lunedì 12 settembre 2011

Mons. Bernard Fellay: Rapporti tra Roma e la Fraternità

 
Conferenza di Mons. Bernard Fellay - Attualità dei rapporti tra Roma e la Fraternità
Saint-Malo, Francia - 15 agosto 2011
 
Don Lorans- Don de Cacqueray ci parlava dell'evoluzione che constatiamo. E lei, che è a capo della Fraternità, che ha dei contatti diretti con Roma, ha avuto l'impressione che l'agenda (i requisiti richiesti prima di ogni riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X, NdR) fosse seguita? Ha anche lei, a partire dai documenti emanati da Roma, la sensazione che si sposti lo spartiacque?

Mons. Fellay- Effettivamente accadono molte cose cose interessanti; non accadono come vorremmo ma è normale, perché abbiamo a che fare con degli uomini. La nostra agenda, coi suoi famosi requisiti, era stata consegnata a Roma all'inizio del 2001. In febbraio, la risposta di Roma fu tale che dovetti rispondere che a quelle condizioni noi non potevamo proseguire: “ Se le cose stanno così, sospendiamo ”. Le cose sono cominciate così, nel 2001. Riguardo alla messa, il cardinale Castrillòn Hojos diceva: “ Il papa è d'accordo. Il papa è d'accordo che la messa non sia mai stata abrogata e di conseguenza la possa dire ogni prete. ” E contava sulle dita i cardinali di Roma che erano anch'essi d'accordo. Io gli ho detto: “ in questo caso, dov'è il problema? ”- “Lei capisce, i segretari delle congregazioni, i sotto segretari, loro non sono d'accordo, e dunque non possiamo concedervela. ” Per la messa era così. Quanto alla questione della scomunica, la risposta era: “ Stia tranquillo, sistemeremo tutto quando firmeremo gli accordi ”. Risposi che per andare avanti avevamo bisogno di segni di fiducia da parte di Roma e che, in mancanza, non avevamo altra scelta che la sospensione delle discussioni. Il cardinale ha replicato: “ questa parola non mi piace ”. Poi è arrivato Benedetto XVI, che riprenderà la questione della messa, relativamente presto. Certo, il Motu proprio [ Summorum Pontificum] vale quello che vale, ma contiene degli elementi essenziali, capitali, per noi è come una pietra miliare. Penso che, nella storia della Chiesa, ci si ricorderà di questo testo che riconosce che la messa di san Pio V non è mai stata abrogata. Sa, quando una materia è ripresa in tutta la sua ampiezza, quando il legislatore riprende una legge per modificarla di cima a fondo, si considera che la legge precedente sia abrogata. E' lo stesso per le leggi liturgiche. Dunque che esista questa affermazione, in due parole: “ numquam abrogatam, mai abrogata ”, è di una tale forza! E' difficile concepirlo, ma alla fine il legislatore sa ciò che dice: “ Non è stata mai abrogata ”. Affermare che una legge non è stata mai abrogata, significa che si è mantenuta nello stato in cui era prima. Quindi la legge precedente, la messa di sempre, è la legge universale, è la messa della Chiesa. Quando il papa attuale afferma che la messa non è stata mai abrogata, vuol dire che essa è sempre in vigore, che continua ad essere la messa della Chiesa. Non si tratta più di permessi, di privilegi ecc., è la legge della Chiesa, in altre parole un diritto universale di ogni cattolico, prete o fedele. E' ciò che viene espressamente riconosciuto nel famoso Motu proprio del 2007. E' fondamentale, anche se altre parti del testo sono discutibili, e noi non siamo affatto d'accordo con loro. Ma se si considera il vigore che il Motu proprio conferisce alla messa contro i suoi detrattori, è veramente molto molto forte. Ci si chiede come in futuro si potrà mai demolire questa messa.

Da questo punto di vista, l'avvento di Benedetto XVI è stato come una molla. Checché se ne dica, checché se ne pensi, si è diffusa una nuova atmosfera. Nel Vaticano stesso questo arrivo ha incoraggiato quelli che, chiamiamoli conservatori, fino ad allora rasentavano i muri...D'altronde forse li rasentano ancora oggi! Perché la pressione o l'oppressione dei progressisti esiste sempre, rendendo lo stesso governo quasi impossibile.

L'atmosfera in ogni caso è cambiata. Lo si vede nella nuova generazione che, lei, non è più legata al concilio. Per le nuove generazioni e tutti quelli che oggi hanno 20 anni, il concilio, è il millennio passato, è qualcosa di molto vecchio. Questa generazione non ha conosciuto il concilio, e chi vede la Chiesa in uno stato così pietoso, si pone necessariamente delle domande. S'interroga in un modo totalmente diverso da quelli che hanno vissuto il concilio, da quelli che lo hanno fatto e vi sono visceralmente legati, perché volevano demolire il passato, perché volevano voltare pagina.

Questa nuova generazione sente un vuoto, è aperta, cerca, ci guarda con simpatia ma al tempo stesso verso di noi prova diffidenza perché siamo segnati, esclusi...Ciononostante una specie d'effervescenza nella gioventù preoccupa i progressisti a tal punto che oggi si chiedono: “ Il futuro della Chiesa, sarà progressista o conservatore? ”

In alcuni seminari moderni i professori constatano con spavento che la scelta dei seminaristi si rivolge ad opere più serie di quelle loro proposte; questo fenomeno è abbastanza generalizzato. Ho avuto delle ammissioni di vescovi o di professori di seminario. Un professore di seminario mi ha detto letteralmente: “ Non posso più fare lezione come prima, i seminaristi mi costringono ad essere molto più conservatore ”. E' ancora solo una tendenza, ma è molto interessante. Molti testi emanati da Roma chiedono delle riforme negli studi, nei seminari, nelle università. Sono chiaramente delle frenate. Sfortunatamente, si ha l'impressione che restino lettera morta – e credo di non aver torto a pensarlo. Tuttavia si vedono degli sforzi, è già qualcosa, non è più puro modernismo.

Un elemento importantissimo, davvero molto importante, sono i primi attacchi al concilio che non provengono da noi ma da persone riconosciute, titolate, come Mons. Gherardini che non si è accontentato di scrivere un solo libro ma che continua a scrivere, e in modo sempre più ardito. Quando l'ho incontrato, mi ha fatto questo discorso: “ Sono 40 anni che ho queste cose sulla coscienza, non posso presentarmi al Buon Dio senza dirle ”. Infatti è per così dire con noi, ma usa una forma d'espressione molto romana, molto prudente, circostanziata, pur dicendo quello che ha da dire.

In questo stesso contesto, il 22 dicembre 2005, il papa ha pronunciato il suo celebre discorso alla Curia in cui condanna una linea d'interpretazione del concilio, la famosa linea di rottura. Ad una prima lettura, ammetto di aver pensato che riguardasse noi! Ma in seguito mi sono reso conto che parlava dei progressisti. Perché per l'appunto il papa denunciava e condannava quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Certamente, se c'è qualcuno che vede nel concilio una rottura col passato, siamo proprio noi. E per sostenere il nostro discorso, non temiamo di citare i Congar, i Suenens, quelli che hanno detto che era la Rivoluzione del 1789 nella Chiesa, o la Rivoluzione d'ottobre 1917, la rivoluzione russa. Sono parole fortissime. E poi, non siamo solo noi, sono tutti ad aver constatato che questo concilio era stato un gran cambiamento, un vero stravolgimento. Perfino Paolo VI ha riconosciuto che si è scatenata una grande tempesta, mentre si aspettava una brezza leggera...Ebbene, la linea di rottura denunciata, è la condanna di quelli che vedono nel concilio una rottura col passato. Il papa condanna questo atteggiamento che vorrebbe appellarsi allo “ spirito del concilio ” per rivendicare un Vaticano III, una rivoluzione permanente...

Vorrei fare un'osservazione, perché forse ci sbagliamo. Quando si vede condannata l'ermeneutica della rottura, si pensa immediatamente che l'altra sia l'ermeneutica della continuità. Ora il papa non ha parlato dell' “ ermeneutica della continuità ”, ma dell' “ ermeneutica della riforma ”. Non è la stessa cosa! Continuando il testo, si vede bene che è per il concilio, che è favorevole a tutto quello cui noi siamo contrari! In questo concilio, tutto quello che attacchiamo, lui lo difende. Tuttavia si vede benissimo che condanna una linea. E' un inizio, ma evidentemente non è sufficiente; ciò mostra solo come le autorità hanno preso coscienza che qualcosa nella Chiesa non va più.

Proseguiamo. Il 2 luglio 2010, Mons. Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, ha tenuto a Wigratzbad, ai sacerdoti della Fraternità San Pietro, una conferenza su Lumen Gentium che verteva proprio sul problema dell'interpretazione del concilio. Questi problemi d'interpretazione sono qualcosa di molto moderno, bisogna capirlo. Ma vorrei mostravi che c'è del movimento, anche se da parte nostra speriamo che sia solo un inizio e che le cose andranno oltre. Noi, non esitiamo ad attaccare il concilio in quanto tale, mettendo l'accento su quello che non va.

A Roma, la posizione di Mons. Pozzo, e possiamo dire quella del papa, è ancora di totale riverenza riguardo al concilio, ma egli vede che c'è qualcosa che non va. Non dirà ancora “ è colpa del concilio ”, ma “ è colpa del modo in cui è stato inteso il concilio ”. Si tratta appunto dell'interpretazione, o dell'ermeneutica. Se Roma adesso ammette che c'è un modo falso d'interpretare il concilio, ciò evidentemente lascia presupporre che c'è n'è uno giusto. Ma, su molti punti che noi condanniamo a livello della cosa in sé (senza guardarne la causa), constatiamo che alla fine, senza osare troppo dirlo, sono d'accordo.

Nella conclusione delle sue conferenze a Wigratzbad, Mons. Pozzo parlerà di un'ideologia “ conciliare ”, poi di un'ideologia “ para-conciliare ”. Il termine ideologia designa qualcosa di cattivo, un errore, perfino un sistema di errori. Provate a capire cosa vuol dire questa frase: “ un'ideologia para-conciliare si è impadronita fin dall'inizio del concilio sovrapponendosi a lui ”. Ciò vuol dire che secondo lui, il concilio fin dall'inizio non è stato compreso come doveva. Cioè che l'unica maniera che restava oggi per capire il concilio era falsa. E' un modo curioso di voler salvare il concilio, pur riconoscendo che ciò che è stato detto del concilio da quarant'anni è falso! Anche se è solo un principio di ammissione, bisogna prenderne nota. Evidentemente, non ci basta, ma è comunque molto interessante vedere come tentano di uscirne E' equilibrismo...

Si sentono frasi come: “ Il concilio non è applicato, il concilio è inteso male, è per questo che le cose non vanno nella Chiesa ”. Bisogna anche spiegarlo! Perché le cose non vanno bene nella Chiesa? Perché non si è riusciti a spiegare il concilio. Ma allora, che cosa hanno fatto in questi 40 anni? E' quello il grande problema. Chi era responsabile dell'interpretazione del concilio in questi 40 anni? Se non sono le autorità a Roma, vuol dire che hanno dormito per 40 anni, che hanno lasciato fare agli altri, che cosa hanno fatto? Vede, ci sono comunque molti problemi che possiamo introdurre anche dal loro punto di partenza in cui si delinea un principio di ammissione.

 
Il papa parla di spirito del concilio condannandolo quando tutte le riforme sono state fatte nello spirito del concilio. Cosa rimane? E ora, ci dicono che c'è un'ideologia conciliare che si è impadronita del concilio fin dall'inizio!

Possiamo immaginare il concilio in una bolla; si vede la capsula esterna ma non si arriva all'interno. Di modo che vediamo solo questa capsula esterna e non il concilio; non si riesce ad arrivare al concilio. E' molto moderna come idea, come prospettiva. Ci piacerebbe tanto sapere chi è all'origine dell'ideologia para-conciliare, quella che si è impadronita del concilio per fare in modo che non potessimo comprenderlo come avevano voluto i Padri conciliari...Sarebbe interessante saperlo. Altrettante domande che vengono in mente, perché qualcosa comincia a smuoversi. Ci si rende conto che ciò che era un tabù comincia a traballare, allora si cerca di salvare il tabù circondandolo con una bolla. Oggi, avete il diritto di colpire la bolla, ma non quello che c'è dentro. Potete denunciare l'ideologia para-conciliare, ma non toccate il concilio.

In tale contesto, Mons. Gherardini, di cui parlavo prima, si spinge oltre riguardo al concilio. Credo che sia il primo personaggio ufficiale, rinomato, che osi farlo. La sua qualità di decano della facoltà di teologia del Laterano, canonico di san Pietro, direttore della rivista Divinitas lo rende autorevole. A 85 anni, ha parlato a Roma, e delle persone che non erano dalla nostra parte hanno affrontato i problemi del concilio. Mons. Schneider, un vescovo, ha perfino proposto di fare un Sillabo sul concilio, allo scopo di epurare e di condannare tutto ciò che non è chiaro nel Vaticano II, tutte le proposizioni ambigue.

Tutti questi eventi mi fanno pensare ad una pentola d'acqua sul fuoco che comincia a formare le prime bolle. Non è ancora l'ebollizione, ma comincia a scaldarsi. Nel frattempo, restiamo in attesa.

Don Lorans- In occasione di una recente predica al seminario di Winona, lei ha detto che noi non eravamo in rapporto con Roma, ma con “ le Rome ”. Che atmosfera c'è in Vaticano attualmente? Può aiutarci a vederci più chiaro?

Mons. Fellay- Nel Vallese, una montagna, lo Zinalrothorn, culmina a 4000 metri; una delle sue cime si chiama il Rasoio ed è lunga una decina di metri. L'unico mezzo di oltrepassarla è a cavalcioni, oppure di lato, con le mani sulla cresta ed i piedi sul pendio, e da ogni lato 500 o 1000 metri di strapiombo. Ho l'impressione che non solo questo possa applicarsi ai nostri rapporti con Roma, ma ancor più che si tratti francamente di una corda da equilibrista. Per questo uso decisamente il termine “ contraddizioni ”.

Nel giugno 2009, avevo chiesto un appuntamento col cardinale Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, per tentare di chiarire queste contraddizioni. Dopo aver molto insistito, è arrivata la seguente risposta: “ la riceverà il cardinale Levada ”. E' la diplomazia romana! Mi piacerebbe darvi alcuni esempi di queste contraddizioni per illustrarvi il clima che regna a Roma, cioè dove o con chi lavoriamo, è molto difficile.

I nostri rapporti con Roma si fanno molto tesi dopo l'uscita del decreto sul ritiro delle scomuniche, il 21 gennaio 2009. Nel mese di marzo, a Sitientes, giorno delle ordinazioni al suddiaconato, i vescovi tedeschi hanno approntato una strategia per cercare di “ mandarci fuori ”. Mons. Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha dichiarato ad un gruppo di deputati: “ Da qui alla fine dell'anno, la Fraternità San Pio X sarà nuovamente fuori dalla Chiesa ”. L'ho saputo da uno dei deputati, è un'informazione diretta. Quindi avevano un piano per contrastare l'argomento del ritiro delle scomuniche che non potevano più utilizzare.
 
Si vede benissimo che i progressisti hanno cercato di usare due piste. La prima è quella del concilio. Affinché la Fraternità San Pio X possa pretendere un riconoscimento canonico, deve riconoscere il concilio e accettarne tutte le riforme, così come il magistero di tutti i papi dopo il concilio. E' molto forte, perché sapevano benissimo che non accetteremo mai di avviarci su questa strada. Significa rendere di fatto impossibile il riconoscimento canonico. Dopo è facile condannarci di essere contro il concilio, prova che siamo scismatici, ecc.

La seconda è una linea più disciplinare, quella dell'obbedienza. Tuttavia è curioso che proprio dopo il ritiro delle scomuniche da parte di Roma, il vescovo di Ratisbona, nella cui diocesi è situato il nostro seminario di Zaitkofen, vieti ai nostri vescovi le ordinazioni dei nostri stessi seminaristi! Ma lo ha fatto. Sono 30 anni che il nostro seminario si trova sul suo territorio senza che sia mai intervenuto! Sceglie proprio il momento del ritiro delle scomuniche per prendere questa decisione...La Conferenza dei vescovi tedeschi si è affrettata a rincarare la dose per bocca di Mons. Zollich che ha dichiarato: “ Se quei vescovi fanno quelle ordinazioni, il papa deve scomunicarli ”. E' sceso a Roma per fare pressione sul papa e sul cardinale Bertone. E dieci giorni prima delle ordinazioni, ricevo una telefonata del cardinale Castrillòn che mi dice: “ Mi dispiace farle una richiesta che le sembrerà un po' curiosa, ma il papa non ha solo amici, i vescovi tedeschi fanno pressione, lei farebbe un favore al papa non facendo queste ordinazioni in Germania ”. Dopo aver conferito con i miei Assistenti e con gli altri vescovi, è stato deciso di fare un gesto, senza che fosse una capitolazione. A Sitientes, non ci saranno dunque ordinazioni a Zaitkofen, ma i seminaristi quel giorno diventeranno suddiaconi...a Ecône. E poi è ben chiaro che è un gesto che si farà una volta sola; dunque le ordinazioni di giugno vengono mantenute. Volevamo che a Roma fosse intesa non come una capitolazione, ma come un gesto. Questo non gli è piaciuto e mi ha procurato una nuova lettera...

Due giorni prima di Sitientes, nuova telefonata del cardinale Castrillòn, la terza in una settimana, è proprio una bella pressione! Stavolta, l'ordine è netto: “ Disobbedite formalmente, ricadrete nelle vostre censure. Non bisogna fare queste ordinazioni. Bisogna chiedere il permesso al papa ma le assicuro - parlava in italiano – quasi immediatamente, riceverete il permesso.” Ha aggiunto: “ Da qui a Pasqua la Fraternità verrà riconosciuta ”.” Non capisco, ho risposto, è appena uscito un testo ufficiale (una nota della Segreteria di Stato) che stipula che la Fraternità non verrà riconosciuta finché non riconoscerà il concilio, lei sa perfettamente come la pensiamo, come può parlare così?! ” Risposta del cardinale: “ quel testo non è firmato; si tratta di testi amministrativi, di testi politici; e poi non è quello che pensa il papa ”.

Allora adesso a chi devo credere? Credere al cardinale per telefono (è orale, non c'è nessuna traccia), oppure al testo ufficiale?

Al punto in cui stavano le cose, ho scritto al papa per informarlo semplicemente di cosa accadeva. Gli ho chiesto di non vedere in quelle ordinazioni un atto di ribellione ma un atto di sopravvivenza compiuto in circostanze complesse e difficili. E la cosa è passata.

D'altronde, non vedo come sarebbero riusciti a condannarci per aver ordinato dei suddiaconi, dato che da loro i suddiaconi non esistono! Essere puniti per qualcosa che non esiste, è davvero difficile.

E dopo sono seguite le ordinazioni al diaconato e al sacerdozio, e sono passate. Ma i vescovi tedeschi hanno cercato di impedirle. E' comunque una piccola vittoria! Realizzate che siamo una piccolissima congregazione, una piccola congregazione che si batte contro una conferenza episcopale, e non una qualunque, e vinciamo. Abbiamo vinto. E' incredibile...Ma non si tratta di noi...I conflitti sono di tanti tipi, ma prima di tutto dottrinali.

Papa Benedetto XVI ha osato riconoscere [nell'udienza del 25 agosto 2005, a Castelgandolfo, NdR]: “ Forse esiste, forse potremmo dire che esiste uno stato di necessità in Francia, in Germania ”. Notate che in uno stato di necessità, gli organismi necessari al buon funzionamento di un corpo sociale non funzionano più, è una specie di si salvi chi può; ciascuno innanzitutto si salva, poi collabora ad aiutare gli altri come può. E' una situazione inverosimile. Vede la contraddizione: da un lato vi si dice che la Fraternità non può essere riconosciuta, ma dall'altro vi si dice che essa è riconosciuta perché il papa vi riconosce. Allora quid?

Vi citerò altri esempi di contraddizione che ci dimostrano che a Roma ci sono varie correnti, tra cui alcune molto potenti. Cercare di sapere in quale si trovi il papa? Non è facile.

Nel settembre dell'anno scorso, quindi è cosa molto recente, si è unito a noi un prete americano di una Congregazione (mi sembra che fossero Agostiniani). Nel mese di settembre 2010, riceve una lettera del suo Provinciale cui è allegata una lettera della Congregazione dei religiosi confermante la decisione del Provinciale, che dice: “ Lei non è più membro della Congregazione degli Agostiniani perché si è unito alla Fraternità ”. La lettera della Congregazione dei religiosi dice molto precisamente questo: “ Padre Tal dei Tali (non ne faccio il nome) non appartiene più alla vostra Congregazione, è scomunicato perché ha perduto la fede unendosi formalmente allo scisma di Mons. Lefebvre.” Ha la data del mese di settembre dell'anno scorso! Di conseguenza per Roma, unirsi alla Fraternità significa unirsi ad uno scisma e perdere la fede, e ci si ritrova scomunicati. Ovviamente sono andato a Roma con quel foglio!

Quando ho cominciato a leggere questo passo a Mons. Pozzo - segretario di Ecclesia Dei; ne è presidente il cardinale Levada che è al contempo prefetto della Congregazione della Fede – mi ha interrotto a metà frase dicendomi: “ So già tutto, ce ne siamo occupati due settimane fa. Abbiamo detto alla Congregazione dei religiosi che non sono competenti per dire così e che devono rivedere il loro giudizio ”. Ha continuato dicendo: “ Ecco come bisogna trattare questa lettera...Così ”. E ha fatto il gesto espressivo di strapparla. Così, ecco come un'istanza romana mi dice di trattare un documento ufficiale di un'altra istanza romana, nel modo più radicale che si possa immaginare mettendola nel cestino, strappandola...E' comunque una cosa un po' forte! In fondo, significa che a Roma certe istanze delle congregazioni, dei dicasteri ci dichiarano scismatici, eretici, aventi perduto la fede, mentre altre ci considerano cattolici, quasi normali, non aventi più nessuna pena, nessuna censura. Che confusione!

Come vede si può davvero parlare di contraddizioni; alcune persone al governo di Roma hanno delle prospettive su di noi diametralmente opposte! Così, mentre si svolgono i famosi colloqui teologici, i nostri sacerdoti alloggiano a Santa Marta – è l'edificio in cui alloggiano i cardinali quando ci sono dei concistori, dei conclavi, e che abitualmente serve ad accogliere i vescovi – e dicono messa a San Pietro. Allora mentre da una parte si discute di dottrina, dall'altra i nostri sacerdoti sono eretici o scismatici? La cosa non sta in piedi.

Un altro esempio ancora più recente. Stavolta nell'ordine dell'interpretazione; si tratta dell'ultimo testo sulla messa, Universae Ecclesiae. Tre anni dopo il Motu proprio Summorum Pontificum, è uscito un nuovo testo concernente l'applicazione del testo precedente. Questo testo è interessantissimo. Un'analisi dei provvedimenti presi mostra due movimenti che possiamo considerare radicalmente opposti, dimodoché consideriamo il risultato con aria interrogativa. La prima linea, che è manifesta, è una linea d'apertura, si sente una volontà di dare, di mettere a disposizione dei cattolici del mondo intero non soltanto la messa, ma tutta la liturgia della Chiesa di sempre in tutti i suoi aspetti.

Al suo inizio, il documento romano afferma che il Motu proprio è una legge universale. Non è un privilegio – una legge riservata ad un piccolo gruppo – ma una legge universale, cioè valida per tutti. Esso precisa che è sua volontà permettere l'accesso alla messa tradizionale ai fedeli del mondo intero. Non si può essere più espliciti!

In seguito ci sono altri provvedimenti che si spingono molto oltre, dato che si citano tutti i libri liturgici per essere messi a disposizione. Tutti. E' inverosimile. Questo non si può fare se non c'è una volontà, se non c'è proprio un'intenzione di riaprire, di ridare vita a tutto quel tesoro, altrimenti non ha senso. Per esempio si parla del Rituale. E' molto interessante, il Rituale, cosa vi troviamo? Vi troviamo innanzitutto tutti i sacramenti, quelli dati dal sacerdote, e poi anche gli esorcismi. Dire che il Rituale è a disposizione, significa che tutte le benedizioni, tutto quel mondo liturgico di un tempo è veramente rimesso a disposizione. Ciò non si può fare se non c'è l'intenzione di far rivivere tutto quel tesoro. Non avrebbe alcun senso metterlo a disposizione se al tempo stesso si volesse chiudergli la porta in faccia! Lo stesso valga per il Cerimoniale dei vescovi o per il Pontificale...Si insiste nel dire che i vescovi possono usare il Pontificale. Quanto al Breviario, i sacerdoti sono liberi di usare il vecchio Breviario, pur precisando che se prendono il vecchio Breviario, devono rispettarne tutte le rubriche. Perché? Perché con il nuovo Breviario, si può scegliere ad libitum tra le piccole ore, mentre con il vecchio Breviario, si deve dire tutto. E' un po' strano. Tutto ciò supera di molto quello che avevamo chiesto all'inizio nella nostra famosa premessa, cioè la messa per tutti. Ora, non è solo la messa, ma tutta la liturgia e sotto tutti gli aspetti. E' una delle linee manifeste.

Accanto, c'è la linea veramente contraria, con due restrizioni maggiori. La prima riguardo alle ordinazioni: “ Le ordinazioni secondo il vecchio Pontificale, possono essere conferite solo ai gruppi che sono sotto l'autorità di Ecclesia Dei ”. Perché non gli altri? Perché i vescovi non ne vogliono nelle loro diocesi e Roma vuole evitare troppi problemi con i vescovi lasciando la possibilità di scelta ai seminaristi. Perché mettere da un lato tutto a disposizione, e poi per una cosa tanto importante, tanto capitale, le ordinazioni, lì bloccare tutto?

La seconda restrizione maggiore concerne la qualità dei fedeli che possono godere delle disposizioni del Motu proprio...

Qualche numero più in basso, s'insiste per dire che il Pontificale è messo liberalmente a disposizione. Certo, non ci sono solo le ordinazioni nel Pontificale, per esempio vi rientra il rituale delle cresime. Ora si precisa che le cresime possono essere conferite secondo il vecchio rito. E' proprio uno strano miscuglio. Non è possibile che si possano trovare due intenzioni tanto contrarie in un medesimo testo. Come è possibile? La spiegazione che vedo io, è che effettivamente a Roma ci sono due forze contrarie, ognuna delle quali cerca di mettere la propria firma. Alla fine, si arriva a delle specie di compromessi ingestibili e indigesti.

Tornando a Mons. Pozzo ed al suo consiglio di strappare il famoso testo della Congregazione dei religiosi. In quel momento – e quel che ho appena detto ve lo può in parte illustrare – ha aggiunto questo: “ Occorre, dovete dire ai vostri sacerdoti ed ai vostri fedeli, che non tutto ciò che viene da Roma viene dal papa ”. Gli ho risposto: “ Ma è impossibile, come vuole che dei sacerdoti, dei fedeli che ricevono un testo di Roma possano pensare una cosa simile? La reazione sarebbe semplice: un testo mi piace, viene dal papa, non mi piace, non viene dal papa. Tale atteggiamento d'altronde è condannato da san Pio X.

Il Vaticano, è la mano del papa. Ma queste parole di Mons. Pozzo contengono un messaggio gravissimo: il papa non ha il controllo di casa sua. Ciò vuol dire che quando ci arrivano delle cose da Roma effettivamente, purtroppo, si pensa immediatamente all'autorità suprema, al Sommo Pontefice, al papa. Ebbene no! Non viene dal papa. E' questa la situazione della Chiesa. E' quella che definisco una situazione contraddittoria, a seconda dei casi più o meno significativi, stavolta tuttavia lo è di meno. E' una situazione davvero dura, difficile. Come navigare con questi venti contrari?

Don Lorans- Monsignore, visto che sappiamo che va a Roma il prossimo 14 settembre ad incontrare il cardinale Levada, con quali disposizioni ci va? Con quale stato d'animo?

Mons. Fellay- Mi riferisco un po' a quello che è accaduto in precedenza col ritiro delle scomuniche...Non so si ricorda ma quell'estate, nel 2008, fu molto calda; ci fu quello che è stato chiamato l'ultimatum. Ricordo un piccolo fatto...Mi consegnano un testo che in sostanza dice così: “ Se Mons. Fellay non accetta le condizioni molto chiare che gli imporremo, sarà gravissimo ”. Il cardinale Castrillòn Hojos dichiarava perfino: “ Finora dicevo che non eravate scismatici; se continuate, non potrò più ”.

Era molto teso. Io gli ho risposto: “ Lei dice che occorre che io rispetti le condizioni, ma quali? ”. Tacciono. Silenzio. Ho chiesto nuovamente: “ Lei dice che ci sono delle condizioni, ma cosa si aspetta da me? ” In quel momento, il cardinale con voce molto grave – era davvero molto solenne – ha pronunciato quasi a mezza voce e lentamente :” Se veramente in coscienza pensa di poter dire queste cose ai fedeli, ebbene! Le dica ”. Potete immaginare quanta emozione ci fosse!

Dissi a Don Nély che mi accompagnava di essere frustrato; mi affermò che si trattava davvero di un ultimatum. Su mia richiesta, è tornato l'indomani alla Commissione Ecclesia Dei per ottenere dei chiarimenti sulle famose condizioni. C'è voluta una mezz'ora perché redigessero in cinque punti delle condizioni che dicevano tutto e niente. Io dovevo promettere di praticare la carità ecclesiale. Che vuol dire? Alla fine, ho scritto due parole al papa, e l'ultimatum non era più all'ordine del giorno. Ma non si può dire che andasse tutto bene...Nel mese di dicembre seguente, le relazioni erano più distese, ho scritto una lettera al cardinale per riprendere contatti.

Nel frattempo, c'era stata Lourdes. Era così epica, ecco un breve aneddoto: abbiamo potuto utilizzare la basilica per il nostro pellegrinaggio, ma il vescovo locale aveva proibito ai vescovi di celebrare la messa. Tre giorni prima del pellegrinaggio, ho parlato al telefono col cardinale Castrillòn cui ho promesso di scrivere una lettera; nel corso della conversazione ha affrontato la questione del pellegrinaggio: “ Ho saputo che fate un pellegrinaggio, sarà magnifico, ci sarà tanta gente ”. Gli ho risposto: “ E' bello, infatti, ma c'è una nota stonata ”. -“ Ah sì? ”- “ Sì, i vescovi non possono celebrare ”. - “ Dei vescovi censurati, fuori dalla Chiesa, è normale, non si può dar loro il permesso di celebrare la messa ”. - “ E gli anglicani, non sono scomunicati? ” - “ Che vuol dire? ” - “ Che gli anglicani, loro, hanno potuto celebrare nella basilica di Lourdes ”. - “ E' vero? ” Ha dei documenti? Ce ne occuperemo ”. Stavamo partendo per Lourdes, ho subito raccolto informazioni su Internet per mandargliele.

Nei documenti ufficiali di Lourdes, il programma era tutto ben specificato; per tutta una settimana, erano sette i ' vescovi ' a concelebrare, sette ' messe ' alla presenza del cardinale Kasper, tutti i ministri erano anglicani, l'omelia fatta da un anglicano, non dico un vescovo perché gli anglicani sono tutti laici, non sono veri preti, ancor meno veri vescovi.

Questo per mostrarvi il clima: da un lato si cerca di annientarci e dall'altro ci si occupa di noi al punto da disturbare il papa un pomeriggio per questa storia di Lourdes. Ho approfittato della lettera che ho infine scritto al cardinale Castrillòn, a dicembre, per riferirgli i discorsi del vescovo di Tarbes per il quale, se avessimo smesso di dirci cattolici, allora avremmo potuto celebrare la messa. Gli spiegavo: “ Così dunque volete che usciamo dalla Chiesa per potere avere delle chiese, non sta in piedi! ” Ero un po' duro.

Il 17 dicembre, avevo saputo che a Roma c'era una riunione il cui scopo era riflettere se non occorresse dichiarare lo scisma della Fraternità, o eventualmente scomunicare Mons. Fellay perché favoriva un atteggiamento scismatico nella Fraternità. Ho spedito la mia lettera...Un mese dopo, non c'erano più scomuniche!

Certamente, c'era la nostra crociata del Rosario. Ma dopo la lettera che avevo mandato loro, non pensavo che sarebbe avvenuto così presto. Infatti, il cardinale Castrillòn mi ha informato che c'erano state due riunioni di cardinali: una prima, in cui hanno discusso di scomuniche, che si concluse negativamente ; poi una seconda, che concluse che si poteva benissimo riconoscere la Fraternità. Questo mi è stato rivelato molti mesi dopo...

Don Lorans – Monsignore, lei ci mostra come gli spartiacque si spostino un poco. Questa università estiva è dedicata all'apologetica, forse anche l'atteggiamento dei fedeli e dei sacerdoti legati alla tradizione secondo lei dovrebbe cambiare? E' un periodo in cui dobbiamo tener conto esattamente della realtà in cui viviamo, e delle situazioni dateci dalla Provvidenza?

Mons. Fellay- Credo che si debba essere estremamente prudenti. Tale situazione di contraddizione susciterà per forza ogni tipo di voci, di dicerie in tutti i sensi, ecco perché bisogna veramente, se posso esprimermi così, contare fino a dieci prima di parlare, e aggiungerei anche: prima di credere qualcosa. Bisogna guardare i fatti, e non dar retta alle voci se non si vuole diventare matti!

Il cardinale Levada mi ha invitato il 14 settembre insieme con i miei Assistenti generali. E' un qualcosa di nuovo. Si dice che abbiamo affrontato tutti i temi dottrinali, che ora è necessaria una riunione per valutare queste discussioni teologiche e parlare di futuro. Si dice che ci sarà una proposta di accordo pratico, non ne so nulla. Se ne parla ovunque: don Aulagnier dice che faranno così e che la Fraternità rifiuterà. Io non ne so nulla. Anche Mons. Williamson ne ha parlato, non so da chi abbia avuto le sue informazioni, sembra da un portavoce di Ecclesia Dei...Chi è questo portavoce? Voci persistenti, ci sarà forse qualcosa di nuovo? Sono molti a parlare; Roma non smentisce ma io non ho ricevuto ancora nulla. Si resta in aspettativa.

Se il loro obiettivo rimane sempre l'accettazione del concilio da parte della Fraternità, le discussioni sono state abbastanza chiare nel mostrare che non avevamo intenzione d'impegnarci su quella via. Già nel 2005, dopo cinque ore di discussioni in cui avevo esaminato e passato in rassegna tutte le nostre obiezioni contro gli errori, la situazione della Chiesa oggi, il Diritto canonico, posso garantirle che gli scambi erano tesi. Il cardinale Castrillòn aveva concluso: “ Non posso dire di essere d'accordo su tutto quello che avete detto, ma i suoi discorsi dimostrano che non siete fuori dalla Chiesa. Scriva al papa per chiedergli di togliere le scomuniche ”.

Allora ho capito che Roma era pronta a fare un gesto, altrimenti questa richiesta non aveva alcun senso. La mia risposta non è stata immediata, perché infatti, per noi, non ci sono mai state delle scomuniche. Perciò la lettera che ho scritto al papa non chiedeva il ritiro ma l'annullamento o il ritiro del decreto, perché quello, esiste. A coloro che dicono che ho chiesto il ritiro delle scomuniche, rispondo che è falso. Il cardinale Castrillòn mi ha perfino scritto: “ Lei chiede che si ritiri il decreto, vi si toglierà la scomunica ”. E' chiarissimo, sanno quello che dicono.

Allora per conoscere la situazione esatta ...Da parte mia, posso dirvi che non so cosa accadrà domani. Si può andare dalla dichiarazione di scisma fino al riconoscimento della Fraternità. Non voglio speculare. Cerco di prevenire le situazioni, di riflettere a ciò che occorre fare in questo o quel caso.

Da un lato, preconizzo una prudenza estrema, non dare ascolto alle voci, attenersi ai fatti, alla realtà. La mia impressione è che Roma si burli di quello che viene detto, le parole echeggiano in tutti i sensi ma non hanno affatto valore. Non vi spaventate. E' un po' come Nostro-Signore, vi si dirà è qui, è lì, non ci andate, rimanete. D'altro lato, delle discussioni dottrinali ricordo che in sé nell'immediato non apportano un gran bene, perché è l'incontro di due mentalità che si urtano. Ne conservo l'immagine di un torneo in cui due cavalieri incrociano le spade, si slanciano, ma passano uno a fianco dell'altro.

In ogni caso non possono dire che siamo d'accordo. Se siamo d'accordo su un punto, vuol dire che non lo siamo su nessun altro! Evidentemente, se si parla della Santissima Trinità siamo d'accordo...Ma il problema non è lì: quando si parla del concilio, si parla di certi problemi nuovi, che noi definiamo errori.

C'è la diceria secondo cui ci farebbero delle proposte. Ma a quali condizioni? Ci saranno delle condizioni? Dal mio punto di vista, sarebbe inverosimile che non ce ne fossero. Alcuni dicono che non è possibile, che finora hanno sempre tentato di farci mandar giù il concilio. Io non lo so. L'unica cosa che dico, è: “ si continua ”. Noi abbiamo i nostri principi, e il primo di essi, è la Fede. A cosa servirebbe ricevere un qualunque vantaggio quaggiù se si dovesse mettere in gioco la Fede? È impossibile. E senza la Fede è impossibile piacere a Dio, dunque la nostra scelta è fatta. Prima di tutto la Fede, ad ogni costo, essa passa anche prima di un riconoscimento da parte della Chiesa. Dobbiamo avere questa forza.

Vorrei dire un'ultima cosa: qualcosa si muove, ed in questo qualcosa che si muove, ci sono delle anime assetate, provengono dallo stato disastroso della Chiesa di oggi, non vengono come anime perfette, ma bisogna occuparsene. Finora abbiamo avuto un atteggiamento difensivo. Tuttavia non dobbiamo aver paura d'introdurre un elemento d'attacco, un elemento più positivo: andare verso gli altri per cercare di conquistarli pur dimostrando la più grande prudenza, perché l'ostilità non è finita. Immaginate che Roma ci riconosca di colpo, mi è difficile crederlo, ma che succederebbe allora? Credete che i progressisti cambieranno idea nei nostri confronti? Ma niente affatto! Da una parte continueranno a respingerci come hanno sempre fatto, o tenteranno di farci ingoiare il loro veleno; noi rifiuteremo ed il conflitto ricomincerà peggio di prima, non fatevi illusioni. Se Roma ci riconosce, sarà ancora più dura di adesso. Adesso, beneficiamo di una certa libertà. Bisognerà pure che un giorno la Chiesa ci riconosca come cattolici, ma non sarà facile.

Da parte di Roma, ci manca la luce; vorremmo che Roma diventasse nuovamente il faro della verità, ma per ora ne siamo ben lontani, è più che vago...Da parte nostra, fondamentalmente non cambiamo niente, continuiamo a imperniarci sulla Fede, pur essendo pronti ad aiutare le anime che vogliono essere aiutate, anche se hanno dei comportamenti che all'inizio lasciano a desiderare. Ci vuole molta pazienza, misericordia, pur restando saldi, il che non è facile! Stiamo attenti a non respingere per ragioni superficiali delle anime meritevoli che venissero a noi; non vogliamo chiunque, soprattutto non dobbiamo indebolirci, ma dobbiamo essere buoni con tutti. E' un obbligo anche per noi crescere nella virtù.

Bisogna restare in un ambito soprannaturale. L'apologetica consiste nella difesa della Fede, ma soprattutto a livello della ragione, per tentare di convincere. Ma non è sufficiente. Per convincere, occorre che passi la grazia, e la grazia è soprannaturale. Per convincere ci vuole un atto del Buon Dio, bisogno quindi adoperare mezzi soprannaturali. Per noi, vuol dire condurre una vita cristiana profonda, intensa. E' molto più importante del combattimento semplicemente apologetico, ma ciò non vuol dire trascurare il primo, sono necessari entrambi, ma è una questione di ordine.

E' per questa ragione che mi permetto d'insistere sulla nostra crociata. Le vittorie che otteniamo sulla Roma modernista, non dobbiamo attribuirle a noi, ma senza alcun dubbio alla Santa Vergine e alle nostre crociate. E' alla fine di ciascuna crociata che abbiamo ottenuto sia la messa, sia il ritiro delle scomuniche, ogni volta dopo esserci rivolti alla Santa Vergine, e in situazioni considerate impossibili. Non dobbiamo soltanto contare sulla Santa Vergine ma anche mettersi sotto la sua insegna, seguirla. E' il suo tempo.

sabato 10 settembre 2011

L’UOMO ‘ANIMALE POLITICO’

CONDITIO SINE QUA NON PER L’INSTAURAZIONE DEL REGNO SOCIALE DI CRISTO
d. CURZIO NITOGLIA
19 agosto 2011
Contro l’errore ‘per difetto’ del Liberalismo-laicista e ‘per eccesso’ dell’Angelismo-clericalista
Attualità del problema
●San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (12 marzo 1904) spiega che il mezzo con cui gli eterodossi s’infiltrano nella Chiesa consiste nell’applicare una regola d’azione prudenziale ai princìpi o al dogma, confondendo il piano teoretico o della verità con quello pratico o dell’agire umano. Ora, continua papa Sarto, la Prudenza è una virtù morale, che aiuta ad applicare i princìpi al caso pratico e a risolvere quest’ultimo alla luce del principio senza svilire il principio rendendolo valido solo se praticamente utile. Quindi, trasporre confondendoli la Prudenza o la pratica al livello dei princìpi ed abbassare il principio dal livello teorico a quello pratico ha conseguenze disastrose: dal punto di vista teoretico annacqua il principio ed erode il dogma; dal punto di vista pratico può degenerare sia in lassismo che in rigorismo come vedremo oltre.
●Purtroppo il cattolicesimo liberale fa proprio ciò riguardo alla dottrina sui rapporti tra Stato e Chiesa. Con la scusa di maggior prudenza, esso obietta che la dottrina dell’unione gerarchizzata tra potere temporale e spirituale non è “prudenziale” o “pastorale” al tempo presente. Il liberalismo cattolico o modernismo sociale non nega esplicitamente il principio dell’unione tra Stato e Chiesa, per non essere espulso dalla Chiesa, ma dice che praticamente o prudenzialmente oggi non è più opportuno e utile, ma dannoso.
●Per confutare tale errore bisogna ben distinguere la teoria o il principio, che non muta (2+2=4) dalla pratica (ho 4 mele, le posso mangiare tutte assieme o è più prudente mangiarne 1 il mattino, 1 a pranzo, 1 la sera e l’altra metterla da parte in caso di necessità?). Attenzione! Distinguere per unire e non per contrapporre, infatti la pratica segue la teoria ed è l’applicazione al caso concreto e contingente del principio universale e immutabile. Se confondo pratica o prudenza (mangiare 4 mele assieme potrebbe essere indigesto) con il principio (2+2=4), vanifico l’immutabilità di esso (e do luogo all’evoluzione della verità, del dogma, alla Tradizione vivente…). Occorre altresì evitare l’errore per eccesso di chi non riesce a calare in pratica il principio e diventa un ideologo settario, fanatico, spietato, senza misericordia. Costui non riesce a capire, per esempio, se sia opportuno gridare in pubblico, in mezzo a una stazione metropolitana, che Gesù è Re della Società, oppure, se sia più prudente, parlarne con persone atte a capirlo e ad ascoltare, magari in un’aula universitaria, ostile, ma attenta. Il modernismo politico, al contrario, pecca per difetto di buon senso naturale, di Fede e di Speranza soprannaturali e, di fronte al mondo moderno che è capace di capire ma si oppone alla verità, rinuncia per principio ai princìpi. Per esempio, in nome della ‘Tolleranza’ chiude la “case di tolleranza”. S. Agostino (grande Santo e genio eccelso) scrive: “Se togli dal palazzo la fognatura, esso sarà immerso dalla melma e diverrà un’immensa cloaca”. È quello che si è verificato in Italia (per difetto) con la Legge Merlin, la quale non era una Santa né un genio ed ha infangato ogni luogo, per aver confuso il principio (la prostituzione è un male) con la pratica (buon senso insegna che è meno grave circoscrivere il fenomeno della prostituzione - chiamata “il mestiere più antico del mondo” - nelle “case chiuse”, piuttosto che lasciarlo invadere il mondo intero). Il settario (per eccesso) non riesce ad applicare con prudenza il principio (la prostituzione è un male morale) alla vita pratica (la natura umana è ferita dal peccato originale, e pochi riescono a vivere nella castità secondo il loro stato di vita, mentre la maggior parte, purtroppo, la viola) e quindi nega l’esistenza alle case di tolleranza e condanna alla pena capitale i peccatori (v. il Calvinismo). Mentre San Pio V a Roma aveva fatto erigere un intero “quartiere di tolleranza” e Gesù disse all’adultera va’ non ti lapido ma non devi volere peccare più (verità nel giusto mezzo di profondità tra eccesso e difetto), i farisei per eccesso la volevano lapidare e i modernisti odierni giustificano per difetto il suo peccato. Dal punto di vista soprannaturale il principio (p. es. Trinità delle Persone nell’Unità della Natura divina) non muta, era vero ieri, lo è oggi e lo sarà domani. Però è opportuno gridarlo in mezzo ad una moschea o sinagoga, senza essere stato interrogato al riguardo? Oppure è più prudente evitare di entrare nelle sinagoghe e moschee di propria iniziativa, ma discutere e dimostrare la non contraddittorietà del dogma della SS. Trinità in una conferenza aperta a cristiani, ebrei e musulmani? Solo in caso di necessità occorre affermare il principio (se mi rapiscono e mi portano in una moschea o sinagoga e mi chiedono se credo alla SS. Trinità devo dire di sì). Se mischio il principio (Dio Uno quanto alla Natura, ma Trino quanto alle Persone) alla prudenzialità e li confondo o miscelo, vince l’opportunità pratica sulla verità annacquata (nel mondo odierno, oramai globalizzato, è più utile non parlare di Trinità senza negarla esplicitamente ed affermare solo l’esistenza di un Dio unico per tutti, v. Assisi 1986-2011). Quindi giungo a conseguenze disastrose (rinnegamento almeno pratico o implicito della Fede).
●Quanto alla dottrina sociale cattolica sull’unione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, il principio è sempre valido, bisogna saperlo applicare in pratica, ma non mischiare e confondere teoria e pratica per giungere a vanificare o edulcorare il principio. Si cadrebbe nell’utilitarismo liberale o “comodismo” americanista, condannati da Leone XIII nella lettera Testem benevolentiae, 1889* (primato dell’utile sul vero e amore smodato della comodità). Quindi, pur senza rinnegare esplicitamente il principio, lo riteniamo teoricamente e praticamente inattuabile, non più possibile, neppure a lungo termine e vi rinunziamo se non de jure almeno de facto. Per cui l’unica strada percorribile è quella delle concessioni, del dialogo colla modernità, cedendo ai suoi falsi princìpi, i quali stranamente e incoerentemente vengono ritenuti come princìpi moderni, mentre quelli della filosofia perenne, della teologia scolastica, del Magistero tradizionale sono reputati, storicamente e non teoreticamente, reperti archeologici, sorpassati, grazie alla mentalità storicistica che, calando il principio nella sua epoca storica e rendendolo un fatto cronologico e contingente e non più un principio immutabile, relativizza tutto.
●Anche nel campo sociale la verità o i princìpi non rientrano nel campo dell’azione e dell’agire prudenziale. Bisogna applicare con prudenza il principio immutabile di verità teoretica al caso pratico non solo individuale ma comune, sociale e politico. Tuttavia non bisogna mischiare teoria e pratica, principio ed azione, dogma e prudenza. La verità appartiene all’ordine dell’essere e la prudenza a quello dell’agire. Ora “agere sequitur esse, modus agendi sequitur modum essendi, sed agere non est esse” (l’agire segue l’essere, il modo di agire segue il modo di essere, ma l’azione non è l’essere). Il modo di agire o l’atto umano pratico può essere incompleto, imperfetto ed anche cattivo ossia falso, ma una verità teoretica non può essere, per definizione, incompleta, imperfetta e falsa, questa sarebbe la contraddizione stessa sussistente come ‘il cerchio quadrato’, per il principio di identità e non-contraddizione (vero = vero, falso = falso, vero ≠ falso). La verità è la conformità dell’intelletto alla realtà (“adaequatio rei et intellectus”), l’idea è vera se corrisponde all’essere non all’azione[1], è falsa se non vi corrisponde, in quest’ultimo caso non ho un concetto imperfetto, ma semplicemente falso o erroneo, invece l’atto umano può essere ‘meno perfetto di ciò che dovrebbe essere’ (imperfezione o “actus remissus”) o cattivo leggermente (peccato veniale) oppure cattivo gravemente (peccato mortale). Bisogna comprendere e compatire la fragilità pratica dell’uomo, senza giustificarla ed approvarla, ma se si traspone la prudenza dell’agire nell’ordine dell’essere o della verità, mediante mezze-verità o termini equivoci, ambigui, sfumati, imprecisi, i quali, volutamente, non sono esplicitamente erronei, è ancora più pericoloso per la sana ragione e la purezza della Fede. Coloro che di fronte all’errore, invece di condannarlo, smascherarlo o disapprovarlo apertamente, cercano un accomodamento, un compromesso teoretico tra verità e falsità, negano implicitamente il principio per sé noto di identità e non-contraddizione, sotto apparenza di apostolato, pastoralità, prudenzialità, sono più pericolosi di chi professa apertamente l’errore, come insegna S. Ignazio da Loyola nelle Regole sul discernimento degli spiriti dei suoi Esercizi spirituali. Infatti il diavolo quando tenta apertamente al male in quanto male è meno pericoloso di quando si presenta sotto apparenza di angelo di luce e cerca di ‘spingere al male sub specie boni’, insinuando al tentato di pensare che forse sta facendo il bene. Le mezze-verità, la vaghezza, l’imprecisione, l’indecisione, il pressappochismo o l’indefinibilità dottrinale sono la “quinta colonna” o il nemico che si presenta da amico, il cavallo di Troia, il lupo vestito da agnello che penetra – grazie al suo camuffamento – nel cuore della Chiesa e la vuole cambiare dal di dentro, come dice il “Programma dei Modernisti” (1906) attribuito ad Antonio Fogazzaro ed Ernesto Buonaiuti.
*
Mons. Antonio De Castro Mayer
●Nella sua Lettera pastorale sulla Regalità sociale di Cristo del 1978, il vescovo brasiliano distingue benissimo la verità dall’azione pratica, e scrive che “il liberalismo ossia l’indifferentismo relativistico in materia religiosa e il separatismo sociale dall’elemento soprannaturale è la causa dell’apostasia delle Nazioni”. Il Liberalismo laicista, infatti, propugna per principio la separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato, poiché conformemente alla sua filosofia soggettivistico-relativistica una religione vale l’altra e conseguentemente lo Stato deve essere indifferente verso la vera religione. Inoltre concepisce l’Individuo come un Assoluto, un Fine e nega la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che invece è in relazione con gli altri e con Dio. Da questi princìpi “teoretici”, indifferentismo, soggettivismo, individualismo e “pratici”, immanentismo, separatismo, ne segue necessariamente la separazione dello Stato dalla Chiesa o l’apostasia politica, sociale e nazionale, che è più grave di quella individuale, come uccidere 1000 persone è più grave che ucciderne una sola. In breve è il contro-regno di Cristo, la contro-chiesa o la “sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9). La dottrina cattolica insegna la cooperazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, per santificare non solo l’individuo, che per natura è socievole e relativo alla sua Causa. Quindi la Chiesa vuol sacralizzare la Società civile, unione di più famiglie, composte da vari uomini, socievoli, creati e dipendenti da Dio. Invece il liberalismo laicista vuole dissacrare la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale e socievole dell’uomo e l’angelismo iper-clericalista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e “vocazionista”, negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo e naturalmente sociale e non “naturalmente sacerdotale”: sarebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale. Mentre il modernismo lo fa a scapito del soprannaturale o per difetto, l’iper-clericalismo angelista lo fa per eccesso a scapito della natura, “sed Gratia non tollit natura, supponit et perficit eam”, insegna S. Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 8 ad 2[2]) . Ecco la causa dell’apostasia dell’ora presente: il laicismo-liberale e l’angelismo iper-spiritualista, il naturalismo (Razionalismo, Illuminismo, Materialismo, Immanentismo) e lo spiritualismo esagerato (Platone/Cartesio/Idealismo/Ontologismo).
● “In principio era Auctoritas et Auctoritas erat a Deo”, recita l’adagio scolastico. Infatti per la Rivelazione “non c’è Autorità se non derivante da Dio”[3]. Invece per il liberalismo l’autorità deriva dall’Uomo che è Fine ultimo di se stesso (“non est auctoritas nisi ab homine et a populo”). Il liberalismo è l’incarnazione della dottrina delle “Due città” descritta da S. Agostino nel De civitate Dei, “la città di Dio composta da coloro che per amore del Creatore riconoscono se stessi quali creature finite e la città di satana, composta da coloro che per amor disordinato di sé, disprezzano Dio”. La Rivoluzione moderna, il laicismo liberale contrappongono Dio e uomo, come due persone non solo distinte ma contrarie e contrapposte, una autonoma dall’altra. L’uomo moderno e contemporaneo grida come Lucifero “Non serviam!” e come il serpente dell’Eden insinua “Ero sicut Deus”. La Chiesa, che è l’ordine o il contrario della Rivoluzione, la quale è il “disordine stesso sussistente per partecipazione”, armonizza Dio (“l’Ordine stesso sussistente”) e l’uomo come Padre e figlio, distinti, non contrari né contrapposti, ma in relazione di conoscenza amorosa, altruistica, reciproca e in convivenza pacifica mediante la Grazia santificante. Da ciò ne segue che per la Chiesa lo Stato, il quale naturalmente è un insieme di uomini e di famiglie, deve dare a Dio il culto ufficiale e pubblico, poiché lo Stato è per natura creatura di Dio. Invece il Laicismo o la modernità antropocentrica e rivoluzionaria nega che Dio è creatore dell’uomo e a fortiori della Società civile, polis o civitas. Quindi mentre la Chiesa ha una concezione eminentemente politica o sociale, data la natura socievole dell’uomo creato da Dio, il laicismo, rivoltoso e sovversivo, odia la dimensione sociale (“l’altro è l’inferno”, diceva J. P. Sartre, certamente i suoi scritti lo sono stati per molti giovani spinti da essi al suicidio) e creaturale dell’uomo, che lo mette in relazione con gli altri nello Stato e in relazione con Dio nella Chiesa, la quale è una Società perfetta giuridica e soprannaturale, un “Corpo mistico”. Ma la dottrina a-sociale e liberale – come insegna Pio XII – “è contro natura” poiché vuole “obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo ad aderire all’errore e al male o a considerarli indifferenti”[4], mentre l’intelletto è fatto per aderire al vero e confutare il falso e la volontà per amare il bene e ripudiare il male. Nell’adesione all’errore o al male non solo non vi è nessuna perfezione o arricchimento della natura umana, ma solo degradazione dell’intelligenza e della volontà, le quali sono le due facoltà nobili dell’anima razionale e spirituale dell’uomo. Lo Stato, che è un insieme di famiglie, le quali si uniscono per ottenere più facilmente il proprio fine prossimo (benessere materiale) ed ultimo (vivere virtuosamente per unirsi a Dio), non ha il diritto di deformare l’intelligenza e la volontà dell’anima umana, ma al contrario deve aiutare l’uomo a conoscere la verità e a praticare la virtù. Tutto ciò lo si consegue tramite la cooperazione tra politica e religione, Stato e Chiesa. Chi li vuol separare pecca o per difetto (laicismo liberale: individualismo a-sociale) o per eccesso (spiritualismo angelistico: l’uomo è solo anima, il corpo è malvagio e così la società o la polis sono un male da evitare per ottenere il proprio Fine che è il Cielo, solamente tramite la religione, la quale non ha nessuna valenza sociale)[5]. Ma l’uomo non è un angelo, è composto di anima e corpo, è fatto per vivere in Società civile (Stato) e religiosa (Chiesa), le quali non devono prescindere l’una dall’altra (errore per eccesso: angelismo platonico/cartesiano[6]) o combattersi (errore per difetto: laicismo liberal-rivoluzionario), ma cooperare subordinatamente come il corpo e l’anima.
●Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero, (fatto per conoscere il vero e amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto, mai volere per principio per evitare un male maggiore. Ciò lo insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa[7]. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica[8].
●Una delle finalità della Chiesa oltre la conversione delle singole anime è la dilatazione del Regno di Dio su tutta la terra. Questo Regno è “principalmente spirituale, ma secondariamente anche di ordine politico o temporale” (Pio XI, Quas primas, 1925). Quindi la libertà religiosa è contro la finalità della Chiesa come Cristo l’ha voluta, non solo è contro-natura ma anche contro la Rivelazione. L’apostasia delle Nazioni da Dio, che era stata propugnata dai laicisti e dagli anti-cristiani, purtroppo oggi ha invaso le menti anche degli uomini di Chiesa (v. Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965). L’ideale o la meta apostolica alla quale tutti (laici e chierici) siamo chiamati è la instaurazione del regno di Dio già sulla terra, pur se imperfettamente, per ottenerlo perfettamente in Paradiso. Quindi prima dobbiamo convertirci veramente e vivere abitualmente in Grazia di Dio e poi potremo portare Cristo nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e nella Società civile. Questo è l’ordine da seguire per “instaurare omnia in Christo” (S. Pio X): se non si è cristiani interiormente e veramente non si può restaurare la Cristianità (“nemo dat quod non habet”), non si deve incominciare con la politica (“politique d’abord” Charles Maurras) perché ciò significherebbe iniziare a costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta. Se si conquista il potere del Governo e si fanno leggi cristiane ma il Governante e i cittadini non sono cristiani, la “restaurazione” è solo esteriore e superficiale e quindi dura come un fuoco di paglia. Anche Antonio Gramsci lo aveva capito. Secondo lui occorreva prima conquistare il consenso di una nazione e cambiarne la mentalità e poi conquistare l’egemonia e il potere politico, diversamente tutto sarebbe crollato.  La Polis è un insieme di famiglie e di uomini, prima viene l’individuo che unito ad altri forma una famiglia, la quale assieme ad altre famiglie formano un villaggio e più villaggi uno Stato. La Civitas o Polis sarà cristiana e ordinata nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono ordinati e cristiani. Solo, poi, lo Stato ha il dovere di mantenere l’ordine e proteggere la vita virtuosa. Ma non si può cominciare con la fine, sarebbe una contradictio in terminis o un “contro-senso”, “il principio = il principio, la fine = la fine, il principio ≠ la fine”. Aristotele (Politica) e San Tommaso (De regimine principum) insegnano che “la politica è la virtù di prudenza applicata alla Società”, mentre la ‘prudenza individuale’ si chiama “monastica” e quella ‘familiare’ si dice “economia”. Leone XIII insegna che i primi e veri cristiani “fecero in pochissimo tempo penetrare il Cristianesimo non solo nelle loro famiglie, ma nell’esercito, nel senato e perfino nel palazzo dell’Imperatore”[9]. Non si è cominciato dal Palazzo imperiale, ma dal singolo cristiano.
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Mons. Brunero Gherardini[10]
Mons. Brunero Gheradini ha affrontato il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa nel suo ultimo libro del giugno 2011 La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana (Torino, Lindau, 2011)[11]. Al capitolo VII del suo libro mons. Gherardini tratta dell’origine divina del potere civile[12] secondo S. Agostino[13]: il governante o Principe deve amministrare la res publica come un’attività volta al bene comune, ossia far conseguire ai cittadini il bene morale e far loro evitare il male. L’origine – come rivela S. Paolo (Rom., XIII, 1) – del potere è divina. Il governo, quindi, è buono se rispetta la sua natura, ossia la Causa efficiente da cui trae l’Autorità, che è Dio, e, la causa finale, che è il bene comune temporale subordinato a quello morale o spirituale. Altrimenti se non riconosce Dio come sua Causa efficiente e non ha di mira il vivere virtuosamente (naturale e soprannaturale) il governo è cattivo, anzi è paragonabile ad “una banda di ladroni”[14]. Il buon governante deve, secondo S. Agostino e tutti i Padri greci e latini, mettersi al servizio del bene e deve promuovere socialmente cioè assieme alla Società civile o Stato la Religione divina[15]. L’obbedienza all’Autorità civile, tuttavia, è condizionata al di lei mantenersi nella finalità morale (vivere virtuoso) e nella dipendenza da Dio (causalità efficiente). Altrimenti, l’Autorità diventa tirannia ed è lecito resistergli a certe determinate condizioni (specialmente non rendere la situazione posteriore peggiore di quella anteriore)[16]. Secondo l’Ipponate il governante cristiano non solo deve provvedere alla pace interna ed esterna della Società civile, ma anche a quella spirituale, cioè lo Stato deve favorire la Chiesa nella sua missione di espandere il Regno di Dio in tutto il mondo[17]. Certamente la Chiesa e lo Stato non possono costringere a fare il bene, che non sarebbe più libero e meritorio, ma debbono proibire di fare il male[18]. Anzi, per difendere la Fede si può chiedere anche l’intervento di chi porta la spada. Infatti se il Principe deve punire i crimini civili, perché mai gli si dovrebbe impedire di reprimere anche i crimini spirituali (l’eresia e lo scisma)? Siccome l’eresia e lo scisma sono un male, anzi il massimo dei mali, chi porta la spada non può non servirsene per reprimerli[19]. S. Agostino confuta con 1000 anni di anticipo l’obiezione dei catto-liberali secondo i quali l’uomo come singolo individuo è religioso, ma come cittadino facente parte di uno Stato deve essere neutrale in materia religiosa. L’Ipponate infatti afferma che il Principe serve Dio in due modi: come uomo, vivendo la Fede informata dalla Carità, e come Governante facendo leggi conformi a quella divina-naturale, facendole rispettare e punendo i trasgressori[20].
 
