mercoledì 16 febbraio 2011

L'Osservatore romano attacca il Summorum pontificum e l'esigenza della conversione a Cristo (sic!!)

L’Osservatore Romano attacca la “Dominus Jesus” e l’ “Ecclesia Dei”?

Tra impliciti inviti al sincretismo religioso e velate accuse al rito tradizionale



L’Osservatore Romano degli ultimi tempi sembra uscire dalla sua tradizionale prudenza e dal deferente omaggio alla Sede Apostolica, per darsi ad iniziative di taglio variegato, ma a ben vedere tutte sulla stessa linea editoriale. In un articolo del 2 febbraio 2011, dal titolo “Una più avvertita esigenza di trasparenza e di semplificazione”, interviene addirittura il vice redattore del giornale Carlo di Cicco. Commentando e apprezzando uno studio recente sulla materia, si intrattiene su alcune meditazioni canoniche quanto alle strane situazioni di alcuni nuovi Istituti di vita consacrata. Dopo lunghe circonvoluzioni verbali su certe società religiose, alcune delle quali poco note e dallo stile di vita veramente singolare, si arriva a quello che sembra essere il vero bersaglio: le famigerate società dipendenti da quello “strano organismo” meglio noto col nome d’ “Ecclesia Dei”. Qual è il messaggio che resta nel lettore dell’articolo, abilmente redatto in forma di recensione dal vice direttore? L’ “Ecclesia Dei” sarebbe una singolare commissione, con poteri canonici sui generis, che necessiterebbe di seria regolamentazione in tutti i campi, non ultimo quello dottrinale. Essa di fatto erigerebbe alcuni istituti e ne dirigerebbe il funzionamento; Istituti che, secondo il codice (promulgato nel 1983, quindi prima che Giovanni Paolo II decidesse l’attuale struttura della Commissione), dovrebbero dipendere dalla Congregazione dei Religiosi. Sorvoliamo sui toni da legalismo kantiano, che sembra non tenere in alcun conto il primato della realtà sul diritto positivo, peccato veniale per i giuristi dei tempi nostri. Meno ammissibile invece è il velato rimprovero alla Santa Sede, che non si lascerebbe imbrigliare dai canoni del diritto. Quasi a scordare che i Romani Pontefici godono di una giurisdizione “estensive universalis et intensive summa” e che il Papa, erigendo la Commissione “Ecclesia Dei” e affidandole poteri straordinari, non sta facendo altro che esercitare il Suo primato. Primato che, non dispiaccia ai canonisti, non è sottomesso al codice, potendo Egli domani stesso potenziare l’Ecclesia Dei, come da più parti invocato, senza che sia il codice a limitarne le azioni. Ma in tempi di gallicanesimo episcopalista questo concetto sembra poco permeabile nelle menti dei giornalisti cattolici. E’ teologicamente, quindi canonicamente, ridicolo discutere del modo migliore di piegare le scelte del Papa all’uniformità del diritto ecclesiastico positivo, il quale trae la sua efficacia dalla promulgazione papale e non dalle urne dei parlamenti. L’articolista non si è spinto fino a tal punto, ma nel suo “giuridismo” avulso dalla realtà, arriva quasi ad insinuare, facendo proprie le conclusioni di alcuni studi, che le approvazioni canoniche dell’Ecclesia Dei sarebbero da riesaminare. Quel che sarebbe da riprendere in considerazione sarebbero gli effettivi poteri della Commissione, nel passato e nel presente, prospettando addirittura una riesamina retroattiva. L’articolista poi - non si capisce bene se parlando ex abundantia cordis o facendo sue le conclusioni dei canonisti citati - non senza una certa audace sfrontatezza, scrive che gli Istituti che dipendono dalla citata Commissione sarebbero ancora passibili di un esame di controllo sulla loro ortodossia (!). Per comprendere a che punto la realtà oltrepassi la fantasia riportiamo le parole testuali: “Per quanto riguarda gli istituti approvati dalla “Ecclesia Dei”, si potrebbe studiare se, una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto l'aspetto dottrinale, l'approvazione non possa essere concessa dalla stessa Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, un po' come quando si chiedeva il nulla osta del Sant'Uffizio per l'approvazione degli istituti religiosi”.
L’Osservatore Romano sembra insinuare nel lettore non solo che l’approvazione canonica, di cui gli istituti dell’Ecclesia Dei beneficiano, sia ancora “sub iudice”, ma soprattutto l’autorevole giornale taccia tali Società religiose di essere ancora passibili di verifiche sulla cattolicità della loro dottrina. Citiamo nuovamente: “una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto l’aspetto dottrinale”.
Per inciso precisiamo che analoghe preoccupazioni non intervenivano quando, poco sopra, si era parlato dei problemi posti dalle “nuove comunità religiose” che escludono il celibato, ma che prevedono vita conventuale mista di uomini e donne. L’Osservatore sembra essere più inquieto per chi celebra il rito di San Pio V, che non per i problemi che possono sorgere dalla promiscuità conventuale.
Quanto alla non troppo velata accusa di dubbia ortodossia dottrinale, fatta agli Istituti “Ecclesia Dei”, non sappiamo cosa L’Osservatore non apprezzi, forse la formazione tradizionale, seguendo San Tommaso d’Aquino e il Magistero della Chiesa o forse la schiettezza teologica, che osa criticare le derive a cui L’Osservatore ci ha invece abituato. Ammettiamo di buon grado che la linea teologica del giornale non è la nostra, ma crediamo che l’invocato “esame del Sant’Uffizio”, sarebbe più opportuno per la redazione che non per gli Istituti accusati. Nel dicembre 2010 infatti la nostra rivista Disputationes Theologicae, nella persona dello scrivente, si è unita ad una pubblica denuncia alla Rev. da Congregazione per la Dottrina della Fede, invocando interventi a proposito di alcune pubblicazioni del giornale vaticano, apertamente contrarie alla dottrina della Chiesa. In effetti il 10 novembre 2010 a p. 5 il «Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane» Renzo Gattegna, nell’articolo “Un futuro di amicizia”, pubblicato senza alcun commento di disapprovazione - quasi fosse il testo di un qualsivoglia articolista demandato dalla redazione - si esprimeva in questi termini:
«Al fine di proseguire con le iniziative dedicate alla reciproca comprensione e all’amicizia, un gesto utile, necessario e certamente apprezzato sarebbe una aperta dichiarazione di rinuncia da parte della Chiesa a qualsiasi manifestazione di intento rivolto alla conversione degli ebrei, accompagnata dall’eliminazione di questo auspicio dalla liturgia del Venerdì che precede la Pasqua. Sarebbe un segnale forte e significativo di accettazione di un rapporto impostato sulla pari dignità».


