lunedì 21 novembre 2011

Gnocchi, la messa negata: 6 riflessioni in margine.

I paladini cattolici dell’ecumenismo vogliono l’unità tra le Chiese, ma spesso non vogliono l’unità nella Chiesa. Desiderano abbracciare tutti, ma “fuori”, mentre scomunicano lanciando l’interdetto: “conservatore!”, “integrista!” quelli di “dentro” che non gli stanno simpatici.

Louis Bouyer

Gnocchi, la messa negata: 6 riflessioni in margine.

Pubblicato il novembre 21, 2011

Esequie tradizionali


Esequie moderne

 
Interrompo la letargite – che in realtà è un silenzio causato dal sormontare di troppi impegni in poco tempo, e dalla forza zero di aggiornare il blog – stimolato dal fatto tristissimo e recente destinato a passare alla storia della Chiesa come il “Caso Gnocchi”: quando un parroco di provincia nega le esequie a un defunto, causa la cattolicità del defunto che eccede gli ideologismi della canonica. La vicenda è nota e per le fonti rimando all’articolo di cronaca pubblicato su Riscossa Cristiana.
A me piacerebbe fare 6 brevi appunti in margine al “Caso” e all’articolo, per vedere se siamo già arrivati al tragico “in Ecclesia nulla salus” o se facciamo in tempo a scamparlo.
*
Ma, prima di tutto, per i meno aggiornati dobbiamo fare un salto indietro di qualche anno, fino a quel fatidico 7 luglio 2007 in cui
il Papa felicemente e faticosamente regnante ha scritto di sua iniziativa, in totale libertà e in pieno possesso delle sue facoltà mentali, che un cattolico può eccome chiedere e ottenere un rito funebre che è ancora pienamente legittimo nella Chiesa, e che nella Chiesa è stato utilizzato per accompagnare al camposanto milioni di fedeli per centinaia di anni. Il Motu Proprio Summorum Pontificum non lascia scampo ad alcuna interpretazione di segno opposto.
Meglio, il papa ha scritto che qualsiasi prete può celebrare nel rito tradizionale (tecnicamente: nella forma extraordinaria dell’unico rito latino), e che gruppi di almeno 30 fedeli possono richiedere una messa stabile nella medesima forma del rito, etc. Per i dettagli rimando direttamente al Summorum Pontificum, e al successivo Universae Ecclesiae – 30 aprile 2011 – che ne precisa le condizioni di attuazione.
Da allora si è smascherata una falla di sistema nel mondo cattolico, per cui è stato facile vedere chi fosse realmente fedele al papa e al cattolicesimo, e chi invece ritenesse, e ritenga, di poterne realizzare una versione fai-da-te, basata su disinformazione e pressing psicologico, prima sui preti e poi sui laici. Il tutto in nome dell’ideologia vaticanosecondista brillantemente burlata proprio da Gnocchi&Palmaro nel recente La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Editore Vallecchi 2011.
La situazione francamente imbarazzante dell’era post-motu-proprio (anno V del Summorum) si tocca con mano leggendo che
il parroco non poteva essere toccato dal documento del Santo Padre dato che, candidamente, ha confessato di non conoscerlo. Così come non era al corrente del fatto che il testo applicativo del Motu proprio, l’istruzione Universae Ecclesiae, in simili casi invita il parroco a lasciarsi «guidare da zelo pastorale e da uno spirito di generosa accoglienza».
Chiaramente dell’ignoranza del clero dovremmo chieder conto ai debiti formatori, e il cerchio è presto chiuso. Però su questo non mi dilungo.
Veniamo ai 6 brevi appunti, emersi dalla lettura dell’articolo: 6 agghiaccianti strabismi.
Primo strabismo: l’ideale soppianta il reale
Il primo conflitto a emergere dalla cronaca è uno sguaiato cambio di prospettive. Se di regola la realtà si offre come base a partire dalla quale proporre con sobrietà ideali di miglioramento e perfezionamento, dalla testimonianza del don Abbondio bergamasco scopriamo che oggi le cose viaggiano alla rovescia. La realtà sparisce dall’orizzonte mentre ci viene propinato con insistenza un nuovo mondo virtuale, un mondo fatto di ideali partoriti da non-si-sa-bene-chi, il quale così – fieramente sprezzanti delle più banali regole di logica minor – pretende di edificare le uniche nuove verità in cui incubare i docili christifideles laici, o almeno i pochi rimasti. Stalin prenda nota:
Ma, quando i problemi si sono manifestati in tutta la loro evidenza, ha tentato di dare veste teologica al sopruso con quanto gli hanno messo in testa in seminario sostenendo testualmente la seguente tesi: “Se ci fosse stata la richiesta, per esempio, di un rito bizantino, allora, in virtù dell’ecumenismo, si sarebbe fatto. Perché, in quel caso, io con il mio rito incontro te con il tuo rito e ci arricchiamo a vicenda. Ma voi chiedete un rito della Chiesa cattolica e siccome non concorda con lo stile celebrativo della comunità si può dire di no”. A questo proposito, va detto che lo “stile celebrativo” della comunità in oggetto, in materia di funerali, ha toccato uno dei suoi vertici con l’esecuzione di “C’è un grande prato verde dove nascono speranze” accompagnata dalle chitarre.
In questo modo guastiamo in principio quanto di buono si potrebbe trovare nell’ideale, che non ha mai alcun senso al di fuori di un regime di realtà. Vale anche per la delicata faccenda dell’ecumenismo, quel poco di buono che esso aveva da darci sprofonda nell’assenza di ogni fondamento valido: come a dire, non per nulla viviamo nel cosiddetto “inverno ecumenico” (Kasper) – cosa che può rallegrare parecchi vecchio-realisti.
Ma soprattutto qui perdiamo il reale in se stesso, e allora non veniamo poi a stupirci se la gente dotata più di buon senso che di spirito di sacrificio diserta messe e dintorni – e questo nonostante l’allettante offerta di brani da Top Ten che i liturgisti alla moda sbandierano. Procedamus.
Secondo strabismo: l’opinione zittisce il Magistero
La seconda freddura potrebbe intitolarsi: il tracollo della verità. In questo caso non si invertono reale e ideale, bensì si commuta l’ordine degli asserti. Ora, se è vero che mutando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, è più vero che qui non si tratta di somme ma di ragionamenti logici, appunto quei ragionamenti che ci portano dalla conoscenza meno nota a quella più nota e così via fino alla verità. Ma forse il pretame medio preferisce dedicarsi a forme di conoscenza – come dire? – sommaria (peraltro in perfetto disdegno della Summa Th). In questa zuppa la verità fa la fine dell’ospite indesiderato, e il suo posto viene subito riempito da una pletora di qualunquismi subito dogmatizzati. È così che al fedele dabbene – quello cui piace Mario Monti, se tanto mi dà tanto – capita di vedersi pressoché imposti dalle bianche agenzie di informazione a senso unico opinionismi patenti travestiti da neo-dogmi vincolanti.
In questa tristissima storia c’è un lato grottesco e insieme paradossale: il dispregio dimostrato dal clero interpellato nei confronti dell’autonomia del singolo. A partire dal 2008,la Conferenza EpiscopaleItaliana ha “aperto” la strada – per voce del suo autorevole presidente – alle cosiddette “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento”, le ormai famose DAT: un documento scritto nel quale la persone dice quali trattamenti sanitari intende o non intende ricevere, qualora cada in stato di incoscienza. A noi (e anche al direttore di questo giornale) queste DAT non piacciono, perché offrono un comodo scivolo alla cultura eutanasica. Ma ai fini del nostro ragionamento, la “svolta” della Cei sulle DAT serve a dimostrare che nella cultura contemporanea tutti – ela Chiesastessa – riconoscono un valore molto importante alla volontà espressa da ogni singola persona. Questa volontà non può essere arbitraria, ma se è conforme al bene deve essere assecondata.
Ora, il paradosso del “caso Gnocchi” sta in questo fatto: se un fedele chiede, attraverso la voce di suo figlio, un funerale secondo il rito tridentino, non viene esaudito. Se invece redige le DAT rifiutando magari certe cure, agisce in conformità alla Conferenza Episcopale Italiana. Che cosa deve fare, allora, un cattolico, per ottenere quello che il Papa ha stabilito come suo pieno diritto? Forse deve chiedere le esequie in forma antica redigendo le DAT e consegnandole al parroco finché è in grado di farlo.
Per carità, l’aggancio è letterario, se si vuole, ma il messaggio di fondo passa lo stesso: dove l’opinione è sovrana, la verità ha già fatto le valigie da un pezzo.
Terzo strabismo: l’indefinito offusca le certezze
Il processo di cappottamento esistenziale – una volta de-ontologicizzato il reale e de-razionalizzata la verità – non può se non precipitare nello schiavismo dei proclama. E, si noti bene, sono tutti proclama mendicati fuori dal suolo cattolico. “Libertà”, “autonomia”, “dialogo”, “uguaglianza”, “accoglienza”, “straniero” e chi più ne ha più ne metta (e chi non ne ha più si rivolga a Fratelenzo Bose che ne ha magazzini e magazzini stipati). Ora, già è difficile uscire indenni dagli eccessi germinati in casa propria, figuriamoci che ne viene quando si corre alla cieca dietro gli errori altrui. Appunto, che ne viene? Il minimo è che non sappiamo neppure cosa fare di certi slogan. Il peggio è che li usiamo a beneficio sempre e solo degli altri – di quegli “altri” che li coniarono a loro pro. In mezzo ci finiscono i “nostri”, a patire tutte le contraddizioni e le ingiustizie della situazione.
Questi sacerdoti si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e come “autonomia”, e poi non sono in grado di opporsi al palese sopruso ordinato dall’alto perché “in curia mi hanno detto…”. Si riempiono il cervello e la bocca di parole come “libertà” e “autonomia”, denigrano un passato a loro dire prepotente e clericale e poi si prestano a calpestare la volontà di un morto e della sua famiglia, quella della Chiesa e del Santo Padre perché “in curia mi hanno detto…”.
E buona notte a qualsiasi certezza. Perché quando si costruisce su principi non ben definiti, in odio alle definizioni del cattolicesimo classico, e in vagheggiamento di qualsiasi vento di dottrina un poco nuovo, tutto si fa opaco e non si capisce più che strada prendere. Generalmente a questo punto si va per la tangente.
Quarto strabismo: il buonismo vanifica la carità
Se i primi tre strabismi hanno toccato la parte teorica del credere, gli ultimi tre ne mostrano gli effetti pratici. Il primo è l’intorbidamento della carità. Fuori da criteri certi, ben ordinati, e saldamenti ancorati al reale, qualsiasi desiderio di fare del bene è costretto presto o tardi ad arenarsi su sterili manifesti di buonismo. Ma al nostro prossimo non serve buonismo di sorta, gli serve la carità di Cristo, che si trova pienamente nel cattolicesimo di sempre. Punto. Ah, dimenticavo: il buonismo non è mai un bene in sé.
Eppure don Diego, al primo incontro, aveva espresso una considerazione di assoluto buon senso e di naturale umanità: “Credo che davanti alla morte e per un funerale non ci siano problemi”. Ma, quando i problemi si sono manifestati in tutta la loro evidenza…
Così, anche nella bianca terra bergamasca, il parroco raccoglie una richiesta dei suoi fedeli, la trasmette al vicario generale, il vicario generale si confronta con chi ritiene opportuno, poi, in nome e per conto del vescovo decide come agire e il parroco esegue. E, se si fa notare all’esecutore materiale la palese ingiustizia a cui si sta prestando, rispunta la solita spiegazione: “In curia mi hanno detto…”.
Quinto strabismo: il servo al potere tradisce il padrone in servizio
A livello un po’ più alto scatta il patatrac. Volta la carta e scopri il puzzo di interessi che forse era meglio ignorare. Scopri cioè che il fallimento di tanti ideali, buonismi, slogan e quant’altro non è nemmeno dovuto a un inceppo logico nascosto chissà dove, ma piuttosto nasce da una malizia depositata alla radice della pianta. Scopri che è in atto uno scontro di potere tra fazioni dalla tempra più federalista di quella bossiana, roba che il senatùr c’avrebbe solo da imparare come si fa. Se per secoli la dottrina politica della Chiesa ha sviluppato l’idea di un potere e di una autorità che agisse sì con forza, ma al solo scopo di salvaguardare la sana unità dei cattolici in Cristo; ecco che ora s’innalza lo spettro di una ben diversa moda. Le diocesi rivendicano autonomia e potere, e sentono Roma come minaccia.
Da troppo tempo, nella diocesi di Bergamo, come in grandissima parte delle diocesi dell’Orbe cattolico, comanda dispoticamente l’autorità più prossima, quella che mette paura perché minaccia di intervenire direttamente sulle persone. Roma, che sarebbe l’autorità suprema, non conta nulla.
Nel “caso-Gnocchi”, il parroco è stato raggiunto tempestivamente da una telefonata dell’ Ecclesia Dei, organismo istituito in Vaticano per occuparsi della spinosa materia. Una volta di diceva: Roma locuta, causa soluta. E invece non è bastato l’intervento telefonico dal Vaticano a sgomberare il campo dagli ostacoli opposti alla celebrazione del funerale vecchio stampo: i motivi pastorali, la volontà del vicario episcopale, e via cavillando in un crescendo ben più intricato del latinorum di don Abbondio. Dove si vede un ulteriore paradosso della Chiesa post conciliare: le diocesi agiscono in una sorta di semifederalismo dottrinale e gerarchico, nel quale Roma non comanda più. E dove un qualunque prete di provincia conta di più della Commissione Pontificia Ecclesia Dei.
Adesso si capisce come mai il fallimento di idee quali “servizio”, “comunità”, “conciliarità”, “accoglienza” e simili panettoni, perché essi han solo fatto da maschera a desideri più profondi e inconfessati: “indipendenza”, “autogestione”, “controllo”, etc. Insomma, una volta congedato il potere a beneficio dei molti e a tutela dei più deboli, spalanchiamo le porte ai servetti che amano spadroneggiare in nome della diaconia. Si dice: “Quando il gatto non c’è…”, ma appunto qui sta il misfatto: il gatto c’è e fa quel che può. Ma è chiaro che i motu proprio felini non piacciono nella terra del papa buono e oltre.
Sesto strabismo: il paternalismo ha cacciato il Padre
Infine restiamo noi. Detronizzate la realtà, la logica e la verità. Deposte la carità e la legittima autorità. Restiamo noi in balìa degli omini di burro delle curie. Parroci sorridenti che si trasformano in arpie se gli tocchi i loro miti (tra i quali a volte non figura nemmanco il Cristo – almeno non quello dei Concili e dei dogmi cattolici). Macchiette del perfetto post-bolscevismo le quali sanno cosa è bene per te, prima ancora che te ne sorga il bisogno. Per te è bene il vaticanosecondismo.
Naturalmente, su tutti i colloqui con il parroco aleggiava lo spirito del Vaticano II e la consegna di difenderlo a oltranza inculcata nell’animo dei poveri sacerdoti formati in questi decenni: “Perché voi dovete sapere che il Vaticano II…”, “Non vorrete mettere in dubbio il Vaticano II…”, “Dovete capire chela Chiesa, a partire dal Vaticano II…”, eccetera, eccetera.
E allora perché stupirsi dell’apostasia mica tanto silenziosa della Chiesa post-conciliare? La gente chiede il Padre, e gli propinano i paternalismi delle ideologie conciliari. Una super carità, però non tanto caritatevole con la tradizione; un super servizio, però non tanto docile al papa; un super dialogo, però non tanto chiaro con i riti di sempre. E la solfa continua, tutta uguale. E poi coinvolgimento dei laici, sì, ma solo dopo avergli ostruito tutta una serie di esperienze ed occasioni.
Perché la vera ragione pastorale del divieto l’ha spiegata bene don Diego: “Sela Messaviene concessa qui, poi bisogna concederla anche dalle altre parti”. Insomma, bisogna evitare il contagio. Ma mio padre, anche se non ha compiuto l’ultimo viaggio con la sua Messa, continua a essere contagioso: si chiama Vittorino Gnocchi e sono orgoglioso di lui.
Orwell sorride, ma anche Chiappino. Perché poi la gente si stufa di ricevere carezzine e mezze-verità; e purtroppo spesso preferisce andarsene altrove; e buona notte alla salus animarum prima preoccupazione della Chiesa.
Conclusione
“In Ecclesia nulla salus?” È la nuova domanda che mi porto appresso, chiaramente in modo retorico, essendo egualmente allergico ai due termini allitteranti “sedevacantismo” e “vaticanosecondismo”.
Una domanda cui si affiancano le scene dei funerali del Sic, dove la dottrina lascia spazio a possibili fenomeni di channelling, con le moto da corsa a surrogare la vita dello sportivo, «una alla destra e una alla sinistra» del feretro mondanizzato; il prete accondiscendente in nome del “dialogo” e della “accoglienza”; la curia agiata nelle sue bambagie; e migliaia di fedeli a salutare il transito della morte in ottemperanza a loro più prossimo maestro, Steve Jobs probabilmente.

