domenica 5 febbraio 2012

SE VI POSSA ESSERE L’ERRORE NEI DOCUMENTI DEL MAGISTERO (II)


Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira
da “Catolicismo”, San Paolo del Brasile, 1969
PARTE SECONDA
(luglio 1969)

SE VI POSSA ESSERE L’ERRORE NEI DOCUMENTI DEL MAGISTERO



La teologia ci fornisce numerose ragioni a sostegno della tesi secondo cui, in via di principio, vi possono essere errori in documenti del magistero non forniti delle condizioni di infallibilità. Tali ragioni sono tante e di tale peso che ci pare sufficiente fare cenno ad alcune di esse per dare al lettore una visione sommaria dell'argomento.



Possibilità di errori in documenti episcopali

Dobbiamo anzitutto notare che il magistero della Chiesa è dato dal Papa e dai vescovi, unici autorizzati a parlare ufficialmente a nome della Chiesa, come interpreti autentici della Rivelazione. Sacerdoti e teologi non godono del privilegio dell’infallibilità, in nessuna ipotesi, neppure quando insegnano con la missione canonica ricevuta dal Papa o da un vescovo. Anche i vescovi, quando parlano isolatamente o insieme, possono errare, a meno che, in Concilio o fuori di esso, definiscano un dogma, assieme al Sommo Pontefice (cum Petro et sub Petro). Nella dottrina della Chiesa è pacifico il principio secondo cui i vescovi non sono mai infallibili quando si pronunciano senza il Sommo Pontefice. In proposito mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos, scrive: «essendo infallibile il magistero pontificio, e fallibile, anche se ufficiale, quello dei singoli vescovi, è possibile, per la fragilità umana, che uno o altro vescovo cada in errore; e la storia registra alcune di tali eventualità»[29]. A questo punto, dunque, s’impone una conclusione: quando, ragioni evidenti mostrano che un vescovo, alcuni vescovi insieme o anche tutto l’episcopato di un Paese o di una parte del globo sono caduti in errore, niente autorizza il fedele ad abbracciare questo errore adducendo la scusa che non gli è lecito divergere da coloro che sono stati posti da nostro Signore a capo del suo gregge. Sarà per lui lecito, o persino doveroso, dissentire da simili insegnamenti episcopali. Questo dissenso, a seconda dei casi, potrà essere anche pubblico.

Una definizione del Concilio Vaticano I

Passando dai documenti episcopali a quelli pontifici, vedremo inizialmente che, in via di principio, anche nell'uno o nell'altro di questi vi può essere qualche errore, anche in materia di fede e di morale. Il fatto si ricava dalla definizione stessa della infallibilità pontificia data dal Concilio Vaticano I. Vi si stabiliscono le condizioni secondo le quali il Papa è infallibile. È dunque facile comprendere che, quando non vengano osservate tali condizioni,in via di principio potrà esservi errore in un documento papale[29]. In altri termini, potremmo dire che il semplice fatto che i documenti del magistero si dividano in infallibili e in ‘non infallibili’, lascia aperta, in tesi, la possibilità di errore in qualcuno di quelli non infallibili. Questa conclusione si impone in base al principio metafisico enunciato da san Tommaso d'Aquino; «quod possibile est non esse, quandoque non est», «ciò che può non essere [infallibile], talora non è [infallibile]»[29]. Se, in via di principio, in un documento pontificio vi può essere errore per il fatto di non osservare le quattro condizioni dell’infallibilità, lo stesso si deve dire a proposito dei documenti conciliari, quando non osservino le stesse condizioni. In altri termini, quando un Concilio non intende definire con la voluntas obligandi verità di fede come divinamente rivelate, a rigore puòcadere in errore. Questa conclusione deriva dalla simmetria esistente tra la infallibilità pontificia e quella della Chiesa, messa in evidenza dallo stesso Concilio Vaticano I [29].

Sospensione dell’assenso interno

A favore della tesi secondo cui, de jure, vi può essere errore anche in documenti pontifici e conciliari, milita pure l’argomento che teologi tra i più quotati ammettono, in casi molto specifici e straordinari, che il cattolico sospenda il suo assenso a una decisione del magistero. Di per sé, le decisioni pontificali, anche quando sono non infallibili, postulano 1'assenso sia esterno (“silenzio ossequioso”) che interno dei fedeli. Pio XII nellaHumani generis ha espresso questa verità in termini incisivi: «Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro magistero supremo. Infatti questi insegnamenti sono del magistero ordinario, per cui valgono pure le parole: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc. X, 16)» [29]. Tuttavia, quando vi sia «un’opposizione precisa tra un testo di enciclica e le altre testimonianze della Tradizione apostolica»[29], allora sarà lecito al fedele dotto e che abbia studiato accuratamente la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento papale. La stessa dottrina si trova in teologi molto autorevoli. Ne citiamo alcuni. «Questi atti non infallibili del magistero del Romano Pontefice non obbligano a credere e non postulano una sottomissione assoluta e definitiva. Tuttavia bisogna aderire con un assenso religioso e interno a tali decisioni, dal momento che costituiscono atti del supremo magistero della Chiesa, e che si fondano su solide ragioni naturali e soprannaturali. L'obbligo di aderire ad esse può cominciare a cessare solo nel caso, che si da soltantorarissimamente, in cui un uomo idoneo a giudicare l'argomento in questione, dopo una diligente e ripetuta analisi di tutte le ragioni, giunga alla convinzione che nella decisione si è introdotto l'errore» [29]. «[...] Si deve assentire ai decreti delle Congregazioni Romane, finché non diventi positivamente chiaro che hanno errato. Siccome le Congregazioni, per sé, non forniscono un argomento assolutamente certo a favore di una data dottrina, si possono o perfino si devono indagare le ragioni di questa dottrina. E così, o succederà che tale dottrina sia lentamente accettata in tutta la Chiesa raggiungendo in questo modo la condizione d’infallibilità, o succederà che l'errore sia a poco a poco individuato. Infatti, siccome il citato assenso religioso non si basa su una certezza metafisica, ma solo morale, non esclude ogni timore di errore per accidens. Perciò appena sorgano sufficienti motivi di dubbio, l'assenso sarà prudentemente sospeso: ciò nonostante, finché non si presentino tali motivi di dubbio, l'autorità delle Congregazioni basta per obbligare ad assentire. Gli stessi princìpi si applicano senza difficoltà alle dichiarazioni che il Sommo Pontefice emette senza coinvolgere la sua autorità suprema e anche alle decisioni degli altri superiori ecclesiastici, che non sono infallibili» [29]. «[...] Finché la Chiesa non insegna con autorità infallibile, la dottrina proposta non è di per sé irreformabile; perciò, se per accidens, in un’ipotesi per altro rarissima dopo un esame assai accurato, a qualcuno sembra che esistano ragioni gravissime contro la dottrina così proposta, sarà lecito senza temerarietà, sospendere l'assenso interno [...]» [29]. «[...] Se alla mente del fedele si presentano ragioni gravi e solide, soprattutto teologiche contro decisioni del magistero autentico, sia episcopale che pontificio gli sarà lecito respingere l’errore, assentire condizionatamente, o perfino sospendere anche l'assenso [...]»[29]. Nell'ipotesi di decisioni non infallibili «deve il suddito, eccetto il caso in cui abbia l’evidenza che la cosa comandata sia illecita, dare un assenso interno. [...] Se poi qualche dotto studioso avesse delle ragioni gravissime per sospendere l'assenso, può sospenderlo senza temerità e senza peccato [...]›› [29]. Il consiglio dato con frequenza al fedele, in tali casi, è di «sospendere il giudizio» sull'argomento. Se questa «sospensione del giudizio» comporta un’astensione, da parte del fedele, da qualsiasi presa di posizione di fronte all'insegnamento pontificio in questione, essa rappresenta soltanto una delle posizioni lecite nell’ipotesi considerata. Di fatto, la «sospensione dell’assenso interno», di cui parlano i teologi, ha maggiore ampiezza della semplice «sospensione del giudizio» del linguaggio corrente. A seconda del caso, il diritto di «sospendere l'assenso interno›› comporterà quello di temere che vi sia errore nel documento del magistero, o quello di dubitare dell’insegnamento in esso contenuto, o anche quello di respingerlo.

Qualche teologo non ammette la sospensione dell'assenso interno

Alla tesi che stiamo sostenendo sarebbe possibile obbiettare che non tutti gli autori ammettono questa sospensione dell'assenso interno. È il caso di Choupin[29], Pègues[29] e Salaverri[29]. Tuttavia anche questi autori non negano la possibilità di errore nei documenti del magistero: «posto che la decisione non viene garantita dall’infallibilità, la possibilità di errore non è esclusa»[29]. Essi sostengono soltanto che la grande autorità religiosa del Papa, il valore scientifico dei suoi consiglieri, e tutto quanto circonda i documenti non infallibili, consigliano di non sospendere l'assenso interno, anche quando uno studioso abbia ragioni serie per ammettere che la decisione pontificia sia affetta da errore. Non è il caso di analizzare in questa sede con maggiori particolari la posizione di questi teologi. Per il momento ci basta provare, come abbiamo fatto, che anch'essi ammettono lapossibilità di errore in documenti del magistero ordinario. Quanto al giudizio da emettere a proposito della loro tesi secondo cui non è mai permesso sospendere l'assenso interno[29], crediamo che questi autori non abbiano preso in considerazione esplicitamente l'ipotesi che si trovino uniti nello stesso caso i seguenti fattori: 1°) che le circostanze della vita concreta obblighino il fedele, in coscienza, a prendere posizione di fronte a un problema; 2°) che gli appaia evidente un’opposizione precisa tra l'insegnamento del magistero ordinario sull'argomento e le altre testimonianze della Tradizione; 3°) che la decisione infallibile, capace di mettere termine alla questione, non sia stata proferita. Nell'ipotesi, dottrinalmente ammissibile, che questi tre fattori si uniscano, ci sembra che nessun teologo condanni la sospensione dell'assenso interno ad una decisione non infallibile. Condannarla sarebbe perfino un'azione contro natura, e violenta, perché significherebbe obbligare a credere, contro l’evidenza stessa, in qualcosa che non è garantito dall’infallibilità della Chiesa.