Venerdì Santo: Benedetto XVI in preghiera

Queste affermazioni, condannate dal Magistero costante, disapprovate recentemente anche nell’enciclica Redemptoris Missio[1] e nella dichiarazione “Dominus Jesus”[2] - senza citare le innumerevoli condanne precedenti - sono eretiche, contrarie alla Divina Rivelazione, perché in aperta contraddizione con le parole di Cristo (Mc 16, 15-16; Mt 28, 18-20)[3] e “contrarie alla fede cattolica”[4]. Rinunciare alla conversione è contro la natura stessa della Chiesa Cattolica. E’ scandaloso leggere tali affermazioni sul giornale della Santa Sede. Senza considerare quanto scritto sul Venerdì Santo (che nel testo non è più nemmeno “Santo”, ma è un venerdì “che precede la Pasqua”), la cui preghiera per la conversione degli ebrei (approvata da Benedetto XVI) sarebbe addirittura da eliminare, perché non rispetterebbe la pari dignità fra religioni. Pubblicare tali enormità è cosa grave. Né ci si può nascondere dietro la firma del Presidente delle comunità ebraiche, per veicolare l’errore dell’indifferentismo religioso, sotto pretesto di libertà di stampa, nel più puro disprezzo alle raccomandazioni del Magistero. L’errore non ha diritti e, se la redazione è convinta che di errore si tratti, è nell’obbligo morale di specificare che quelle posizioni sono insostenibili per ogni cattolico, perché solennemente condannate come incompatibili con la Fede cattolica. Che la comunità ebraica non riconosca Gesù Cristo unico Salvatore del mondo, lo sappiamo almeno dai tempi di San Paolo - e in fondo Gattegna, richiesto di collaborazione, non ha fatto altro che ripeterlo - che il giornale della Santa Sede si faccia eco di tale bestemmia, senza nemmeno commentare, è ben più grave.
A nostro avviso L’Osservatore Romano farebbe bene a rispettare maggiormente nei suoi articoli il Romano Pontefice e le Sue scelte, siano esse liturgiche o canoniche, oltre al Magistero costante della Chiesa, e ad evitare insinuazioni d’eterodossia agli Istituti dipendenti dall’ “Ecclesia Dei”. A maggior ragione allorquando affermazioni contro l’unicità salvifica di Gesù Cristo compaiono sulle sue pagine, associate all’implicito invito a non convertirsi alla fede cattolica. Né riusciamo a capacitarci di come il giornale della Santa Sede possa invitare Renzo Gattegna, che fino a prova contraria non è nemmeno membro della Chiesa, a gettare il discredito sulla liturgia cattolica e sulle sue orazioni per la conversione degli ebrei alla fede di Cristo. Orazione peraltro recentemente promulgata per il rito tradizionale, tra mille pretestuose polemiche, dal Regnante Pontefice, sul Quale - con somma irriverenza - si estende il discredito. E’ altresì inopportuno e offensivo insinuare che la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” eriga canonicamente e governi Istituti, la cui ortodossia dottrinale è ancora da verificare. In questo caso invitiamo ancora una volta la redazione al rispetto delle istituzioni ecclesiastiche e alla prudenza nelle sue affermazioni, che possono rivelarsi lesive dell’altrui reputazione. A questo proposito non è escluso un ricorso ai tribunali ecclesiastici competenti, perché si faccia la dovuta chiarezza e perché pubbliche scuse siano presentate agli Istituti dell’ “Ecclesia Dei”, e ai singoli membri di dette società, gravemente danneggiati dalle insinuazioni del suddetto articolo.
Al seguito di tali affermazioni non è difficile capire come sia possibile che il Sommo Pontefice incontri tanta difficoltà nella sua opera di riforma della Chiesa né è arduo comprendere perché si incontrino tanti ostacoli alla diffusione degli Istituti tradizionali. Se su di essi e sulla liturgia che celebrano (vedi la preghiera del Venerdì Santo) si propaga il discredito, è naturale che le autorità ecclesiastiche locali siano diffidenti verso di essi, come in pratica accade. Non desta mistero constatare che l’episcopato sia generalmente ostile al rito tradizionale, all’opera di riforma del Papa e agli Istituti tradizionali, specie se il quotidiano della Santa Sede si permette gratuitamente di affermare che ancora dovranno essere approvati, “una volta esaminato che tutto sia in ordine sotto l’aspetto dottrinale”.
Sottoscriviamo in pieno le parole del Vescovo di San Marino S. Ecc.za Mons. Luigi Negri, che ebbe a dichiarare pochi giorni or sono (Il Timone, gennaio 2011): “il Papa sta facendo fatica a fare questa “riforma della riforma”. Esistono tendenze negative di resistenza, neanche tanto passive”.


Don Stefano Carusi
(sacerdote dipendente dalla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”)





Copia del presente articolo è stata inviata alla redazione de l’Osservatore Romano, unitamente alla preghiera di rettificare quanto scritto. È nostra convinzione che la redazione sia nell’obbligo morale di dissipare gli equivoci, tanto sull’articolo che invita al sincretismo religioso, che sulle insinuazioni sugli Istituti dell’ “Ecclesia Dei”. Copia è stata inviata anche alla Segreteria del Sommo Pontefice, alla Congregazione per la Dottrina della Fede e alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”.


[1] Lettera Enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II, 7 dicembre 1990. Al n. 55 si legge “Il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione”.


[2] Congregazione per la Dottrina della Fede, dichiarazione “Dominus Jesus”, 6 agosto 2000. Al n. 14 si legge: “Deve essere, quindi, fermamente creduto come verità di fede cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e Trino è offerta e compiuta una volta per sempre nel mistero dell'incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio”


[3] “Dominus Jesus”, cit. n. 1 : “Il Signore Gesù, prima di ascendere al cielo, affidò ai suoi discepoli il mandato di annunciare il Vangelo al mondo intero e di battezzare tutte le nazioni: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20; cf. anche Lc 24,46-48; Gv 17,18; 20,21; At 1,8)”.
[4]
“Dominus Jesus”, cit. n. 6

Fonte

martedì 15 febbraio 2011

Ho scoperto la Messa tridentina a 16 anni e ora voglio farmi battezzare!

 
 
A 16 anni scopre la Messa tridentina:
di Jeffrey Berland
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Di origine, la mia famiglia è cattolica, e i miei nonni sono religiosi, ma diciamo che la fede ha saltato la generazione dei miei genitori e zii... La grande parte dei miei zii sono anticlericali! Mia madre è divorzata 3 volte, e mio padre (morto da un anno) aveva i raggiomenti dei protestanti sulla Chiesa.

Ma io da piccolo ho sempre creduto! Dio mi ha fatto il regalo della grazia e della fede!

Ho sempre avuto la coscienza di Dio. E anni fa ho deciso che mi volevo fare battezzare. Ma si deve capire che nella mia famiglia non si parlava mai di Dio, di religione, ecc.

I miei genitori erano ignoranti per quanto riguarda la religione... mentre a me ha sempre interessato.

Già da bambino scrivevo delle poesie su Dio, e quasi tutte le mie poesie avevano un legame colla fede. E infatti io non conoscevo niente sulla messa tridentina.

Mi volevo dunque fare battezzare, ma non so come spiegare, io ho sempre incontrato dei sacerdoti "modernisti" che non mi hanno mai dato la voglia di continuare il mio progetto... poi la messa in francese non mi piaceva molto. Ma sapevo qual'era la religione vera, e volevo continuare il mio camino spirituale.

Un giorno (avevo 16 anni), che avevo scelto per dovere cattolico di andare alla messa alla cattedrale e che ero in ritardo mi sono rimasto [forse intendeva dire "ricordato", n.d.r.] che c'era una messa un po' più tardi, in una piccola chiesa vicina alla cattedrale... ci sono andato, ho scoperto la messa tridentina che mi ha incantato.

Ma mio padre non voleva che io frequentassi gli "estremisti". Per forza, ho iniziato la procedura di battesimo coi modernisti... Ma c'era sempre un problema, non mi insegnavano niente, e non c'era nessun progresso verso il battesimo. Le parole erano "non preoccuparti hai tutto il tuo tempo, Dio poi aspettare ancora anni e anni..."

Poi, arrivato per i miei studi a Bordeaux, ho scelto di seguire la messa in latino, e di farmi insegnare la religione qua.

I sacerdoti, la gente, la messa, i canti, tutto mi è piaciuto. Ho sentito che con la messa tridentina, c'era un vero rispetto della liturgia, del sacrificio divino, della tradizione, ecc.

Fa 1 anno e mezzo che preparo il mio battesimo, e normalmente mi farò battezzare alla notte di Pasqua.

Ma un esempio del rigetto della mia famiglia: nessun vuole essere il mio padrino; aveva accettato un cugino, ma poi ha rifiuto perché a avuto delle pressioni dei miei zii. Mia madre dice che non è normale di andare alla messa ogni domenica: ha "paura" che io divenga pretre (che certo sono tutti dei pedofili). Ora, cerco a condurre mia sorellina nella fede, che anche lei ha avuto il miracolo di credere, mentre nè la madre, nè il padre (non abbiamo lo stesso padre) credono nè si interessano alla Chiesa. 
 
Messainlatino

Questa testimonianza pubblicata dal blog Messainlatino è stata inviata tramite Facebook da Jeffrey Berland.
Il nostro cuore è pieno di gioia dinanzi alla sua testimonianza e in tutta sincerità  pregheremo per te caro Jeffry!