Caro Gnocchi, lei si consoli, papà certo ora vive la gloria del Paradiso, e quella non c’è ideologia né diocesi che possa cambiarla. Intanto preghiamo perché Qualcuno cambi le ideologie e le diocesi, e chissà che proprio papà non interceda meglio da lassù.

"Apologia della Tradizione" di Roberto de Mattei


LA TRADIZIONE
È LA RISPOSTA, DA SEMPRE,
AI PROBLEMI DELLA CHIESA




"Il Concilio Vaticano II ha prodotto documenti, ma non è, esso stesso, un documento: come ogni Concilio è innanzitutto un evento, un momento della storia della Chiesa che, come tale, si pone su di un piano fattuale e non veritativo. Mentre il dogma formula una verità, che una volta formulata trascende per così dire la storia, il Concilio, i Concili, nascono e muoiono nella storia e dagli storici possono essere giudicati. (R. de Mattei)





Sulla copertina dell’ultimo libro di Roberto de Mattei c’è san Gerolamo (347-419/420); si tratta del celebre affresco «San Gerolamo nello studio» (ca. 1480) di Domenico Ghirlandaio (1449-1494) e conservato nella chiesa di Ognissanti a Firenze. I libri aperti e i cartigli, con scritte in greco e in ebraico, rimandano alla sua attività: fu il primo traduttore della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino, la cosiddetta Vulgata. Ghirlandaio ha voluto raffigurarlo pensieroso, mentre pone il suo sguardo a chi lo osserva. Questo Dottore della Chiesa, garante della Tradizione cattolica, guarda noi, ci scruta e con il viso appoggiato alla mano sinistra, mentre l’altra mano è in atteggiamento di scrittura, sembra dire: «ma che ne avete fatto della Tradizione che vi abbiamo consegnato»?
Il libro porta un titolo decisamente interessante: Apologia della Tradizione. Proscritto a Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, pp. 164, € 16.00). Sulla base della teologia più sicura, quale quella della Scolastica (e di san Tommaso d’Aquino in particolare), della Contro-Riforma e della Scuola romana del XIX e XX secolo, che si prolunga nel XXI grazie alla figura straordinaria di Monsignor Brunero Gherardini, e sulla base del Magistero dei Sommi Pontefici, de Mattei si fa ripetitore della posizione della Tradizione della Chiesa, quella che la rende Santa e Immacolata. Questo studio è la risposta più bella a coloro che hanno cercato, con argomenti poveri e a volte meschini, di confutare l’opera Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau), che è valsa al suo autore il Premio Acqui Storia 2011.


