In Finis vitae, ib. p. 306.
(16) P.Becchi, Morte cerebrale, ib. p. 104.
(17) In Finis vitae, ib. p. 304.
(18) S. REPERTINGER, W.P. FITZGIBBONS, M.F. OMOJOLA, et al., “Long survival following bacterial meningitis-associated brain destructio”, in “Journal of Child Neurology”, 21, 2006, pp. 591-595.
(19) In Finis vitae, ib. p. 326.
(20) In Finis vitae, ib. p. 80.
(21) In Finis Vitae, ib. p. 305.
(22) 203 In Finis vitae, ib. p. 203.
(23) In Finis vitae, ib. p. 173 - CICERO GALLI COIMBRA, M.D., PH.D., neurologo clinico. Professore presso il Departement of Neurology and Neurosurgery, Federal University of Sao Paulo – UNIFESP (Brasile).
(24) In Finis vitae, ib. p. 340. (ROBERT SPAEMANN, filosofo. Professore Emerito presso le Università di Stoccarda, Heidelberg, Salisburgo; membro della Pontificia Accademia per la vita (Germania).
(25) In Finis vitae, ib. p. 45.
(26) In Finis vitae, ib. p. 395.
(27) In Finis vitae, ib. p. 135 ss.
(28) In Finis vitae, ib. p. 78.
(29) In Finis vitae, ib. p. 409.
(30) In Finis vitae, ib. p. 371s.
(31) In Finis vitae, ib. p. 208, (Brain dead woman gives birth, in “British Medical Journal”, 332, 2006. p. 1468).
(32) In Finis vitae ib. p. 28.
(33) Mercedes Arzù Wilson, membro della Pontificia Accademia per la Vita, (cfr. www.fattisentire.net, 05/09/2008)., ibidem.
(34) In Finis Vitae, ib. 374.
(35) In Finis vitae, ib. p. 410.
(36) Brusk 51 In Finis vitae, ib. p. 51, FABIAN WENDELIN BRUSKEWITZ, Vescovo della Diocesi di Lincoln, Nebraska (U.S.A).
(37) Prof. Dr. Massimo Bondì L. D. Pat. Chir. e Prop. Clin. Patologo Generale – General Surgeon M.D. Sydney, Audizione del 29.10.92, testo presentato al Comitato Ristretto della Commissione Affari Sociali del Parlamento Italiano, cfr. Lega contro la predazione degli organi a cuore battente, Via Patti lateranensi, Bergamo.
(38) In Finis vitae, ib. p. 208 A. OWEN, “Detecting awareness in the persistent vegetative state”, in “Science”, 313, 2006, p. 1402.
(39) In Finis vitae, ib. p. 285.
(40) In Finis vitae, ib. p. 347
(41) In Finis vitae, ib, p. 64.
(42) In Finis vitae, ib. p. 367.
(43) In Finis vitae, ib. p. 206.
(44) In Finis vitae, ib. p. 399.
(45) PioXII, Discorso, Le Dr. Bruno Haid, a numerose personalità della scienza medica, in risposta ad alcuni quesiti importanti sulla rianimazione, 24/11/1957.
(46) E. Jone, Compendio di Teologia morale ed. Marietti, 1964, par. 89.
(47) In Finis vitae, ib. p. 98.
(48) In Finis vitae, ib. p.189.
(49) In Finis vitae, ib. p. 276.

martedì 6 marzo 2012

Mons. Williamson prosciolto.




Il sito dinoscopus.org riporta la notizia che la Corte d'Appello di Norimberga ha annullato a mons. Williamson la condanna del tribunale di Ratisbona per la famosa intervista del 2008, che si rivelò una vera e propria bomba mediatica a orologeria scagliata di fatto contro il Papa e contro il superiore della FSSPX mons. Fellay.

C'è ancora il ricorso in appello (e si per l'occidente si può essere liberi di dire ciò che si vuole tranne intaccare il dogma della shoah), per dimostrare dove sarebbe stato perpetrato l'«incitamento all'odio razziale» di cui il vescovo era stato strumentalmente accusato e se davvero le sue opinioni fossero in grado di turbare la pace in Germania (!).

Il caso ci offre aspetti in certo modo grotteschi e anche tragicomici se pensiamo alla severità di mons. Fellay nei confronti di mons. Williamson (oltre alle assurde tesi secondo la quali Ratzinger a fronte di questi fatti doveva rimettere la scomunica a Williamson come se la Shoah fosse un dogma di fede!), il cui reato consiste nell'aver manifestato opinioni, non di negazione, ma non allineate circa l'entità del fenomeno della shoah con le Versioni Ufficiali che cinema, stampa e televisioni ci propongono a credere da decenni.

Il commento più sarcastico letto sulla rete: "vorremmo che qualcuno ci spiegasse perché si può negare l'esistenza di Dio, ma non quella della shoah"...