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Conclusione
●San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (1904) ci ricorda che:
1°) Non bisogna confondere e mischiare i princìpi con la pratica, la verità con le esigenze della vita, altrimenti si cade nella evoluzione perpetua della verità, come voleva Maurice Blondel “veritas est adaequatio intellectus et vitae”, infatti siccome le esigenze della vita umana sono contingenti concrete e storiche, l’intelletto si deve adeguare ad esse che mutano costantemente. La verità non è più ancorata nella stabilità e immutabilità dell’essere, ma nella fluttuazione e nel moto perpetuo del divenire. Ancorare la nave sui flutti mobili delle onde e non sul fondale stabile del mare. 2°) Il catto-liberalismo o il social-modernismo, invece, confondono volutamente e scientificamente princìpi e pratica, così formulano delle “mezze verità” che sono più pericolose dell’errore manifesto, poiché esse sono nascoste e segrete, come il modernismo qualificato come “foedus clandesinum” o “setta segreta” da S. Pio X (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910). Tali mezze verità vengono applicate non solo alla filosofia, al dogma e alla morale, ma anche alla dottrina sociale e politica della Chiesa e soprattutto alla unione gerarchizzata tra Stato e Chiesa. 3°) Certamente bisogna calare il principio nella pratica con Prudenza, ma la Prudenza non è la Fede, il dogma, la verità o l’essere, essa è la recta ratio agibilium, ci dice come dobbiamo fare per agire hic et nunc virtuosamente alla luce dei princìpi immutabili, senza confondere essere e agire, verità e prudenzialità. Invece per il catto-liberalismo o il social-modernismo a-dogmatico il Principio o il Valore massimo, assoluto e universale è “non bisogna esagerare nella affermazione della verità, occorre sfumarla e renderla accettabile all’uomo moderno”. Senza, però, cadere nel rigorismo disumano e fanatico di chi annulla i casi pratici e vede solo i princìpi, mentre la vita è fatta di casi pratici e contingenti, che vanno risolti alla luce dei princìpi immutabili e perenni.
●Mons. De Castro Mayer nella sua ‘Lettera pastorale sul Regno sociale di Gesù Cristo’ (1978) ci ricorda che.
1°) L’uomo è un’unione di anima, corpo e socievolezza, contro l’angelismo super-spiritualista contro il materialismo laicista di destra (liberalismo) e di sinistra (socialismo). 2°) L’Autorità viene da Dio e non dall’uomo o dal popolo, che usurperebbe, così, il posto del Creatore. 3°) Aderire al falso e fare il male non è vera libertà, ma è un difetto contro-natura di essa, poiché l’anima umana è naturalmente fornita di intelletto fatto per conoscere il vero e rifiutare il falso, e di volontà, fatta per amare il bene e fuggire il male. 4°) Siccome Dio è la Perfezione stessa sussistente, non può fare il male, che sarebbe un’imperfezione. Quindi neppure Dio può concedere la libertà alle false religioni, il diritto alla libertà di opinione, che sono contro natura e intrinsecamente perversi. 5°) L’ordine cronologico da seguire per “istaurare tutto in Cristo” è innanzitutto la conversione personale (nemo dat quod non habet), poi quella della famiglia, quindi il villaggio ed in fine lo Stato. Se s’inverte l’ordine come ha fatto Charles Maurras (‘politique d’abord’) e si parte dallo Stato, senza prima aver formato veri cristiani, famiglie e villaggi sinceramente cristiani, si ha un tetto senza casa e senza fondamenta; un mobile roso dai tarli, un braccio ingessato, ma ammalato internamente di cancrena, che prima o poi esploderà e farà crollare l’ingessatura; un’ossatura giuridica di Stato che ha un’apparenza cristiana, ma senza anima e senza sostanza. Leone XIII (Immoratle Dei, 1885) e San Pio X (Notre charge apostolique, 1910) ci ricordano che “la Cristianità è esistita, non bisogna inventarne una nuova, ma instaurarla e restaurarla incessantemente contro gli assalti dell’empietà” (S. Pio X) e che il Vangelo “prima ha penetrato gli animi dei cittadini, delle famiglie e dell’esercito romano sino ad arrivare, in fine, anche al Palazzo imperiale” (Leone XIII).
●Mons. Brunero Gheradini ha affrontato il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa nel suo ultimo libro La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana del 2011. 1°) Lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima, la materia alla forma, la potenza all’atto, il divenire all’essere. S. Agostino - assieme a tutti i Padri ecclesiastici - ha insegnato la dottrina della cooperazione in gerarchia tra Stato e Chiesa. Mons. Gheradini ha compendiato nel suo ultimo volume questi princìpi sulla Chiesa in sé ed in rapporto alla Societas o Polis. 2°) La Chiesa “non può non fare politica” (San Pio X), che non è partitica ma è la virtù di Prudenza applicata alla Società civile, essendo l’uomo un “animale sociale per natura” (Aristotele e S. Tommaso). 3°) Lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima, la materia alla forma, la potenza all’atto, il divenire all’essere. S. Agostino - assieme a tutti i Padri ecclesiastici - ha insegnato la dottrina della cooperazione in gerarchia tra Stato e Chiesa.
d. Curzio Nitoglia
19 agosto 2011


[1] Il modernismo ha cambiato la definizione di verità: non più conformità dell’intelletto all’essere (“adaequatio rei et intellectus”) o realtà oggettiva ed extramentale, ma conformità del pensiero alle esigenze della vita (“adaequatio intellectus et vitae”), che evolvono continuamente e, perciò, con esse cambia anche la verità.
[2] Cfr. anche S. Th., I, q. 62, a. 5: II-II, q. 26, a. 9, arg. 2; III, q. 69, a. 8, arg. 3.
[3] Rom., XIII, 1.
[4] Pio XII, Discorso al V Convegno Nazionale dell’Unione Giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953.
[5] È facile riconoscere in queste teorie l’impronta dello gnosticismo, del manicheismo e della cabala.
[6] Si noti bene come l’angelismo segna l’inizio della modernità filosofica con Cartesio (+ 1650), secondo il quale l’uomo è solo anima unita accidentalmente al corpo, come un cavaliere al cavallo. Tale spiritualismo esagerato, che nega la composizione sostanziale di anima e corpo, Cartesio lo mutua da Platone, ma senza il concetto di ‘partecipazione’, che Platone aveva abbozzato e che S. Tommaso ha perfezionato avendolo unito al concetto di partecipazione creaturale all’Essere per essenza e a quello aristotelico di ‘essere come atto ultimo di ogni essenza’ (scavalcando, tuttavia, lo stesso Aristotele, che si era fermato alle sole essenze e non era giunto alla loro perfezione ultima ossia l’actus essendi). L’Aquinate somma Platone ed Aristotele e li perfeziona tramite il concetto di partecipazione all’Essere per essentiam e di atto d’essere come perfezione ultima di ogni forma o perfezione iniziale.
[7] Cfr. S. Gregorio Nazianzeno (+ 390), Hom. XVII; S. Giovanni Crisostomo (+ 407), Hom. XV super IIam Cor.; S. Ambrogio (+ 397), Sermo conta Auxentium; S. Agostino (+ 430), De civitate Dei  (V, IX, t. XLI, col. 151 ss.); S. Gelasio I (+ 496), Epist. ad Imperat. Anastasium I; S. Leone Magno (+ 461), Epist. CLVI, 3; S. Gregorio Magno (+ 604), Regesta, n. 1819; S. Isidoro Da Siviglia (+ 636), Sent., III, 51; S. Nicola I, Epistul. Proposueramus quidam (865); S. Gregorio VII (+ 1085), Dictatus Papae (1075), I epistola a Ermanno Vescovo di Metz (25 agosto 1076), II epistola a Ermanno (15 marzo 1081); Urbano II (+ 1099), Epist. ad Alphonsum VI regem; S. Bernardo Di Chiaravalle (+ 1173), Epistola a papa Eugenio III sulle due spade; Innocenzo III (+ 1216), Sicut universitatis conditor (1198), Venerabilem fratrem (1202), Novit ille (1204); Innocenzo IV (+ 1254), Aeger cui levia (1245); S. Tommaso D’Aquino (+ 12074), In IVum Sent., dist. XXXVII, ad 4; Quaest. quodlib., XII, a. 19; S. Th., II-II, q. 40, a. 6, ad 3; Quodlib. XII, q. XII, a. 19, ad 2; Bonifacio VIII (+ 1303), Bolla Unam sanctam (1302); Cajetanus (+ 1534), De comparata auctoritate Papae et Concilii, tratt. II, pars II, cap. XIII; S. Roberto Bellarmino (+ 1621), De controversiis; F. Suarez (+ 1617), Defensio Fidei catholicae;.Gregorio XVI, Mirari vos (1832); Pio IX, Quanta cura e Syllabus (1864); Leone XIII, Immortale Dei (1885), Libertas (1888); S. Pio X, Vehementer (1906); Pio XI, Ubi arcano (1921), Quas primas (1925), Pio XII, Discorso ai Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953.
[8] Pio XII, Discorso al V Convegno Nazionale dell’Unione Giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953.
[9] Immortale Dei, 1885.
[10] Mons Brunero Gherardini è nato il 10 febbraio del 1925 a Prato, ha compiuto gli studi liceali ad Ivrea presso i Salesiani ed è stato ordinato sacerdote il 29 giugno del 1948 a Pistoia. Ha studiato filosofia con padre Cornelio Fabro (+ 1995) e teologia con mons. Antonio Piolanti (+ 2001) e il card. Pietro Parente (+ 1986) col quale si è laureato. È stato Consultore della “Sacra Congregazione delle Cause dei Santi”; Officiale della “Sacra Congregazione dei Seminari”; Professore Ordinario di Ecclesiologia all’Università Lateranense; Responsabile della “Pontificia Accademia Teologica Romana” e della “Pontificia Accademia di San Tommaso”; dal 1994 è Canonico della Basilica di San Pietro e dal 2001 Direttore della Rivista teologica “Divinitas” fondata da mons. Piolanti.
[11] Lindau editrice: Corso Re Umberto, n. 37, 10128-Torino; www.lindau.it.
[12] B. Gheradini, La Cattolica, cit., p. 147.
[13] S. Aug., Contra Faustum manichaeum, XXII, 75; Id., De civitate Dei, IV, 4 e V, 1; Id., Serm., 358, 6.
[14] S. Aug., De civitate Dei, IV, 4: “Remota iustitia, regna sunt magna latrocinia”.
[15] S. Aug., Contra Cresconium, III, 51, 56; Id., De civitate Dei, V, 24.
[16] S. Aug., De catechizandis rudibus, 21, 37. I “rudi” non sono i “rozzi”, ma coloro che ancora non conoscono la dottrina cristiana.
[17] S. Aug, Contra Cresconium, II, 19; III, 51-56.
[18] S. Aug., Contra litteras Petiliani, II, 38, 183-184.
[19] S. Aug., Contra epistulam Parmeniani, I, 10, 16.
[20] S. Aug., Epist., 185, 5, 19.

giovedì 8 settembre 2011

Come risolvere il problema del debito pubblico?





In questi giorni di frenesia popolare e politica, in cui l'esecutivo si accinge a varare l'ennesima, inconcludente, manovra finanziaria, alcuni precari, quasi in presa al panico (così direbbero i banchieri) hanno urlato alla BCE il loro malcontento, invocando (addirittura!) la cancellazione del nostro debito pubblico! I precari sostengono, non senza ragione, che tale debito, non è stato contratto dal popolo (o almeno dei cittadini individualmente). "Questi son pazzi!", sghignazzerebbe la BCE, e nulla vieta che lo pensi realmente.

In realtà una cosa del genere, la BCE che SPONTANEAMENTE elimina il nostro debito, è impensabile e non risolverebbe il problema di fondo, cioè il SIGNORAGGIO (per definizione, la differenza tra il valore nominale e il valore intrinseco della moneta)! fino a quando non si toglie alla BCE e company la sovranità monetaria e, di conseguenza, la possibilità di emettere detta moneta.
La cancellazione avrebbe un effetto puramente contabile. E, per giunta, condizione necessaria per far ripartire l'economia consisterebbe nella richiesta di nuova moneta e, quindi, nuovo debito pubblico!

Qual è la soluzione?
Semplice. Considerando la vigenza di un sistema monetario a corso legale (o forzoso), per cui è lo Stato a stabilire, per legge, la validità della moneta come mezzo di scambio tra gli agenti economici, la questione è di banale soluzione.
Dal momento che la moneta attuale è di proprietà della BCE che la stampa a costo tipografico, la presta al valore nominale e, per di più, la grava di interesse, basta seguire questi passi meramente burocratici:

1) Lo Stato stabilisce che da domani si riappropria della sovranità monetaria;
2) Emette per nome e per conto del Popolo Italiano una moneta non gravata da debito al valore che ritiene congruo e stabilisce il corso legale per la stessa;
3) Ne stampa un quantitativo pari al nostro debito pubblico e lo fa depositare nelle casse della BCE e a tutti i creditori istituzionali e non , le quali DEVONO accettarlo come mezzo di pagamento perchè detta moneta ha valore LEGALE (pagabile a vista al portatore).

Problema risolto!

P.S. Potrebbero sorgere degli effetti collaterali spiacevoli: vedi Kennedy, che nel 1963 fece emettere 6mld di dollari senza debito sottostante e per questo motivo venne "liquidato"....

Le boiate pazzesche del "cattolico" Olmi

Ermanno Olmi



di Mario Palmaro
08-09-2011

“La Chiesa dovrebbe essere una casa che accoglie, non deve domandare se una persona è credente o no. I cattolici dovrebbero ricordarsi di essere cristiani. Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari”. A parlare è Ermanno Olmi, soi disant regista cattolico, che in questi giorni è al Festival del Cinema di Venezia per presentare il suo film Il Villaggio di cartone.

Le farneticazioni di Olmi potrebbero anche lasciarci indifferenti, considerato che il mondo moderno ci ha fatto sviluppare una considerevole quantità di pelo sullo stomaco, e siamo abituati a sentirne davvero di tutti i colori, quando c’è da sparlare della Chiesa cattolica. Ovviamente, guai se l’oggetto delle offese fosse una religione diversa: si scatenerebbe un putiferio. Ma tirare un po’ di fango su Roma e sul Papa è uno sport sempre apprezzato. Così è successo anche a Olmi, che è stato accolto da uno stuolo di critici pronti a sviolinarlo per il suo “film-capolavoro””, che in verità Francesco Borgonovo su Libero ha paragonato alla mitica Corazzata Potemkin di fantozziana memoria. Dicevamo che si potrebbe lasciar perdere, e buona notte, se non fosse che il nostro uomo è un accreditatissimo uomo-di-cultura-cattolico.

Dici Olmi, e nelle parrocchie e nei cinema parrocchiali, negli oratori e nei centri culturali cattolici è tutto un compiaciuto annuire di capoccioni pensierosi e plaudenti: “Eh, Olmi, che regista! E che cattolico! E che film di denuncia!” E così via celebrando. Questo è, purtroppo, il problema: che nel mondo cattolico si considerino batteriologicamente pure delle sorgenti inquinatissime, per nulla potabili, dalle quali sarebbe molto meglio stare alla larga. Olmi è padrone di continuare a fare i suoi film, che tanto non vede praticamente nessuno. Ed è anche padrone di dire le sciocchezze che ha inanellato nei giorni scorsi. L’importante è che non pretenda di parlare “da cattolico”.

Perché uno che invita a non inginocchiarsi davanti al crocifisso, definendolo “simulacro di cartone” (sic) cattolico non lo è affatto. In quelle parole non c’è solo dabbenaggine, ma anche livorosa malevolenza e inquietante compiacimento per la provocazione blasfema. Ma c’è dell’altro.

Il film di Olmi
è a suo modo un perfetto manifesto di quel “cattolicesimo suicidato” che si dissolve nel solidarismo e nell’ossessione del primato degli ultimi. Vi si racconta infatti di una chiesa che viene sconsacrata, e del vecchio parroco che – superato il primo sconcerto – la trasforma in un luogo di accoglienza per immigrati. Invece che adorare Dio che si fa uomo in Gesù Cristo crocifisso, la “chiesa” di Olmi si mette ad adorare l’uomo che si fa dio, togliendo di mezzo Cristo e il mistero dell’incarnazione.

E’ l’umanesimo
ateo che soppianta il cattolicesimo, è l’attivismo per i più poveri che rimpiazza la preghiera, è il relativismo della volontà che rimpiazza il realismo della verità. E infatti il regista-predicatore, determinato a cantarle soavi ai cattolici papisti, rincara la dose, dicendo che “non possiamo avere solo certezze; ognuna di esse è una ferita che portiamo alla fede. Il peso dei dubbi deve essere superiore alla stessa fede”.

Forse nemmeno Odifreddi, Severino, Galimberti e Cacciari, schierati insieme a coorte, avrebbero saputo dir meglio qualche cosa di così totalmente non cattolico e, insieme, di così desolatamente banale. Sarebbe poi una buona cosa che d’ora in avanti di immigrazione parlassero solo le persone comuni: quelle che vivono gomito a gomito con gli extracomunitari, fanno la spesa nel quartiere, vanno al lavoro in autobus; insomma, solo quelle persone che non fanno i registi, o i critici cinematografici, vivendo magari ai Parioli o in qualche quartiere superlusso dove l’unico immigrato è la colf. O, vista l’età di certi cineasti, la badante moldava.

Fonte

"In conferenza stampa,  Olmi dice che: "NON BISOGNA INGINOCCHIARSI DAVANTI AL CROCIFISSO, MA VERSO CHI SOFFRE".
E meno male che è "cattolicissmo", sennò che avrebbe detto, che sul crocifisso bisogna sputare?!

lunedì 5 settembre 2011

Tradizione Cattolica - Ultimo numero

TC 2011 agosto 
Editoriale
di don Davide Pagliarani

Il dramma di una generazione che ha inteso ridare vita alla Chiesa, cercando di allontanare 1500 anni di vita della Chiesa. Si è dissociata la dottrina dalla vita. La stagione conciliare è riuscita a ridurre il Cattolicesimo ad un insieme di massime scolorite ed insignificanti, ininfluenti sulla vita dei cristiani.




Freccia bluCalendario 2011 (per il calendario liturgico vedi qui)
Tra i paradossi più evidenti e più interessanti che caratterizzano la vita della Chiesa di oggi vi è la ricerca radicale di un cattolicesimo vivo, libero, dinamico, creativo, liberato per sempre da quelle forme statiche e stereotipate che lo avrebbero cristallizzato per circa 1500 anni, per un lasso di tempo che va dall’era costantiniana fino al 1962: è giocoforza che questa “vita” venga ricercata ritornando alle origini, con particolare riferimento ai testi biblici e a tutto ciò che - si presume - si facesse nei primissimi secoli, prima che la Chiesa si pietrificasse in quelle formule nelle quali è rimasta imprigionata per secoli.
Il paradosso sta nel fatto che mettendo tra parentesi “l’era delle formule” il modernismo toglie alla Chiesa quella continuità storica che è sinonimo di vita: non esiste infatti vita senza continuità; noi possiamo smettere di pensare e ricominciare a farlo, smettere di lavorare e ricominciare, ma non possiamo smettere di vivere e ricominciare a vivere.
Analogamente non esisterebbe vita della Chiesa senza continuità e questa continuità si chiama Tradizione.
In questa prospettiva la Tradizione si presenta quindi non solo come veicolo di un contenuto dottrinale ma anche di una vita da esso dipendente.
Il paradosso è estremamente interessante perché esso tradisce l’atteggiamento erroneo più universale al quale ogni errore è in qualche modo riconducibile: la dissociazione tra la dottrina e la vita e - conseguentemente - la pretesa di avere la vita senza la dottrina o la dottrina senza la vita.
L’errore menzionato ha una dimensione universale in quanto colpisce il cattolicesimo nella sua stessa essenza e nel suo stesso principio basilare. È su questo che vorremmo riflettere.
Nostro Signore incarnandosi è venuto a insegnare una dottrina (Gv, 7, 16) e nello stesso tempo ha dato delle norme la cui osservanza è strettamente necessaria per amarLo e per raggiungerLo: “Chi mi ama osserva i miei comandamenti” (Gv, 14, 21).
Egli è, quindi, al contempo Maestro e Legislatore e non è un caso che Egli si sia definito “Verità” (Gv, 14, 6) da credere attraverso la fede e “Via” da seguire attraverso l’osservanza delle norme morali: è solo attraverso queste due operazioni combinate che Egli può essere realmente “Vita”, ovvero riempire integralmente lo spazio spirituale di cui ogni anima dispone, essere “tutto in tutti”, “omnia in omnibus” (Col, 3, 11). Questa vita di cui Cristo stesso vive e che vuole comunicare non è altro che la santità.
La vera conoscenza di Cristo, quella di cui parla Nostro Signore stesso a più riprese nel Vangelo, è tale solo quando è accompagnata dall’amore e quindi dall’imitazione di Cristo: è vera ed efficace solamente se unisce l’anima a Cristo e la trasforma rendendola progressivamente e in tutto somigliante a Cristo stesso: è questo e solo questo il cattolicesimo di sempre, quello degli apostoli, di tutti i papi, di tutte le epoche, senza soluzione di continuità. È questa la Tradizione considerata nei suoi contenuti e nei suoi effetti.
La conoscenza e l’imitazione di Cristo sono - quantunque distinte - talmente connesse che nel momento in cui una delle due avesse un difetto la vita stessa non si può sviluppare e non è più possibile: questo principio vale per la singola anima e ugualmente per la Chiesa universale.
Solo per fare un esempio, la storia del sorgere delle eresie dimostra che spesso è da problemi morali irrisolti e dal disordine affettivo di alcuni religiosi  che sono germinate le più insidiose aggressioni all’ortodossia cattolica. In altre parole la deviazione morale, mirando a giustificarsi e a legittimarsi, attacca la dottrina di verità che, se integralmente assunta, la condannerebbe.  Ciò vale anche per il modernismo e il neomodernismo.
Non si può avere la vita dissociando fede e morale, ovvero non si può avere la pretesa di raggiungere la salvezza attraverso la sola fede oppure semplicemente seguendo con la massima generosità il codice morale.
Di conseguenza così come la sola fides di Lutero si trova ad essere de facto mortifera in quanto non integrata dalle opere, l’osservanza di sane norme morali svincolata dall’adesione a Nostro Signore attraverso la via dogmatica non serve a nulla se non a creare l’illusione di avere tutto essendo privi di tutto.
Ogni errore ed anche ogni atteggiamento sbagliato è riconducibile alla scelta di qualcosa di Nostro Signore che non corrisponde più alla scelta integrale e incondizionata della sua Persona: è la scelta di qualcosa che ci piace e magari ci soddisfa. Questo errore può applicarsi a tutto, anche alle cose più sante, qualora non fossero parte del Tutto che è Nostro Signore. A questo proposito possiamo sottolineare come l’attitudine a scegliere una parte della Rivelazione a esclusione delle altre e, soprattutto, l’atteggiamento interiore contemporaneo che presume di poter accettare della fede solo ciò che a noi pare buono, anche contro ciò che insegna la Chiesa, rappresenta la radice di tutte le posizioni eretiche.
Con questi presupposti si evince chiaramente che la radice di ogni crisi, a cominciare da quella che attualmente investe la Chiesa, è innanzitutto spirituale prima di essere dogmatica, filosofica o liturgica; di conseguenza è solo in una prospettiva spirituale in cui Cristo ritorna ad essere “tutto in tutti” che ogni cosa può essere restaurata: dogma, morale, filosofia, liturgia...
È questo il primato dimenticato della vita spirituale, ovvero il primato della vita della grazia (e del suo riflesso esteriore: una non farisaica vita di pietà) quale forza che coniuga e armonizza il rapporto con la dottrina  e con la norma morale, che altrimenti restano una lettera che uccide e non vivifica.
In ultima analisi è proprio la perdita del senso di questo primato che ha prodotto la crisi sotto gli occhi di tutti, attraverso un clima spirituale paragonabile al clima mortifero che Nostro Signore aveva trovato presso i farisei del suo tempo: uomini pieni di scienza ma che non conoscevano più Suo Padre, uomini pieni di leggi ma che non osservavano più la legge. Uomini privi di Dio e pieni di sé e di odio.
♦  ♦  ♦
Chi non cerca Cristo nella Chiesa e nella Tradizione della Chiesa pensando che quest’ultima possa averLo perso nel corso dei secoli, non crede nella Chiesa, non la ama e non troverà mai Cristo.
Chi ritiene che la Chiesa abbia tradito la sua missione malgrado i santi ininterrottamente generati, nei quali il Vangelo non ha mai cessato di incarnarsi e di realizzarsi, odia la Chiesa e la sua santità.
Chi pretende penetrare il senso profondo del Vangelo unicamente attraverso una minuziosa esegesi filologica, disprezzando il Vangelo incarnato e trasmesso nella Chiesa e dalla Chiesa, potrà proferire solo inutili parole al vento.
Chi pensa di trovare Cristo semplicemente ritrovando le formule dogmatiche, troverà solo dei testi scritti.
Chi pensa di trovare Cristo semplicemente “amando”, finirà per amare solo sè stesso senza conoscere nessun altro all’infuori di sé stesso.
Chi pensa di trovare Cristo semplicemente nelle formule liturgiche, finirà per soffocare la propria anima nei pizzi e nell’incenso.
Chi pensa di trovare Cristo semplicemente nel latino, finirà per preferire Catullo a San Tommaso d’Aquino.
Chi pensa di trovare Cristo semplicemente nelle grandi espressioni artistiche, finirà per preferire il ritratto di Venere a quello di Maria Santissima.
♦  ♦  ♦
Tutto è formula o finisce per ridursi a formula se lo si dissocia dalla Persona di Nostro Signore e dalla vita che è venuto a comunicare ininterrottamente attraverso la Chiesa.
È questo l’errore più grave e più radicale di una generazione di uomini di Chiesa che non ha riconosciuto nelle formule della Tradizione il legame con la Persona di Nostro Signore perché in realtà misconosceva Nostro Signore. Quelle formule apparivano insignificanti perché ormai chi avrebbe dovuto custodirle e trasmetterle non ne amava più il Significato.
È il dramma di una generazione a cui non è restato che valutare la Chiesa e i suoi tesori in modo umano, su un piano umano, in una prospettiva umana.
È purtroppo l’errore fatale che anche ognuno di noi può commettere.


Al sommario del n°79 (2011 n°2):
Freccia bluCalendario 2011 (per il calendario liturgico vedi qui)
Archivio dei numeri di Tradizione Cattolica