Possono seri teologi e seri storici osservare gli accadimenti malsani della e nella Chiesa? Oppure devono far finta di nulla e per ossequio non alla Verità, ma all’autorità, accettare come buono ed efficace tutto ciò che da quest’ultima deriva? «Splendore Veritatis gaudet Ecclesia» («La Chiesa si compiace del rifulgere della Verità», così affermò Leone XIII (1810-1903) il 4 maggio 1902 ai rappresentanti degli Istituti storici stranieri a Roma. La Chiesa ha sempre, prima o poi, reso omaggio a chi le ha dimostrato amore, contribuendo a mantenerla come la volle il suo Fondatore, cioè pura da ogni errore ed eresia, anche con la critica, che l’amore rende sempre costruttiva.
La storia della Chiesa non è mai stata pacifica. Persecuzioni esterne e persecuzioni interne, eresie, malvagità, corruzioni di varia origine l’hanno continuamente aggredita, poiché Ella è composta da uomini, poiché la sua parte militante è composta di uomini concepiti con il peccato. Allora ben vengano persone coraggiose che non si nascondono nel comodo «seguire la corrente». Lo stesso Leone XIII incoraggiava coloro che andavano ad esaminare le piaghe della Chiesa, come risulta dalla sua enciclica Depuis le jour indirizzata ai vescovi e al clero di Francia (8 settembre 1899):
«Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel farne rilevare la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terrestre e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nulla delle sofferenze che gli errori dei suoi figli, e alle volte anche dei suoi ministri, hanno causato nel corso dei secoli a questa Sposa di Cristo. Studiata così la storia della Chiesa anche da sola costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo» (1).
De Mattei, nello scrivere la sua Apologia, fa riferimento, in particolare, a due opere di storici che si sono permessi di indagare la storia della Chiesa con occhio lucido e disincantato, opere molto apprezzate dallo stesso Leone XIII e da san Pio X (1835-1914): La Storia universale della Chiesa (che va dalla nascita della Chiesa al pontificato di Leone XIII) del Cardinale Josef Hergenröther (1824-1890) e Storia dei Papi dalla fine del Medioevo del barone Ludwig von Pastor (1854-1929).
Gli errori possono accadere ai figli della Chiesa, ai suoi ministri, ai suoi Pastori, ai suoi capi supremi, sbagli che non riguardano soltanto la loro esistenza personale, ma anche il munus più alto a loro affidato, ossia l’esercizio del governo. «L’infallibilità del Magistero della Chiesa non significa che essa non abbia conosciuto nel corso della sua storia scismi ed eresie che hanno dolorosamente diviso i successori degli Apostoli e, in taluni casi, lambito la stessa Cattedra di Pietro» (2). Gli errori che l’hanno allontanata dalla Verità, veicolata dalla Tradizione, non hanno però tolto nulla alla grandezza e indefettibilità del Corpo Mistico di Cristo, perché la santità è parte integrante della Chiesa. Disse Monsignor Pio Cenci, il quale curò l’edizione italiana della Storia dei Papi dalla fine del Medioevo di von Pastor: «Non c’è nulla da temere: ho detto tutto, però l’ho detto come un figlio costretto a svelare i falli di una dilettissima Madre» (3). Lo stesso von Pastor, sul letto di morte, dichiarò: «Dite al Papa che l'ultimo palpito del mio cuore è per la Chiesa e il Papato».


Non possono gli studiosi intossicati di modernismo (proprio loro che da sempre si gloriano di essere scientifici nei pensieri come negli studi), coscienti o non coscienti di esserlo, biasimare chi, con rigorosi strumenti storiografici, compie ricerche e approfondimenti per far luce su fatti ed eventi, e sulle cause di quei fatti e di quegli eventi. «Se i fatti storici pongono problemi teologici, lo storico non può ignorarli e deve portarli alla luce, richiamandosi sempre alla dottrina della Chiesa. Allo stesso modo, sul piano teologico, tutti i battezzati hanno il diritto di sollevare problemi e porre questioni alle legittime autorità ecclesiastiche, anche se nessuno ha la facoltà di sostituirsi al supremo Magistero della Chiesa per risolvere in maniera definitiva i punti controversi» (4).
Perché san Gerolamo poté tradurre? Perché sant’Atanasio (ca. 295-373), pur condannato e scomunicato, deposto dalla sua cattedra episcopale, venne poi riconosciuto campione della Fede ortodossa? Perché san Paolino (300-358), Vescovo di Treviri, fu quasi il solo a battersi per la Fede nicena e fu esiliato in Frigia, dove morì a causa degli ariani? Perché sant’Agostino (354- 430) impugnò i pelagiani? Perché fu concesso a san Cirillo di Alessandria (370-444) di fronteggiare vittoriosamente Nostorio? Perché i santi abati di Cluny, mentre il Papato viveva un periodo di grande abiezione, fu permesso di trasformare uomini e istituzioni del Medioevo? L’essenza di Madre Chiesa non è mai stata inquinata, neppure quando gli uomini di Chiesa hanno deviato nella Fede, nei principi, nell’etica. A tenere viva la fiamma sopra al moggio sono state figure auree di intelligenza, di zelo, di ardore, di alte virtù teologali e cardinali. Così accadde anche durante il Sacro Romano Impero quando agirono personalità come santa Matilde (ca. 895-968), santa Adelaide (931-999), reggente del Sacro Romano Impero e del Regno di Francia, sant’Enrico II (973 o 978-1024) e la consorte santa Cunegonda (978 circa-1039).
Perché storici e teologi possono studiare, indagare, cercare di capire ciò che non funziona nella Chiesa? Non si tratta di lesa maestà, ma di amore per ciò che Cristo edificò sulla pietra. Risponde de Mattei: «Prima di essere storici e teologi, gli studiosi cattolici sono membri del Corpo Mistico di Cristo e hanno non solo il diritto, ma il dovere di occuparsi, con la competenza che è a loro propria, di tutte le questioni di fede e di morale di cui la Chiesa, e solo Essa, è custode e maestra. Ogni fedele, quale che sia la sua posizione e il suo ruolo nella Chiesa e nella società civile, ha il diritto di sollevare questioni e di interpellare l’autorità ecclesiastica perché le risolva, attraverso la parola suprema del suo Magistero» (5) infallibile.
Allora accade che Dio permetta al gregge di difendersi. Afferma, infatti, dom Prosper Guéranger (1805-1875): «Di regola, senza dubbio, la dottrina discende dai vescovi ai fedeli; e non devono i sudditi giudicare nel campo della fede i capi. Ma nel tesoro della rivelazione vi sono dei punti essenziali dei quali ogni cristiano, per ciò stesso ch’è cristiano, deve avere la necessaria conoscenza e la dovuta custodia» (6).


Vescovi, dottori, monaci e monache si sono rivelati diga provvidenziale per arrestare errori e difetti. I primi tre secoli del Cristianesimo furono bagnati dal sangue dei martiri. Il IV secolo, invece, vide il grande pericolo dell’Arianesimo. Il beato John Henry Newman (1801-1890), nel 1859, già convertitosi al Cattolicesimo grazie ai Padri della Chiesa, grazie alla Tradizione, grazie alla liturgia che aveva ammirato a Roma, in Sicilia e a Milano, scrisse un articolo nel quale affermò che durante la crisi ariana l’Ecclesia docens non si era sempre dimostrata come attivo strumento della Chiesa infallibile. Mirabile ciò che poi asserisce nel suo peculiare ed analitico studio sugli ariani: «Voglio dire che in quel tempo di immensa confusione il divino dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, inculcato, mantenuto e (umanamente parlando) preservato molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens; che il corpo dell’episcopato fu infedele al suo incarico, mentre il corpo del laicato fu fedele al suo battesimo; talora il Papa, talora le sedi patriarcali e metropolitane e altre di grande importanza, talaltra i concili generali, dissero ciò che non avrebbero dovuto o fecero cose che compromisero od oscurarono la verità rivelata; mentre d’altro canto, fu il popolo cristiano che, sotto la protezione della Provvidenza, costituì la forza ecclesiastica di Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli e di altri grandi e solitari confessori che avrebbero fallito senza di esso» (7).
Durante i sessant’anni della crisi ariana venne meno un pronunciamento infallibile della Chiesa docente, che brancolava nella confusione, eppure il sensus fidei conservò l’integrità della Fede. Il sensus fidei, attraverso il quale lo Spirito Santo opera nella Sposa di Cristo, ha più volte salvato la barca di Pietro.
In due millenni di vita la Chiesa ha dato di sé manifestazioni e prove eccelse, ma anche penose e dannose. Pensiamo, per esempio, a cosa fu la Roma di Leone X che, catturato dal mondo, badò maggiormente agli artisti, ai musici, ai commedianti, alle vanità che alle mansioni di un Pontefice. Tuttavia proprio in questo tempo, quando Lutero non era ancora noto, nella Chiesa sorsero le Compagnie del Divino Amore: un movimento nato e cresciuto a Genova intorno a santa Caterina Adorno de’ Fieschi (1447-1510); poi vennero coloro che fecero smagliante la Chiesa, seppur in un tempo di buio e di fuliggine: san Gaetano di Thiene (1480-1547), fondatore dei Teatini, san Filippo Neri (1515-1595), fondatore degli Oratoriani, san Giovanni di Dio (1495-1550), fondatore dei Fatebenefratelli, sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), fondatore dei Barnabiti, san Girolamo Emiliani (1486-1537), fondatore dei Somaschi, sant’Angela Merici (1474-1540), fondatrice delle Orsoline, sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore dei Gesuiti, san Vincenzo de’ Paoli (1581-1660), fondatore dei Preti della Missione, san Francesco di Sales (1567-1622) e santa Giovanna Francesca di Chantal (1572-1641), fondatori della Visitazione, santa Teresa d’Avila (1515-1582), la grande riformatrice del Carmelo. «Per scrivere la storia della Chiesa bisognerebbe conoscere e narrare le eroiche imprese di questi uomini e donne, che raggiunsero la santità sotto l’influsso della grazia divina» (8).