Altri teologi negano la possibilità di errore in documenti non infallibili

Contro la tesi secondo cui vi possono essere errori in documenti del magistero ordinario pontificio o conciliare, si presenterebbe anche un'altra obbiezione: secondo alcuni autori di valore, come i cardinali Franzelin e Billot, anche i documenti non infallibili sono garantiti contro qualsiasi errore dall’assistenza dello Spirito Santo[29]. In questo modo, la tesi che stiamo sostenendo potrebbe sembrare incerta. E ci si potrebbe chiedere se non sarebbe più consono allo spirito eminentemente gerarchico, e perfino monarchico, dell’organizzazione della Chiesa, adottare il parere di questi eminenti teologi. Non sarebbe più conforme alla condizione di figli della Chiesa ammettere che è assurdo che vi sia qualche errore anche in pronunciamenti non ex cathedra? Un’analisi esauriente di questo problema ci porterebbe molto oltre gli obiettivi del presente studio. Perciò, ci interessa soltanto mostrare che anche i cardinali Franzelin e Billot, come gli altri teologi che ne adottano la posizione, in ultima analisi ammettono lapossibilità di errore in documenti infallibili. Essi partono dal presupposto che i documenti della Santa Sede o insegnano una dottrina infallibile, oppure dichiarano che una determinata sentenza è sicura o non è sicura: «In queste dichiarazioni, benché la verità. della dottrina non sia infallibile - ammesso per ipotesi che non vi sia intenzione di definire l’argomento - vi è tuttavia sicurezza infallibile, in quanto per tutti è sicuro abbracciarla, e non è sicuro respingerla, e questo non può essere fatto senza violare la sottomissione dovuta al magistero costituito da Dio»[29]. Così, dunque, questi autori sostengono che nei pronunciamenti non infallibili il magistero non si compromette con l’affermazione della verità della dottrina che propone, masostiene soltanto che questa dottrina non presenta pericolo per la fede, nelle circostanze del momento. Questi teologi riconoscono chiaramente che l’insegnamento contenuto in questi documenti può essere falso: «La dottrina a favore della quale esiste una solida possibilità che non si opponga alla regola di fede, sarà forse teologicamente falsa sul terreno speculativo, cioè, se presa sin rapporto alla norma di fede, oggettivamente considerata»[29]. Diventa evidente che, pertanto, anche questi autori ammettono la possibilità di errore per quanto riguarda la dottrina contenuta in documenti del supremo magistero ordinario. Che pensare della teoria secondo cui i pronunciamenti non infallibili mirano soltanto a dichiarare che una dottrina è sicura o non è sicura? Questa teoria non sembra concordare con i termini della maggior parte dei documenti della Santa Sede. In alcuni, chiaramente si tratta soltanto della sicurezza o del pericolo di una certa dottrina. Ma in molti altri - nelle encicliche; per esempio - è manifesto il proposito di presentare insegnamenti come certi, e non solo come sicuri. Inoltre, gli autori in generale hanno abbandonato questa teoria[29]. Tuttavia, ora non dobbiamo analizzare dettagliatamente la citata posizione dei cardinali Franzelin e Billot. Vogliamo solo sottolineare che, anche secondo loro,in via di principio non si può escludere la possibilità di errore dottrinale in documenti pontifici e conciliari.

Conclusione

Da tutto quanto esposto si deduce che, in via di principio, non ripugna 1'esistenza di errori in documenti non infallibili del magistero, anche del magistero pontificio e conciliare. Indubbiamente tali errori non possono essere durevolmente proposti nella Santa Chiesa, al punto da mettere le anime nel dilemma di accettare l’insegnamento falso oppure di rompere con la Chiesa. Tuttavia è possibile, in via di principio, che per qualche tempo, soprattutto in periodi di crisi e di grandi eresie, si trovi qualche errore in documenti del magistero. Come è evidente, facciamo queste osservazioni senza alcun obbiettivo demolitore. Non miriamo a fondare le «contestazioni» ereticali con cui i progressisti cercano, in ogni momento, di scuotere il principio di autorità nella Chiesa. Quello a cui di fatto miriamo, mettendo in risalto la possibilità di errore in documenti non infallibili, è aiutare a illuminare i problemi di coscienza e gli studi di molti antiprogressisti che; per il fatto di ignorare tale possibilità, si trovano spesso in condizione di perplessità per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e le riforme da esso scaturite.

Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira

«Catolicismo» n° 223, luglio 1969, San Paolo del Brasile.




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L’AUTORITÀ DOTTRINALE DEI DOCUMENTI PONTIFICI E CONCILIARI (I)


Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira
da “Catolicismo”, San Paolo del Brasile, 1969
PARTE PRIMA
(ottobre 1969)
Proponiamo ai nostri lettori tre articoli scritti dal teologo brasiliano, Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira, stretto collaboratore di Sua Eccellenza mons. Antonio de Castro Mayer Vescovo di Campos e Direttore della rivista teologica mensile “Catolicismo” di San Paolo del Brasile nella quale sono apparsi. Essi aiuteranno il lettore a risolvere, nella misura di quel che è possibile alla umana capacità, i problemi di coscienza posti dal Vaticano II e dalle riforme scaturite da esso al cattolico fedele alla verità e all’autorità. Il Da Silveira è anche l’autore assieme a mons. De Castro Mayer di numerosi saggi teologici sul Novus Ordo Missae di Paolo VI (apparsi su “Catolicismo” tra il 1970-1971), che furono pubblicati in francese in un libro divenuto celeberrimo sotto il titolo “La Nouvelle Messe de Paul VI: qu’en penser?”, Chiré, 1975.

L’AUTORITÀ DOTTRINALE DEI DOCUMENTI PONTIFICI E CONCILIARI

«Pio XII nella Humani generis insegna: “Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro magistero supremo. Infatti questi insegnamenti sono del magistero ordinario, per cui valgono pure le parole: ‘Chi ascolta voi, ascolta me’ (Lc. X, 16)”. Come si vede, Pio XII dice: ‘per sé’, perché in realtà, ‘per accidens’ , in casi evidentemente non normali, si possono presentare situazioni in cui sia lecito sospendere l'assenso rispetto a un documento del magistero» (A. X. Vidigal Da Silveira).

*

Introduzione

«Tu sei Pietro, e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa» [1]. «Ed ecco che io sono con voi per tutti i giorni fino alla fine del mondo» [2]. «Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, una volta convertito, confermi i tuoi fratelli» [3]. Sono numerosi i passi scritturali in cui il Gesù insegna la indefettibilità della Cattedra di Verità, personificata dal Papa e dai suoi successori. Per questo i Santi affermano che il Papa è il «dolce Cristo in terra» (Santa Caterina da Siena), «colui che dà la verità a quelli che la chiedono» (san Pietro Crisologo), colui che, parlando, mette fine alle questioni relative alla fede (sant'Agostino). L'infallibilità dei Sommi Pontefici e della Chiesa è garanzia della Tradizione e di tutto quanto è contenuto nella Rivelazione. Se non vi fosse questa garanzia, la malizia e la debolezza degli uomini avrebbero sùbito deturpato e corrotto il Deposito rivelato, con lo stesso odio e con lo stesso impeto satanico con cui hanno ucciso il Figlio stesso di Dio.
Estensione dell’infallibilità papale

Nello spirito di molti cattolici di istruzione religiosa media è radicata 1'idea che il Sommo Pontefice è infallibile in tutto quanto insegna. In altri troviamo la nozione ugualmente errata secondo cui vi è infallibilità soltanto nelle definizioni solenni quanto al modo, come quella dell'Assunzione in Cielo della Beata Vergine Maria. Altri ancora si chiedono se un Concilio ecumenico sia sempre infallibile, se il Papa possa eccezionalmente errare, se è obbligatorio credere a tutto quello che hanno insegnato i Papi nel corso dei secoli, a tutti i documenti dottrinali delle Congregazioni romane, a tutto quello che insegnano i vescovi, o almeno il proprio vescovo, e che differenza esista tra la infallibilità del Papa e quella della Chiesa.
Se sia lecito trattare questo argomento

Un cattolico devoto al Papato, e quindi con particolare zelo per il carattere monarchico della Chiesa, potrebbe chiederci preliminarmente se sia lecito trattare simili argomenti, e se non sarebbe indice di maggiore pietà accettare come infallibile tutto quanto insegnano sia i Papi che i vescovi. Gli risponderemmo che i fedeli non devono prendere in considerazione la Chiesa diversa da come l'ha fatta nostro Signore. Se su un punto tanto fondamentale della dottrina cattolica aleggiano dubbi tra i fedeli è compito anche di pubblicazioni teologiche cattoliche contribuire a chiarirli, perché la dottrina della Chiesa non è esoterica. Inoltre, siamo portati ad affrontare questo argomento per il fatto che oggi i progressisti cercano in mille modi di sminuire le prerogative del Pontificato romano e predicano la ribellione contro il secolare insegnamento del Magistero.
Magistero papale e universale, ordinario e straordinario

Prima di affrontare il problema dell’infallibilità, bisogna fissare alcune distinzioni fondamentali. Il magistero ecclesiastico deve essere preventivamente diviso in pontificio e universale[1].


[1] Magistero:

1°) papale: del solo Pontefice romano;

a) straordinario: definizione solenne o ‘non-comune’ sia quanto al modo (proclamazione “in pompa magna”) che quanto alla sostanza (dogma di fede divino-cattolica). È infallibile di per se stesso (p. es. l’Immacolata o l’Assunta, sono state solennemente proclamate da Pio IX e XII come verità divinamente rivelate e proposte a credere obbligatoriamente in ordine alla salvezza eterna);

b) ordinario: comune o ‘non-solenne’ quanto al modo di insegnare. È infallibile solo se il Papa, quanto alla sostanza della verità insegnata, vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelato ciò che insegna, in maniera ordinaria, ‘non-solenne’ o comune (p. es. Giovanni Paolo II sull’inammissibilità del sacerdozio femminile);



2°) universale: dei vescovi assieme al Papa;

c) straordinario: Papa e vescovi uniti fisicamente nello stesso luogo (in Concilio Ecumenico a Firenze, Trento o Roma), insegnano solennemente o in maniera ‘non-comune’ quanto al modo (essendo uniti eccezionalmente nello stesso luogo e non sparsi abitualmente nel mondo). È infallibile,quanto alla sostanza della verità insegnata, se vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelata una dottrina per la salvezza eterna;

d) ordinario universale: insegnamento comune, ‘non-solenne’ dei vescovi abitualmente sparsi fisicamente nel mondo nelle loro rispettive Diocesi, ma uniti intenzionalmente al Papa nel proporre una verità. È infallibile se tale insegnamento è proposto, quanto alla sostanza della verità insegnata, come definitivo e obbligatorio a credersi per la salvezza dell’anima.


Magistero pontificio è quello del Papa, Capo supremo della Chiesa. Magistero universale è quello di tutti i vescovi uniti al Sommo Pontefice. Nel magistero pontificio il successore di San Pietro parla individualmente e per autorità propria. Per esempio, attraverso encicliche, costituzioni apostoliche, allocuzioni dirette a pellegrini. Nel magistero universale, in unione con il Sommo Pontefice, parla l'insieme dei vescovi, sia riuniti in Concilio (magistero straordinario universale) che dispersi nel mondo (magistero ordinario universale). È assolutamente necessario cautelarsi contro una concezione errata del magistero universale, secondo cui i vescovi potrebbero insegnare indipendentemente dal Papa. Niente di più falso. Tenendo presente il carattere monarchico della Chiesa, l'insegnamento dei vescovi, sia quando sono riuniti in Concilio, sia quando sono dispersi nel mondo, non avrebbe nessuna autorità se non fosse approvato, almeno implicitamente, dal Papa (cum Petro et sub Petro). Il magistero universale trae tutta la sua autorità dall'unione almeno di pensiero se non di luogo con il Sommo Pontefice. Il carattere monarchico della Chiesa è di diritto divino, ed è stato oggetto di numerose definizioni del magistero[4]. Mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos, trattando del magistero di ciascun vescovo nella sua diocesi, insegna che «essendo infallibile il magistero pontificio, e fallibile, anche se ufficiale, quello dei singoli vescovi, è possibile, per la fragilità umana, che uno o altro vescovo cadano in errore; e la storia registra alcune di tali eventualità» [5]. Altra distinzione basilare, che è necessario stabilire, e quella tra magistero ordinario e straordinario. Nel magistero straordinario quanto alla sostanza ogni pronunciamento gode dell'infallibilità di per se stesso. Di questo tipo sono le definizioni dogmatiche come quelle della Immacolata Concezione, della Infallibilità pontificia, della Assunzione di Maria Santissima. Ma, come più avanti vedremo, non tutto quanto insegnano i Papi, i concili e i vescovi è di per sé infallibile. Tanto il magistero pontificio quanto quello universale possono essere ordinari o straordinari. Nella Santa Chiesa abbiamo quindi quattro modalità diverse di insegnamento. Cercando di farsi un'idea del magistero universale straordinario, è necessario non confondere il senso che abbiamo appena attribuito al termine «straordinario quanto alla sostanza insegnata» con l'altro senso, che la parola comporta, di «cosa fuori dal comune quanto al modo di insegnamento», che si sottrae alla routine di tutti i giorni. Infatti, ogni Concilio è straordinario quanto al modo nel senso che non è permanentemente o abitualmente riunito; ma il suo insegnamento è straordinario quanto alla sostanza soltanto se definisce una verità di fede come da credersi obbligatoriamente. In questo articolo useremo il termine «straordinario quanto alla sostanza» solo nel senso di definizione dogmatica e infallibile. Tra i teologi, la parola si trova usata ora in un senso, ora in un altro, il che ci sembra fonte di non piccole confusioni[6]. Preferiamo adottare la terminologia indicata perché, oltre a sembrarci più didattica, è stata sanzionata da Paolo VI in due discorsi relativi al Concilio Vaticano II[7]. Ad analoga confusione si presta la parola «solenne», che talora indica il pronunciamento «di per se stesso infallibile quanto alla sostanza», talora quello che, inoltre, si circonda di formule particolarmente solenni quanto «al modo in cui sono pronunciate»[8].
Pronunciamento pontificio “ex cathedra”

Analizziamo inizialmente il magistero pontificio straordinario. Dalle lezioni di catechismo, ogni cattolico ricorda che il Papa è infallibile quando parlaex cathedra, e in materia di fede e di morale. Formula vera, ma che per il suo carattere estremamente laconico può indurre in inganno, e perciò richiede alcune spiegazioni. Infatti, che cosa significa ex cathedra? Parlare dalla Cattedra di Pietro significa soltanto insegnare ufficialmente? Significa rivolgersi alla Chiesa universale? Le encicliche, per esempio, essendo documenti ufficiali, in generale diretti a tutta la Chiesa, sono ipso facto pronunciamenti ex cathedra? Nella definizione della infallibilità pontificia, nel Concilio Vaticano I, troviamo la soluzione chiave per questi dubbi. La costituzione Pastor Aeternus stabilisce le condizioni necessarie per la infallibilità delle definizioni pontificie. Insegna che il Papa è infallibile «quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, che deve tenersi da tutta la Chiesa»[9]. I teologi sono unanimi nel vedervi la soluzione del problema delle condizioni della infallibilità pontificia[10]. Pertanto; le condizioni necessarie perché si abbia un pronunciamento del magistero pontificio straordinario sono quattro: 1°) che il Papa parli come Dottore e Pastore universale; 2°) che usi della pienezza della sua autorità apostolica; 3°) che manifesti la volontà di definire e di obbligare a credere; 4°) che tratti di fede o di morale. La infallibilità è una facoltà che risiede nella persona del Pontefice come in un essere dotato di intelligenza e di volontà. Egli userà o non userà di questo potere, a seconda che voglia o no. Nella sua vita privata, per esempio in una conversazione con amici o in una lettera ad un parente, è chiaro che il Papa non sta usando del suo potere di definire. Da questo deriva la prima condizione, e cioè che parli come Maestro universale. In più di un documento Benedetto XIV afferma che non emette una certa opinione teologica come Sommo Pontefice ma come semplice dottore privato. Lo stesso ha dichiarato San Pio X a proposito di affermazioni che il Papa fa in udienze private[11]. Ma perché si abbia infallibilità non è sufficiente che il Papa insegni come Maestro universale. È infatti necessario che sia rispettata una seconda condizione, e cioè che parli usando la pienezza dei suoi poteri. L'importanza e la gravità di un pronunciamento infallibile sono tali che è necessario sia ben chiaro che, emettendolo, il Papa sta facendo uso della pienezza delle prerogative che gli competono come legittimo successore di San Pietro. Per questa ragione tanto Pio IX nella definizione della Immacolata Concezione quanto Pio XII in quella della Assunzione di Maria in Cielo dichiarano di parlare «per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra». Tuttavia, anche questo non basta. Infatti, anche parlando come Maestro universale e nell'uso di tutta la sua autorità, il Papa può limitarsi araccomandare una dottrina, o a ordinare che sia insegnata nei seminari, o a mettere in guardia i fedeli dal pericolo presente nella sua negazione. Per questa ragione vi è una terza condizione, e cioè la manifestazione della volontà di definire o obbligare a credere come divinamente rivelata. Questa volontà di definire manca, per esempio, nei documenti, che tuttavia sono tanto saggi, positivi ed energici, con i quali i Papi hanno raccomandato o anche imposto ai professori di filosofia e sacra teologia lo studio e l'insegnamento del tomismo. Tra gli altri, si possono vedere 1'enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, il ‘motu proprio’ Doctoris angelici di san Pio X, e l'enciclica Studiorum ducem di Pio XI. L'ultima condizione è che si tratti di materia di fede e di morale. Lasciamo da parte questo punto, perché esorbiterebbe dai limiti di questo articolo lo studio degli oggetti primari e secondari della infallibilità[12].
La “volontà di definire”

Il punto cruciale del problema è nella terza condizione, e cioè che vi sia intenzione di definire ed obbligare a credere. Come si manifesta questa intenzione? Con 1'uso della parola «definiamo»? Con la scomunica di chi dica il contrario? Con la natura giuridica del documento? Nessuno di questi segni da solo è apodittico[13]. Fondamentale è che sia chiaro, in un modo o nell’altro, che il Papa vuole definire una verità da credere obbligatoriamente in quanto divinamente rivelata. Per questa ragione, nelle definizioni solenni, i Sommi Pontefici accumulano i verbi per rendere indiscutibile la loro intenzione: «promulghiamo, decretiamo, definiamo, dichiariamo, proclamiamo», ecc. In altri casi, potranno mancare tali verbi, ma le circostanze che circondano il documento mostreranno che vi è stata volontà di definire. È quanto accade quando il Papa impone a tutta la Chiesa l'accettazione di una formula di fede. O quando risolve ufficialmente, definitivamente ed in maniera obbligatoria una disputa dottrinale sorta tra i vescovi, in un documento indirizzato, in modo almeno indiretto, alla Chiesa universale.
Magistero universale straordinario

Il Concilio Vaticano I non ha dichiarato in che condizioni un Concilio ecumenico è infallibile. Ma, per analogia con il magistero pontificio, si può affermare che le condizioni sono le stesse quattro. Come il Papa, il Concilio ha la facoltà di essere infallibile, ma può usarne o no, a sua volontà. Molti cattolici male informati potrebbero a questo punto obiettarci di avere sempre sentito dire che ogni Concilio ecumenico è necessariamente infallibile. Questo non è però quanto dicono i teologi. San Roberto Bellarmino spiega che solo dalle parole del Concilio si può sapere se i suoi decreti sono proposti come infallibili. E conclude che, quando le espressioni al riguardo non sono chiare, non è certo che tale dottrina sia di fede[14]. E, se non è certo, non è da credere, perché, secondo il Codice di Diritto Canonico, «nessuna verità deve essere considerata come dichiarata o definita come da credere, a meno che questo consti in modo manifesto»[15].
Costanza di un insegnamento nel magistero ordinario

Non si può definire il magistero ordinario, sia pontificio che universale, come quello costituito dagli insegnamenti che non godono della nota della infallibilità. È vero che, di per sé, cioè isolato dagli altri, un insegnamento del magistero ordinario senza la voluntas definiendi non comporta 1'infallibilità. Cosi, quando l'enciclica Ad diem illum, di san Pio X, sostiene la Corredenzione di Maria, ma non obbliga a crederla come divinamente rivelata non dice nulla che impegni l’infallibilità pontificia. Quindi, in questo caso, siamo ben lontani dalle definizioni solenni (quanto alla sostanza e al modo), come per esempio da quella della bolla Ineffabilis Deus, che ha definito l’Immacolata Concezione, e che da sola chiuderebbe la questione, anche se non vi fosse nessun altro pronunciamento pontificio in proposito. Tuttavia, il magistero ordinario può, in altro modo, comportare l’infallibilità. Così, a proposito della Corredenzione, il padre J. A. Aldama dice: «Benché il magistero ordinario del Pontefice Romano non sia di per sé infallibile, se però insegna costantemente e per un lungo periodo di tempo una certa dottrina a tutta la Chiesa, come accade nel nostro caso [quello della Corredenzione], si deve assolutamente ammettere la sua infallibilità; in caso contrario, la Chiesa indurrebbe in errore»[16]. Pertanto, secondo il padre Aldama, la Corredenzione Mariana è dottrina già oggi infallibilmente insegnata dalla Chiesa, benché non sia ancora stata oggetto di qualche pronunciamento straordinario quanto al modo, sia pontificio che universale. In questo caso ci troviamo di fronte alla infallibilità del magistero ordinario per la continuità di uno stesso insegnamento. Si tratta di un principio importantissimo, di cui generalmente si dimenticano molti cattolici che studiano la nostra fede[17]. Il fondamento dottrinale di questo titolo di infallibilità è quello indicato dal padre Aldama: se in una lunga e ininterrotta serie di documenti ordinari su uno stesso punto i Papi e la Chiesa universale potessero ingannarsi, le porte dell'inferno avrebbero prevalso contro la Sposa di Cristo. Essa si sarebbe trasformata in maestra di errori, la cui influenza pericolosa e perfino nefasta i fedeli non avrebbero modo di sfuggire. Evidentemente il fattore tempo non e l'unico di cui si debba tenere conto. Ve ne sono numerosi altri. Secondo la classica formula di san Vincenzo di Lerino, dobbiamo credere a quanto è stato insegnato sempre, ovunque e da tutti, «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus». Infatti l'assistenza dello Spirito Santo sarebbe manchevole se una dottrina insegnata sotto queste tre condizioni potesse essere falsa. Tuttavia è necessario non intendere l'adagio in senso esclusivo, cioè come se l’infallibilità per la continuità di uno stesso insegnamento esistesse soltanto quando si verificassero queste tre condizioni[18]. È possibile che qualche documento pontificio o conciliare contrasti diametralmente con insegnamenti infallibili del passato? Evidentemente, se anche il nuovo pronunciamento è infallibile, questa opposizione non si può dare. Ma se non lo è, autori di vaglia - come san Roberto Bellarmino, Suarez, Cano e Soto - prendono in considerazione questa ipotesi come teologicamente possibile. Ed è chiaro che il cattolico dovrebbe allora restare fedele alla dottrina infallibile.
Canonizzazione, liturgia e leggi ecclesiastiche

Nello studio del magistero della Chiesa, tanto ordinario quanto straordinario, meritano speciale rilievo le canonizzazioni, la liturgia, le leggi ecclesiastiche, l’approvazione di regole di ordini e congregazioni religiose. Nella canonizzazione, il Sommo Pontefice afferma che un determinato servo di Dio si e santificato e che merita il culto della Chiesa universale; e propone la sua vita come modello per tutti i fedeli. Ora, se quell'anima si fosse dannata, la santa Chiesa proporrebbe ai suoi figli un culto falso, e un modello che li porterebbe alla perdizione eterna. E allora le porte dell'inferno avrebbero prevalso sulla roccia di Pietro. Per questo il Papa nelle canonizzazioni è infallibile secondo la dottrina più comunemente insegnata. Le dottrine implicitamente insegnate, raccomandando l’imitazione e la venerazione del nuovo santo, non sono abbracciate dalla infallibilità. Nella canonizzazione è infallibile soltanto la dichiarazione che il servo di Dio è in Cielo. In certi passi, gli autori pongono le canonizzazioni nel magistero ordinario, mentre in altri le classificano nel magistero straordinario. Evidentemente queste due posizioni non sono contraddittorie. La dichiarazione che una data persona si è salvata è infallibile di per se stessa, e quindi fa parte del magistero straordinario. E d'altra parte 1'insegnamento dottrinale implicitamente contenuto nella canonizzazione appartiene al magistero ordinario[19]. Per la stessa ragione per cui le porte dell'inferno prevarrebbero sulla Chiesa se il Papa orientasse i fedeli verso la perdizione eterna, le leggi ecclesiastiche e in modo speciale l’approvazione delle regole religiose comportano in qualche modo la infallibilità. Se, per esempio, la Santa Sede, con un atto legislativo paragonabile a quello che sarebbe, in materia dottrinale, una definizione dogmatica solenne, obbligasse i fedeli ad una pratica peccaminosa, o approvasse una regola di vita condannabile, si sarebbe trasformata in strumento di condanna. Anche le orazioni della sacra liturgia possono comportare la infallibilità, a seconda del grado di autorità che la Chiesa ha in esse voluto impegnare. «Lex orandí, lex credendi - la legge della preghiera è la legge della fede». Come potrebbe la Chiesa, attraverso le preci che impone o raccomanda con tutto il peso della sua autorità, instillare nelle anime princìpi contrari alla fede? A somiglianza di quanto accade con gli insegnamenti direttamente dottrinali, non sono garantite dal carisma della infallibilità le leggi disciplinari e liturgiche, nella cui approvazione la Chiesa non abbia voluto impegnare la pienezza della sua autorità. Inoltre, l’infallibilità relativa ad una legge ecclesiastica o liturgica non comporta l’ammissione che sia la più perfetta possibile. I diversi titoli di infallibilità che abbiamo indicati non si devono confondere con la cosiddetta “infallibilità passiva dei fedeli”. Questa espressione, corrente nella sacra teologia, indica che i figli della Chiesa, seguendone gli insegnamenti, conosceranno certamente la vera fede. Ma non compete loro nessuna missione ufficiale di magistero, ossia la loro parte è a questo riguardo puramente passiva[20].
Valore dei documenti non infallibili

L'impegno nello studio dei diversi titoli di infallibilità non ci deve, però, portare a mettere in ombra i documenti non infallibili. Infatti, gran parte degli insegnamenti contenuti nelle encicliche, nelle allocuzioni pontificie, nelle lettere dirette dalla Santa Sede a vescovi e a congressi di tutto il mondo, nei decreti delle Sacre Congregazioni Romane, non comportano l’infallibilità. Con questo pretesto dobbiamo disprezzarli? Questo cercarono di fare i modernisti con i documenti pubblicati contro di loro da San Pio X. E già allora si trattava di un vecchio problema, perché eretici anteriori erano ricorsi alla stessa insidia con l’intento di poter rimanere all’interno della Chiesa per meglio diffondere il loro veleno. Dei numerosi documenti pontifici che insegnano quale deve essere la posizione dei fedeli di fronte ai pronunciamenti non infallibili, citiamo soltanto un passo dell’enciclica Humani generis di Pio XII: «Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro magistero supremo. Infatti questi insegnamenti sono del magistero ordinario, per cui valgono pure le parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Lc. X, 16)»[21]. Come si vede, Pio XII dice: «per sé», perché in realtà, per accidens, in casi evidentemente non normali, si possono presentare situazioni in cui sia lecito sospendere l'assenso rispetto a un documento del magistero. È quanto insegnano i teologi. Nel testo che di seguito citiamo, dom Nau tratta in modo speciale delle encicliche, ma è chiaro che l’affermazione vale per qualsiasi documento del magistero ordinario: «Un solo motivo potrebbe farci sospendere il nostro assenso: una opposizione precisa tra un testo di enciclica e le altre testimonianze della Tradizione. Anche in questo caso, una tale opposizione non potrebbe essere presunta, ma esigerebbe una prova, che solo difficilmente potrebbe essere ammessa»[22].

I documenti del Concilio Vaticano II sono infallibili?

A questo punto, alla mente del lettore affiorerà inevitabilmente una domanda: il Concilio Vaticano II ha usato la prerogativa della infallibilità? La risposta è semplice e categorica: no. In nessuna occasione i Padri conciliari hanno avuto la voluntas definiendi et obligandi, cioè in nessuna occasione hanno osservato la terza condizione di infallibilità sopra indicata. Già nella fase preparatoria della sacra assemblea Giovanni XXIII aveva dichiarato che essa non avrebbe definito verità da credere, ma doveva avere soltanto un carattere pastorale. Tali dichiarazioni di Giovanni XXIII non ci sembrano tuttavia sufficienti per autorizzare l’affermazione che il Concilio non ha usato del suo potere di definire. Infatti la sovranità del Papa nella Chiesa di Dio è assoluta. Niente impediva che, avendo Giovanni XXIII convocato un Concilio pastorale, lui stesso o il suo successore decidesse posteriormente di trasformarlo in un Concilio dogmatico. E, d'altra parte, in via di principio niente impedisce che un Concilio principalmente pastorale definisca anche e secondariamente un dogma, dal momento che un dogma non è qualcosa di anti-pastorale, ma solo sovra-pastorale! La prova che il Vaticano II non ha voluto definire nessun dogma è data dai suoi atti e del tenore dei suoi documenti, in nessuno dei quali si trova in modo non equivoco la manifestazione della volontà di definire. Si veda in proposito la dichiarazione del 6 marzo 1964 della Commissione Dottrinale[23]. Questa dichiarazione ha un’enorme importanza, non solo per essere stata ripetuta posteriormente dalla stessa commissione[24], e applicata ufficialmente a più di uno schema[25], ma soprattutto perché Paolo VI l'ha indicata come norma di interpretazione di tutto il Concilio[26]. Qualche teologo potrebbe discordare da quanto abbiamo appena affermato, se non vi fossero diversi pronunciamenti di Paolo VI che sono venuti a dirimere questa importante questione in modo definitivo e irrevocabile. Chiudendo il Concilio, egli ha dichiarato che, in esso «il magistero della Chiesa [...] non ha voluto pronunciarsi con sentenze dogmatiche straordinarie»[27]. Posteriormente, in occasioni meno solenni, ma in modo ancora più chiaro e circostanziato, Paolo VI ha riaffermato che il Concilio «ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità», ma «ha [...] munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario»[28]; e che ha avuto come uno dei suoi punti programmatici «quello [...] di non dare nuove solenni definizioni dogmatiche»[29]. Un Concilio ha solo l'autorità che il Papa gli vuole attribuire. Orbene, questi pronunciamenti pontifici, posteriori alla promulgazione dei documenti conciliari, mettono fine a tutti i dubbi che potessero sussistere. Il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa si intitola «costituzione dogmatica Lumen gentium». Se ne può dedurre che in esso vi sia qualche definizione dogmatica? La domanda può parere superflua, ma la poniamo per mettere in guardia il lettore contro questo errore, in cui alcuni sono incorsi. Sappiamo anche di un professore di teologia che vi è caduto, affermando che il titolo di «costituzione dogmatica» è sufficiente per provare che tutto quanto è contenuto nella Lumen gentium è dogma. Evidentemente l'aggettivo «dogmatica» significa soltanto, nel caso, che si tratta di materia che ha rapporto con il dogma. Nello stesso senso, non è dogma tutto quello che si legge in un manuale di teologia dogmatica. Come la pastorale ha rapporto col dogma ma non è dogma. Non cerchiamo, quindi, di dare al Vaticano II un assenso che esso stesso non ci ha chiesto.

Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira

«Catolicismo» n° 202, ottobre 1967, San Paolo del Brasile.



[1] Mt. XVI, 18.


[2] Ibid. XXVIII, 20.


[3] Lc. XXII, 32


[4] DB, 44, 498, 633, 658 ss., 1325, 1500, 1503, 1698 ss., 1821, 2091, 2147-a.


[5] Mons. Antonio De Castro Mayer, Problemi dell’apostolato moderno, trad. it., Edizioni dell'Albero, Torino, 1963, p. 114.


[6] Cfr. Ioachim Salaverri, De Ecclesia Christi, in Sacrae Theologiae Summa, BAC, Madrid, 1958, vol. I, pp. 68l-682; Paul Nau, El magisterio pontificio ordinario, lugar teologico, in Verbo, Madrid, n. 14, pp. 37-38; Sisto Cartechini, Dall'Opinione al Domma, La Civiltà Cattolica, Roma, 1953, p. 42.


[7] Cfr. Paolo VI, Discorso del 7-12-1965, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma, 1966, p. 822; Id., Discorso del 12-1-1966, in Insegnamenti di Paolo VI, cit., vol. IV, Roma, 1967, p. 700.


[8] Cfr. Charles Journet, L’Eglise du Verbe Incarné, Desclée, Friburgo, 1962, vol. I, p. 534, n. 2; Paul Nau, Une source doctrinale: les encycliques, Les Editions du Cèdre, Parigi, 1952, p. 65.


[9] DB, 1839.


[10] Cfr. Franciscijs Diekamp, Theologiae Dogmaticae Manuale, Desclée, Parigi-Tours-Roma, 1933, vol. I, p. 71; Luduvicus Billot, Tractatus de Ecclesia Christi, Giachetti, Prato, 1909, tomo I, pp. 639 ss.; Lucien Choupin, Valeur des décisions doctrianales et dísciplinaires du Saint-Siège, Beauchesne, Parigi, 1928, p. 6; J. M. Hervé, Manuale Theologiae Dogmaticae, Berche, Parigi, 1952, vol. I, pp. 473 ss.; Charles Journet, op. cit., vol. I, p. 569; Paul Nau, El magisterio pontificio ordinario, lugar teologico, cit., p. 43; Ioachim Salaverri., op. cit., p. 697; Sisto Cartechini., op. cit., p. 40.


[11] Cfr. Paul Nau, El magisterio pontificio ordinario, lugar teologico, cit., p, 48, n. 35.


[12] Cfr. Ludovicus Billot, op. cit., pp. 392 ss.; Lucien Choupin, op. cit., pp. 38 ss.; J. M. Hervé, op. cit., pp, 496 ss.; Ioachim Salaverri, op. cit., pp. 729 ss.


[13] Cfr. Sisto Cartechini, op. cit., pp. 29, 31, 36, 54.


[14] Cfr. San Roberto Bellarmino, De Conciliis, 2, 12, in Opera omnia, Natale Battezzati, Milano, 1858, vol. II.


[15] Codex Iurís Canonici (1917), can. 1323, 2. Nello stesso senso, cfr. Sisto Cartechini, op. cit., p. 26.


[16] Josephus A. De Aldama, Mariologia, in Sacrae Theologiae Summa, BAC, Madrid, 1961, vol. III, p. 418.


[17] Cfr. Paul Nau, Une source doctrinale: les encycliques, cit., pp. 68 ss.; Id., El magisterio pontificio ordinario lugar teologico, cit pp. 47 ss


[18] Cfr. Franciscus Diekamp, op. cit. p. 68.


[19] Cfr. Sisto Cartechini, op. cit., pp. 36, 53, 110, 174.


[20] Cfr. Paul Nau, El Magisterio pontificio ordinario lugar teologico, cit., p. 45; Sisto Cartechini, op. cit., p. 251.


[21] Pio XII, Humani generis, 12-8-1950, in La Chiesa, “Insegnamenti pontifici” a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, Roma, 1961, p. 248.


[22] Paul Nau, Une source doctrinale: les encycliques, cit. pp. 83-84.


[23] Cfr. L'Osservatore Romano, edizione in francese, 18-12-1964, p. 10.


[24] Ibidem.


[25] Cfr. L'Osservatore Romano, edizione in francese, 26-11-1965, p. 3.


[26] Cfr. Paolo VI, Discorso del 12-l-1966, in Insegnamenti di Paolo VI, cit., vol VI, Roma, 1967, p. 700


[27] Id., Discorso del 7-l2-1965, ibid., vol. III, Roma, 1966, p. 722


[28] Id., Discorso del 12-1-1966, ibid., vol. IV, p. 700.


[29] Id., Discorso dell’8-3-1967, ibid., vol. V, Roma, 1968

a cura di don CURZIO NITOGLIA
16 novembre 2010

sabato 4 febbraio 2012

Alcune precisazioni di Monsignor Gherardini

LA NOVELLA DELLO STENTO, OVVERO LA DISPUTA SULL’INTERPRETAZIONE DEL VATICANO II...

di Mons. BRUNERO GHERARDINI....


E’ probabile che i lettori più giovani mai prima d’ora si sian imbattuti nell'espressione la novella dello stento. Da ragazzo, la udivo quasi tutte le sere, al momento in cui, dette le preghierine ed ascoltata l’ultima fiaba prima che m’addormentassi, la nonna ricominciava la novella appena terminata, premettendo: “questa è la novella dello stento, che dura tanto tempo e che non finisce mai”. C’era anche un’altra espressione per indicare l’insopportabile ripetersi di qualcosa: lungo/a come la camicia di Meo. E’ mia impressione, soprattutto leggendo certi Autori, che anche l’interpretazione del Vaticano II sia diventata “lunga come la camicia di Meo”, ripetitiva cioè e superficiale, ed appunto per questo una vera “novella dello stento”. Alludo ad Autori nei quali mai si coglie un sia pur flebile tentativo d’approfondimento, uno sforzo di comprensione alla luce delle fonti, del Magistero e dei “probati Auctores”, un’analisi contenutistica e comparata dei documenti conciliari; mai una verifica fra il dettato conciliare e le note a piè di pagina che dovrebbero confermarlo e documentarlo, oppure fra questo dettato conciliare e quello dei precedenti Concili ai quali vien fatto appello. Si ripete fin alla stanchezza, proprio come quella prodotta dalla “novella dello stento”, che il Vaticano II è infallibile anche se non è dogmatico, perché – e qui sta l’unico immane erculeo sforzo di fondazione critica – è assistito dallo Spirito Santo.

1 - Ai sostenitori d’una tale giustificazione, dai medesimi ritenuta apodittica ed indiscutibile, non passa neanche per l’anticamera del cervello ch’essa sia aprioristica sul piano filosofico e fideistica su quello teologico. Dico aprioristica non nel senso scolastico della dimostrazione “a priori”, dalla causa ch’è prima all’effetto ch’è dopo – o dall’universale che logicamente è anteriore al particolare, il quale è quindi posteriore – ; bensì nel senso moderno e kantiano del termine, vale a dire di forme che, indipendenti dall’esperienza, la condizionano e quindi la precedono. In tal senso, infatti, il predetto unico immane erculeo sforzo di fondazione critica dichiara che prima di tutto, soprattutto e prescindendo da tutto sta l’assistenza dello Spirito Santo e che tutt’il resto (ogni documento conciliare) ne dipende. Potrà mai, allora, non esser infallibile ciò che dipende dallo Spirito Santo? Ovviamente no, ma il modo d’arrivare a codesto no è kantiano, indimostrato, pre-messo, a priori: val a dire privo di forza giustificativa.
Dico inoltre fideistica la giustificazione di chi sottopone il Vaticano II, il Magistero e la Chiesa stessa all’a priori dello Spirito Santo, dimenticando o volutamente rifiutando l’insegnamento del Vaticano I, il quale esclude che la verità possa cogliersi non anche secondo la ragione, ma solamente per fede(1).
I sostenitori della giustificazione aprioristica e fideistica, privi in assoluto d’autocritica perché altrettanto in assoluto sicuri di sé, s’ergon a giudici di chiunque la pensi un po’ diversamente e sentenziano contro chi valuti il Vaticano II sulla base non d’un aprioristico e fideistico ricorso allo Spirito Santo, ma del metodo rigorosamente critico - teologico: alla luce cioè della Fede rivelata e della sua presenza nell’ininterrotto Magistero ecclesiale dagli Apostoli ad oggi. Poiché codesta medesima luce evidenzia non pochi elementi del Vaticano II o discutibili o difficilmente collegabili con la continuità del detto Magistero, il rilevarlo è considerato un peccato mortale e vien investito da veementi accuse ai limiti del non-senso: “interpretazione modernista” è la più grave così come la più assurda, oppure “interpretazioine lefebvriana”, quasi un colpo di grazia contro la reazione in agguato, che osa sfidare il Papa, il Magistero e soprattutto loro, gli aprioristi e fideisti del momento. Mi nasce il sospetto che io stesso sia per loro un “modernista” ed un “lefebvriano”. 



A dir il vero essi stessi mi combattono per ben altri motivi ed è quindi evidente il loro stato confusionale: non si rendon conto, infatti, che “modernista” e “lefebvriano” non stanno insieme: è modernista chi considera la Rivelazione non conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo, ma tuttora in atto e riconoscibile nei movimenti del subcosciente e nell’evolversi della cultura, alla luce della quale, anzi, il modernista interpreta ed accomoda le verità del “Credo”; è “lefebvriano” chi appartiene alla Fraternità sacerdotale san Pio X, fondata dal ben noto Mons. M. Lefebvre, o anche chi, sia pur al di fuori della Fraternità, ne condivide le riserve sul Vaticano II, nonché sull’aperturismo del postconcilio e sulle avventure liturgico-teologiche degli ultimi cinquant’anni. Non credo che i suddetti sostenitori, se pur in stato confusionale, ignorino la mia posizione teologica assolutamente antimodernista e la mia estraneità alla famiglia lefebvriana. E’ vero che qualche membro di essa, secondo quanto leggo in pubblicazioni ufficiali, ha detto di me: “Non è dei nostri, ma la pensa come noi”; ciò peraltro è del tutto insostenibile. Sulla prima affermazione non c’è né se né ma che tenga: anche se amico sincero d’alcuni membri della Fraternità, appartengo al clero secolare, son incardinato nella diocesi di Prato, in servizio presso la Santa Sede fino al 1995 e membro del Capitolo vaticano dal 1994. Sulla seconda affermazione i se ed i ma son d’obbligo. Condivido con la Fraternità alcune idee di fondo: il senso della Tradizione viva perché ininterrotta, la “romanità” del Fondatore, la critica all’attuale involuzione mondana, ed altro ancora. Non però l’autonomia con cui la Fraternità “conosce” cause matrimoniali, scioglie matrimoni, riduce allo stato laicale: queste son competenze della Chiesa e dei suoi tribunali, non d’una “società sacerdotale”, oltretutto non ancora canonicamente riconosciuta. Anche sul piano teologico, nel quale alcuni lefebvriani emergono per competenza e profondità, non proprio su tutto mi sento in sintonia: p. es., non su tutte le idee recentemente esposte, in tema di Magistero ecclesiastico, dal pur bravo ed a momenti anche ammirevole abbé J. M. Gleize. Un suo ampio scritto del 2009, concettualizzando Il Magistero vivente e la Tradizione, distingue il Magistero dal punto di vista del soggetto – il Papa ed i vescovi –, dell’atto magisteriale – la forma scritta o detta –, e dell’oggetto – l’insegnamento della verità rivelata – . Distinzioni e suddistinzioni s’incrociano e si moltiplicano soprattutto per spiegar il Magistero alla luce del secondo e del terzo punto di vista; alcuni accenni al primo non mancano, manca però la spiegazione del Magistero ordinario distinto – e perché ed in che senso – dal Magistero solenne e supremo. In tal modo l’esposto sembra allontanarsi da quella “romanità” che pur vorrebbe affermare e difendere. Né, infine, posso dirmi d’accordo sul giudizio della Fraternità circa il nuovo rito della Messa. Da quando il rito c. d. tridentino è stato ripristinato, celebro quotidianamente con esso, ma mi guardo bene dal demonizzar il nuovo, affermando che non soddisfa il precetto festivo e che la presenza alla “nuova” Messa è un sacrilegio. Bastan queste poche precisazioni per convincer ognuno - ovviamente non gli aprioristi ed i fideisti - di quanto aberranti sian le loro accuse di modernismo e di lefebvrismo contro chi, come il sottoscritto, non la pensa e si compiace di non pensarla come loro.

2 - Non contenti di ciò, con la sicumera della loro superficialità senza misura, insistono nel rimproverar a me e ad altri – p. es. al bravo prof. R. de Mattei – l’imperdonabile peccato di non aver riconosciuto e d’aver negato il raccordo tra Vaticano II e Tradizione, tra progresso e conservazione, d’aver anzi sostenuto il contrario, nonostante che lo stesso Vaticano II dichiari più volte d’avere stabilito un tale raccordo e che i Papi del postconcilio l’abbiano ininterrottamente riconosciuto. Al punto in cui stanno le cose, l’insistervi denota o un indizio di secondi fini o la presenza di limiti intellettivi. E’ evidente che un raccordo di tale natura ed importanza non può esser semplicemente declamato; va dimostrato. E dimostrato in modo tale da neutralizzare le prove della controparte relative all’inesistenza del raccordo stesso. Benedetto XVI – ma gli aprioristi ed i fideisti nemmeno se ne rendono conto – proprio questo tentò di fare con l’ormai nota allocuzione del 22 dicembre 2005, là dove parlò d’una continuità discontinua sull’asse portante, fisso, indefettibile, del soggetto Chiesa, nel quale la continuità dottrinale non viene interrotta dalla discontinuità d’atteggiamenti pratici e di scelte storiche, in risposta a determinate condizioni ed esigenze temporali. Per difender la tesi del raccordo tra Vaticano II e Tradizione, questa avrebbe potuto esser la strada maestra; ma sarebbe veramente troppo, se si chiedesse agli aprioristi ed ai fideisti di percorrerla. A loro interessa una sola cosa: che il Vaticano II sia detto un Concilio “infallibile anche se non dogmatico”, solo perché è un Concilio ed in quanto tale è garantito dall’assistenza dello Spirito Santo; donde l’infallibilità conciliare, anche in assenza di definizioni dogmatiche.
Gl’ineffabili aprioristi e fideisti son ancor e sempre a questo punto. Parlan di progresso, ma son di fatto la conservazione, incapaci di muover un passo al di là della loro comoda ed acritica posizione: il Concilio è infallibile perché tale lo rende lo Spirito Santo ed è eretico – sì, anche questo han saputo dire senz’il minimo pudore – chi dichiari il contrario. Se movessero almeno una volta quel passo, se almeno una volta si preoccupassero di confrontare la loro convinzione soggettiva con l’oggettività documentata delle altrui obiezioni, stringerei loro la mano. Per ora le mani non s’incrociano, solo perché quel passo sembra di là da venire.

3 – Proprio il modo con cui parlano d’infallibilità lo dimostra. Intendo l’infallibilità della Chiesa, del Magistero, dei Concili, delle dottrine anche non definite. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegar loro la differenza fra infallibilità, impeccabilità, inerranza ed indefettibilità, non si rendono o non vogliono rendersi conto delle condizioni alle quali soggiace “per divina disposizione” il carisma dell’infallibilità. Alcune affermazioni neotestamentarie, riferite dal quarto evangelista come detti espliciti di Gesù, dovrebbero far riflettere anche un apriorista ed un fideista. Riguardano lo Spirito Santo come dono del Padre su preghiera del Figlio Gesù Cristo, all’approssimarsi della sua ora suprema: “Pregherò il Padre, e questi vi darà un altro Paraclito, perché rimanga sempre con voi, lo Spirito della verità” (Gv 14,16). Paraclito indica la funzione che lo Spirito Santo svolgerà “in eterno” a favore della Chiesa, assistendola come “un altro” Paraclito, dopo che il primo, Cristo, se ne sia andato. Non sarà semplicemente in sostituzione di Cristo e meno ancora in competizione con Lui: sarà “un altro”, senza che altro sia il suo insegnamento, altra non essendo la verità. Proprio per questo vien chiamato “lo Spirito della verità”, per la sua funzione d’annuncio della verità, parallelo a quello di Cristo, del quale, come successivamente l’evangelista conferma, dovrà ripetere l’insegnamento e facilitarne una sempre maggiore intelligenza. “Lo Spirito Santo, il Paraclito che il Padre manderà nel mio nome, v’insegnerà e vi suggerirà tutto quanto io vi avrò detto” (14,26) […] Quando lo Spirito della verità sarà venuto, v’introdurrà nella verità tutt’intera, parlando non già per conto proprio, ma dicendo quanto avrà ascoltato […] Prenderà del mio e l’annuncerà a voi” (16,13-15). E’ qui chiaramente e perentoriamente definita la funzione dello Spirito Santo: non sarà una seconda rivelazione e men ancora una rivelazione perennemente in fieri: sarà una riproposta della rivelazione già compiuta, una reiterata memorizzazione di essa ed un suo sempre ulteriore approfondimento nel cuore della Chiesa lungo il volger dei secoli, quasi un prender la Chiesa per mano ed accompagnarla “nella verità tutta intera” – cioè senza nulla togliere e nulla aggiungere alla parola di Cristo, fosse anche “un solo iota o un solo apice” (cf Mt 5,18) –.
Quell’ “introdurre nella verità tutt’intera” – ed il verbo “introdurre” ne è una prova – non può intendersi come una meccanica ripetizione del già detto, anche se questo fu detto una volta per sempre. Si tratterà, infatti, d’una penetrazione in profondità di ciò che fu detto una volta per sempre, alla scoperta di quanto fosse rimasto in zona umbratile o ad altezze troppo superiori alle capacità dell’intelletto umano, perché, a beneficio di esso, la verità rivelata si dispieghi nella sua interezza ed in ogni sua sfumatura. In codesto quadro si capisce allora il senso di quel “vos docebit omnia” (v’insegnerà ogni cosa) e di quel “suggeret vobis omnia” (vi rammenterà ogni cosa) che, in Gv 14,26, trovan la loro estensione entro un ben determinato confine: la rivelazione cristiana. E soltanto quella!
A ciò s’aggiunga il chiaro limite posto al Magistero dal quarto capitolo della costituzione dogmatica “Pastor æternus” del Vaticano I. Per esser più esatti, il limite è posto al Magistero papale; ma poiché oggetto del Magistero insieme papale ed ecclesiale è “Fede e Morale” e poiché solo in materia di Fede e Morale – la verità rivelata in cui lo Spirito Santo aiuta a penetrare – il Magistero può sicuramente contare sull’assistenza dello Spirito Santo, ne consegue che il limite entro il quale si definisce l’infallibilità del Magistero papale è quello stesso del Magistero ecclesiale. Non a caso la medesima “Pastor æternus”, al medesimo capitolo quarto, dichiara che il successore di Pietro, in materia di Fede e Morale, “gode di quella stessa infallibilità della quale il divin Redentore volle dotare la sua Chiesa nel definire dottrine di Fede e di Morale”(2). Il Magistero, pertanto, non può contare sulla divina assistenza sempre, in assoluto, ad ogni suo intervento, ma solamente quando, direttamente o no, si colleghi con l’avvenuta Rivelazione e con quanto in essa riguarda la Fede e la Morale. Entro codesto ambito, il condizionamento assume, inoltre, i connotati della straordinarietà. L’intervento magisteriale è, in effetti, coperto dal carisma dell’infallibilità, solo se “il Romano Pontefice
1 - parla ex cathedra, ovvero come pastore e dottore di tutt’i cristiani;
2 – in forza della sua suprema autorità apostolica,
3 – per definir un dottrina di Fede o di Morale
4 – rendendola obbligatoria per la Chiesa universale”(3).
Poiché l’infallibilità è una ed indivisibile, tale condizionamento riguarda il Magistero supremo e solenne in quanto tale, sia che venga esercitato personalmente dal Papa loquens ex cathedra, sia che ad esercitarlo provveda collegialmente un Concilio ecumenico. Ma riguarda pure il Magistero ordinario, quello cioè del Papa e dei vescovi dislocati nel mondo intero ed in totale comunione col Papa stesso, qualora riproponga dottrine dogmaticamente già definite, o da queste derivanti – non importa se direttamente o no – così che anche il Magistero ordinario venga in tal modo ricollegato con la divina rivelazione.
Per aprioristi e fideisti non ci son limiti né condizioni: c’è soltanto l’infallibilità. Una volta che una dottrina, ancorché non definita, sia proposta ufficialmente dalla Chiesa, essa per loro diventa automaticamente infallibile e a chi solleva qualche obiezione o ricorda qualche precedente storico nella linea d’un antinfallibilismo soltanto apparente, rispondono con saccenteria e disprezzo. In realtà, quei precedenti – la condanna di sant’Atanasio, le parole di san Leone Magno: “Assumpta est de matre Domini natura non culpa”, il comportamento d’Onorio I nella questione monotelitica, e qualche altro caso ancora – non son prove contro l’infallibilità del Magistero. Non c’è storico della Chiesa che non ne tratti in lungo ed in largo, destituendo di fondamento l’interpretazione antinfallibilista. Chi poi non avesse tempo da dedicare ai loro trattati, potrebbe almeno legger il Denzinger-Schönmetzer sub H 2c a p. 894-895. Ognuno, insomma, può convincersi, se il pregiudizio non gli fa velo, che nessuno vuol metter in discussione il carisma ecclesiale dell’infallibilità, né le condizioni che lo circoscrivono e delimitano.

4 – E’ legittimo chiedersi, dop’aver letto quanto aprioristi e fideisti scrivon al riguardo, se proprio nulla faccia velo ai loro giudizi. Sembra che in essi neanche l’ombra affiori delle surriferite condizioni. Quando c’è di mezzo un Papa, un Concilio, la Chiesa, tutto per essi è automaticamente infallibile e tale dev’esser da tutti riconosciuto. Il Papa sospira? È un sospiro infallibile. Il Concilio ha un pensiero di riguardo per l’uomo, il mondo, il progresso? È un pensiero infallibile. La Chiesa stabilisce orientamenti e decisioni pastorali d’almeno dubbia fondazione nel tesoro della sua costante Tradizione? L’infallibilità arriva sin qui, perché tutto è avvolto, esplicitamente o no, nell’ambito d’un carisma inalienabile dal dna della Chiesa. Insomma, nessun limite, nessuna condizione, nessun freno al verificarsi della sua infallibilità.
Perché non si sospetti che ciò dipenda solo da empito polemico, nel qual caso a rimanerne velato sarebbe il mio giudizio e non quello degli aprioristi e dei fideisti, mi par opportuno riportarne fedelmente alcune parole, recentemente scritte e pubblicate.
A proposito di posizioni conciliari “di tipo dottrinale”, leggo:
- “Dottrinale non nel senso della ripetizione dei dogmi già definiti, ma anche nel senso dell’insegnamento di dottrine nuove, esse pure infallibili benché non definite”(4).
- “Si tratta delle cosiddette dottrine definitive, che alla pari di quelle definite, sono immutabili, infallibili ed irreformabili”(5).
- “L’insegnamento straordinario è un insegnamento nuovo; quello ordinario è quello corrente […] E’ questo appunto il caso del Vaticano II(6)”.
- “In campo dogmatico non si può ammettere una rottura dell’insegnamento del Concilio nei confronti del passato”(7). Ma, in contrasto con un siffatto giudizio, di per sé aprioristico, ecco il suo contrario:
- “Il Vaticano II presenta un nuovo concetto di Rivelazione rispetto a quello del Vaticano I […] dobbiamo ritenere per certo che anche il Vaticano II, benché di contenuto concettuale diverso, sia a sua volta infallibile”(8).
- “Comunicare il Vangelo utilizzando un (?) pensiero moderno purificato dall’errore”(9).
- “Rahner non è riuscito a far entrare nel documento conciliare l’aspetto errato della sua concezione […] stante l’infallibilità conciliare. La presenza dello Spirito Santo nei lavori conciliari purifica il pensiero dei Padri e dei teologi, lasciando cadere le vedute errate”(10).
- “L’evidenziamento (?, parola inesistente) dell’atto e del contenuto della Rivelazione come evento interiore di coscienza, che emerge dalla visione del Vaticano II, non esclude affatto, ma comporta l’atto e il contenuto della Rivelazione come comunicazione divina al destinatario in forma di proposizioni concettuali per il tramite della realtà visibile della Chiesa. Per cui la ricezione del dato rivelato da parte del destinatario non avviene per una sua comunicazione diretta con Dio nell’intimo della coscienza, ma per il tramite della predicazione della Chiesa”(11).
- ”Il concetto di libertà religiosa, venendo fondato sulla Rivelazione, appare come verità prossima alla fede”(12).
- “Caratteristica del Vaticano II è infatti la proposta d’un immenso allargamento di mentalità, quasi a voler superare i precedenti confini della cristianità, ad andare oltre inveterate abitudini di pensiero, ad allargare la capienza dell’intelligenza cristiana, a superare anche barriere con spirito di integrazione, di assunzione e di conciliazione”(13).
- “Quando il nuovo appare nelle dottrine d’un Concilio ecumenico, il cattolico, in base al fatto che egli sa che la dottrina della Chiesa non può mai smentire se stessa, davanti a questo nuovo è certo che esso non è in rotta con l’antico, anche se ciò non appare immediatamente evidente”(14).

5 – L’Autore di queste ed altre dichiarazioni, a dir poco discutibili, dedica, bontà sua, un po’ d’attenzione anche al sottoscritto: con il suo solito metodo di lodare per stroncare, o viceversa. Gli son grato per il tempo dedicatomi, non per le alterazioni del mio pensiero. Un solo esempio, il più clamoroso, si trova là dove, a proposito del mio volume sulla Tradizione (“Divinitas”, numero unico 2010 e Casa Mariana Editrice, Frigento 2010), afferma con la solita sicumera di chi sa tutto e su tutto ha da dire l’ultima parola, che il sottoscritto “non riesce a vedere la continuità tra il concetto di Tradizione dei Concili Tridentino e Vaticano I e quello del Vaticano II, per cui parla di contraddizione, cosa che evidentemente non si può accettare trattandosi di materia di fede, dove la Chiesa non può entrare in contraddizione con se stessa, perché vorrebbe dire che essa ha abbandonato il sentiero del vero per imboccare quello del falso, il che sarebbe come pensare che Cristo l’ha ingannata quando le ha promesso di assisterla col suo Spirito sino alla fine del mondo”. Non è un esempio di scrittura traslucida; è tuttavia comprensibile. Comprendo infatti a) la mia cecità di fronte alla continuità del concetto di Tradizione del Tridentino, del Vaticano I e del Vaticano II; b) la mia empietà nel definire contraddittorio il concetto di Tradizione del Vaticano II rispetto a quello del Tridentino e del Vaticano I; c) la mia implicita blasfemia nell’accusare Cristo d’aver ingannato la Chiesa circa l’assistenza dello Spirito Santo. Ma comprendo pure che tutto questo è impossibile perché si tratta, aprioristicamente e fideisticamente, di materia di fede. Il mio censore, anche se di mestiere fa lo zitti-tutti-parlo-io, vorrà concedere a questo povero cieco, empio e blasfemo di richiamarsi a quanto ha effettivamente scritto.
A p. 186 del suddetto numero unico:
- parlo del Tridentino che, superando la distinzione del partim/partim, si concentra sull’esistenza d’una fonte scritta e d’una fonte orale, ambedue consegnate alla Chiesa dall’ininterrotta successio apostolica ed è questo il suo concetto di Tradizione;
- parlo del Vaticano I, che recepisce codesto concetto e lo innerva nella proposta magisteriale della Chiesa docente;
- parlo del Vaticano II, che opera una reductio ad unum della Rivelazione scritta e di quella orale, annullandone l’evidente distinzione dichiarata ed insegnata dal Tridentino e dal Vaticano I ed inserendo in tale reductio anche il Magistero, ovvero l’autorità che propone le verità rivelate (Tradizione attiva) e l’insieme di tali verità (Tradizione passiva).
Poiché codesti tre punti riposano sulla base rigidamente storico-filologico-teologica del cap. VI (p. 137-186), e non su quella dell’apriorismo e del fideismo, resto in pace con la mia coscienza. So di non essermi divertito a giocar a mammole, so cioè d’aver operato sulla base di dati storico-teologici inoppugnabili, di non aver aggiunto nulla e nulla tolto, d’aver quindi tratto delle conclusioni sotto l’urgenza della logica obiettiva, qual è quella che vuole irriducibile il terzo punto ai primi due del quadro sopra indicato. Che poi, come la mia povera e cara nonna, aprioristi e fideisti trovino piena soddisfazione a ricominciar sempre da capo “la novella dello stento, che dura tanto tempo e che non finisce mai”, padroni di farlo, anche se ormai la loro novella non addormenta più nessuno.
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NOTE

1
In DS 3033; cf 3009; inoltre 2751-2756, 2765-2768. Non è facile concettualizzar il fideismo, perché confluiscon in esso vari indirizzi filosofico-teologici, che i tedeschi indicarono complessivamente con l’espressione Glaubensphilosophie. In particolare, il fideismo si rivelò un’emanazione del tradizionalismo religioso, promosso da Huet, Bautain, de Bonald e Lamennais, secondo i quali solo dalla parola rivelata si ha la conoscenza della verità in assoluto. Per Lamennais e seguaci, fideista è chi raccorda con la fede, in forza d’una rivelazione divina e della sua trasmissione, e quindi al di sopra dell’umana ragione, la conoscenza della verità. Oggi son detti fideisti quanti ricorrono all’esclusivismo o al primato della fede per risolvere il problema della conoscenza e per porre le verità di fede al di sopra di quelle razionali, come gl’immanentisti, i pragmatisti e tutti gli anti-intelletualisti. Cf BAINVEL V., Foi-Fidéisme, in “Dictionnaire apologétique de la Foi catholique” (a c. di A. D’ALÈS, quattro volumi, Parigi 1911-1928) II, cc. 171-278; HARENT S., Foi, in DThC, cc. 171-236: MONTI G.-CHIETTINI E., Fideismo, in EC, V, c. 1246.

2
Constit. Dogm. “Pastor æternus”, cap. IV DS 3074.

3
Ibid.

4
Tutto dipende dalla natura e dal senso dell’aggettivo nuove. Se con esso s’intendesse qualcosa d’eterogeneo rispetto al dogma già definito, si sarebbe di fronte alla prova della discontinuità dottrinale. Se invece s’intendesse qualcosa di pienamente omogeneo e già contenuto, se pur in modo latente, nella definizione precedente, si sarebbe di fronte ad un vero e proprio esempio di progresso dogmatico “in eodem sensu eademque sententia”. E’ dottrina del Vaticano I: si veda DS 3020, 3043, già presente nella Bolla dogmatica del beato Pio IX “Ineffabilis Deus”, 8 dic. 1854, DS 2802, e riproposta dal motuproprio di san Pio X, 1 sett. 1910, DS 3541; dall’enciclica “Ad beatissimi Apostolorum” di Benedetto XV, 1 nov. 1922, DS 3626; e dall’enciclica “Humani generis” di Pio XII, 12 agosto 1959, DS 3886. Al di fuori del Magistero, è dottrina che risale al ben noto monaco san Vincenzo da Lerins, morto verso il 450, e precisamente al suo Commonitorium primum, cap. 23 PL 50, 668A.

5
Se per definitive s’intenda ciò che s’intende con la formula definitive tenendæ, ovvero dottrine sulle quali il Magistero ha pronunciato la sua ultima e definitiva parola benché non in modo definitorio, allora si è davvero di fronte a dottrine “immutabili, infallibili ed irreformabili”. Ma non consta affatto che quelle del Vaticano II siano state concepite dai Padri come definitive tenendæ. Ne fa fede la notificazione dell’Ecc.mo Segretario Generale, Mons. P. Felici, in data 16 nov. 1964, il quale, circa la mancanza negli asserti conciliari di note teologiche, dichiarò che essi devon interpretarsi “secundum regulas generales, ab omnibus cognitas” ovvero “utpote Supremi Ecclesiæ Magisterii doctrinam” da accogliere “iuxta ipsius S. Synodi mentem, quæ sive ex subiecta materia, sive ex dicendi ratione innotescit, secundum normas theologicas interpretationis”.

6
Queste parole figurano subito dopo altre, che dicono:“Il grado supremo dell’autorità del Magistero corrisponde a quello che solitamente si chiama Magistero solenne o straordinario, mentre il grado inferiore corrisponde al Magistero semplice ed ordinario”. Da ciò discende lapalissianamente una conseguenza gravissima, soprattutto dopo le ripetute esaltazioni del Vaticano II: da Magistero solenne e supremo, qual è ogni Concilio ecumenico, vien degradato a Magistero ordinario, anche se un Concilio ecumenico non può affatto, per sua intrinseca natura, esser ridotto a Magistero ordinario. Troviamo conferma di tale degradazione anche qualche pagina dopo: “Il Vaticano II ha fatto avanzare (?) la dottrina della fede nella modalità dell’insegnamento ordinario”.

7
Non si tratta d’un argomento generico ed astratto (“non si può ammettere”), bensì concreto: c’è o no la rottura? Alle prove addotte da lefebvriani e compagni di viaggio, che cosa risponde, al posto di “non si può ammettere”, un apriorista e fideista?

8
Vaticano I e Vaticano II son messi su un piano di parità, che il II negò fin dall’inizio. Il testo prosegue affermando che il contenuto dei due Concili è diverso non perché insegnino cose diverse, ma perché con “due dottrine diverse” fanno “avanzare la conoscenza […] della Rivelazione”. Qui il principio di non contraddizione va a farsi benedire: d’un medesimo soggetto non si può predicare il si insieme con il no. O sbaglia il predicante, o è sbagliato il predicato. All’Autore di queste dichiarazioni la responsabilità d’aver riconosciuto nel nuovo concetto di Rivelazione del Vaticano II “il ricupero di quanto di valido esisteva ed esiste nella concezione modernistica, nella c. d. apologetica dell’immanenza di Maurice Blondel, nella tradizione protestante (???!!!), nella filosofia idealistica, esistenzialistica e fenomenologica”

9
Se l’errore del pensiero moderno è d’esser immanentista, tolto codest’errore, che cosa rimane del pensiero moderno?

10
L’infallibilità della dottrina conciliare è dunque un assoluto, conseguenza d’un altro assoluto, l’assistenza dello Spirito Santo. La compresenza dei due assoluti giunge a dissociare i singoli Padri conciliari in soggetti infallibili nell’aula conciliare, e fallibilissimi appena l’abbian abbandonata. Quando si dice la fantasia al posto del fondamento neotestamentario e di quello dogmatico, sopra indicati, e dei connessi condizionamenti a salvaguardia del carisma dell’infallibilità dal pericolo d’una risibile banalità, come quella alla quale sto riferendomi.

11
Il balletto del sic et non continua per far capire che la Rivelazione non è, ma è; l’atto interiore della coscienza (ma c’è anche un atto esteriore della coscienza?) è anche comunicazione divina al destinatario: di che cosa? di nulla, perché tale comunicazione assume un contenuto solo quando glie lo dà l’attività magisteriale della Chiesa sotto forma di “proposizioni concettuali”. Conveniamone tutti e mettiamoci il cuore in pace, questo del Vaticano II, così come ci è stato così autorevolmente spiegato, è davvero un bel progresso dogmatico!

12
E’ vero che la dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa indica il fondamento di essa nella divina Rivelazione e nella dignità della persona umana. La conclusione che ne vien tratta, suffragata dall’idea di fondo che nel Concilio tutto è infallibile, identifica nella libertà religiosa una verità prossima alla fede. Se invece d’affidarsi alla supposta infallibilità qualcuno s’affida alla verifica delle fonti e della documentazione addotta, scoprirà che nessun elemento portato a riprova della detta fondazione biblica è pertinente. E’ una verifica che il sottoscritto ha già fatto e che sarà di pubblico dominio nel volume, ormai quasi pronto, Alle radici d’un equivoco. Decade, perciò, miseramente la proposta di verità prossima alla fede.

13
La visione conciliare che sorregge queste parole sarà dettata dall’entusiasmo, ma non dalla realtà dei fatti, che è questa: “Anche la Chiesa ha le sue assemblee legislative ordinarie e straordinarie, parziali e universali: esse sono i concili, assemblee di Vescovi della Chiesa Cattolica, convocati per discutere i più gravi problemi di dottrina o di disciplina cristiane”, PALAZZINI P., Introduzione a PALAZZINI P.-MORELLI G. (a c.di), Dizionario dei Concili, Istit. Giovanni XXIII, P.U.L., Roma 1963, p. XI. Poiché il Vaticano II fu animato non dall’intento di metter a fuoco “i problemi di dottrina o di disciplina cristiane”, ma da “spirito d’integrazione, d’assunzione e di conciliazione”, non ne deriverà il risultato rimproverato dai lefebvriani d’un cristianesimo che integra in sé il secolo, che ne assume la forma mentis e si concilia con i suoi errori?

14
E’ l’ennesimo appello all’infallibilità pregiudiziale del Concilio ch’è la voce dello Spirito Santo. Punto e basta. I grandi teologi che hanno discettato in ogni tempo se un Concilio ecumenico possa sbagliare hanno perso ed hanno fatto perder del tempo prezioso. Per fortuna c’è oggi questo nuovo campione del pensiero teologico cattolico il quale sa rimetter le cose a posto.

Fonte: Non possumus

MONS. FELLAY: "ACCETTATECI COSI' COME SIAMO, SIAMO PRONTI!"


Mi stupisce che dell'omelia di Mons. Fellay nel seminario di Winona per la festa della Candelora siano stati diffusi ad arte solo alcuni estratti che in qualche modo sembrerebbero preannunciare una rottura del dialogo con la Fraternità. Perciò vi riproduco il testo in italiano da me tradotto con alcune sottolineature importanti. Mons. Fellay non dice "non firmeremo mai un accordo". Dice al contrario che la Fraternità è disposta a firmare la professione di fede e il giuramento di fedeltà al Pontefice, ma non un giuramento di fedeltà alla dottrina sull'ecumenismo e sulla libertà religiosa. 
L'articolo di Alessandro Speciale su Vatican Insider dal titolo fuorviante "Diciamo no alla proposta del Vaticano" è pertanto da considerarsi una palese opera di informazione scorretta condita dalla solita retorica sui Lefebvriani definiti "ultra-tradizionalisti" (ma che vuol dire "ultra-tradizionalisti"?).  F.C.
"Non siamo un gruppo indipendente. Anche se stiamo "lottando" con Roma, siamo ancora, per così dire, con Roma. Stiamo lottando con Roma, oppure, se volete, contro Roma, e al tempo stesso siamo con Roma. E noi affermiamo e noi continuiamo a dire che siamo cattolici. Noi vogliamo rimanere cattolici. Molte volte ho detto a Roma, tentate di buttarci fuori. E vediamo che forse sarebbe molto più facile per noi restare fuori... Avremmo tanti altri vantaggi. Saremmo trattati molto meglio! Guardate i protestanti, come si aprono le chiese per loro. Per noi, si chiudono. <Per chi non l'avesse capito Mons. Fellay fa solo dell'ironia... ndt> E noi diciamo, non fa niente. Facciamo le cose di fronte a Dio. Soffriamo dalla Chiesa, perfetto. Non ci piace, naturalmente. Ma dobbiamo stare lì nella verità. 

E dobbiamo ribadire che noi apparteniamo alla Chiesa. Siamo cattolici. Noi vogliamo essere e vogliamo rimanere cattolici, ed è molto importante ribadire ciò. E' anche importante che alla fine non sogniamo una Chiesa cattolica che è solo un frutto della nostra immaginazione, ma che non è più quella di oggi. E' con quella di oggi che abbiamo problemi. Questo è ciò che crea ancora più difficoltà: proprio il fatto che abbiamo dei problemi con essa. Questo non ci permette, per così dire, di chiudere la porta. Al contrario, è nostro dovere andare continuamente lì, bussare alla porta, e non chiedere se possiamo entrare (perché vi siamo già dentro), ma pregare perché si convertano, perché possono cambiare atteggiamento verso di noi e tornare a ciò che ci fa Chiesa. Si tratta di un grande mistero, non è semplice. Poiché allo stesso tempo dobbiamo dire, sì, noi riconosciamo questa Chiesa - è quello che diciamo nel Credo, credo nella Chiesa cattolica - in modo da accettare che ci sia un Papa, accettare che ci sia una gerarchia, noi accettiamo tutto questo. 
Eppure praticamente, a molti livelli, dobbiamo dire dei "no". Non perché non ci piaccia, ma perché la Chiesa ha già parlato di queste questioni. Anche molte di queste cose le ha condannate. E così, nelle nostre discussioni con Roma siamo stati, per così dire, bloccati lì. Il problema chiave nelle nostre discussioni con Roma è stato davvero il Magistero, l'insegnamento della Chiesa. Perché dicono, "noi siamo il Papa, noi siamo la Santa Sede" - e diciamo sì. E così dicono, "abbiamo il potere supremo", e diciamo, sì. Dicono, "noi siamo l'ultima istanza di insegnamento e siamo necessari" - Roma è necessaria perché noi abbiamo fede, e diciamo, sì. E poi dicono "quindi, obbedite." E noi diciamo no. E così ci dicono, siete protestanti! Avete messo la ragione al di sopra del Magistero di oggi. E noi rispondiamo,    siete modernisti. Pretendete che l'insegnamento di oggi possa essere diverso dall'insegnamento di ieri. Noi diciamo, quando ci atteniamo a ciò che la Chiesa ha insegnato ieri, per necessità dobbiamo aderire all'insegnamento della Chiesa oggi. Poiché la verità non è legata al tempo. La verità è al di sopra di esso. Ciò che è stato detto una volta vincola per sempre. Questi sono i dogmi. Dio è così, Dio è al di sopra del tempo. E la fede è l'adesione alla verità di Dio. E' al di sopra del tempo. Ecco perché la Chiesa di oggi è legata e deve essere come (e non solo come) la Chiesa di ieri. E così quando si vede l'attuale Papa affermare che ci deve essere continuità nella Chiesa, noi diciamo: naturalmente! Questo è ciò che abbiamo detto in ogni momento. Quando si parla di tradizione, è proprio questo il significato. Si dice, ci deve essere Tradizione, ci deve essere continuità. Quindi vi è continuità. Ci viene detto quindi, il Vaticano II è stato fatto dalla Chiesa, la Chiesa deve essere un continuo, perciò il Vaticano II è Tradizione. E noi diciamo, prego? 
Si va ancora oltre, miei cari fratelli. Questo è accaduto durante i dialoghi dottrinali. Al termine dei dialoghi, arriva l'invito da Roma. In questo invito c'è una proposta di una sistemazione canonica, che è quella di regolarizzare la nostra situazione. E posso dire, ciò che viene presentato oggi, che è già diverso da quello che è stato presentato il 14 settembre, si può considerare come un'ottima soluzione. Sono soddisfatte tutte le nostre esigenze, si può dire, sul piano pratico. Quindi non c'è un gran problema su questo punto. Il problema rimane ad un altro livello - a livello della dottrina. Ma anche lì si va molto lontano - molto lontano, miei cari fratelli. La chiave è un principio. Dicono, "dovete accettare questo, dovete accettare il fatto che per i punti che fanno difficoltà in merito al Concilio - punti che sono ambigui, dove c'è un conflitto - questi punti, come l'ecumenismo, come la libertà religiosa, questi punti devono essere intesi in coerenza con l'insegnamento perenne della Chiesa. