Visualizzazione post con etichetta liturgia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta liturgia. Mostra tutti i post

mercoledì 30 ottobre 2013

Concilio Vaticano II e comunicazione con gli acattolici



di don Pierpaolo Maria Petrucci

F ra i cambiamenti dottrinali del concilio e del post concilio che toccano la fede vi è quello inerente alla partecipazione comune ai riti religiosi con gli acattolici detta  “communicatio in sacris”. Essa può riguardare la  partecipazione di un cattolico alle funzioni  religiose e pubbliche di un culto non cattolico, come quelli pagani, eretici o degli scismatici; oppure la partecipazione ai riti cattolici da parte degli acattolici. La Chiesa, per proteggere la fede dei suoi figli, ha in proposito una dottrina ben precisa, fondata sulla legge divina. Essa permette ai non cattolici di ascoltare le prediche, assistere alla Santa Messa e alle cerimonie della Chiesa, ricevere benedizioni per disporli alla fede o alla salute del corpo (CJC senior can. 1149). Essi possono anche beneficiare degli esorcismi (CJC senior can. 1152). Non è però permesso agli eretici e agli scismatici, seppure in buona fede, di ricevere i sacramenti, se non hanno prima rigettato i loro errori e si siano riconciliati con la Chiesa (Can 731,2).

Per quel che riguarda la partecipazione dei cattolici ad altri riti, occorre fare delle distinzioni importanti. Quando il cattolico ha l’intenzione di onorare Dio con il culto acattolico, una tale comunicazione, chiamata “formale”, è sempre illecita poiché implica la professione interna di una falsa religione (Prummer T I n° 523,3) Si definisce invece “materiale” l’assistenza a certi riti non cattolici, determinata da ragioni di convenienza sociale o per motivi di ufficio, senza aver veramente l’intenzione di onorare Dio con quel culto. Ma neppure questa assistenza è lecita quando è attiva, cioè quando si partecipa positivamente, compiendo qualche atto del culto non cattolico. Essa infatti è contraria al primo comandamento che ci comanda di rendere a Dio il culto che Gli è dovuto nella vera religione da Lui rivelata. Non è lecito quindi per un cattolico il prendere parte attiva ad un rito acattolico, con preghiere, canti, oppure anche suonando l’organo (S.C. de Prop. Fide d. 8 luglio 1889).

L’antico Codice di Diritto Canonico affermava con chiarezza che chi prende parte attiva ad un culto acattolico è sospetto di eresia (can. 2316). L’assistenza invece cosiddetta passiva, che si limita puramente alla presenza fisica, senza prendere la minima parte ai riti, come può essere la semplice presenza ad un funerale protestante di un parente o amico di famiglia, può essere tollerata per motivo di carità o convenienza sociale, se non vi è pericolo di perversione o di scandalo (Codice di Diritto Canonico senior can. 1258). Questa, in sintesi, la dottrina cattolica chiaramente affermata dagli autori di Teologia morale che sottolineano come il divieto di una tale partecipazione è fondato non semplicemente su una legge positiva ecclesiastica, ma sulla legge divina (Prummer, Manuale Theologiae Moralis T I n° 525; Summa theologiae moralis, Merkelbach, T I n° 753-754).
Nell’edizione del 1961 del Dizionario di Teologia morale diretto dal Card. Francesco Roberti, Padre Pietro Tocanel O.F.M. condensa egregiamente la dottrina tradizionale e, nell’articolo “Comunicazione con gli acattolici”, afferma con grande chiarezza che: “La comunicazione attiva e formale è gravemente illecita poiché sarebbe la professione di un falso culto e la negazione della fede cattolica, senza parlare dello scandalo”. Il concilio giungerà a cambiare totalmente questo insegnamento.

Lo stesso Padre Tocanel, in una edizione successiva al concilio del medesimo Dizionario di Teologia morale (Marietti 1968), riassume quella che chiama a giusto titolo la “Nuovissima disciplina”, facendo riferimento appunto all’ultimo concilio. Egli cita il decreto sulle Chiese orientali che comincia, come spesso è successo nell’assemblea conciliare, con l’affermare il principio cattolico tradizionale… per poi negarlo, dopo qualche riga, nella prassi. Si dice giustamente che: “La comunicazione in cose sacre che offende l’unità della Chiesa o include formale adesione all’errore o pericolo di errare nella fede, di scandalo e di indifferentismo, è proibita dalla legge divina” (n° 26). Ma…, c’è un “ma” che vanifica l’affermazione del principio citato, introducendo la possibilità di una comunione, appunto, nelle cose sante: “Agli orientali che in buona fede si trovano separati dalla Chiesa cattolica si possono conferire, se spontaneamente li chiedono e siano ben disposti, i sacramenti della Penitenza, dell’Eucaristia e dell’Unzione degli infermi; anzi anche ai cattolici è lecito chiedere questi sacramenti dai ministri acattolici, nella cui Chiesa si hanno validi sacramenti, ogniqualvolta la necessità o una vera spirituale utilità a ciò persuada, e l’accesso a un sacerdote cattolico riesca fisicamente o moralmente impossibile. Parimenti, posti gli stessi principi, per una giusta ragione è permessa la partecipazione in funzioni, cose e luoghi sacri, tra cattolici e fratelli separati” (n° 27).

Il nuovo codice di diritto canonico sintetizza questa nuova dottrina nel can. 844. Nel secondo paragrafo si afferma che i cattolici possono ricevere i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia da ministri non cattolici, nelle cui chiese tali sacramenti sono amministrati validamente, ogni volta che vi è una necessità e una vera utilità spirituale, nella misura in cui sia evitato il pericolo dell’errore e dell’indifferentismo e che non si può moralmente o fisicamente accedere ad un ministro cattolico.
Nel paragrafo seguente si afferma che i ministri cattolici possono amministrare i sacramenti di Penitenza, Eucaristia e Unzione degli infermi agli ortodossi e a tutti gli eretici che conservano la fede in questi sacramenti, se li chiedono spontaneamente e sono ritualmente disposti.

Nella nuova logica ecumenica, quindi, la fede in tutte le verità rivelate non è più un criterio indispensabile per ricevere questi sacramenti, nonostante la Chiesa abbia sempre insegnato che permettere a membri di religioni scismatiche ed eretiche l’avvicinarsi ai sacramenti senza l’abiura dei loro errori vada contro la legge divina. Per seguire la cosiddetta “ermeneutica della continuità” bisognerebbe affermare che i due insegnamenti non sono contraddittori ma entrambi validi, ognuno per il suo tempo. Cosa impossibile, nel caso concreto, in quanto la prassi è una conseguenza dei principi della fede. Se la Chiesa condannava la partecipazione attiva ai riti non cattolici, come abbiamo visto, è perché questa comunicazione implica la negazione della fede per la professione, almeno esterna, di una falsa religione. Ma poiché la fede non può evolvere in maniera eterogenea con il tempo, la “nuovissima disciplina” è inaccettabile.


La Tradizione Cattolica; Anno XXIII – n° 3 – 2012 pp 38-39

mercoledì 2 gennaio 2013

Lettera di Mons. Marcel Lefebvre al Card. Ottaviani






 

Lettera di S. Ecc. Mons. Marcel LefebvreFondatore della Fraternità San Pio X
al Card. Ottaviani - allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant'Uffzio) -
in risposta ad una richiesta avanzata dallo stesso Cardinale
 
Roma, 20 dicembre 1966

i neretti sono nostri

Eminenza,
La Sua lettera del 24 luglio, riguardante la messa in discussione di alcune verità, è stata comunicata, attraverso i buoni uffici della nostra segreteria, a tutti i nostri Superiori maggiori.

Ci sono pervenute poche risposte. In quelle che ci sono pervenute dall’Africa non si nega che in questo momento ci sia una grande confusione nelle menti. Anche se queste verità non sembrano essere messe in discussione, in pratica si assiste ad una diminuzione del fervore e della regolarità nella ricezione dei sacramenti, soprattutto del Sacramento della Penitenza. 
Si riscontra una notevolmente diminuzione del rispetto dovuto alla Santa Eucaristia, soprattutto da parte dei sacerdoti, e una scarsità di vocazioni sacerdotali nelle missioni di lingua francese: le vocazioni nelle missioni di lingue inglese e portoghese sono meno influenzate dal nuovo spirito, ma già le riviste e i giornali stanno diffondendo le teorie più avanzate.

Sembrerebbe che il motivo per il limitato numero di risposte ricevute, sia dovuto alla difficoltà di cogliere questi errori, che sono diffusi ovunque.La causa del male sta principalmente in una letteratura che semina la confusione nelle menti attraverso delle presentazioni che sono ambigue ed equivoche, ma dietro le quali si scopre una nuova religione.
Credo sia mio dovere sottoporLe pienamente e chiaramente ciò che si evidenzia dalle mie conversazioni con numerosi vescovi, sacerdoti e laici in Europa e in Africa, e che emerge anche da quello che ho letto nei territorii di lingua inglese e francese.

Avrei volentieri seguito l’ordine delle verità elencate nella Sua lettera, ma mi permetto di dire che il male presente sembra essere molto più grave della negazione o della messa in discussione di alcune verità della nostra fede. Oggi esso  si manifesta in un’estrema confusione di idee, in una rottura delle istituzioni della Chiesa, delle fondazioni religiose, dei seminari, delle scuole cattoliche - in breve, di ciò che è stato il sostegno permanente della Chiesa. E non è altro che la continuazione logica delle eresie e degli errori che hanno minano la Chiesa negli ultimi secoli, soprattutto del liberalismo del secolo scorso, che ha cercato a tutti i costi di riconciliare la Chiesa con le idee che hanno portato alla Rivoluzione francese.

Nella misura in cui la Chiesa si è opposta a queste idee, che vanno contro la sana filosofia e teologia, essa ha fatto dei progressi. Mentre invece, ogni compromesso con queste idee sovversive ha provocato un allineamento della Chiesa con il diritto civile, col conseguente pericolo di asservirla alla società civile.
Inoltre, ogni volta che gruppi di cattolici si sono lasciati attrarre da questi miti, i Papi li hanno coraggiosamente richiamati all’ordine, illuminanti e, se necessario, condannati. Il liberalismo cattolico è stato condannato da Papa Pio IX, il modernismo da Papa Leone XIII, il movimento del Sillon da Papa San Pio X, il comunismo da Papa Pio XI e il neo-modernismo da Papa Pio XII.
Grazie a questa ammirevole vigilanza, la Chiesa è cresciuta e si è diffusa; le conversioni dei pagani e dei protestanti sono state molto numerose; l’eresia è stata completamente allontanata; gli Stati hanno accettato una legislazione più cattolica.

Tuttavia, gruppi di religiosi intrisi di queste false idee sono riusciti ad infiltrarsi nell’Azione Cattolica e nei seminari, grazie ad una certa indulgenza da parte dei vescovi e alla tolleranza di alcune autorità romane. Ben presto fu tra questi religiosi che vennero scelti i vescovi. Questa era la situazione esistente al momento in cui il Concilio, con le commissioni preliminari, si preparava a proclamare la verità contro tali errori, al fine di bandirli dalla Chiesa per lungo tempo. Sarebbe stata la fine del protestantesimo e l’inizio di un’era nuova e feconda per la Chiesa.
Ora, questa preparazione è stata odiosamente respinta per far posto alla più grave tragedia che la Chiesa abbia mai sofferto. Abbiamo assistito al matrimonio della Chiesa cattolica con le idee liberali. Significherebbe negare l'evidenza, essere volontariamente ciechi, non affermare con coraggio che il Concilio ha permesso a coloro che professano gli errori e seguono le tendenze condannate dai Papi citati prima, di credere legittimamente che le loro dottrine fossero state  sancite e approvate.

Considerando che il Concilio si stava preparando ad essere una luce splendente nel mondo di oggi (se fossero stati accettati i documenti pre-conciliari in cui si trovava una solenne professione di dottrina certa, riguardo ai problemi odierni), ora purtroppo si può e si deve constatare che:

- In modo più o meno generale, quando il Concilio ha introdotto delle innovazioni, ha sconvolto la certezza delle verità insegnate dal Magistero autentico della Chiesa, in quanto appartenenti autenticamente al tesoro della Tradizione.
- Sulla trasmissione della giurisdizione dei vescovi, le due fonti della Rivelazione, l'ispirazione della Scrittura, la necessità della grazia per la giustificazione, la necessità del battesimo cattolico, la vita della grazia tra gli eretici, gli scismatici e i pagani, i fini del matrimonio, la libertà religiosa, i fini ultimi, ecc. … su tutti questi punti fondamentali la dottrina tradizionale era chiara ed era unanimemente insegnata nelle università cattoliche. Da ora in poi, numerosi testi del Concilio su queste verità, permetteranno di dubitare di esse.

Le conseguenze di tutto questo sono state rapidamente elaborate e applicate nella vita della Chiesa:
- dubbi sulla necessità della Chiesa e dei sacramenti, hanno portato alla scomparsa delle vocazioni sacerdotali;
- dubbi sulla necessità e la natura della “conversione” delle anime, hanno portato alla scomparsa delle vocazioni religiose, alla distruzione della spiritualità tradizionale nei noviziati e all’inutilità delle missioni;
- dubbi sulla legittimità dell’autorità e sulla necessità dell’obbedienza, hanno causato l’esaltazione della dignità umana, l’autonomia della coscienza e della libertà, che stanno sconvolgendo tutti gli ambiti fondati sulla Chiesa - congregazioni religiose, diocesi, società secolare, famiglia.

L'orgoglio ha come conseguenza normale la concupiscenza degli occhi e della carne. E forse uno dei più terrificanti segni del nostro tempo è il vedere fino a che punto è giunta la decadenza morale della maggior parte delle pubblicazioni cattoliche. Esse parlano senza alcun ritegno di sessualità, di controllo delle nascite con ogni mezzo, di legittimità del divorzio, di educazione mista, di amoreggiamenti, di danze, come mezzi necessarii all’edificazione cristiana, al celibato del clero, ecc.

I dubbi sulla necessità della grazia per essere salvati, fanno sì che il battesimo scada alla più bassa considerazione, così che in futuro esso sarà rimandato a più tardi, occasionando la negligenza del Sacramento della Penitenza, tanto più che si tratta di un atteggiamento del clero e non dei fedeli. Lo stesso dicasi per la Presenza Reale: è il clero che si comporta come se non vi credesse più, nascondendo il Santissimo Sacramento, sopprimendo tutti i segni di rispetto verso le Sacre Specie e tutte le cerimonie in suo onore.

I dubbi sulla necessità della Chiesa come unica fonte di salvezza, sulla Chiesa cattolica come l’unica vera religione, che derivano dalle dichiarazioni sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa, stanno distruggendo l’autorità del Magistero della Chiesa. Infatti, Roma non è più l’unica e necessaria MagistraVeritatis.

Mosso quindi dai fatti, sono costretto a concludere che il Concilio ha incoraggiato in maniera inconcepibile la diffusione degli errori liberali. Fede, morale e disciplina ecclesiastica sono scosse dalle fondamenta, realizzando le previsioni di tutti i Papi.
La distruzione della Chiesa sta avanzando ad un ritmo accelerato. Dando un’autorità esagerata alle Conferenze Episcopali, il Sommo Pontefice si è reso impotente. Quante dolorose lezioni in un solo anno! Eppure è il Successore di Pietro, e solo lui, che può salvare la Chiesa.

Il Santo Padre si circondi di forti difensori della fede: li nomini nelle diocesi importanti. Proclami la verità con dei documenti dall’importanza straordinaria scartando l’errore senza il timore di contraddizioni, senza il timore di scismi, senza il timore di mettere in discussione le disposizioni pastorali del Concilio.
Che il Santo Padre si degni: 
- di incoraggiare i vescovi a correggere la fede e la morale, ciascuno nella rispettiva diocesi come si conviene ad ogni buon pastore; 
- di sostenere i vescovi coraggiosi, esortandoli a riformare i loro seminari e a ripristinare lo studio di San Tommaso; 
- di incoraggiare i Superiori Generali a mantenere nei noviziati e nelle comunità i principi fondamentali dell’ascetismo cristiano e, soprattutto, l’obbedienza; 
- di incoraggiare lo sviluppo delle scuole cattoliche, di una stampa informata dalla sana dottrina, di associazioni di famiglie cristiane;
- e, infine di redarguire gli istigatori di errori e ridurli al silenzio. 
Le allocuzioni del mercoledì non possono sostituire le encicliche, i decreti e le lettere ai vescovi.

Senza dubbio è temerario che io mi esprima in questo modo! Ma è con amore ardente che redigo queste righe, l’amore per la gloria di Dio, l’amore per Gesù, l’amore per Maria, per la Chiesa, per il Successore di Pietro, Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo.

Possa lo Spirito Santo, al quale è dedicata la nostra Congregazione, degnarsi di venire in aiuto del Pastore della Chiesa universale. 

Che Vostra Eminenza si degni di accettare l’assicurazione della mia più rispettosa devozione in Nostro Signore.

Marcel Lefebvre,
Arcivescovo titolare di Synnada in Frigia,
Superiore Generale della Congregazione dello Spirito Santo.


Fonte: Una Vox

lunedì 22 ottobre 2012

Magistero contro Tradizione?


Una spiegazione chiara ed intelliggibile dello staus queastionis
 

Magistero contro Tradizione? 


Il motivo di contrasto fra la Fraternità San Pio X e le autorità romane è il suo opporsi all’insegnamento attuale della Chiesa, che fonda le sue radici nell’ultimo concilio. Tale opposizione è da noi motivata dal fatto che si insegnano ora nuove dottrine in contrasto con l’insegnamento passato. Il Vaticano ci accusa per questo di avere una concezione erronea della Tradizione e del magistero della Chiesa.
Secondo Giovanni Paolo II la posizione della Fraternità San Pio X ha come origine il fatto che non si consideri la Tradizione come qualcosa di vivente, rimanendo fissati sul passato. Così si esprimeva nel 1988, all’occasione della consacrazione dei nostri quattro vescovi: «La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione».[1]
A sua volta Benedetto XVI accusa la Fraternità San Pio X di essersi fissata al magistero pre-conciliare e di non riconoscere appunto il magistero del Concilio e del post-concilio: «Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità».[2]
La Tradizione deve essere vivente, cioè interpretata dal magistero attuale che ci dice oggi ciò che è conforme o meno alla fede. Chi vuole opporre la Tradizione di ieri al magistero di oggi si erge a giudice della Chiesa e del suo insegnamento, rimpiazzandolo appunto con il suo personale giudizio.
Per sviscerare il problema, rispondere a questa obiezione e comprendere in cosa consista questa opposizione che sembra sia fondamentale risolvere, prima di poter giungere ad una soluzione giuridica fra la Fraternità San Pio X e Roma, è necessario definire e chiarire i concetti di Tradizione e magistero.

La Rivelazione

Poiché la Tradizione è la trasmissione della Rivelazione divina tramite il magistero, cominciamo con il definire tale nozione. La Rivelazione è l’atto con cui Dio si manifesta all’uomo. Egli si fa conoscere prima di tutto tramite la creazione dell’universo, che riflette gli attributi divini per sé invisibili, ed è questa la Rivelazione naturale.
In modo particolare Dio si è manifestato per mezzo dei profeti e di Gesù Cristo, facendoci conoscere direttamente verità di per sé naturali, come l’immortalità dell’anima, ma anche verità che superano la ragione dell’uomo come tutti i misteri soprannaturali, per esempio la Santissima Trinità e l’Incarnazione.
La Rivelazione soprannaturale si definisce quindi come un insegnamento fatto da Dio agli uomini in ordine alla loro santificazione e alla vita eterna.[3] Essa si è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo[4] e la Chiesa ricevette da Gesù Cristo il mandato di annunciarla a tutte le genti perché, tramite la fede nelle verità rivelate, gli uomini potessero giungere alla salvezza.
Compito della Chiesa è quindi trasmettere la Rivelazione intatta e approfondirla, attingendo dalle sue fonti che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione, senza alterarla.[5]

La Tradizione

Il termine “tradizione” è di origine greca e significa trasmissione, dottrina orale. Nel senso teologico si può definire come la parola di Dio, concernente la fede e la morale, non scritta ma trasmessa a viva voce da Gesù, dagli apostoli e da questi ai loro successori fino a noi. Parola “non scritta” non nel senso che non possa essere contenuta in alcuno scritto, ma per differenziarla dalla Sacra Scrittura, altra fonte della Rivelazione divina, che appunto è stata scritta sotto l’ispirazione divina.
La Tradizione si dice divina quando l’insegnamento venne direttamente da Gesù Cristo; divino-apostolica quando esso fu dato agli apostoli per ispirazione dello Spirito Santo secondo la promessa di Gesù: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto».[6]
Contro l’eresia protestante che nega la Tradizione come fonte della Rivelazione, il Concilio di Trento ha definito che la dottrina riguardante la fede e la morale «si contiene tanto nei libri scritti (Sacra Scrittura) quanto nelle tradizioni non scritte» e quindi bisogna ricevere con «uguale pietà e amore e riverenza» sia l’una che l’altra fonte della Rivelazione.[7]
Gesù, dopo aver predicato (e non scritto) la sua dottrina, affidò agli apostoli la missione non di scrivere ma di propagare oralmente quanto avevano udito dalle sue labbra o avrebbero imparato dai suggerimenti dello Spirito Santo. «Andate dunque ad insegnare a tutte le genti» (Mt 28,18). «Andate per tutto il mondo e predicate l'evangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).
I principali strumenti attraverso i quali si è conservata la Tradizione divina sono le professioni di fede, la sacra liturgia, gli scritti dei Padri, gli atti dei martiri, la prassi della Chiesa, i monumenti archeologici. La Rivelazione divina quindi ci proviene da due fonti: la Tradizione e la Sacra Scrittura. L’organo che ce la trasmette intatta è il magistero infallibile della Chiesa.[8]

Il magistero

Nel senso etimologico il magistero è una funzione che ha per scopo di istruire. Poiché l’oggetto del magistero ecclesiastico sono le verità di fede rivelate, questa istruzione si farà essenzialmente per testimonianza: trasmissione delle verità di fede ricevute da Dio per permettere agli uomini di giungere al fine per cui sono stati creati: la salvezza eterna.
Il magistero si può definire come il potere conferito da Gesù Cristo alla sua Chiesa in virtù del quale essa è costituita unica depositaria e autentica interprete della Rivelazione divina da proporre agli uomini come oggetto di fede per la loro salvezza eterna, in maniera infallibile in quanto assistita divinamente da Gesù Cristo.[9] Quando si parla di magistero è opportuno distinguerne il soggetto (il Papa ed i vescovi) dal contenuto (trasmissione e approfondimento del deposito rivelato) e infine dal suo modo di esercizio (infallibile o semplicemente autentico).

Chi insegna?

Il soggetto di tale potere è il Papa cui il Signore ha affidato il compito di pascere le sue pecorelle, aiutato dai vescovi. È questa la Chiesa insegnante. Si tratta di un soggetto umano e quindi volontario, assistito da Dio, nella missione che gli è stata affidata, nella misura in cui vorrà sottomettersi a questa assistenza divina ed esercitare il potere di insegnare.

L’oggetto del magistero

L’oggetto del magistero sono le verità rivelate da trasmettere, approfondire e difendere, senza alcuna variazione né cambiamento. Il magistero della Chiesa, in quanto contenuto, è essenzialmente tradizionale e costante.
Fra l’insegnamento degli apostoli e quello dei loro successori vi è una differenza importante che il card. Franzelin sintetizza con questo parole: «L’apostolato fu istituito per fondare la Chiesa predicando tutta la verità rivelata. Per questo i successori degli apostoli non possono aver per funzione di rivelare ancora un’altra verità; devono al contrario conservare e predicare nella sua integrità e nel suo significato autentico tutta la verità che gli apostoli hanno ricevuto». In altre parole il magistero degli apostoli è stato l’organo della Rivelazione mentre il magistero della Chiesa è quello della Tradizione nel suo senso più etimologico, cioè quello della trasmissione del deposito ricevuto. Per questo una tale trasmissione dipende della Rivelazione che è la sua regola ed il suo principio fondamentale. «I successori degli apostoli – continua il nostro autore – appaiono sempre come i testimoni ed i dottori incaricati di proporre unicamente ciò che hanno ricevuto dagli apostoli. Il loro incarico apostolico ed il loro compito infatti ha per oggetto il rimanere fedeli all’insegnamento che hanno ricevuto e alle verità che sono state loro affidate dagli apostoli».[10]

L’approfondimento del deposito rivelato

Il compito del magistero non consiste unicamente nel trasmettere le verità di fede ma anche nell’approfondirle, cioè darne ai fedeli una comprensione più grande. Ciò deve farsi non nel senso di una evoluzione eterogenea del dogma, ma soltanto tramite una comprensione più grande di ciò che è già stato rivelato. Il magistero contribuisce al passaggio da una conoscenza implicita ad una conoscenza più esplicita della fede. Così si esprime padre Marin Zola nel suo studio magistrale su dogma cattolico: «Gli apostoli non hanno comunicato alla Chiesa una spiegazione perfetta di tutto il senso implicito (della Rivelazione) che conoscevano esplicitamente. Però hanno lasciato il magistero dogmatico permanente, prolungamento perpetuo del loro magistero divino, per spiegare o manifestare sempre più “l’implicito” del deposito rivelato, a seconda che lo avrebbero richiesto le eresie, le controversie o le necessità di ogni epoca».[11]
Un tale approfondimento, come dichiara il Concilio Vaticano I, deve prodursi «nella stessa credenza, nello stesso senso, nello stesso pensiero». Non è mai possibile allontanarsi dal senso delle verità di fede definite «sotto il pretesto o in nome di una comprensione più approfondita».[12]

Il modo dell’insegnamento

Questa assistenza divina alla Chiesa è differente a secondo di come essa esercita il suo potere magisteriale poiché esso dipende dalla volontà del soggetto. Il Papa può insegnare in maniera infallibile, in modo semplicemente autentico, si può accontentare di riferire opinioni personali, oppure, e questo sembra essere il nocciolo del problema del concilio Vaticano II, limitarsi a dare consigli pastorali.

Il magistero infallibile

Magistero infallibile è quello in cui il Papa è assistito divinamente perché possa insegnare senza errore la verità rivelata. Egli gioisce del carisma dell’infallibilità nel suo atto solenne quando, da solo ex cathedraoppure quando si trova alla testa di tutto il corpo dei vescovi riuniti in concilio ecumenico, definisce una dottrina sulla fede o la morale in quanto pastore supremo, da tenersi da tutta la Chiesa.[13]
Nel concilio il soggetto dell’infallibilità è sempre il Papa, capo di quella persona morale che è il concilio, anche se il modo di insegnamento è diverso (non da solo ma appunto in unione con tutti i vescovi riuniti). Non vi sono due soggetti distinti del carisma dell’infallibilità ma uno solo, il Papa, che può insegnare in modi diversi. Il concilio è quindi formalmente soggetto del primato in ragione del Papa poiché, secondo il Concilio Vaticano I[14], il soggetto del primato è unico ed è il Papa.[15]
Il concilio ecumenico è quindi infallibile quando intende definire una verità di fede perché partecipa dell’infallibilità del Papa. Tale volontà di definire si può constatare nei suoi decreti quando si afferma che una verità deve essere creduta fermamente dai fedeli o ancora quando la si deve ricevere come un dogma di fede; quando si condanna con l’anatema l’errore contrario, quando la proposizione contraddittoria alla verità di fede insegnata è qualificata come eretica.
Il Papa poi può anche definire infallibilmente delle dottrine e condannare errori senza affermare esplicitamente che sono da tenersi di fede. In questo caso chi le nega non può considerarsi formalmente eretico, ma pecca gravemente contro la fede.[16]

Il magistero ordinario e universale

Il magistero infallibile del Papa si esercita in maniera ordinaria, quando egli insegna alla testa ed in unione con il corpo episcopale disperso nel mondo. È questo il Magistero ordinario universale (MOU).
Lo si chiama ordinario perché è dato al di fuori delle circostanze eccezionali delle definizioni ex cathedra e del concilio ecumenico. Esso si esercita tutti i giorni tramite la predicazione abituale dei pastori. È universale perché, per gioire della nota di infallibilità, deve esercitarsi, dal Papa e dai vescovi a lui sottomessi e dispersi nel mondo, in maniera concorde ed unanime.
Questa unanimità non deve essere soltanto considerata nello spazio, cioè tutti i vescovi viventi uniti al Papa, ma anche nel tempo per ciò che riguardo la dottrina insegnata. Esso è per definizione tradizionale, nel senso che si fa eco oggi della dottrina insegnata nei secoli.
Non definisce, come lo fa il magistero solenne, ma propone semplicemente l’oggetto della fede e lo trasmette. Un elemento che secondo Pio IX (Tua libenter) permette di riconoscere le verità che sono proposte come dogmi dal magistero ordinario della Chiesa dispersa è l’accordo unanime e costante dei teologi: «Infatti anche se si tratta di quella sottomissione che si deve prestare con un atto di fede divina, tuttavia questa non deve essere limitata a quelle cose che sono state definite con espliciti decreti dei concili o dei pontefici romani e di questa sede apostolica, ma deve essere estesa anche a quelle cose che, per mezzo del magistero ordinario di tutta la chiesa diffusa su tutta la terra, sono trasmesse come divinamente rivelate e quindi, per l’universale e costante consenso, dai teologi cattolici sono considerate come appartenenti alla fede» (Dz 2879).
La definizione dogmatica suppone l’insegnamento del magistero universale; essa precisa che tale verità, già insegnata dalla Chiesa, deve essere creduta come definita di fede divina e cattolica.

Regola prossima della fede

La Sacra Scrittura e la Tradizione sono quindi la fonte e la regola remota della fede, mentre la regola prossima è il magistero della Chiesa. Si tratta del magistero infallibile e definitivo che nel corso dei secoli ci ha trasmesso intatto ed in maniera sempre più intelligibile il deposito rivelato, senza mai alterarlo, e che deve continuare nella sua opera fino alla fine del mondo.
Sant’Agostino, facendosi eco di tutto l’insegnamento della Tradizione, affermava che egli non crederebbe neppure al Vangelo se il Magistero della Chiesa non glielo proponesse a credere.[17] Lutero ha osato impugnare questa verità vissuta già da 15 secoli di cristianesimo e, rinnegando il magistero della Chiesa, ha proclamato come unica regola di fede la Sacra Scrittura affidata all'interpretazione individuale dei fedeli. Le innumerevoli sette protestanti, con lo smarrimento e la degenerazione dottrinale che le caratterizza, sono una prova evidente del fallimento di quel falso principio.[18]

Il magistero semplicemente autentico

Il magistero semplicemente autentico è quello che si esercita senza impegnare l'infallibilità. La stessa definizione dell’infallibilità pontificia data dal Concilio Vaticano I, stabilendo le condizioni nelle quali il Papa è infallibile, lascia aperta la possibilità che, al di fuori di esse, non vi sia questa assistenza. Questo può verificarsi quando non vi è giudizio positivo sulla dottrina rivelata, ma il Papa vuol semplicemente dirimere una controversia; oppure vi è un giudizio positivo ma unicamente prudenziale e non definitivo.[19]
Gli atti di un insegnamento non infallibile reclamano comunque un assenso religioso interno, cioè dell’intelletto sotto la mozione della volontà. Questo assenso può essere sospeso solo nel caso in cui appare affermata una dottrina chiaramente in contrasto con il magistero infallibile.
Quando si constatasse «un’opposizione precisa tra un testo di enciclica e le altre testimonianze della Tradizione apostolica» allora, per il cattolico che abbia approfondito la questione, è possibile sospendere o negare il suo assenso al documento papale.[20]

Magistero vivente e perennità della fede

Poste queste premesse cerchiamo ora di rispondere alle accuse mosse alla Fraternità San Pio X di «non tener conto del carattere vivo della Tradizione» e di «voler congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962».[21]
Quando si parla di “carattere vivo della Tradizione”, se si intende la capacità che ha l’insegnamento di Gesù e degli apostoli, trasmessoci dalla Chiesa fino ad oggi tramite il suo magistero infallibile e quindi immutabile, di dare la vita spirituale alle anime e di vivificare la società contemporanea, siamo i primi ad aderire a questa verità incontestabile.
Se si intende invece il concetto di “tradizione vivente” come una caratteristica del deposito rivelato trasmesso dalla Chiesa di trasformarsi ed adattarsi ai tempi e alle circostanze fino al punto di essere in contraddizione con l’insegnamento infallibile del passato, allora siamo di fronte alla teoria modernista dell’evoluzione dei dogmi.
Se per “voler congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962” si vuol affermare che la Chiesa non ha più potere di insegnare a partire da quell’anno, chiaramente rigettiamo quest’errore e riconosciamo che la Chiesa anche oggi ha il potere di insegnare, di trasmettere e approfondire con il suo magistero infallibile la verità, e questo fino alla fine del mondo.
Ma se si intende con questa affermazione che l’autorità della Chiesa di oggi avrebbe il potere di insegnare ed obbligare a credere qualche cosa di diverso da quello che il magistero ha già definito infallibilmente, chiaramente ci troviamo di fronte ad una concezione erronea del magistero, slegata dal motivo formale per cui fu istituito da Nostro Signore, cioè la trasmissione di ciò che già è stato rivelato, approfondendolo «nello stesso senso e nello stesso pensiero».
L’attributo “vivente” può concernere il soggetto dell’atto del magistero, cioè il Papa ed i vescovi, oppure riguardare il contenuto del loro insegnamento. Per quel che è del soggetto, “vivente” si oppone a “postumo”. Il magistero postumo è quello esercitato con autorità da tutti i Papi e vescovi del passato, che continua comunque ad esercitarsi tramite i loro scritti che, in quanto infallibili, sono di loro natura immutabili. Il magistero vivente invece è l’insegnamento attuale dei pastori della Chiesa che si esercita principalmente tramite la predicazione orale fatta dai ministri legittimi, e per i loro scritti.
Ma quanto al contenuto dell’insegnamento, le professioni di fede, i dogmi, tutte le verità definite ed insegnate infallibilmente nel passato, continuano, tramite lo scritto, a far parte del magistero vivente della Chiesa e nessuna autorità ecclesiastica potrà mai legittimamente contraddirle o insegnare l’opposto.
Il magistero vivente può, come abbiamo visto, approfondire sempre di più le verità di fede già rivelate, darne una comprensione sempre più profonda, ma sempre nello stesso senso e nella stessa linea di ciò che è già stato insegnato in maniera definitiva.
In questo senso l’attributo “vivente” è una caratteristica essenziale del magistero della Chiesa. I pastori di oggi si fanno eco di quelli di ieri e quelli di domani continueranno ad annunciare il messaggio ascoltato da Gesù e dagli apostoli fino alla fine del mondo, difendendolo dagli errori e dalle eresie, per generare la fede negli uomini e dare così loro la possibilità di raggiungere la salvezza eterna.

Libero esame o difesa della fede?

“Come i protestanti anche voi giudicate il magistero della Chiesa, ma al posto della Sola Scriptura utilizzate il criterio Sola Traditione, come se non fosse la Chiesa ad insegnarci ciò che è contenuto nella Tradizione. Sostituite così il vostro giudizio a quello della Chiesa e cadete nell’errore del libero esame”. Questa l’accusa ricorrente da parte di alcuni dei nostri oppositori.
Si risponde facilmente a una tale obiezione che il criterio di giudizio non è soggettivo. Non è l’individuo che può ergersi a giudicare il magistero attuale, secondo le sue idee personali.
Il criterio di giudizio, poi, non si può neppure assumere unicamente da una sorgente del deposito rivelato, come fanno i protestanti con la Sacra Scrittura. Tale criterio può essere soltanto tutto il deposito rivelato cioè Sacra Scrittura e Tradizione come ci è stata trasmessa infallibilmente appunto dal magistero Chiesa.
Quando una contraddizione appare in maniera manifesta alla ragione fra una dottrina proposta con ciò che sono obbligato a credere, devo far riferimento a ciò che la Chiesa, guidata dal magistero, ha sempre creduto.[22] La ragione manifesta questa opposizione, ma chi permette di portare il giudizio sull’errore è il magistero definitivo della Chiesa, criterio assoluto e definitivo di verità.
Concretamente, se un giorno una qualunque autorità nella Chiesa, compreso il Papa, affermasse che nella Santissima Trinità ci sono quattro persone, non potrei essere tacciato di libero esame se affermassi che tale insegnamento è falso, perché il mistero della Santissima Trinità è già stato definito in maniera irrevocabile dalla Chiesa e quindi nel futuro essa potrà soltanto cercare di approfondire questo dogma, ma mai insegnare il contrario di ciò che ha già insegnato infallibilmente.
Ora vi è palese contraddizione fra l’insegnamento tradizionale della Chiesa e numerose nuove dottrine propagate dal Concilio Vaticano II e nel post-concilio come è stato dimostrato in numerose pubblicazioni e come teologi di rilevanza, anche nell’ambito della Chiesa ufficiale,[23] hanno anche recentemente messo in rilievo. In questa sede sarà sufficiente mostrare, con qualche citazione, come questo disaccordo è riconosciuto persino da personalità di spicco della Chiesa, che hanno partecipato attivamente all’ultimo concilio.
«Non si può negare che la Dichiarazione sulla libertà religiosa dica materialmente altra cosa che il Sillabo del 1864 e anche più o meno il contrario».[24]
«Se si cerca una diagnosi globale del testo (Gaudium et spes), si potrebbe dire che è (unitamente ai testi sulla libertà religiosa e sulle religioni del mondo) una revisione del Sillabo di Pio IX, una sorta di contro-sillabo».[25]
«Si potrebbe fare una lista impressionante delle tesi insegnate a Roma prima del Concilio come unicamente valide e che furono eliminate dai Padri del concilio».[26]

«È chiaro, sarebbe vano nasconderlo, il decreto conciliare Unitatis Redintegratio afferma su più punti altra cosa che “Fuori dalla Chiesa non vi è salvezza”, nel senso in cui si è inteso questo assioma durante dei secoli. (…) Lumen Gentium ha abbandonato la tesi che la Chiesa Cattolica sarebbe Chiesa in maniera esclusiva».[27]
«In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. (…) Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità».[28]
Di fronte a questi cambiamenti che toccano la fede e sono alla radice della grave crisi che la Chiesa sta subendo, è doveroso manifestare pubblicamente la propria opposizione, alla luce del vero magistero vivo della Chiesa che è il suo insegnamento costante, infallibile e definitivo, il solo capace di illuminare l’oscurità e l’incertezza dottrinale contemporanea.
da La Tradizione Cattolica anno XXIII n° 2


[1] Giovanni Paolo II, Motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 2 luglio 1988
[2] Benedetto XVI, Lettera ai vescovi, 10 marzo 2009
[3] Pietro Parente, Dizionario di Teologia Dogmatica, ed. Studium 1952 p. 293
[4] Il decreto Lamentabili di S. Pio X nella sua 21° proposizione condanna l’errore opposto.
[5] Concilio Vaticano I, Costituzione Dei Filius, c. 4; DS 3020
[6] Gv 14,26
[7] Sess. 4
[8] Cfr. Parente, Dizionario di Teologia Dogmatica p. 332 et ss.
[9] Cfr. Parente, Dizionario di Teologia Dogmatica p. 204
[10] Tesi 22
[11] Marin Sola, L’évolution homogène du dogme catholique n° 59
[12] Conc. Vat. I Dei Filius cap. 4; DS 3020
[13] Concilio Vaticano I, Pastor aeternus, c. 4
[14] Pastor aeternus cap 3 Dz 3059
[15] La nuova teoria proposta da Lumen gentium (cap. 3, 22) secondo cui il corpo dei vescovi unito al Papa sarebbe, oltre al Papa solo, un altro soggetto permanente ed ordinario del potere supremo, è totalmente contraria all’insegnamento tradizionale della Chiesa.
[16] Non è stata ancora definita l’infallibilità per ciò che non è presentato dal Papa come di fede divina. Marin Sola, L’Evolution homogène du dogme catholique, T. I n° 269 p. 472
[17] Contra ep. fundam. C. 5, PL, 42, 176
[18] Cfr. Parente, Dizionario di Teologia Dogmatica p. 204
[19] Billot, De Ecclesia Q 14 Tesi 31, 1 p. 640
[20] Arnaldo Xavier da Silveira, La nouvelle messe de Paul VI: qu’en penser? DPF 1974, p. 300 et ss.
[21] Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, vedi introduzione all’articolo.
[22] È il criterio che ci propone san Vincenzo di Lerino: «Quod semper quod ubique quod ab omnibus».
[23] Come per esempio mons. Brunero Gherardini e padre Serafino Lanzetta. Leggere in particolare Lo hanno detronizzato, mons. Marcel Lefebvre, ed. Amicizia Cristiana 2009.
[24] Y. Congar, La crise de l’Eglise et Mgr Lefebvre, le Cerf 1977, p. 54
[25] I principi della teologia cattolica, Card. Ratzinger 1982
[26] Card. Suenens, I.C.I del 15 maggio 1969
[27] Congar, Essais oecumeniques, le Centurion 1984 p. 216
[28] Benedetto XVI, Discorso alla Curia, 22-12-2005

mercoledì 17 ottobre 2012

Conversazione immaginaria tra due cardinali della Curia romana




Due immaginari  cardinali della Curia romana:
Orso (Ursus) e Volpe (Vulpes),

passeggiano nei giardini vaticani e discutono
dei rapporti fra Roma e la Fraternità San Pio X.

Cardinale Ursus: Eminenza, lo sa che Williamson ha ricominciato a viaggiare per il mondo e che di recente è stato in Brasile, dove ha amministrato quasi cento cresime e predicato diverse volte in diversi luoghi di questo paese enorme?

Cardinale Vulpes: Lo so.

Cardinale Ursus: Questo Williamson dev’essere espulso dalla Fraternità San Pio X!

Cardinale Vulpes: Williamson non può essere espulso!

Cardinale Ursus: Perché no?

Cardinale Vulpes: Perché se no ricomincerà tutto daccapo…

Cardinale Ursus: Che cosa?

Cardinale Vulpes: Consacrazioni, ordinazioni, seminari… Saremmo punto e daccapo. Ricomincerebbe tutto il lavoro del vecchio Lefebvre…

Cardinale Ursus: Se Williamson facesse questo, tutti lo considererebbero come ribelle e finirebbe con l’essere di nuovo scomunicato, e quasi nessuno lo seguirebbe in questo stupido tentativo di rimanere separato da noi.

Cardinale Vulpes: Il problema è che questa gente maledetta ha una stupida ammirazione per Lefebvre, e Williamson prova con A + B che egli segue pienamente tutto quello che ha detto il vecchio Lefebvre.

Cardinale Ursus: Attenzione, Eminenza, questa espressione “gente maledetta” è stata usata dai Farisei per indicare i discepoli di Cristo. Se la gente la sentisse potrebbe rimanere scandalizzata.

Cardinale Vulpes: Stia tranquillo, Eminenza, quando parlo in pubblico io misuro le parole e mi presento come il più benevolo degli uomini.

Cardinale Ursus: Veramente, questo Williamson, con i suoi articoli su internet, si mette alla testa di quelli che sono rimasti inchiodati al passato.

Cardinale Vulpes: Questo internet… Disgraziatamente i nostri fratelli maggiori non hanno ancora il pieno controllo di questo mezzo di comunicazione…

Cardinale Ursus: Ma c’è una cosa che non capisco: quando Benedetto XVI è diventato vescovo di Roma, ha manifestato il desiderio di regolarizzare la situazione dei tradizionalisti e soprattutto della Fraternità San Pio X, ed ecco che adesso nomina il nostro carissimo Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e tutti sanno che egli ha delle opinioni personali che queste menti incartapecorite non accettano. Inoltre, alla Fraternità sono state imposte delle condizioni per la regolarizzazione che chiaramente essa non può accettare.

Cardinale Vulpes: Il Papa Benedetto XVI non vuole nessuna regolarizzazione… per il momento.

Cardinale Ursus: Si spieghi, Eminenza.

Cardinale Vulpes: Quando un idiota ha pubblicato lo scambio di lettere tra i vescovi della Fraternità San Pio X, molte teste vuote si sono allarmate, vedendo che le cose erano sul punto di essere definite, e dovunque ha avuto inizio una reazione. Se portassimo avanti il processo di regolarizzazione, perderemmo molti di questi e dovremmo ricominciare con i tentativi di unità, questa volta però con un gruppo che sarebbe ben ancorato alla vecchia sfiducia che il vecchio Lefebvre nutriva per noi. Egli non aveva timore di chiamarci “danditi”, “anticristi”, e definiva le nostre iniziative: “le manovre del serpente romano”. Per questo è opportuno lasciare che Fellay addomestichi questi selvaggi e faccia in modo che tutti abbiano fiducia in lui. Egli lavora bene. Ben presto i recalcitranti saranno una infima minoranza e saranno considerati da tutti come ribelli e rivoluzionari. Quando questo sarà fatto, per comporre questa unione potremo cedere a tutte le passate esigenze della Fraternità San Pio X, perché mentre questa gente crede nel principio di non contraddizione, noi sappiamo che si tratta di una illusione degli scolastici: per noi non esiste contraddizione, perché tutto è soggettivo e tutto evolve. Oggi diamo loro tutto; domani, a poco a poco, quando vedremo che sono nelle condizioni per accettarlo, cominceremo ad esigere da essi, sempre di più, che si conformino alla nuova impostazione delle cose nella Chiesa.

Cardinale Ursus: Ma questo è machiavellico…

Cardinale Vulpes: Machiavelli era un uomo molto capace…

Cardinale Ursus: A volte penso che non vale la pena fare tanti sforzi per guadagnare questo gruppo: il loro numero è così esiguo…

Cardinale Vulpes: Il problema è che «Egli» ci ha informati che questa gente è un ostacolo al suo regno.

Cardinale Ursus: Eminenza!

Cardinale Vulpes: È un sogno! È un sogno che ho fatto io!

Cardinale Ursus: Hum… Ma ho sentito dire che Fellay ha detto che si è sbagliato, che è stato ingannato da noi.

Cardinale Vulpes: Le parole non hanno il valore dei documenti.

Cardinale Ursus: Ma, Eminenza, spera che un giorno questi dinosauri si conformeranno al nostro ideale di amore dell’uomo al di sopra di ogni cosa? Poiché, i nostri fratelli separati, nonostante non accettino il Papa come capo, hanno con noi questa unità essenziale di pensiero, mentre i tradizionalisti riconoscono il Papa come capo della Chiesa, ma sono ancora aggrappati ad una teologia teocentrica, che gli uomini di oggi non accettano più.

Cardinale Vulpes: Se essi credono nella nostra integrità e onestà e che noi vogliamo porre fine ai mali della Chiesa, il cammino è spianato per un cambio di mentalità, graduale, ma definitivo. E così arriveremo all’unità di tutti i popoli in un solo amore fraterno, nella libertà di esprimere le proprie convinzioni religiose e nell’uguaglianza dei propri diritti con quelli dei propri fratelli. Che meravigliosa prospettiva… Che appaia sulla scena del mondo un uomo forte e comprensivo, che con un governo mondiale giunga a mettere in pratica efficacemente, con delle leggi umanitarie, questo ideale del nostro cuore…

Fonte: Una Vox

mercoledì 26 settembre 2012

Superstizione e vera carità

mussulmani

don Pierpaolo Maria Petrucci




Recentemente personaggi ecclesiastici di spicco hanno scritto messaggi augurali a rappresentanti di religioni non cristiane in occasione delle loro feste religiose. Prima di tutto il Cardinal Angelo Scola, arcivescovo di Milano, per la festa islamica alla fine del Ramadam[1]. Nella stessa occasione, qualche giorno dopo,  anche il vescovo di Pavia, inviava un messaggio di auguri alla Guida della comunità mussulmana della città[2]. Il 20 settembre scorso era lo stesso BenedettoXVI che faceva giungere un telegramma al Rabbino Capo di Roma, Dott. Riccardo Di Segni per le ricorrenze di Rosh Ha-Shanah 5773 e Yom Kippur e Sukkot” [3].

Questa attitudine  attuale di membri della gerarchia ecclesiastica ci spinge a ricordare alcuni punti fermi da sempre insegnati dalla Chiesa, in particolare quanto alla virtù di fede.La fede è credere tutto quanto Dio ci ha rivela e la S. Chiesa ci propone a credere ed è talmente importante che senza di essa, come ci ricorda S. Paolo “non si può piacere a Dio”.[4]
La dottrina cattolica ci insegna che l’infedeltà positiva[5], cioè il non voler sottomettere la propria intelligenza alle verità da Dio rivelate, è un peccato gravissimo poiché così si rigetta la fede che è il mezzo necessario alla salvezza. Il Signore infatti ci ammonisce nel Vangelo che: “Chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16)
San Tommaso spiega che: “Consistendo il peccato di incredulità nell‘opporsi alla fede, esso può verificarsi in due maniere. O perché ci si oppone alla fede non ancora abbracciata, e allora abbiamo l‘incredulità dei pagani, o gentili, oppure perché ci si oppone alla fede cristiana già abbracciata. Se poi questa era stata abbracciata in modo figurale, avremo l’incredulità dei Giudei; se invece era stata abbracciata nella piena manifestazione della verità, avremo l’incredulità degli eretici. Perciò possiamo attribuire all‘incredulità in generale le tre specie suddette”.[6] Le principali specie di infedeltà quindi sono il paganesimo (che comprende quindi l’islam), il giudaismo e l’eresia.
La superstizione invece si definisce come un vizio contrario alla virtù di religione per eccesso, e consiste nel tributare a Dio un culto sconveniente oppure nel rendere un culto divino a falsi dei.[7] Essa si oppone quindi non soltanto alla virtù di fede ma anche alla virtù di religione.
Ora siccome la religione è una manifestazione della fede mediante segni esterni, così la superstizione è una manifestazione dell’incredulità con atti esterni di culto. Tale manifestazione viene indicata col termine di idolatria.[8] Questo termine non va inteso nel senso puramente etimologico ma nel suo significato più profondo. Colui infatti che rigetta volontariamente anche una sola verità rivelata, rigetta Dio che la garantisce con la sua autorità e quindi non crede più in lui ma ad un essere di ragione (quindi a una creatura) che si è costruito nella mente.
Da ciò si deduce che il culto islamico e quello giudaico in tutte le loro forme, malgrado la buona fede possibile di alcuni di coloro che li praticano, sono in sé culti superstiziosi e quindi violano il 1° comandamento che ci ordina di adorare il solo vero Dio Uno e Trino, rendendogli il culto che gli è dovuto, nella maniera in cui ce lo ha rivelato e come ce lo insegna la Chiesa.[9]
Questa è la dottrina cattolica che si trova in qualunque manuale di teologia morale scritto prima del concilio, ma anche semplicemente nel catechismo di S. Pio X.[10]
Ora il Signore ci ha insegnato che la virtù più grande è la carità. Amare significa volere il bene più grande per il nostro prossimo e questo bene è la salvezza eterna. Ma essa si può conseguire solo tramite la fede e l’appartenenza alla Chiesa cattolica.
Il concilio di Firenze (dogmatico e non pastorale) lo ha affermato chiaramente: “La Santa Chiesa crede fermamente, professa e predica che nessuno di quelli che si trovano al di fuori della Chiesa cattolica, siano essi pagani, Ebrei, eretici o scismatici, può ottenere la vita eterna. Costoro sono destinati al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli, a meno che non entrino nella Chiesa cattolica prima della fine della loro vita”.[11]
Per questo la missione essenziale della Chiesa è predicare la verità per la salvezza delle anime.
Date queste premesse ci si chiede: perché allora in nessuno dei messaggi augurali di cui sopra, vi è la minima allusione alla necessità per coloro che seguono false religioni di lasciare i loro errori ed entrare nella Chiesa ma, al contrario, si afferma chiaramente o si sottintende la bontà dei loro culti?
Come può un Cardinale Arcivescovo benedire una festa religiosa islamica che è una pratica superstiziosa ispirata dall’infedeltà e contraria direttamente al primo comandamento di Dio?
Come può un Vescovo identificare il Corano come “la Parola di Dio” ed affermare di sentirsi “in comunione di preghiera e di fede” con la comunità musulmana?
Purtroppo anche il Papa, nel suo messaggio alla comunità ebraica di Roma, fa allusione all’adorazione del Dio unico, lasciando credere che adoriamo lo stesso Dio, senza ricordare che Egli è uno e Trino e che il Figlio di Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza e quindi, come lo ricordava S. Pietro al Sinedrio “In nessun altro è salvezza, poiché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini,dl quale possiamo aspettarci di essere salvati” Atti 4,12
Il ricordare queste verità fondamentali dovrebbe essere la prima carità, fondata sul desiderio sincero della salvezza delle anime e sulla speranza che Dio possa utilizzare la predicazione franca del Vangelo, per toccare i cuori ben disposti e ricondurli a lui.
La Chiesa nel passato ha sempre agito così nei confronti degli adepti di false religioni, come per esempio Pio IX in occasione della convocazione del Concilio Vaticano I.
È commovente rileggere le sue parole che manifestano un grande zelo paterno per la salvezza delle anime: “Inviamo questa Nostra Lettera a tutti i cristiani da Noi separati, con la quale li esortiamo caldamente e li scongiuriamo con insistenza ad affrettarsi a ritornare nell’unico ovile di Cristo; desideriamo infatti dal più profondo del cuore la loro salvezza in Cristo Gesù, e temiamo di doverne rendere conto un giorno a Lui, Nostro Giudice, se, per quanto Ci è possibile, non avremo loro additato e preparato la via per raggiungere l’eterna salvezza”.[12]
Ma questo linguaggio non è più di moda. Cosa è cambiato?
È arrivato il Concilio Vaticano II che, nella sua dichiarazione Nostra Aetate, ha rivalutato le religioni non cristiane, non più considerate come ostacolo alla salvezza, ma dotate addirittura di precetti e dottrine divine: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.”[13]
Ci troviamo di fronte a due concezioni diametralmente opposte del ruolo della Chiesa e della sua missione essenziale. Si può cercare di giustificare la concezione moderna, affermando che i tempi sono cambiati…, che il “vissuto” della comunità cristiana oggi applica in un altro modo la dottrina di Cristo, sempre perenne in tutte le sue manifestazioni poiché malgrado l’esperienza vitale cambi col tempo il soggetto chiesa permane ed è questa la “tradizione”… Ma per dire che vi è continuità dottrinale fra gli insegnamenti del magistero perenne e quelli attuali…. ci vuole un bel coraggio!
Per chi vuol conservare la fede in quest’epoca di smarrimento, un solo criterio oggettivo può servire da bussola: ciò che la Chiesa ha insegnato infallibilmente nel suo magistero di sempre, che nessuno potrà mai cambiare.


[1] Ai responsabili delle comunità Musulmane di Milano e Lombardia
Per la prima volta dalla città di sant' Ambrogio ho il gradito compito di trasmettervi il messaggio augurale del Pontificio Consiglio del Dialogo Interreligioso (PCDI) in occasione della "rottura" del digiuno del mese di Ramadan. Durante il mio mandato come Patriarca di Venezia, porta d'Europa verso l'Oriente e luogo storicamente contrassegnato da intensi scambi tra popolazioni cristiane e musulmane, ho espresso più volte l'importanza di una frequentazione tesa alla conoscenza reciproca di persone e tradizioni.
L'esperienza di quegli anni si è consolidata attraverso varie pubblicazioni e, soprattutto, attraverso la creazione della Fondazione Internazionale Oasis, che pubblica, tra l'altro, una rivista specializzata in varie lingue. A sua volta, la Diocesi Ambrosiana, sollecitata dall'intenso fenomeno migratorio dai paesi dell'Africa del Nord, si è dedicata da tempo con impegno a conoscere il mondo religioso musulmano e a far conoscere la natura dell'esperienza cristiana, come ben documenta il discorso alla città dei Vespri di sant'Ambrogio del 1990, dal titolo Noi e l'Islam del Cardinale Carlo Maria Martini.
Cari fedeli musulmani, voi state concludendo il tempo santo del digiuno che tempra lo spirito e il corpo (ancor più affaticato in questo periodo estivo) per sottometterli alla divina volontà.
Desideriamo che sentiate la vicinanza della nostra preghiera e attenzione. In questo anno essa si rivolge in particolare alle nuove generazioni. Il tema educativo è infatti il fulcro del testo augurale del Pontificio Consiglio del Dialogo Interreligioso. Cristiani e musulmani sentono oggi la comune responsabilità di fronteggiare una mentalità diffusa che intende svuotare la vita dai contenuti religiosi. Invece giustizia e pace non crescono se non si concepiscono come la risposta ad una chiamata divina. Insieme dobbiamo cercare di smentire chi accusa la religione di fomentare disordini, guerre, razzismo e inciviltà. Per questo occorre smascherare chi, strumentalizzando la fede, spinge i giovani all'odio e alla violenza verbale, morale e fisica. Sia carica di bene e di benedizione la vostra imminente festa. Ve lo auguriamo di tutto cuore!”
Venerdì, 17 agosto 2012
Angelo Scola, arcivescovo di Milano
http://affaritaliani.libero.it/milano/ramadan-il-messaggio-dell-arcivescovo-angelo-scola170812.html
[2] «Come Vescovo di questa comunità ecclesiale pavese, voglio esprimere a nome mio e della comunità sentimenti di vicinanza e di presenza alla Comunità musulmana pavese, in occasione della chiusura del mese sacro del Ramadan 2012. Sappiamo che avete celebrato la discesa celeste del Libro sacro del Corano, applicandovi a una lettura più intensa e pia della Parola di Dio e che avete offerto a Dio il sacrificio del vostro digiuno quotidiano. Grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di preghiera e di fede.
Con stima, Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia
http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=729:il-vescovo-di-pavia-e-in-comunione-di-fede-con-i-musulmani&catid=53:attualita&Itemid=50
[3] “In occasione delle festose ricorrenze di Rosh Ha-Shanah 5773 e Yom Kippur e Sukkot”, rivolgo un sentito auguro di pace e di bene a Lei e all'intera Comunità ebraica di Roma, invocando dall'Altissimo copiose benedizioni per il nuovo anno e auspicando che ebrei e cristiani, crescendo nella stima e nell'amicizia reciproca, possano testimoniare nel mondo i valori che scaturiscono dall'adorazione del Dio unico.
BENEDICTUS PP. XVI
http://www.zenit.org/article-32697?l=italian

[4] Hebr. 11,6
[5] L’infedeltà formale o positiva è la carenza colpevole della fede in colui che non vuol dare il suo assenso alla fede  o la disprezza. Prummer T I n°509
[6] Somma Theologica II II Q 10 a 5
[7] Dizionario di Teologia Morale, Ed. Studium 1968, Voce superstizione
[8] S.T. II II Q 94 a 1 ad 1
[9] L’islam comporta il rigetto della fede nella Divinità di Gesù Cristo e pretende riferirsi ad una rivelazione che deforma alcuni attributi divini, quali si possono conoscere anche tramite la ragione Per questo il “dio” che si adora in tale religione non può essere identificato in alcun modo con Colui che la ragiona naturale ci svela.
[10] 170. Che ci proibisce il primo comandamento?
Il primo comandamento ci proibisce l'empietà, la superstizione, l'irreligiosità; inoltre l'apostasia, l'eresia, il dubbio volontario e l'ignoranza colpevole delle verità della Fede.
172. Che cos'è superstizione?
Superstizione è il culto divino o di latria reso a chi non è Dio, o anche a Dio ma in modo non conveniente: perciò l'idolatria o il culto di false divinità e di creature; il ricorso al demonio, agli spiriti e ad ogni mezzo sospetto per ottener cose umanamente impossibili; l'uso di riti sconvenienti, vani o proibiti dalla Chiesa.
[11] Decreto pro Jacobitis DZ 714
[12] Iam vos omnes, 13 settembre 1868
[13] Nostra Aetate n° 2