La Chiesa, dunque, pur attraversando tempeste di ogni sorta non perde, grazie al suo Capo, che è Cristo, la santità delle sue membra, membra che possono identificarsi a volte nei Pontefici, a volte nei dotti, a volte nei semplici, a volte nel clero, a volte nei religiosi, a volte nei fedeli… dipende dalla volontà di Dio.
I ventuno Concili che si sono susseguiti nel corso dei secoli non sono stati mai indolore e pacifici, ma spesso tribolati, sia prima del loro svolgersi, sia durante, sia dopo. Scisma d’Oriente, scisma d’Occidente, Papi, antipapi, conclavi e contro conclavi, intrighi. «L’arrendevolezza di fronte ai nemici della Chiesa è, nel corso della storia, il difetto più ricorrente di coloro che sono chiamati ad esercitare la suprema autorità di governo. […]. L’assistenza dello Spirito Santo non significa che l’elezione del Papa goda di “infallibilità”, così come non significa che nel conclave venga necessariamente scelto il candidato migliore. Se l’elezione è valida, spiega il cardinale Journet (9), anche quando fosse il risultato di intrighi e di cattive scelte, si ha la certezza che lo Spirito Santo, che assiste la Chiesa volgendo al bene anche il male, permette che ciò avvenga per fini superiori e misteriosi» (10).
Ecco che abusi e idee corrotte vengono a contaminare i sacri abiti, seminando zizzania e infedeltà, mondanità e turpitudine di portata tale che non sono sufficienti pochi anni per ristabilire ordine e fedeltà, ortodossia e integrità di pensiero e di Fede. «Però nessuno si meravigli», recita un’istruzione di Papa Adriano VI (1459-1523), che il nunzio Francesco Chieregati (1479-1539) lesse alla Dieta di Norimberga il 3 gennaio 1523, «se non li eliminiamo d’un colpo solo tutti gli abusi, giacché la malattia ha profonde radici ed è molto ramificata. Si farà quindi un passo dopo l’altro e dapprima si ovvierà con medicine appropriate ai mali gravi e più pericolosi affinché con un’affrettata riforma di tutte le cose non si ingarbugli ancor più il tutto» (11).
È interessante notare come tutti i primi 37 Pontefici della storia della Chiesa furono santi e quasi tutti martiri, mentre, nel secondo millennio, i Pontefici canonizzati sono pochi e nessuno con la palma del martirio, ma sono caratterizzati dall’intransigenza e dalla loro militanza in quanto si sono fermamente opposti ai nemici della Fede e della civiltà cristiana, si tratta di Gregorio VII (1020/1025-1085), di Pio V (1504-1572) e di Pio X.
Il venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), fondatore dell’Amicizia Cattolica di Torino, alla quale apparteneva Joseph de Maistre (1753-1821), apologeta del Papato, sosteneva che «il santo Padre può tutto, “quodcumque solveris, quodcumque ligaveris etc. (12)” è vero, ma non può niente contro la divina costituzione della Chiesa; è vicario di Dio, ma non è Dio, né può distruggere l’opera di Dio» (13).
Irrinunciabile risulta, dopo il discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 20 dicembre 2005, proseguire il dibattito e la disamina del pastorale Concilio Vaticano II che tanti problemi ha creato all’interno della Chiesa e nella Fede di clero e credenti, che si dicevano cattolici e che oggi non capiscono più che cosa sono veramente perché uomini di Chiesa hanno tradito la Fede di sempre, dialogando con l’errore, con i lontani, con le altre religioni, con i governi liberali, distanti anni luce da Cristo Re, presumendo di avere qualcosa da imparare da loro e dimenticando, così, di essere depositari della Verità assoluta di Nostro Signore Gesù Cristo e, quindi, di Dio.


Il prezioso ed esplicativo libro di de Mattei chiarisce come il Magistero sia chiamato ad alimentarsi alla Tradizione ed esso non si identifica con la Chiesa «perché di Essa costituisce una funzione e da Essa è esercitato per insegnare le Verità rivelate» (14). La Tradizione, essendo verità, non va interpretata, bensì spiegata, definita e, soprattutto, ricevuta e trasmessa. Monsignor Gherardini definisce perfettamente la Tradizione: «è la trasmissione ufficiale, da parte della Chiesa e dei suoi organi a ciò divinamente istituiti, e dallo Spirito Santo infallibilmente assistiti, della divina Rivelazione in dimensione spazio-temporale» (15). Mentre il Cardinale Louis Billot (1846-1931) spiega che la Tradizione è la «regola di fede anteriore a tutte le altre»: sempre uguale a se stessa (16), come uguale a se stessa è la Fede, di cui la Tradizione è esplicitazione, e come uguale a se stesso è Cristo, che è il contenuto e l’anima della Fede e, quindi, della Tradizione.


Cristina Siccardi


NOTE


1. R. de Mattei, Apologia della Tradizione. Proscritto a Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2011, pp. 12-13.
2. Ibidem, p. 13.
3. Ibidem, p. 12.
4. Ibidem, p. 14.
5. Ibidem, p. 14.
6. Ibidem, p. 32.
7. Ibidem, p. 26.
8. Ibidem, p. 64.
9. Cardinale Charles Journet (1891-1975).
10. R. de Mattei, op. cit., p. 71-72.
11. Ibidem, p. 66.
12. «In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt, 18,18).
13. R. de Mattei, op. cit., p. 75.
14. Ibidem, p. 108.
15. B. Gherardini, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Lindau, Torino 2011, p. 170
16. R. de Mattei, op. cit., p. 100. Cfr. Cardinale L. Billot s.j., De Immutabilitate traditionis (1907), traduzione francese con note dell’abbé J-M. Gleize, Tradition et modernisme. De l’immuable tradition, contre la nouvelle hérésie de l’évolutionnisme, Courrier de Rome, Villegenon 2007, pp. 32, 37.


Roberto de Mattei, Apologia della Tradizione. Proscritto a Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2011, pp. 164, € 16.00).

sabato 19 novembre 2011

L’IMPORTANZA DELL’ANALOGIA DI PROPORZIONALITÀ E DI ATTRIBUZIONE NELLA TEOLOGIA. Da Gaetano a p. Tyn, da Ferrarense a p. Fabro

 

Introduzione
Nell’antichità pagana la storia del concetto di analogia come “proporzione matematica” o “rapporto di rapporti” (analogia di proporzionalità) ha avuto in Eraclito (+ 480 a. C.) e Parmenide (V sec. a. C.) i suoi precursori. Mentre bisogna attendere Proclo (+ 485 d. C.) per avere la nozione di “un termine con un termine o capacità di recepire l’essere partecipato” (analogia di attribuzione).
● La questione dell’analogia è stata ed è ancor oggi molto dibattuta anche in ambiente tomistico. L’Angelico l’ha utilizzata ampiamente senza darne una definizione e una divisone esplicita, ma se ne è servito - tramite esempi - soprattutto per poter parlare di Dio senza equivocare (nichilismo teologico o apofatismo) o univocizzare (panteismo). Vi sono sostanzialmente due scuole tomistiche che hanno una diversa concezione dell’analogia: a) quella che va dal Gaetano (+ 1534) sino al p. Reginaldo Garrigou-Lagrange (+ 1964) e al p. Tomas Tyn (+ 1990), e b) quella che va dal Ferrerese (+ 1528) sino al p. Cornelio Fabro (+ 1995), al p. Tito Sante Centi (+ 2011) e al p. Battista Mondin. Inoltre nella IV delle XXIV Tesi del Tomismo (DS, 3604) commissionate il 29 luglio 1914 da S. Pio X al p. Guido Mattiussi, approvate il 27 luglio del 1914 e promulgate il 7 marzo 1916 da Benedetto XV si parla esplicitamente di “analogia di attribuzione” e di “proporzionalità”.
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S. Tommaso e le due scuole tomistiche
● S. Tommaso (+ 1274) insegna e dimostra che Dio è Causa prima del mondo. Quindi tra Dio e il mondo vi è un rapporto di somiglianza (omne agens agit sibi simile), ma essa è una “somiglianza dissomigliante” o analogica. L’analogia che si fonda sulla causalità efficiente ed accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio è quella di attribuzione intrinseca. Quindi mi sembra che l’analogia più atta a farci discorrere su Dio sia quella di attribuzione intrinseca (Ferrarese, Fabro, Mondin), anche se l’analogia di proporzionalità serve a rimarcare la diversità infinita o sostanziale tra l’essenza degli enti creati e quella dell’Ens a se. Perciò lungi dal vedere le due scuole come due eserciti “l’un contro l’altro armati”, occorre, dopo aver distinto le due diverse interpretazioni dell’analogia, unificarle per gli scopi accidentalmente diversi che si prefiggono: mettere in luce la distanza infinita tra essenza creata e increata e la dipendenza di causa/effetto più l’anteriorità/posteriorità tra Dio e creature.
● Infatti l’analogia di proporzionalità[1] accentua specialmente l’infinita distanza metafisica della natura degli enti da Dio (le loro essenze sono infinitamente lontane da quella divina). Invece l’analogia di attribuzione intrinseca (l’essere appartiene per prius, come causa, a Dio e solo come effetto e per posterius alle creature, anche se intrinsecamente) accentua primariamente la dipendenza causale, o creaturale, degli enti da Dio (Cf. S. Th., I, q.3, a. 7, ad 1; ivi, I, q. 13, a. 5; Comp. Th., c. 130, n. 261; I Sent., d. 8, q. 4, a. 2; ivi, d. 19, q. 5, a. 2, ad 1; In II Sent., d. 19, q. 9°. 5; Comm Ethica, I, lectio 7, n. 95-96; De pot., q. 7, a. 1, ad 8; De Ver., q. 2, a. 11; S. Th., I, q. 105, a. 1, ad 1; Commento ai Nomi divini a cura di p. Battista Mondin, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 2004, 2 voll.).
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Obiezioni gaetaniane di p. Tomas Tyn ai neotomisti “revisionisti”
● Secondo il filosofo domenicano ceco Tomas Tyn morto a Bologna nel 1990 l’analogia di attribuzione intrinseca (che “rapporta solo soggetto a soggetto”) risale a Francisco Suarez (+ 1617), che in questo sfugge di poco al panteismo.
● Inoltre il carattere intrinseco dell’analogia di attribuzione le viene dalla proporzionalità (“rapporto di rapporti tra soggetti diversi”) che essa riveste e non in quanto attribuzione. Perciò l’analogia di attribuzione aprirebbe le porte al panteismo.
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Rispondo
● Gaetano nel suo trattato De nominum analogia asserisce che l’analogia di attribuzione è solo estrinseca e nega l’esistenza in S. Tommaso di un’analogia d’attribuzione intrinseca. Inoltre preferisce l’analogia di proporzionalità propria a quella di attribuzione. Ora col XX secolo e la “revisione” della metafisica tomistica come metafisica dell’esse ut actus ultimus e della partecipazione, la quale non è semplicemente la metafisica della sostanza (che era propria di Aristotele); si è rivisitata anche la nozione dell’analogia tomistica distinguendola da quella di Gaetano, il quale ha trascurato l’originalità della metafisica dell’essere e della partecipazione tomistica, restando fermo alla metafisica della sostanza o essenza aristotelica. Inoltre Gaetano si è basato su un solo testo di S. Tommaso (Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, I, d. 19, q. 5, a. 2) per trattare dell’analogia, mentre l’Angelico ha scritto sull’analogia in moltissime altre sue opere. Anche p. Tomas Tyn (Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Bologna, 1991) si è basato su un solo testo dell’Angelico (Commento alla Metafisica di Aristotele, V, lect., 8, n. 879) per riaffermare la dottrina gaetaniana sull’analogia.
● I neotomisti “revisionisti” - dietro l’impulso dato magisterialmente da san Pio X nel 1914 al tomismo come baluardo antimodernistico - asseriscono che nell’analogia di attribuzione intrinseca vi è un analogato principale, il quale possiede una perfezione pura (per es. l’essere/la bontà…) per essenza o infinitamente e vi sono degli analogati secondari, i quali hanno la suddetta perfezione per partecipationem et non per essentiam, ossia ricevono o partecipano in maniera limitata e finita la perfezione pura (essere, bontà, verità…) dall’analogato principale che è Dio. Questa analogia di attribuzione intrinseca mette bene in risalto l’ordine di priorità e posteriorità e la dipendenza causale/effettiva tra l’analogato principale e l’analogato secondario.
● S. Tommaso trattando l’analogia e impiegandola in teologia per parlare di Dio non si è preoccupato di definirne il concetto in maniera esplicita e sistematica; lo ha dato per scontato. Tanto meno ha fornito una distinzione precisa e definitiva di analogia, ma ne ha presentato di volta in volta innumerevoli divisioni illustrandole con esempi. Ciò ha causato una lunga controversia tra tomisti non ancora sopita. Gaetano, che ha visto in S. Tommaso solo un ripetitore e un commentatore di Aristotele, ne ha presentate tre (ineguaglianza, attribuzione e proporzionalità); Suarez (+ 1617) quattro (attribuzione intrinseca/estrinseca, proporzionalità propria/metaforica). La posizione di Suarez sull’univocità dell’essere (mutuata da Duns Scoto, + 1308) non può essere seguita ed è questa che apre le porte al panteismo, non la quadruplice divisione di analogia come dice erroneamente il p. Tyn (+ 1990). Infatti Suarez nega l’analogia, poiché il concetto di essere - secondo lui - non è univoco, equivoco e analogo, ma assolutamente uno (Disp. Meth., dist. 2, sez. 2-3). Al contrario San Tommaso grazie all’analogia riesce a poter discorrere su Dio il quale è analogo alle creature, ossia sostanzialmente diverso poiché infinito, ma relativamente simile quanto all’essere, che le creature hanno limitatamente mentre solo Dio è il suo stesso essere per essenza. Negando l’analogia si tende al nichilismo teologico o apofatismo che ritiene del tutto impossibile all’uomo dire qualcosa su Dio o conoscere qualche suo attributo divino (Contra Gent., l. I, cc. 32-34; S. Th., I, q. 4, a. 3 ad 3; ivi, q. 13, a. 5).
● La quadruplice divisione suareziana dell’analogia (malgrado la falsa nozione del concetto analogo del gesuita spagnolo) è diventata classica in ambiente tomista ed è oggi ritenuta comunemente. Data la fama del Gaetano come gran commentatore della Somma Teologica e la scarsa fama di Suarez in metafisica (come negatore della distinzione reale tra essere ed essenza nelle creature, che - essa e non la quadruplice distinzione dell’analogia - apre le porte al panteismo), la teoria o definizione del Gaetano o Tommaso de Vio (+ 1534) sull’analogia è stata ritenuta sino al Novecento come la più sicura. Egli nega l’esistenza dell’analogia di attribuzione intrinseca ed ammette come funzionale al discorrere su Dio solo quella di proporzionalità propria. Ma S. Tommaso parla a più riprese di un’analogia per prius et posterius che è quella di attribuzione. Uno dei primi tomisti che criticò la teoria del Gaetano fu il Ferrariensis o Francesco de’ Silvestri (+ 1528) nel suo Commento alla Somma contro i Gentili, che fu letta e lodata dal Gaetano stesso. Il Ferrarese sostiene che nell’analogia l’elemento essenziale è l’ordo unius ad alterum seu ad unum e quindi l’esistenza di un analogato principale. Egli, pur non nominandola esplicitamente, si riferisce all’analogia di attribuzione.
● L’analogia riguardo alla teologia o al problema dei ‘Nomi Divini’ per il Dottore Comune (S. Th., I, qq. 12-13, Commento ai Nomi Divini di Dionigi l’Areopagita) è una predicazione unius ad alterum per prius et posterius (per es. l’essere si attribuisce a Dio e alle creature); questa è un’attribuzione intrinseca in quanto l’essere è intrinseco a Dio e alle creature, ma per prius et per essentiam al Creatore e per posterius et per partecipationem alle creature. Non è pertanto la predicazione di duorum vel plurium ad unum (per es. la salute è attribuita all’uomo, alla medicina, alla bistecca, all’aria…); quest’ultima è un’attribuzione estrinseca e la salute si trova intrinsecamente solo nell’analogato principale (l’uomo) mentre è estrinseca agli analogati secondari e non specifica alcuna priorità/posteriorità tra di loro. Mi pare allora evidente che in teologia sia più consono l’uso dell’analogia di attribuzione intrinseca che quello dell’analogia di proporzionalità. Infatti Dio è buono e l’uomo è buono, ma prima di tutto (per prius) è buono Dio e poi anche l’uomo (per posterius) e lo è grazie alla bontà (per essentiam o infinita) di Dio, che è ricevuta dall’uomo (per partecipationem o limitatamente), ossia ha un po’ di bontà. Come si vede l’analogia di attribuzione intrinseca esprime la presenza di Dio nelle creature come loro causa efficiente e la sua infinita trascendenza, come Esse per essentiam. Nell’analogia di proporzionalità, invece, non vi è un primo e un secondo analogato, ma tutti sono analogati senza una priorità e posteriorità.
● P. Fabro (+ 1995) nega che l’interpretazione sull’analogia del Gaetano sia quella più esatta per far teologia ossia per parlare di Dio dopo averne dimostrato l’esistenza. Egli preferisce l’analogia di attribuzione intrinseca soprattutto per quanto riguarda il discorso teologico su Dio per evitare lo scoglio del nichilismo teologico (equivocità dell’essere, Mosè Maimonide) e il pericolo del panteismo (univocità dell’essere, Scoto/Suarez). Secondo Fabro, San Tommaso quando spiega il significato del linguaggio teologico, si richiama pochissime volte all’analogia di proporzionalità, mentre parla spesso di un’analogia secundum prius et posterius, che è quella di attribuzione e precisamente intrinseca, la quale viene fatta secondo un rapporto di priorità (dell’analogato principale su quello secondario) e dipendenza (dell’analogato secondario o ens ab alio dall’analogato principale o Ens a se); inoltre l’analogia estrinseca non è atta a condurci a parlare di Dio e si applica piuttosto agli enti creati (la salute attribuita all’uomo, alla passeggiata, alla bistecca, al sole).
● L’analogia si fonda sulla causalità efficiente. Ora il rapporto tra causa ed effetto comporta necessariamente una certa somiglianza tra di loro. Omne agens agit sibi simile. Quando la causa è Dio, l’effetto, essendo una creatura finita, non può essere eguale a Dio, ma vi è solo una lieve somiglianza assieme ad una grandissima dissomiglianza, e questa è una somiglianza analogica. Tutte le perfezioni che Dio comunica alle creature (anche le perfezioni pure) non hanno mai parità di possesso, esse sono possedute per essentiam o per partecipationem. Inoltre tale possesso avviene secondo un prius et posterius ossia una priorità e una dipendenza. Soprattutto per capire il significato di essere/essenza/ente (che è il cuore della metafisica tomistica ascendente a Dio e discendente da Dio) l’analogia più consona è quella di attribuzione intrinseca. Il concetto forte di essere come atto ultimo di ogni essenza (che era sfuggito al Gaetano il quale confondeva essere ed esistenza[2]) si capisce meglio ricorrendo all’analogia di attribuzione intrinseca, la quale considera i rapporti tra gli analogati (rapporto di soggetto a soggetto e non rapporto di rapporti o proporzioni) secondo priorità e posteriorità. Ora l’essere come atto ha un analogato principale a cui l’esse appartiene in tutta la sua pienezza e perfezione, senza nessun limite, mentre l’esse si dice secondariamente degli analogati secondari o per partecipationem, dove si realizza solo parzialmente e finitamente, grazie al loro rapporto con l’analogato principale da cui derivano la loro parte di essere. Non si può dire - come fa Tomas Tyn - che l’intrinsecità dell’analogia di attribuzione le derivi dalla proporzionalità. Invece le viene dal rapporto tra analogato principale e analogato secondario, che è di causalità/effetto e di priorità/posteriorità. Quindi l’attribuzione è intrinseca proprio perché l’essere è attribuito per prius et causaliter all’Esse per essentiam e per posterius et effectualiter all’ens per partecipationem. L’atto di essere appartiene a tutti gli analogati, ma a pieno titolo solo all’Esse per essentiam dal quale ogni altro analogato secondario riceve l’esse per partecipationem. Solo Dio è il suo stesso essere (Ego sum qui sum, Javèh), mentre tutte le creature hanno solo una parte finita di essere dato loro da Dio. Così il rapporto di priorità e posteriorità non è soltanto estrinseco o nominale, ma intrinseco e reale, come quello che intercorre tra la causa efficiente e il suo effetto: un rapporto di partecipazione. Gli enti finiti hanno l’atto di essere perché l’hanno ricevuto dall’Esse per essentiam, che non ha l’essere, ma è l’Essere stesso sussistente, l’Esse ipsum subsistens. L’analogia di attribuzione intrinseca mette bene in luce il nesso di causa/effetto e l’ordine di priorità/posteriorità tra Dio e gli enti creati. Quindi è la sentinella più valida contro il panteismo, il quale si trova virtualmente in Scoto e Suarez per la loro concezione dell’essere come univoco e non per la buona sistematizzazione suareziana della divisione del concetto di analogia, anche se la sua concezione o definizione di analogia non può essere seguita.
● L’analogia di attribuzione intrinseca non è solo una somiglianza di rapporti o di proporzionalità, ma è una somiglianza diretta tra gli analogati. Si badi bene: questo non è un difetto ma un pregio. Ora S. Tommaso insiste specialmente nel Commento al De Divinis Nominibus di Dionigi il Mistico nell’insegnare che l’analogia più atta a parlare di Dio è l’analogia di unius ad alterum ossia quella di attribuzione intrinseca, la quale comporta tre elementi: 1°) ordine di priorità (Dio) e posteriorità (creature); 2°) dipendenza dell’analogato secondario (creatura) da quello principale (Dio); 3°) somiglianza tra analogati (Dio/creature; altrimenti non si potrebbe dire nulla su Dio e si scivolerebbe nell’apofatismo o nichilismo teologico di Mosè Maimonide + 1204).
● P. Fabro ribalta la teoria del card. Gaetano seguita dal p. Tyn. La questione è assai lunga (dura da circa 500 anni) e dibattuta. Non mi sento in grado di poterla risolvere io con assoluta certezza. Ma non getterei a mare la rivalutazione dell’analogia di attribuzione del p. Fabro e ritengo che certe accuse del p. Tyn all’analogia di attribuzione intrinseca (inesistente in S. Tommaso, inventata da Suarez e tendenzialmente panteista) siano sinceramente esagerate ed infondate. Soprattutto dobbiamo sempre ricordarci che il rapporto sussistente tra S. Tommaso e i tomisti è quello di analogia, ove vi è una piccola somiglianza e una grandissima differenza. I Domenicani sono soliti dire: “si vis intelligere Cajetanum, lege Thomam”. In fatto di tomismo l’Angelico è l’analogato principale e noi siamo solo analogati secondari.
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L’analogia tomistica contro l’apofatismo
● Dionigi il Mistico ha scritto tra le altre un’opera famosissima il De Divinis Nominibus, commentato e perfezionato da san Tommaso d’Aquino e ultimamente dal p. Ceslao Pera (1950[3] - 1972)[4] e infine dal p. Battista Mondin (2004)[5]. Questo scritto di Dionigi e il commento-perfezione di s. Tommaso rappresentano il bastione e la confutazione più lucida di ogni forma sia di panteismo o monismo-univocista (Parmenide) sia di nichilismo teologico o apofatismo (Maimonide). In essa Dionigi insegna (e il Concilio Vaticano I ha definito infallibilmente, sessione III, canone 2) che l’uomo, con la sola ragione naturale, può dimostrare con certezza, a partire dalle creature, l’esistenza del Creatore e può conoscere anche qualche attributo o perfezione (“Nomi”) dell’Essere stesso per se sussistente. Ciò può avvenire in diversi modi:
1°) per causalità: le perfezioni miste a qualche limite (l’ente per partecipazione o le creature) si trovano in Dio causalmente, in quanto Dio è la loro Causa prima incausata;
2°) per affermazione: le perfezioni pure, senza alcun limite (essere, unità, verità, bontà e bellezza) si trovano formalmente o intrinsecamente in Dio e quindi si può affermare che Dio è l’Essere, l’Uno, il Vero, il Bene, il Bello per essenza o per se stesso sussistente, contrariamente alla in-esprimibilità di cui parla Maimonide; infine
3°) per negazione: si esclude ogni limite (corpo, morte, male) e si giunge così al
4°) momento di eminenza: le perfezioni pure si trovano in Dio in maniera eminente o superlativa (Dio è l’Essere/la Bontà/la Verità/la Bellezza per se stessa sussistente o per sua natura), che trascende ogni limite umano, mentre si trovano nelle creature in maniera limitata e per partecipazione (l’uomo ha un po’ di essere, verità, bontà finitamente e in maniera partecipatagli da Dio)[6]. Onde Dionigi premette ad ogni nome o attributo divino il “super”: Dio è super-Ente/Bello/Vero/Buono.
● Attenzione! le quattro tappe vanno prese assieme e non disgiuntamente, per non cadere nell’errore per difetto o nell’errore per eccesso.
Errore per difetto è l’“apofatismo o agnosticismo teologico”, che nega all’uomo ogni possibilità di conoscere e parlare di Dio; questa è la via della “equivocità” teologica, ossia, quando si vuol parlare di Dio o far teologia, si dicono solo cose equivoche o contraddittorie su di Lui ed allora sarebbe meglio tacere, dacché Dio è ineffabile, indicibile e inesprimibile.
L’errore per eccesso è la “univocità”, che rende la creatura della stessa sostanza di Dio (monismo panteista ascendente o discendente), che nulla ha a che vedere con il tomismo strettamente originario e anti-modernista.
● Invece secondo Dionigi, san Tommaso e la sana ragione sublimata dalla prima (S. Tommaso), seconda (Gaetano e Ferrariensis) e terza scolastica (Sanseverino, Liberatore, Zigliara, Gredt, Hugon, Garrigou-Lagrange, Tyn, Fabro e Mondin), i nomi di Dio, se sono “perfezioni pure”, si predicano di Lui per “analogia”[7], ossia in maniera sostanzialmente diversa e accidentalmente simile, vale a dire l’essere si trova in Dio in maniera formale ed eminente (Dio è realmente e infinitamente Essere), mentre l’essere si trova nelle creature in maniera formale o intrinseca e reale, ma imperfettamente e limitatamente (l’angelo, l’uomo, il cane, la pianta, il sasso esistono o hanno l’essere, ma in maniera limitata e imperfetta). Questa è la vera analogia tomistica.
Inoltre creature e Creatore si assomigliano solo relativamente al fatto di esistere (accidentalmente), mentre si diversificano sostanzialmente dacché l’Essere di Dio è infinito e incausato, mentre l’essere delle creature è causato e finito. Come si vede l’opposizione tra i due errori per eccesso e difetto (panteismo “univocista” o nichilismo teologico), che giacciono come due burroni, a destra e a sinistra, di un’altissima montagna, la quale si erge tra loro in medio et ad summum (nel giusto mezzo di altezza o “profondità” e non di mediocrità) e la verità (analogia in maniera formale ed eminente) è totale e irreconciliabile[8].
● Infatti l’errore panteista o della “univocità” tra Dio e creato, asserisce che la conoscenza e l’unione piena con Dio si raggiunge solo attraverso la natura umana, in virtù di una conoscenza intuitiva (ontologismo) e anche magica (gnosis, teurgia).
● Il teologo nichilista o agnostico dice che l’uomo non è assolutamente capace di nulla riguardo alla conoscenza dell’esistenza di Dio (“equivocità”) e a fortiori dei suoi attributi o nomi.
● La’“analogia” dell’ente e della fede (Dionigi e san Tommaso e il Concilio Vaticano I), insegnano che si può conoscere l’esistenza e anche qualche attributo o nome di Dio. Invece l’essenza (o “volto di Dio”) potrà essere conosciuta o vista intuitivamente solo in Paradiso grazie al ‘Lumen gloriae’ che ci dà la ‘Visio beatifica’. Onde il desiderio naturale di Dio è inefficace da parte dell’uomo e condizionato alla libera volontà divina, contrariamente a quanto insegnava Henry De Lubac nel Soprannaturale del 1946, insegnamento condannato da Pio XII nella Humani generis del 1950. Quindi il tomismo verace (e non quello trascendentale di Maréchal e Rahner o quello decadente-suareziano di de Lubac)[9] è il migliore antidoto per combattere ogni forma di apofatismo, estremo o mitigato.
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L’analogia come miglior critica del panteismo
● San Tommaso d’Aquino nel Commento alle Sentenze (I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è coessenziale al mondo, ma ne è la causa efficiente e realmente distinta pur essendo onnipresente. Poi lo prova, distinguendo tre tipi di causalità efficiente: a) causa univoca: causa ed effetto sono identiche o della stessa specie (padre e figlio); b) causa equivoca: non vi è nessuna identità reale ma solo una certa vaga somiglianza qualitativa nominale (il sole che scalda e le pietre scaldate si somigliano quanto alla qualità del calore, ma non sono della stessa specie); c) causa analoga: vi è una certa somiglianza accidentale tra causa ed effetto (omne agens agit simile sibi) mista ad una dissomiglianza sostanziale più marcata: per esempio tra Dio e l’uomo vi è una certa somiglianza relativa al rapporto di causa/effetto, ma essi sono sostanzialmente diversi poiché Dio è ‘a Se’, le creature ‘ab Alio’. Da ciò risulta che Dio produce l’essere del mondo secondo una debole ed imperfetta somiglianza per rapporto alla sostanziale diversità tra loro due. Quindi “l’Essere divino produce l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è causato efficientemente l’essere di tutte le creature” (I Sent., d. 8, q. 1, a. 2). Nella Summa contra Gentiles (Lib. III, cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4). L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da immanentismo. Così Dio non solo è l’ “Ens a Se”, ma è anche “Ens a quo omnia alia derivantur”. Come dice ancora S. Tommaso: “quod dicitur maxime tale in aliquo genere, est causa omnium quae sunt illius generis” (S. Th., I, q. 2, a. 3) ossia Dio, che è l’Essere massimo è causa di tutti gli enti; come pure “omnia quae sunt in aliquo genere, derivantur a principio illius generis” (S. Th., I-II, q. 1, a. 1, sed contra), cioè tutti gli enti, derivano o partecipano dal Principio dell’ente. Perciò Dio è Ens a se a quo omnia alia sunt; mentre la creatura è ens ab alio derivans et participans.