In Jesu et Mariae 

Immanenza, Incarnazione e Redenzione in Giovanni Paolo II, o il modernismo di un Papa



Conferenza sul modernismo di Giovanni Paolo II Simposio sulla Pascendi, novembre 2007

di don Patrick de la Rocque

Dire che il modernismo denunciato dalla Pascendi non è mai stato così presente come sotto Giovanni Paolo II, può sembrare severo. E tuttavia si tratta solo di un eufemismo, per chi conosca anche solo un po’ il pensiero e l’insegnamento del defunto papa. In effetti, se come definizione fondamentale del modernismo accettiamo quella che dà San Pio X, e cioè l’immanenza vitale che lo caratterizza, si deve riconoscere in Giovanni Paolo II un papa profondamente modernista. Nessun papa ha insegnato l’immanenza vitale come lui. Mi sembra di poter affermare – senza pretendere di dimostrarlo qui – che questa immanenza vitale sia stata la fonte alla quale si è alimentato tutto il pontificato di Giovanni Paolo II. In ogni caso, sulla base di un tale criterio i ventisette anni del suo pontificato presentano un considerevole coerenza.

Per il momento, le presenti riflessioni si soffermeranno su tre punti. Per prima cosa vorrei mostrare che Giovanni Paolo II ha voluto essere il predicatore esplicito dell’immanenza vitale; alcuni esempi basteranno. In seguito, decifreremo la lettura che, in quest’ottica, egli fece dei dogmi prima dell’Incarnazione e poi della Redenzione. A quel punto la conclusione si imporrà da sé: passati sotto le forche caudine dell’immanenza, i dogmi cattolici perdono la loro stessa sostanza. In questo senso, l’evoluzione della teologia cattolica sotto il pontificato di Giovanni Paolo II fu una triste illustrazione della constatazione di San Pio X: il modernismo è proprio la cloaca e il collettore di tutte le eresie.


I) L’immanenza vitale in Giovanni Paolo II

Dio misteriosamente presente nel cuore di ogni essere umano

Che Giovanni Paolo II abbia insegnato il principio dell’immanenza vitale è un’evidenza. Prendiamo per esempio il discorso fatto all’indomani di Assisi, per giustificare il suo gesto presso i cardinali di Curia: «Possiamo ritenere infatti che ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo [1]». Qui non si dice che lo Spirito Santo agisce puntualmente su tutti i cuori di tutti gli uomini attraverso le grazie attuali – che è ciò che insegna la Chiesa – ma si afferma che Egli è misteriosamente presente nei cuori di tutti gli uomini: è questa l’affermazione del principio di immanenza vitale. A titolo esplicativo, citiamo l’importante omelia che Giovanni Polo II pronunciò qui a Parigi in occasione del suo primo viaggio in Francia. A Bourget, il 1 giugno 1980. Giovanni Paolo II pronuncia un vibrante omaggio all’uomo, tutto fondato sul principio di immanenza vitale. Questo elogio antepone subito la nobiltà naturale dell’uomo. Dotato di intelligenza e di volontà, l’uomo è fatto a immagine di Dio. Per di più, in quanto essere creato, egli è presente da tutta l’eternità nel pensiero divino. Giovanni Paolo II lo sottolinea: « …l’uomo è nel cuore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E questo fin dall’inizio. Non è forse stato creato a immagine e somiglianza di Dio? Al di fuori di questo l’uomo non ha senso. L’uomo non ha un senso nel mondo che come immagine e somiglianza di Dio [2]». Tutto questo è molto tradizionale, ma non spiega ancora il culto – sì il culto  [3]- che Giovanni Paolo II intende rivolgere all’uomo. Questo si radica su ben altra cosa, e precisamente sul principio dell’immanenza vitale. Leggiamo il seguito del discorso: « L’uomo... l’elogio dell’uomo... l’affermazione dell’uomo. Sì, l’affermazione di tutto l’uomo, nella sua costituzione spirituale e corporale, in ciò che lo manifesta come soggetto esteriormente e interiormente. L’uomo adattato, nella sua struttura visibile, a tutte le creature del mondo visibile e nello stesso tempo interiormente unito alla sapienza eterna [4]». L’essere umano, nella sua natura concreta, è contemporaneamente adattato al mondo visibile e unito alla sapienza eterna. Egli è soggetto di relazione, non solo col mondo esteriore e visibile, ma anche con Dio stesso. Questa relazione con Dio è descritta come una relazione d’amicizia. Nel suo essere stesso, in ciò che lo costituisce come soggetto, l’uomo è unito alla sapienza eterna: è « interiormente unito alla sapienza eterna». Ecco nuovamente e chiaramente affermato il principio dell’immanenza vitale. La coscienza è allora considerata come un santuario in cui Dio è presente nell’uomo, in tutti gli uomini [5].

Dio nascosto nel cuore di tutte le culture

Lo stesso postulato d’immanenza fonda anche il rispetto e la fiducia che Giovanni Paolo II accorda alle diverse religioni. A suo avviso, la presenza segreta ed attiva di Dio supera l’uomo individuale per estendersi alle culture – e alle religioni che ne costituiscono il cuore [6]. Nella sua omelia di Bourget, infatti, egli diceva: « Nel cuore di questa missione, nel cuore della missione di Cristo, c’è l’uomo, tutto l’uomo. Attraverso l’uomo ci sono le nazioni, tutte le nazioni». E continuava dicendo: « Per noi l’alleanza interiore con la sapienza si trova alla base di ogni cultura e del vero progresso dell’uomo» [7]. Giovanni Paolo II ripeterà spesso questa affermazione, in particolare quando si rivolgerà ai missionari che evangelizzano i paesi di cultura non cristiana. Citiamo da uno dei suoi discorsi ai vescovi dell’Africa del Nord: « La missione dell’apostolo che ha incontrato Dio in questo modo è quella di farlo conoscere ai suoi fratelli mostrando che Egli si trova già lì, nascosto tra i popoli, nel cuore di tutte le culture» [8]. O anche in un’altra occasione: « E poiché tutte le culture hanno bisogno di conversione, favorite questa conversione nella speranza e nel riconoscimento che Dio è già presente. […] Chi propone la buona Novella invita le religioni non-cristiane a scoprire Cristo, ma è anch’egli chiamato, dai segni della presenza di Dio in queste religioni, a ricevere delle nuove illuminazioni sui modi diversi di vivere come uomo, e quindi con Dio» [9]. È noto l’argomento utilizzato per sostenere la tesi dell’immanenza divina in seno a tutte le religioni e culture. Egli crede di trovare dei fondamenti patristici in ciò che i Padri chiamavano semina Verbi, semi del Verbo. Di che si tratta? Poiché il male assoluto non esiste, ogni cultura ha la sua parte di verità. Lungi dall’essergli propria, questa parte di verità è solo una partecipazione a Colui che è la Verità stessa, il Verbo eterno. Verità naturali o resti di verità derivate dalla vera religione, questi semina Verbi sono certo considerati dai Padri della Chiesa come un bene, ma nient’affatto come una presenza effettiva e soprannaturale di Dio. In effetti, e i Padri della Chiesa ne sono pianamente coscienti, non è a tutte le religioni, ma solo agli Apostoli, fondamento della Chiesa cattolica, che Cristo ha rivolto la sua promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt. 28, 20). In tal modo, per i Padri questi semina Verbi erano solo una partecipazione naturale alla verità divina, la quale non implicava una presenza di Dio nell’anima. Quest’ultima, data solo dalla grazia soprannaturale, ne era invece chiaramente distinta. L’esempio di San Giustino, il più citato in questo dominio, è illuminante sull’argomento: «Io sono cristiano, me ne glorio, e confesso che tutto il mio desiderio è di farmi conoscere come tale. Non è che la dottrina di Platone sia incompatibile con quella di Cristo, ma è che non le è del tutto simile, non più di quella degli altri: stoici, poeti o scrittori. In effetti, ciascuno di questi, del Verbo divino disseminato nel mondo, ha visto ciò che era in rapporto con la propria natura, potendo esprimere così solo una verità parziale […] Tutto quello che hanno insegnato di bene ci appartiene, a noi cristiani. Poiché, dopo Dio, noi adoriamo e amiamo il Verbo (logos) nato da Dio, eterno e ineffabile, perché s’è fatto uomo per noi al fine di guarirci dai nostri mali facendosene partecipe. Gli scrittori hanno potuto vedere indistintamente la verità, grazie ai semi del Verbo che sono stati deposti in essi. Ma una cosa è possedere un seme ed una somiglianza proporzionale alle proprie facoltà, altra cosa è l’oggetto stesso la cui partecipazione e la cui imitazione procedono dalla grazia che viene da Lui [10]. Da cui discende che equivale ad una menzogna affermare che la Tradizione della Chiesa abbia creduto, sulla base dei semina Verbi, ad una presenza immanente e agente dello Spirito Santo in tutte le culture. E tuttavia, Giovanni Paolo II non s’è privato di una tale affermazione: «In esse [nelle religioni non cristiane] si trovano i semina Verbi, l’“irraggiamento dell’unica verità” di cui parlavano già i primi Padri della Chiesa, e che erano viventi e agenti in seno al paganesimo.» Le ultime parole sono determinanti: esse identificano i semina Verbi con una presenza vivente e agente di Dio. Questa presenza vivente e agente di Dio in seno al paganesimo verrà anche ripresa, per esempio, nel discorso del 22.12.86 ai membri della Curia per giustificare Assisi: «… tutti coloro che non hanno ancora ricevuto il Vangelo sono “ordinati” alla suprema unità dell’unico popolo di Dio […] È precisamente il valore reale e oggettivo di questa “ordinazione” all’unità dell’unico popolo di Dio, spesso nascosta ai nostri occhi, che può essere ravvisato nella giornata di Assisi; e nella preghiera con i rappresentanti cristiani presenti è la profonda comunione che già esiste tra di noi in Cristo e nello Spirito, viva e operante, anche se ancora incompleta, che ha avuto una sua peculiare manifestazione» [11].

Conclusione

Allora, parlare di immanenza divina segretamente nascosta nel cuore di tutte le religioni non ha alcun appoggio nella Tradizione, al contrario. Il suo solo fondamento è la dottrina modernista dell’immanenza vitale, così cara a Giovanni Paolo II. In una tale prospettiva immanentista, la teologia cattolica relativa all’Incarnazione redentrice pone un duplice problema. Come ammettere innanzi tutto la necessità di un mediatore esteriore alla coscienza umana? Dire che l’uomo deve passare per un altro per avere accesso a Dio, non è agli antipodi del principio d’immanenza? In questo senso la cristologia tradizionale dà fastidio. E come ammettere poi che l’uomo abbia bisogno di essere riscattato per esser unito a Dio? Questo significa che, non solo egli non è unito automaticamente a Dio, ma per di più non lo merita. Ecco una nuova contraddizione del principio d’immanenza. Si comprende quindi come i dogmi dell’Incarnazione e della Redenzione debbano essere profondamente rivisitati dal pensiero modernista. E per ciò che qui al momento ci riguarda dall’insegnamento di Giovanni Paolo II.

II) L’Incarnazione in Giovanni Paolo II

L’incarnazione, o l’immanenza rafforzata

Per ciò che riguarda il dogma dell’Incarnazione, ripartiremo dall’omelia di Giovanni Paolo II a Bourget, che abbiamo più volte citata. Come abbiamo visto, l’uomo – tutto l’uomo – è descritto come «interiormente unito alla sapienza eterna». Ebbene, il Papa prosegue subito: « Cristo è venuto al mondo in nome dell’alleanza dell’uomo con la sapienza eterna. In nome di questa alleanza egli è nato dalla Vergine Maria ed ha annunciato il Vangelo. In nome di questa alleanza, “crocifisso sotto Ponzio Pilato”, è andato sulla croce ed è risorto. In nome di questa alleanza, rinnovata nella sua morte e nella sua risurrezione, egli ci dona il suo Spirito... L’alleanza con la sapienza eterna continua in lui». Il papa non dice che l’alleanza con Dio è stata ristabilita in Lui – cosa che presupporrebbe che l’uomo l’abbia distrutta prima di tutto col peccato – ma che continua in Lui. In altre parole, Cristo è venuto al mondo “in nome dell’alleanza dell’uomo con la sapienza eterna”, nel quadro di un’immanenza divina esistente innanzi tutto. Egli è venuto per dare nuova “forza” a questa immanenza, come per “riconfigurarla”. Qual è dunque questa nuova “forza”? Il Papa risponde commentando Mt 28, 18, dove Cristo dice: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”: « “Il potere in cielo e sulla terra” non è un potere contro l’uomo. Ma non è neppure un potere dell’uomo sull’uomo. È il potere che permette all’uomo di rivelarsi a se stesso nella sua regalità, in tutta la pienezza della sua dignità. È il potere di cui l’uomo deve scoprire nel suo cuore la forza specifica, mediante il quale deve rivelarsi a se stesso nella dimensione della sua coscienza e nella prospettiva della vita eterna» [12].

La dimensione universale dell’Incarnazione

Secondo questa dottrina il rapporto dell’uomo con Cristo è profondamente modificato. Non è più Cristo il cammino verso il cielo – Lui che è via, verità e vita – Cristo al quale l’uomo deve incorporarsi per giungere alla salvezza. No. Nella concezione di Giovanni Paolo II, sarà più giusto dire che, al contrario, è l’uomo che ha in se stesso il cammino della salvezza – la voce della sua coscienza – cammino che Cristo è venuto a rafforzare in ogni uomo. Questa è l’interpretazione che Giovanni Paolo II dà dell’espressione conciliare che gli è così cara: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo» [13]. Per Giovanni Paolo II l’Incarnazione ha reso tutti gli uomini, in maniera ancora più profonda, figli adottivi di Dio [14]. Citiamo ancora Giovanni Paolo II: «Ricordando che “il Verbo si fece carne”, che cioè il Figlio di Dio è diventato uomo, dobbiamo prendere coscienza di quanto sia diventato grande, attraverso questo mistero – cioè attraverso l’incarnazione del Figlio di Dio – ogni uomo! Cristo infatti è stato concepito nel grembo di Maria ed è divenuto uomo per rivelare l’Amore eterno del Creatore e Padre e per manifestare la dignità di ciascuno di noi» [15]. Questo grande capovolgimento operato dalla teologia modernista prorompe nel messaggio che Giovanni Paolo II indirizza al mondo nel giorno del suo primo Natale da papa, il 25 dicembre 1978. Il titolo stesso del discorso è rivelatore: Natale, festa dell’uomo. Questo testo, dal lirismo sorprendente, meriterebbe di essere citato integralmente. Qui ci limitiamo ai suoi passi essenziali: «Natale è la festa dell’uomo. Nasce l’Uomo. […] Se noi celebriamo così solennemente la nascita di Gesù, lo facciamo per testimoniare che ogni uomo è qualcuno, unico e irripetibile». D’un tratto, l’anniversario dell’Incarnazione divina è trasformato nella festa dell’umanità. La dinamica dell’Incarnazione non è più rivolta verso la patria celeste che il Verbo incarnato ha reso nuovamente accessibile, ma verso l’uomo e la sua dignità trascendentale, sorta precisamente dall’immanenza divina che dovrebbe caratterizzarlo. Il Papa continua: «Nel nome di questo irripetibile valore di ogni uomo, e nel nome di questa forza, che porta ad ogni uomo il Figlio di Dio diventando uomo […] Ai popoli… dico: «- Accettate la grande verità sull’uomo. – Accettate la piena verità sull’uomo pronunziata nella notte di Natale […] Accettate il mistero, nel quale vive ogni uomo da quando è nato Cristo. – Rispettate questo mistero! […] “Gloria a Dio nel più alto dei cieli!” Dio si è avvicinato. È in mezzo a noi. È l’Uomo. […] Dio si è compiaciuto dell’uomo per Cristo» [16]. Il Dio di Giovanni Paolo II non è più quello che mette tutte le sue compiacenze in Cristo, e che ce le concede nella sola misura in cui noi siamo “incristati” con la grazia battesimale; è un Dio che mette la sua compiacenza nell’uomo, in ogni uomo, tra l’altro perché Cristo s’è unito ad ogni uomo.
Tale è, per Giovanni Paolo II, l’opera dell’Incarnazione: «Gesù Cristo ci mette in grado di condividere ciò che egli è. Attraverso la sua Incarnazione, il Figlio di Dio si unisce in un certo modo con ogni essere umano. Nel nostro essere interiore egli ci ha riconciliato con Dio, ci ha riconciliato con gli altri, ci ha riconciliato con i nostri fratelli e con le nostre sorelle: egli è la nostra pace» [17]. L’essere troppo abituati a queste formule, ci porta a non valutarne la portata. Esse sono semplicemente incompatibili con la fede cattolica. In effetti, dire che il Figlio di Dio ha già riconciliato con Dio ogni uomo nel suo essere interiore, è cosa contraria alla fede cattolica. Ciò nonostante, questa affermazione è ripetuta a più riprese da Giovanni Paolo II: «In Cristo tutti sono il “popolo eletto”, perché in Cristo l’uomo è eletto. Ogni uomo, senza eccezione e differenza, viene riconciliato con Dio e - per ciò stesso - chiamato a partecipare all’eterna promessa di salvezza e di vita. L’umanità intera è nuovamente creata come “l’uomo nuovo . . . secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24)» [18]. Insistiamo un’ultima volta su questo universalismo dell’Incarnazione: «… questo è l'uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre» [19]. Tutti questi passi, che potremmo moltiplicare, peccano gravemente contro la fede. Essi rifiutano di distinguere l’amore premuroso che Dio ha per ogni uomo, dalla dilezione che Egli ha solo per certuni, secondo la parola stessa di Cristo in Gv. 16, 27: «Il Padre stesso via ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio».