● La Filosofia Tomistica ha compendiato il pensiero del Dottore Comune così: il vero problema è quello della coesistenza e conciliazione del finito coll’Infinito. Posto ciò, vi sono diverse scuole filosofiche: a) o si dice che Dio assorbe in Sé tutto e che non vi sono enti finiti all’infuori dell’Essere Infinito di Dio (panteismo monista); b) o, se esistono altri enti, essi si aggiungerebbero a Dio formando assieme a Lui una perfezione ancora più grande, ma questa è una falsa nozione di Dio ed equivale a negare il vero concetto di Dio (ateismo); c) tuttavia vi è una terza possibilità: l’ente finito esiste, è un fatto, ora esso suppone una Causa incausata e Infinita, poiché una serie infinita di cause finite e causate non spiega se stessa. Infatti si resta nel campo dell’effetto e non si giunge alla causa prima o spiegazione della realtà creata e causata. Se un cieco ha bisogno di una guida per camminare bene, la guida non può essere cieca: anche se la serie dei ciechi è infinita, essa non riesce a guidare o far camminare bene il cieco ultimo, anzi aumenterebbe la difficoltà e il caos; così, se l’ignorante ha bisogno di un maestro, questi non deve essere ignorante, altrimenti non si arriverà mai all’istruzione, anche se la serie dei maestri ignoranti è infinita. Così si deve risalire dall’effetto alla causa, dal creato all’Increato, dal finito all’Infinito e non si può restare al livello degli effetti. La serie infinita di enti finiti ci farebbe restare nell’effetto causato e non ci fa risalire alla Causa incausata. Non si deve badare alla quantità o lunghezza della serie degli anelli di una catena, per spiegarne l’esistenza, ma occorre rimontare alla qualità degli anelli che compongono la catena e dall’effetto finito o causato risalire ad una Causa incausata e Infinita. La creatura è distinta da Dio perché essa è finita, però tutto ciò che ha lo ha o lo partecipa da Dio, che è l’Essere per essenza e non ha l’essere da nessuno[10]. Onde, tutto quel che c’è di perfezione nella creatura è in maniera sovra-eminente ed infinita in Dio. Così la perfezione della creatura non aggiunge nulla a Dio. Dio e creature non formano “più-Essere” o un “Super-Essere”, ma solo più enti, poiché l’essere della creatura è partecipato o dato da Dio, così come, se un allievo sa qualcosa in quanto glielo ha insegnato, dato o partecipato il maestro, maestro e scolaro non fanno più scienza ma solo più scienti.
● Così a) tra panteismo (l’essere finito assorbito in Dio) e b) dualismo reale o Deismo (essere finito estraneo a Dio) vi è un a terza posizione: c) l’essere finito delle creature, che è partecipato o derivato da Dio (Essere Infinito), contiene in grado limitato quella perfezione che in Dio è Infinita. Vi sono più enti, ma non cresce l’Essere divino (contro il monismo panteista). Perciò se si esclude a) l’identità o univocità tra Dio e mondo, come pure b) la separazione assoluta o equivocità dualistica (specialmente del Deismo moderno), resta c) la partecipazione causale e analogica. Dio è distinto dagli altri enti, ma non ne è separato: in quanto Infinito è distinto dagli enti finiti, ma è anche presente dappertutto come Causa efficiente ed anche finale ed esemplare. Onde «l’ente e l’essere si dice di Dio e degli altri enti secondo l’analogia di proporzionalità propria e di attribuzione intrinseca. Dio sta al suo Essere in modo simile a come ogni altro ente sta al suo essere. Tuttavia l’Essere di Dio è essenzialmente diverso da quello degli altri enti: Dio è lo stesso Essere per sua essenza, mentre ogni altro ente riceve, ha o partecipa dell’essere. C’è quindi una certa relativa somiglianza e una sostanziale diversità tra l’essere degli enti e quello di Dio»[11].
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Metafisica e analogia come rimedio ai mali odierni
● Abbiamo già citato il padre Mondin che giustamente vede nel nichilismo l’esito ultimo del panteismo: «Non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà. Hegel è il punto culminante e insuperabile della cultura moderna: epoca che si consuma nell’ateismo o nichilismo assoluto, come esito dell’antropocentrismo o umanesimo assoluto; o Dio si identifica panteisticamente col mondo, oppure è negato [ateisticamente] o “ucciso” [nichilisticamente] come realtà oggettiva in sé e per sé esistente»[12].
● Giovanni Reale parla di «nichilismo come la radice dei mali d’oggi»[13] e propone la saggezza classica come terapia dei mali dell’uomo d’oggi. Vediamo quali indicazioni e consigli ci fornisce lo studioso dell’antichità greco-romana. Innanzitutto parte dalla considerazione che «il nichilismo si radica in questo tipo di società [contemporanea, progressista, tecnologico-scientista]. Infatti, gli ingranaggi del sistema programmato e assolutizzato considerano la verità, la bellezza e la libera scienza come mali se non come pericoli pubblici»[14] e continua: «a mio giudizio, tutti i mali di cui soffre l’uomo di oggi hanno proprio nel nichilismo la loro radice. Nel XX secolo si è verificato ciò che Nietzsche aveva predetto»[15]. Onde passa a proporre un rimedio: «la vittoria sul nichilismo mediante il recupero di ideali e di valori supremi»[16]. L’essere come atto ultimo e l’analogia. Ma, avverte che «non è un’operazione facile, poiché implica una vera e propria rivoluzione spirituale»[17]: il ritorno alla metafisica classica e all’analogia, perfezionata dalla scolastica tomistica, e «non affatto un ritorno acritico a certe idee del passato, ma l’assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi della saggezza antica o perenne. […] Seneca illustra a perfezione l’intento che mi propongo […]: “Se vorrai star bene, cura soprattutto la salute dell’anima, e poi quella del corpo” (Lettera a Lucilio, XV, 1-2). “Gli studi sono stati la mia salvezza; è merito della filosofia se mi sono alzato dal letto e se sono guarito: a lei sono debitore della vita” (Ibidem, LXXVIII, 3)»[18]. La cultura contemporanea, secondo il Reale, ha «perduto il senso di quei grandi valori che, nell’età antica e medievale […] costituivano i punti di riferimento essenziali, e in larga misura irrinunciabili, nel pensare e nel vivere»[19]. Alla filosofia attuale o post-moderna, manca la ragion d’essere, il fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”. Questo è il nichilismo filosofico, ove i valori supremi (essere, conoscere, morale, finalità) si “s-valorizzano”, infatti non restano più l’essere per partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta solo il “nulla”. È l’antropocentrismo della modernità, che dopo essersi auto-deificato in un delirio di onnipotenza, si è rivoltato contro se stesso in un impeto di follia auto-lesionista. Dopo aver negato la trascendenza, la si vorrebbe uccidere assieme a Dio e a tutti i valori ad esso connessi. Per non restare solo alla pars destruens, Nietzsche e il nichilismo vorrebbero uscire dall’annichilazione totale dei valori tramite la volontà di potenza, come oltrepassamento del nichilismo: «Il traslocamento dei valori dalla sfera dell’essere e della trascendenza alla sfera immanente della volontà di potenza, costituiscono la tappa conclusiva e compiuta [pars construens] del nichilismo»[20]. L’uomo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima conferiva a Dio. Ma, “l’uccisione di Dio” comporta anche l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui dopo aver “ucciso Dio” l’uomo resta senza Dio e senza potersi appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale, trascendente e personale, lo aveva reso “partecipe della sua natura divina” (II Petri), in maniera limitata e finita, tramite la Morte e Resurrezione di Cristo, fonte della grazia santificante. “Chi troppo vuole nulla stringe”: prima (con la modernità idealista) l’uomo o l’Idea ha preteso di prendere il posto del Dio reale e oggettivo; poi con la post-modernità nichilistica l’uomo ha voluto “uccidere Dio” e ogni “Idea” di Dio, pur soltanto soggettiva, per fare il super-uomo. Ma, è rimasto solo con se stesso, disperato e votato sartrianamente al suicidio. Il deicidio nichilistico dell’Essere immutabile e trascendente, si fonda sulla volontà di potenza creatrice e sul divenire o evoluzione parimenti creatrice.
● Marx è il maestro di questo tipo di nichilismo, primato della prassi sulla conoscenza, oblio della verità rimpiazzata con ciò che fa comodo (pragmatismo) o con la “disciplina del partito”, che tramite “l’Americanismo” condannato da Leone XIII in Testem benevolentiae (1889) è penetrato anche in ambiente cattolico. Nel 68 si diceva: “cercate il potere, e tutto il resto verrà da sé”. Questo è il vero ideologismo. L’ideologo non è colui che ricerca la verità come conformazione alla realtà. No. L’ideologista, sottospecie ammodernata di ideologo all’ultimo grido, non si cura della verità oggettiva “adequatio rei et intellecus”, ma si auto-convince o fa finta di credere che “ciò che conta è quello che è ritenuto per vero o che è fatto ritenere per vero” con la forza bruta dello Sato di polizia o con la persuasione allucinogena del mini-Stato di depravazione liberista. I filosofi si adeguano ed assentono a cose oggettivamente e realmente vere, gli ideologisti fingono di credere ad una verità e dopo essersene auto-convinti la propinano ai loro “fedeli”. È la prassi del tener per vero, anche se non lo è. L’ultima categoria di “ideolo-sofisti” sono i “chierici” che farisaicamente non si curano della loro anima e della realtà oggettiva, ma di ciò che fa loro comodo ed aggravano l’errore filosofico dell’ideologismo, rendendolo un errore teologico (americanismo modernistico). Se Gesù tornasse sulla terra lo rimetterebbero in croce, poiché è un pericoloso guastafeste, così come hanno fatto i loro avi coi profeti dell’Antico testamento e i loro padri coi santi del Nuovo Testamento. Il vero filosofo è il contrario dell’ideologista: egli sa vivere e morire in accordo con il proprio pensiero, che ha cercato di adeguare alla realtà lungo il corso di tutta la sua esistenza. L’ideologista è in disaccordo con il retto pensiero o adeguazione dell’intelletto alla realtà e si vuol auto-convincere che la prassi è superiore alla teoria, il fare all’essere, il produrre al conoscere la verità. Egli deve vivere di menzogne, soprattutto deve mentire a se stesso, poiché verità viene dal greco aletheia, (alfa privativo più lanthano), che significa “non-nascosto”. Onde la verità appare chiara se si scruta con onestà la realtà, mentre la si deve voler nascondere se si vuol vivere secondo i propri comodi e non secondo la realtà quando è scomoda. Allora si fa come Ponzio Pilato e ci si domanda senza attendere risposta: “cos’è la verità?” ovvero: vale la pena farsi metter in croce per “rendere testimonianza alla verità”? La filosofia classica, patristica e scolastica rispondono che la contemplazione (guardare con amore) della verità e della realtà oggettiva è il supremo valore umano, dacché l’uomo è animale razionale e libero (e solo lui stesso può rendersi intimamente schiavo allontanandosi dalla verità per aderire al comodo).
● Inoltre già Platone nella Repubblica asseriva che la contemplazione ha una dimensione politica o sociale, poiché la conoscenza della Verità somma e del Bene supremo salva non solo l’individuo ma la famiglia e l’insieme delle famiglie che formano la polis o città (= viver assieme in una società perfetta di ordine temporale). La fobia della politica in un ecclesiastico equivale alla fobia della Chiesa (Ecclesia = stare assieme in una società perfetta soprannaturale); essa è una contradictio in terminis. La vera filosofia, al contrario dell’ideologismo sofistico/farisaico ossia filosofico/teologico, non ha la polis-fobia o paura della vera politica, che è la virtù di prudenza applicata alla società civile: essendo l’uomo socievole per natura, sarebbe contro-natura non voler fare vera politica. Perciò «non si tratta di aumentare (con la prassi e la tecnica) le cose che l’uomo ha, ma di accrescere, con la contemplazione della verità, l’uomo stesso»[21] sia come individuo razionale e libero sia come animale socievole, che realizza nella polis la sua vera natura, poiché da solo non ci riuscirebbe: “nessun uomo è un’isola”, “tranne gli eremiti e i folli”. Tuttavia se la filosofia classica greco-romana era arrivata alla metafisica, alle sostanze e all’essere con la “Seconda navigazione” filosofica (dal sensibile al meta-sensibile), solo il Cristianesimo può perfezionare la natura mediante la grazia e farci giungere con la “Terza navigazione” spirituale dall’essere naturale al soprannaturale, che è “una partecipazione limitata e finita della vita di Dio”. «Solo la Croce può fare attraversare il burrascoso mare della vita. La “Terza navigazione” davvero potrebbe liberare l’uomo d’oggi dai suoi mali, e comporta il capovolgimento radicale»[22] di un mondo sottosopra, in cui non c’è più spazio per Dio, per la verità, per la conoscenza e la morale. Onde occorre ribaltare a 180° i contro-valori del mondo attuale e riportare l’asse ai valori, non del passato che in quanto tale è andato e non può tornare, ma a quelli perenni di ieri, oggi e domani, i quali essendo connaturali all’uomo non possono preterire. Dopo aver toccato l’orlo dell’abisso l’uomo post-moderno deve avere il coraggio di dire: adesso che tutto è finito si deve ricominciare. Christus heri, hodie et in saecula!
d. CURZIO NITOGLIA
 
18 novembre 2011

 

[1] L’analogia di proporzionalità propria dice similitudine di rapporto. Ogni categoria di enti ha un suo proprio modo di essere e tra questi modi di essere c’è una certa somiglianza di rapporto. Per esempio Dio sta al suo essere, come l’uomo sta al suo, come l’animale sta al suo, come la pianta e il minerale stanno al loro. L’essenza di Dio e quella delle creature menzionate sono sostanzialmente diverse, però essi sono simili perché ognuno di loro ha l’essere che gli è proporzionato (somiglianza proporzionale e non di uno all’altro). Si tratta di una somiglianza di rapporti nel modo di avere - ognuno a modo suo - l’essere che gli corrisponde o che gli è proporzionato. Si tratta di un rapporto complesso, un rapporto di rapporti o proporzioni.
Invece nell’analogia di attribuzione intrinseca si tratta di un rapporto semplice di uno ad un altro, di Dio alla creatura, secondo causalità efficiente che comporta una dipendenza dell’effetto dalla causa e una priorità/posteriorità della causa sull’effetto. Essa è tutto il contrario del panteismo, anzi ne è la più esplicita confutazione. Infatti solo nella quarta via (fondata sul concetto di partecipazione e sull’analogia di attribuzione) nella quale Dio è qualificato come “causa dell’essere”, S. Tommaso giunge a Dio come Creatore di tutti gli enti. (S. Th., I, q. 2, a. 3). L’analogato secondario (ente) può essere concepito e definito solo in relazione all’analogato principale (Dio), che entra intrinsecamente nell’analogato secondario come sua causa efficiente. Per esempio quando si parla di ens ab alio, l’alio (che è l’Aseitas) entra intrinsecamente e direttamente nella creatura o analogato secondario e le dà una parte del suo Ens a se. Perciò essere/essenza/ente si dicono intrinsecamente e formalmente anche dell’analogato secondario, non in virtù della proporzionalità, ma dell’attribuzione che si fonda sulla causalità efficiente (cfr. R. M. Mc Inerny, The Logic of Analogy, Den Haag, 1961).
[2] L’essere come atto ultimo perfeziona l’essenza e così l’ente, che è un’essenza avente l’essere, esce fuori dalla sua causa e dal nulla ed esiste. L’esistenza (da ex- esistere, uscir fuori) è l’effetto dell’essere come atto ultimo che è la causa della esistenza. Questa nozione originale dell’essere come atto ultimo è il vertice della filosofia tomistica, la quale supera quella aristotelica, che si era fermata all’essenza e non era giunta all’essere che attua ultimamente ogni essenza. Gaetano (pur nella genialità del suo Commento alla Somma Teologica) non ha colto questa originalità dell’Angelico, ha confuso essere con esistenza ed ha presentato un tomismo come un semplice commento, anche se approfondito, di Aristotele.
[3] S. Thomae Aquinatis, In librum Beati Dionysi de Divinis Nominibus Expositio, a cura di Ceslao Pera, Roma-Torino, Marietti, 1950.
[4] Ceslao Pera, in La Somma Teologica di San Tommaso d’Aquino, a cura dei Domenicani Italiani, Firenze, Salani, 1972, “Introduzione generale”, Prefazione: Le fonti del pensiero di S. Tommaso nella Somma Teologica, pp. 60-77, cfr. anche S. Th., I, q. 13, aa. 1-12, I Nomi Divini, commento e note a cura di p. Ceslao Pera, Firenze, Salani, 1972, vol. 1°, pp. 292-345.
[5] S. Tommaso d’Aquino, Commento ai Nomi Divini di Dionigi, Bologna, ESD, 2004, vol. I, “Introduzione” a cura di Battista Mondin, p. 5 ss. Cfr. B. Mondin, Il problema del linguaggio teologico dalle origini ad oggi, Brescia, Queriniana, II ed., 1975.
[6] La “partecipazione” è un concetto che san Tommaso mutua più da Platone che da Aristotele; esso gli servirà nella quarta via per dimostrare l’esistenza di Dio. Padre Cornelio Fabro (La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939; Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961) ha messo in luce più di tutti il fatto che san Tommaso non è un puro commentatore di Aristotele, ma il perfezionatore dello Stagirita, che si fermava all’atto primo o forma sostanziale o essenza, mentre l’Angelico ha precisato che, se la l’atto primo (forma, sostanza-essenza) informa la potenza, l’essenza a sua volta è ultimata dall’essere che è l’atto ultimo o perfezione ultima di tutte le forme, essenze e perfezioni prime. Onde la metafisica di Aristotele è filosofia dell’essenza (atto primo), mentre quella tomistica è filosofia dell’essere (atto ultimo), il quale si ritrova nelle creature in maniera limitata e per partecipazione (“partem-capere”) dell’Essere infinito, incausato e causante di Dio che è l’ipsum Esse subsistens.
[7] Cfr. Tomas Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Bologna, ESD, 1991; rist. Verona, Fede e Cultura, 2009.
[8] Cfr. R. Garrigou-Lagrange, Dieu son existence et sa nature, Parigi, Beauchesne, 2 voll, 1919.
[9] Cfr. C. Fabro, Neotomismo e Neosuarezismo, Piacenza, Alberoni, 1941, rist. Segni, Edizioni Verbo Incarnato, 2007.
[10] Cfr. C. Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939; Id., Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961.
[11] P. Carosi, Corso di filosofia, IV vol., Ontologia: Dio, Roma, Paoline, 1959, p. 228.
[12] B. Mondin, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 1998, 3° vol., p. 373.
[13] Saggezza antica. Terapia per i mali dell’uomo d’oggi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1995, p. 11.  
[14] G. Reale, ibidem, p. 4.
[15] Ibidem, p. 6
[16] Ivi.
[17] Ibidem, p. 7.
[18] Ibidem, pp. 8-9.
[19] Ibidem, p. 11.
[20] Ibidem, p. 24.
[21] Ibidem, p. 83.
[22] Ibidem, p. 114.