Una coscientizzazione per la fede: la confusione degli ordini naturale e soprannaturale

Secondo Giovanni Paolo II, se l’Incarnazione riguarda tutti gli uomini per il fatto che essa include ciascuno in una unione più grande con Dio – in un più alto grado di grazia [20] - nondimeno questa nuova divinizzazione non è cosciente in tutti. Egli lo sottolinea: «Gesù Cristo, il quale “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, 22), anche se questi non ne è consapevole» [21]. Così che questo nuovo grado di divinizzazione, per quanto è possibile, dev’essere coscientizzato. Conformemente al postulato modernista, questo ruolo di coscientizzazione tocca alla fede. Ascoltiamo in che termini: «Attraverso la fede l’uomo arriva ad una conoscenza più piena di Dio e acquista anche una dimensione più profonda della propria dignità come persona, che è comune a tutti gli uomini» [22]. Presa in se stessa, questa proposizione è erronea. Di fatto come di diritto, è falso affermare che tutti gli uomini partecipano della stessa conoscenza di Dio e di una stessa dignità. Quanto alla conoscenza, questa frase non distingue la conoscenza comune dalla conoscenza di fede se non per una differenza di grado. Ora, esiste proprio una differenza di natura tra la conoscenza razionale accessibile – e non comune – a tutti gli uomini, e la conoscenza della fede che è appannaggio dei soli membri della Chiesa. San Tommaso lo dice molto chiaramente, sintetizzando in questo la Tradizione: «Infatti le verità di fede sorpassano la ragione umana: e quindi non rientrano nel pensiero umano senza la rivelazione di Dio» [23]. Per ciò che riguarda la dignità, è ancora falso dire che ne partecipano tutti gli uomini. Ascoltiamo ancora San Tommaso: «Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’esser liberi e nell’esistere per se stessi, degenerando in qualche modo nell’asservimento delle bestie […] Così infatti si legge nella Scrittura: “L’uomo non avendo compreso la sua dignità, è disceso al livello dei giumenti privi di senno, e si è fatto simile ad essi” (Sal. 48, 21)» [24]. Tutte queste distinzioni, elementari in teologia, qui sono state spazzate via. Tutto viene considerato solo dal punto di vista di una coscientizzazione più o meno ampia di una realtà già integralmente presente in tutti. Eccoci dunque alle estreme conseguenze della nuova teologia dell’Incarnazione, che non sono altro che un nuovo aspetto del modernismo sottolineato da San Pio X: la completa confusione tra l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale.

III) La Redenzione in Giovanni Paolo II

La falsa concezione dell’universalità della Redenzione

Delle deformazioni che il modernismo apporta al dogma della Redenzione si pensi in primo luogo alla falsa concezione della sua universalità. Per Giovanni Paolo II, infatti, la Redenzione apportata da Cristo è universale, non solo nel senso che è sovrabbondante per tutto il genere umano ed è proposta a ciascuno dei suoi membri in particolare, ma anche nel senso che è applicata di fatto a tutti gli uomini presi individualmente. Se dunque, da un lato, «In Cristo la religione non è più un “cercare Dio come a tentoni” (cf. At 17, 27), ma risposta di fede a Dio che si rivela […] risposta resa possibile da quell’Uomo unico […] nel quale […] ogni uomo è reso capace di rispondere a Dio», dall’altra, aggiunge il Papa: « Più ancora, in quest’Uomo risponde a Dio l’intera creazione» [25]. Quest’ultima espressione richiede un chiarimento. Essa potrebbe intendersi in modo cattolico se per creazione si intendesse l’essere umano, compendio della creazione, aggiungendo che per intera creazione si deve intendere ogni uomo, non come uomo in particolare, ma come ogni tipo d’uomo [26]. Ora, non è questa l’interpretazione di Giovanni paolo II. Per lui, Cristo ha unito al mistero della Redenzione ogni uomo, cioè ciascuno in particolare. Lo afferma chiaramente quando si rivolge a dei popoli pagani: «Nello Spirito Santo, ogni individuo ed ogni popolo è diventato – attraverso la Croce e la Risurrezione di Cristo – figlio di Dio, partecipe della vita divina ed erede della vita eterna» [27]. Non insisterò oltre su questo errore, che mi sembra più opportuno collegare alla concezione che Giovanni Paolo II s’è fatta dell’Incarnazione. Come abbiamo visto, infatti, è in questa che, secondo Papa Wojtyla, tutti gli uomini sarebbero stati inclusi in maniera efficace: «L’uomo - ogni uomo senza eccezione alcuna - è stato redento da Cristo, perché con l’uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna - Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole» [28]. Da questo punto di vista, la Passione e la Resurrezione di Cristo non avrebbero apportato nulla di fondamentalmente nuovo. Io faccio notare semplicemente che questa concezione universalista della Redenzione non deriva da una incomprensione o da una interpretazione ingiustificata del pensiero di Giovanni Paolo II. Essa è ammessa da tutti, a cominciare dai serissimi membri della Commissione Teologica Internazionale, i quali, in uno dei loro documenti scritto su richiesta di Giovanni Paoli II, dichiarano: «Da queste azioni divine [l’Incarnazione redentrice], tutti gli uomini sono dotati della dignità di figli adottivi di Dio; per questo essi diventano sia i soggetti sia i beneficiari della giustizia e dell’agape suprema» [29].

La Redenzione come semplice rivelazione

Vi è un’altra deformazione del dogma della Redenzione, più specifica, che mi sembra importante sottolineare perché attiene alla sua stessa natura. Nella concezione wojtyliana, la Redenzione si riduce alla rivelazione ultima dell’amore di Dio per noi. Se in effetti si ammette che l’uomo, per la presenza divina che abita nell’intimo della sua coscienza, possiede in se stesso la capacità di andare a Dio, allora non vi è più bisogno di essere riscattati, nel senso stretto del termine. Ciò che la teologia cattolica ha inteso finora con la soddisfazione vicaria di Cristo viene spazzato via con un gesto della mano [30]. A questo punto, la morte di Cristo e la sua Resurrezione sono solo una testimonianza dell’amore di Dio per gli uomini: «Proprio sulla via dell’eterna elezione dell’uomo alla dignità di figlio adottivo di Dio, sorge nella storia la croce di Cristo, Figlio unigenito, che, […] è venuto a dare l’ultima testimonianza della mirabile alleanza di Dio con l’umanità, di Dio con l’uomo - con ogni uomo» [31]. Questa testimonianza viene chiamata ultima nel senso che manifesta che niente può fermare tale alleanza con Dio, neanche il peccato: «Se Dio ha inviato Suo Figlio per aprire nuovamente le porte della salvezza a tutti è proprio perché Egli non ha mai cambiato attitudine nei loro confronti (…) La venuta del Figlio Unigenito di Dio nel cuore della storia umana rivela che Dio intende proseguire la messa in opera del suo progetto malgrado gli ostacoli» [32]. In altre parole, se la concezione cattolica insegnava che la morte espiatoria di Cristo ha annientato il reale ostacolo all’unione con Dio, che è il peccato, il modernista afferma che, con la sua morte, Cristo ha semplicemente rivelato che gli ostacoli alla salvezza non sono ostacoli, quand’anche l’uomo l’abbia creduto! In questo senso, la Redenzione apportata da Cristo è, non solo universale, ma definitiva. Più niente può comprometterla, poiché perfino il peccato non potrebbe contraddirla. Da qui l’affermazione di Giovanni Paolo II: «… ognuno è stato compreso nel mistero della Redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero» [33]. Rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo, la vita e la morte di Cristo testimoniano anche la dignità dell’uomo: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso» [34]. Si tratta infatti della piena realizzazione di tutte le potenzialità presenti in ogni uomo, del compimento perfetto dell’immanenza divina presente in tutti. Così, vivere da uomo autentico significa contemplare Cristo per imitarlo. È in questo senso che Giovanni Paolo II invita i giovani a camminare nella sequela di Cristo: «La più grande “risorsa” dell’uomo è Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. In lui si scoprono i lineamenti dell’uomo nuovo, realizzato in tutta la sua pienezza: dell’uomo per sé. In Cristo, Crocefisso e Risorto, si svela all’uomo la possibilità ed il modo secondo cui assumere in profonda unità tutta quanta la sua natura» [35].

Conclusione

Concludiamo. Uomo dell’immanenza, Giovanni Paolo II lo fu più di ogni altro dei papi moderni. Egli l’insegnò, la predicò, ne fece il fondamento dell’umanesimo con cui ha animato  tutto il suo pontificato. Alla luce di un tale postulato, egli rivisita in profondità i due misteri dell’Incarnazione e della Redenzione. Il primo serve solo a ravvivare l’immanenza, mentre il secondo svolge il solo compito di rivelare ad ogni uomo l’immensa dignità di una tale immanenza. Tutto in Giovanni Paolo II è dunque radicato in questo principio modernista dell’immanenza vitale. Ma in Giovanni Paolo II, tutto si appoggia anche sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes. L’insegnamento del defunto pontefice, che abbiamo appena riassunto, è in effetti solo un lungo commento del paragrafo 22 della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione […] Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo» [36]. Se Giovanni Paolo II ha mosso la nostra attenzione è proprio perché noi pensiamo di poter trovare in lui un commentatore autorizzato del Vaticano II. Se egli fu così modernista per suo conto, è perché è l’insegnamento del Concilio Vaticano II in se stesso ad essere profondamente modernista. Poiché questo simposio ha per oggetto l’attualità dell’Enciclica Pascendi, finirò dicendo che la denuncia che San Pio X fece del modernismo sarà attuale fintanto che sarà d’attualità il Vaticano II.
Preghiamo il nostro Santo Patrono perché questo tempo sia il più breve possibile!
Abbé Patrick de La Rocque, novembre 2007

Fonte: Distretto di Francia (www.laportelatine.org)


[1] Giovanni Paolo II, Discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale, 22.12.1986, n. 11.
[2] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa a Burget, 1.6.1980, n. 4
[3] «Anche noi - diceva Paolo VI a nome di tutti i Padri del Concilio Ecumenico, di cui anch’io ero membro - abbiamo più di chiunque altro il culto dell’uomo» (Discorso di chiusura del Vaticano II, 7 dicembre 1965)» (Giovanni Paolo II, Lettera del 20.5.1982 al Card. Casaroli, per la fondazione del Pontificio Consiglio per la Cultura.
[4] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa a Burget, 1 giugno 1980, n. 5
[5] Giovanni Paolo II, discorso del 5.11.1995 all’assemblea generale delle Nazioni Unite (n. 16): «Speranza e fiducia sono la premessa di una responsabile operosità e trovano alimento nell’intimo santuario della coscienza, là dove “l’uomo si trova solo con Dio”».
[6] Giovanni Paolo II, discorso del 5.11.1995 all’assemblea generale delle Nazioni Unite (n. 9): «… al di là di tutte le differenze che contraddistinguono gli individui e i popoli, c’è una fondamentale comunanza, dato che le varie culture non sono in realtà che modi diversi di affrontare la questione del significato dell’esistenza personale. […] qualsiasi cultura è uno sforzo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell’uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio.» Qui è descritta una doppia affinità: affinità di aspirazione (modi diversi di affrontare la questione del significato dell’esistenza personale) e affinità di risposta: ogni cultura « è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio». Qui l’approccio è supposto effettivo, visto che esprime infatti la trascendenza della persona umana, cioè l’immanenza divina in essa.
[7] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa a Burget, 1.6.1980, n. 4 e 5
[8] Giovanni Paolo II, discorso del 26.11.1991 ai vescovi dell’Africa del Nord.
[9] Giovanni Paolo II, discorso del 13.5.1989 ai partecipanti all’assemblea generale della Società delle Missioni Africane.
[10] San Giustino, 2a Apologia, n° 13.
[11] Giovanni Paolo II, Discorso alla Curia romana per gli auguri di Natale, 22.12.1986, n. 7.
[12] Giovanni Paolo II, Omelia nella Santa Messa a Burget, 1.6.1980, n. 7.
[13] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n° 22, § 2.
[14] Giovanni Paolo II, Discorso di apertura della III Conferenza generale dell’Episcopato Latino-americano: «La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, il dovere di aiutare affinché si consolidi questa liberazione; però ha anche il dovere corrispondente di proclamare la liberazione nel suo significato integrale, profondo, come lo ha annunziato e realizzato Gesù […] Liberazione che erompe dalla realtà di essere figli di Dio, che possiamo chiamare “Abba, Padre” (Rm 8,15), in forza della quale riconosciamo in ogni uomo un nostro fratello».
[15] Giovanni Paolo II, Allocuzione in occasione dell’Angelus del 5.6.1979. Cfr. Omelia in occasione dell’apertura del Sinodo dei vescovi ucraini, 24.3.1980: Maria è la «“mater unitatis”, nel cui seno il Figlio di Dio si è unito all’umanità, inaugurando misticamente l’unione sponsale del Signore con tutti gli uomini». Affermare che Cristo inaugura questa unione sponsale, significa supporre che tale unione un giorno sarà pienamente effettiva. Ora, questa unione è qui descritta come unione sponsale con «tutti gli uomini». Una tale frase è inaccettabile per la fede cattolica.
[16] Giovanni Paolo II, Messaggio Urbi et Orbi, Natale 1978.
[17] Giovanni Paolo II, Omelia della Santa Messa nello Yakee Stadium di New York, 2.10.1979.
[18] Giovanni Paolo II, Udienza generale, Castel Gandolfo, 10.8.1988.
[19] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n° 13. Altri testi, che hanno lo stesso significato, sono molto ambigui. Cfr. per esempio l’Udienza generale del 14.2.1979: « A questo futuro, agli uomini che già esistono e a coloro che verranno, la Chiesa sempre deve rivelare Gesù Cristo, pieno e non diminuito mistero della salvezza. Questo mistero è un mistero eterno in Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Il mistero che è diventato nel tempo una Realtà divino-umana, che porta il nome di Gesù Cristo. È una Realtà storica, e nello stesso tempo egli è al di sopra della storia, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). È una Realtà che non si ferma fuori dell’uomo; la ragione del suo esistere e di essere è di operare nell’uomo; costruire la sorgente e il fermento della nuova vita in ogni uomo». La sorgente e il fermento della nuova vita non è altro che la grazia, ricevuta col battesimo. Ora, qui si afferma che essa è conferita ad ogni uomo, per il fatto che il disegno salvifico di Dio si sia incarnato nella storia col nome di Nostro Signore Gesù Cristo, per divenire realtà in ogni uomo.
[20] Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia, n° 7: « Dio, quale Cristo ha rivelato, non rimane soltanto in stretto collegamento col mondo, come creatore e ultima fonte dell'esistenza. Egli è anche Padre: con l'uomo, da lui chiamato all'esistenza nel mondo visibile, è unito da un vincolo ancor più profondo di quello creativo. È l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo».
[21] Giovanni Paolo II, Discorso alla Curia romana del 22.12.1986, n° 5.
[22] Giovanni Paolo II, Incontro del 17.5.1988 con gli Indios della missione di «Santa Teresita», n° 2.
[23] San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, 2a 2ae, q. 6, art. 1.
[24] San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, 2a 2ae, q. 64, art. 2 ad 3.
[25] Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, n° 6. Altrove questa risposta è descritta come gradita a Dio: Cristo, unendosi a noi, ha anche accolto ogni uomo in particolare. Cfr. Omelia del 2.6.2000 in occasione del Giubileo dei migranti e degli itineranti, n° 2: « Assumendo la condizione umana e storica, Cristo si è unito in qualche modo ad ogni uomo. Ha accolto ciascuno di noi e nel comandamento dell'amore ci ha chiesto di imitare il suo esempio».
[26] San Tommaso d’Aquino, sup. 1 Tim. 2, 4, Ed. Marietti, n° 62.
[27] Giovanni Paolo II, Discorso dall’auditorium di “Radio Veritas”, del 21.2.1981, n° 2. Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, n° 18: «Vieni, o Santo Spirito […] Questa supplica allo Spirito, intesa appunto ad ottenere lo Spirito, è la risposta a tutti i “materialismi” della nostra epoca. […] Si può dire che in questa supplica la Chiesa non sia sola? Sì, si può dire, perché “il bisogno” di ciò che è spirituale è espresso anche da persone che si trovano al di fuori dei confini visibili della Chiesa […]  Questa invocazione allo Spirito e per lo Spirito non è altro che un costante introdursi nella piena dimensione del mistero della Redenzione, in cui Cristo, unito al Padre e con ogni uomo, ci comunica continuamente quello Spirito che mette in noi i sentimenti del Figlio e ci orienta verso il Padre». - Questa lettura del pensiero di Giovanni Paolo II è ammessa da tutti. Per esempio, allorché su espressa domanda e su incoraggiamento di Giovanni Paolo II (Discorso alla CTI del 5.12.1983), questa Commissione non esiterà a fondare i diritti dell’uomo su questa concezione della salvezza universale.
[28] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n° 14.
[29] Commissione Teologica Internazionale, Dignità e diritti della persona umana, 1984.
[30] Non approfondiremo qui questo punto, che abbiamo già sviluppato. Cfr. Cf. Abbé P. de La Rocque, Au cœur de la réforme liturgique, une nouvelle théologie du péché, in Actes du 3ème congrès SI SI NO NO, Paris 2002.
[31] Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia, n° 7. Che questa alleanza sia più che un’elezione, ma esattamente una realizzazione, è stato affermato appena prima da Giovanni Paolo II: «Dio, quale Cristo ha rivelato, non rimane soltanto in stretto collegamento col mondo, come creatore e ultima fonte dell’esistenza. Egli è anche Padre: con l’uomo, da lui chiamato all’esistenza nel mondo visibile, è unito da un vincolo ancor più profondo di quello creativo. È l’amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo».
[32] Commissione teologica internazionale, Quæstiones selectæ de Deo Redemptore, dell’8 dicembre 1994, quarta parte, n° 40 e 42, DC 1996, n° 2143. Cf. CEC 604-605.
[33] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, n° 13.
[34] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n° 22 §2. Si sa quanto questa frase abbia ispirato l’insegnamento del defunto papa.
[35] Giovanni Paolo II, Discorso al III «Meeting per l’amicizia tra i popoli», 29.8.1982.
[36] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n° 22.

Fonte

Golias tradizionalista!


Sottotiolo: l’Istituto del Buon Pastore e l’Ecclesia Dei

Ebbene sì: Golias, l’altoparlante del più accanito –e pressoché maggioritario- ultraprogressismo francese ( rispetto al quale i Focolarini appaiono fastidiosamente conservatori , tanto per capirci)… si è eretto contro un Vescovo a difesa della tradizione.
Chi l’avrebbe mai detto: Golias compagno di viaggio!
E non c’è che dire: quando i progressisti attaccano, attaccano bene!
Una serie di accuse velate in tono diffamatorio, qualche malcelata minaccia qua e là, colpi bassi sulla situazione finanziaria… il tutto condito da risentimento e cattiverie gratuite che, devo ammettere, con quel tono scanzonato hanno tutto il sapore di una torta al catarro con lo zucchero.
Ma il più bello viene adesso: perché il Golias della fratellanza, della solidiarità e dell’amore universale se la prende così tanto col povero Mons. Turini, Vescovo di Cahors?
Perché quest’ultimo ha avuto la malaugurata idea di prendere in considerazione la generosa offerta dell’Istituto del Buon Pastore (e a cifre a sei zeri, dice, mica briciole..) in merito ad una delle numerose strutture diocesane di Cahors che la primavera conciliare ha consacrato a ripostiglio di ricordi migliori.
l’Istituto del Buon Pastore è infatti da anni in cerca di una struttura adatta ad accogliere il Seminario in progressiva espansione..
Dal canto suo il Vescovo ha per le mani un sacco di case vuote per le quali cerca disperatamente un acquirente e, a quanto pare, la sua diocesi ha enormi problemi finanziari. Dalle due necessità AVREBBE potuto nascere una collaborazione virtuosa, no!?
No.
Qui entra in gioco Golias –come al solito, informatissimo- che prende le parti di “numerosi preti e laici impegnati” che non accettano “la brutalità” con cui il Vescovo prende le decisioni.
Si noti bene: non già la decisione di vendere, bensì la semplice decisione di prendere in considerazione l’offerta e di degnarsi di incontrare Don Philippe Laguérie!
Golias scarica l’artiglieria contro “l’integrismo dottrinale” di Laguérie, che cercherebbe di far funzionare la propria aziendina “approfittando” di un Vescovo con difficoltà finanziarie: “l’occasione fa l’uomo ladro” (..probabilmente Golias non patteggia per il Buon ladrone..); Golias ne ha pure per i seminaristi, dileggiati come “futuri santi preti” (lo usa in tono sarcastico!) “pronti ad arruolarsi e a servire nella milizia di Cristo”, forti di una “ideologia nauseante”.
E stiamo parlando del Buon Pastore, ricordiamo, un Istituto “Ecclesia Dei” nato con la benedizione del Santo Padre.
Qualcuno si starà chiedendo cosa ci sarebbe di tradizionalista in Golias: è presto detto.
La conclusione dell’articolo è una profusione di suppliche strappacuore… “il Vescovo può cominciare a dormire sonni tranquilli e i suoi guai finanziari potranno trovare una soluzione grazie all’offerta d Don Laguérie… che importa dopo tutto la storia di un luogo al quale restano intimamente legati numerosi preti e fedeli della diocesi (giusto, la storia.. ora la casa è vuota).. che importa da dove vengano i soldi (neanche fosse un mafioso!!)… che importa, infine, se questa diocesi di TRADIZIONE CONCILIARE e di apertura si prepara a ospitare..”.. i brutti cattivi!
Eccola qua: LA TRADIZIONE CONCILIARE.
Stropicciatevi gli occhi e rileggete: ….tradition conciliaire…. Tradizione conciliare! Un nuovo vocabolo del grande dizionario del post-concilio!
Esiste La Tradizione (che porta in se il nettare spirituale degli Apostoli, dei Padri, dei Martiri, dei Santi, dei Dottori della Chiesa)..e poi, la tradizione “conciliare”, che conosce UN solo concilio, e guai a chi lo tocca. O meglio, conosce il Concilio come evento “di apertura”, insomma un gran “tana-libera-tutti” ecclesiale..
Una tradizione di “apertura” pronta a spaccare le reni a chi ha la stravaganza di inginocchiarsi per ricevere il Corpo di Cristo sulla lingua, magari dopo la recita del “confiteor”. Una tradizione che ha svuotato le diocesi, affossandole in gelide crisi finanziarie (e vocazionali, e di fede, e di partecipazione dei fedeli alla messa ecc ecc) e non contenta, non vuole nemmeno che si possano ospitare dei giovani cattolici aspiranti al Sacerdozio in "piena comunione" col Santo Padre: eh già, non sono preti “di apertura” e nemmeno fedeli impegnati della diocesi!..
Piuttosto che ai seminaristi del Buon Pastore, meglio dare la casa agli scout musulmani per il dialogo con gli ebrei come ha fatto un altro
Monsy Python, Vescovo di Besançon, giusto l’hanno scorso, sempre ai danni del Buon Pastore..
Inutile dire che, a seguito del polverone Golias e di ben 2 riunioni del consiglio presbiterale, la risposta del Vescovo Turini è stata:
NO.
A questo punto, una domanda, un dubbio e una perplessità (Marzullo eleison!)
Domanda: qual è il ruolo centrale della Commissione Ecclesia Dei? Staccare i biglietti all’ingresso del cinema?
Dubbio: dovremmo dedurre che la Fraternità San Pio X faccia benissimo a tenersi Vescovi e giurisdizione “globale”: che je frega, apre e chiude quando vuole, chiese, centri di messa, conventi, seminari, ostelli, scuole, case di riposo… Non credo guadagni nulla a legarsi le mani esponendosi all’arbitrio di Ordinari che preferiscono chiuder baracca piuttosto che lasciar posto alla fede cattolica.
Perplessità: l’Istituto del Buon Pastore nasce sotto i migliori auspici; creato da colonne della famiglia spirituale di Mons. Lefebvre (basti citare don Aulaigner, suo braccio destro e superiore del distretto francese della FSSPX per anni, e don Laguérie, per 14 anni parroco di St. Nicholas du Chardonnet, cuore nobile della battaglia della Tradizione..) sceglie di sottrarsi a certe logiche interne alla fraternità ( tipo il "divieto" di matrimoni misti catto-cattolici e la communio in sacris tra cattolici tradizionalisti FSSPX e Ecclesia Dei!..), rimettersi canonicamente alle dipendenze del Sommo Pontefice, assumendo in modo chiaro una posizione critica nei confronti del Vaticano II : e ben venga… del resto, non mi direte che i Neocatecumenali siano figli della liturgia così come esce dalla Sacrosantum Concilium o i Focolarini, i ReMagi dei sincretismo siano figli della Dominus Jesus!.. Della serie, tutti fanno carta straccia dei testi conciliari (qui l’attuale Card. Koch lo ammetteva con imbarazzante candore ) e del magistero seguente; l’Istituto del Buon Pastore NO, ma con riverente chiarezza, presenta chiara l’esistenza di un problema (evidente).
Ebbene, come sono ripagati? Gli viene persino negata la possibilità di un luogo più adatto per i suoi oltre trenta seminaristi (tra cui anche alcuni italiani e al Prof. Don Carusi) oltre al classico ostracismo di norma.
La riuscita di un istituto come quello del Buon Pastore dovrebbe stare molto a cuore a Roma: dalla riuscita o dal fallimento di tale istituto avranno anche più o meno senso gli “accordi” a Roma con la FSSPX: è possibile o no esser incardinati, avere una posizione canonica regolare… ed esser fedeli alla Tradizione e alla Messa senza per questo esser considerati pericolosi appestati?
Zac
 

sabato 12 febbraio 2011

LA FEDE IN PERICOLO PER LA RAGIONE

S. Ecc. Mons. Bernard Tissier de Mallerais
della Fraternità Sacerdotale San Pio X


LA FEDE IN PERICOLO PER LA RAGIONE

ERMENEUTICA DI BENEDETTO XVI

INDICE


Questo studio è stato pubblicato sul n° 69 (estate 2009) della rivista Le Sel de la Terre - Intelligence de la foi -  Rivista trimestrale di dottrina tomista a servizio della Tradizione
La rivista, curata da Padri Domenicani collegati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, è una pubblicazione cattolica di scienze religiose e di cultura cristiana, posta  sotto il patronato di San Tommaso d’Aquino, in forza della sicurezza della dottrina e della chiarezza d’espressione del “Dottore Angelico”. Essa si colloca nel quadro della battaglia per la Tradizione iniziata da
Mons. Marcel Lefebvre e si presenta in maniera tale da potersi rivolgere ad ogni cattolico che voglia approfondire la propria fede.


Oltre alla rivista, i Padri Domenicani di Avrillé pubblicano testi diversi.
Per l’abbonamento alla rivista e per l’acquisto dei testi pubblicati occorre rivolgersi a:
Editions du Sel de la terre, Couvent de la Haye-aux-Bonshommes - 49240 Avrillé - Francia. -
Tel: +33 2.41.69.20.06 - Fax: +33 2.41.34.40.49
Posta elettronica:  dominicains-avrille@wanadoo.fr
Sito internet: http://seldelaterre.fr/

L’abbonamento per l’Italia (4 numeri) costa 55 Euri e comprende l’abbonamento alla Lettre des Dominicains d’Avrillé. Può essere richiesto  scrivendo al Convento o inviando l’importo tramite bonifico bancario:
IBAN: FR34 2004 1010 1101 6571 0D03 235; BIC: PSSTFRPPNTE

Si può avanzare la richiesta ed effettuare il pagamento anche per via elettronica, accedendo al sito internet su indicato.

La traduzione e l'impaginazione sono nostre
Lo studio in formato pdf


 

Indice

Prefazione  
Introduzione

Cap. 1 - Ermeneutica della continuità
- Fede cristiana ieri e oggi: il «perché» dell’ermeneutica
- La fede in pericolo per la filosofia
- L’ermeneutica alla scuola dei Padri della Chiesa
- Il progresso omogeneo dei dogmi
- Ritorno all’oggettività dei Padri e dei concilii
- Nuova riflessione per un nuovo rapporto vitale?
- Il metodo: l’ermeneutica storicista di Dilthey
- Benedetto XVI reclama la purificazione del passato della Chiesa
- Dove l’ermeneutica diventa una distorsione della storia
- Un nuovo Tommaso d’Aquino

Cap. 2 - Itinerario filosofico di Joseph Ratzinger
- Da Kant a Heidegger: itinerario intellettuale di un seminarista
- L’agnosticismo kantiano, padre del modernismo
- L’autonomia della ragion pratica, madre dei Diritti dell’uomo senza Dio
- Riconciliare i Lumi e il cristianesimo
- Alla ricerca di una nuova filosofia realista
- Ricaduta nell’idealismo: Husserl
- L’esistenzialismo di Heidegger
- La filosofia dei valori di Max Scheler
- Personalismo e comunione delle persone
- Il dialogo «Io-Tu» secondo Martin Buber
- L’«uscita da sé» secondo Karl Jasper

Cap. 3 - Itinerario teologico di Joseph Ratzinger
- La Tradizione vivente, Rivelazione continua, secondo la scuola di Tubinga
- Rivelazione, Tradizione vivente ed evoluzione del dogma
- La Tradizione, lettura vivente della Bibbia
- La dottrina della fede, esperienza su Dio
- Senso comune, filosofia dell’essere e formule dogmatiche
- Il potere d’assimilazione, motore del progresso dottrinale, secondo Newman
- Lungi dall’asservirsi ai nostri concetti, la Rivelazione li giudica e li utilizza

Cap. 4 - Un’esegesi esistenzialista del Vangelo
- «discese agli inferi»
- «risuscitò da morte»
- «è salito al cielo»
- La realtà dei fatti evangelici posta tra parentesi
- L’esegesi esistenzialista, arte divinatoria
- Un’ermeneutica storicistica

Cap. 5 - Ermeneutica dei tre grandi dogmi cristiani
- Il dogma della Trinità rivisto attraverso il personalismo
- L’equivoco della ricerca perpetua della verità
- Il dogma dell’incarnazione, rivisitato con l’esistenzialismo di Heidegger
- Il dogma della redenzione rivisto dall’esistenzialismo cristiano
- La soddisfazione, delicatezza della misericordia divina
- Una negazione peggiore di quella di Lutero
- Il peccato esistenzialista - Il sacerdozio ridotto a potere d’insegnamento

Cap. 6 - Personalismo ed ecclesiologia
- La Chiesa, comunione nella carità
- La Chiesa di Cristo «sussiste» nella Chiesa cattolica

Cap. 7 - Il personalismo politico e sociale
- Personalismo e società politica
- Il personalismo applicato al matrimonio e alla castità

Cap. 8 - Cristo Re rivisto dal personalismo
- Implicazioni politiche del fine ultimo dell’uomo
- La libertà religiosa purificata con l’aiuto di Emmanuel Mounier
- La civiltà laica vitalmente cristiana di Jacques Maritain
- Confutazioni sofistiche

Cap. 9 - La fede personalista di Benedetto XVI
- La fede, incontro, presenza e amore
- Sperimentazione filosofica ed esperienza mistica
- L’autorità divina rimpiazzata dall’autorità umana

Cap. 10 - Un supermodernismo scettico
- Un anti-programma inaugurale
- Uno scetticismo rassegnato e demoralizzante
- Di fronte allo scetticismo, il rimedio sta in San Tommaso d’Aquino

Epilogo - Ermeneutica dei fini ultimi
- Ritrattazioni
- Il limbo rivisitato dall’ermeneutica
- La morte, un rimedio
- La vita eterna, immersione nell’amore
- La salvezza collettiva secondo Henri de Lubac
- Il purgatorio accorciato
- Un giudizio particolare umanista
- L’opzione fondamentale, economia del peccato mortale
- L’inferno, stato d’animo

Postfazione - Cristianesimo e Lumi
- Un equilibrio fragile
- Mutua rigenerazione e correlazione polifonica

Ringraziamenti



Fonte: Una Vox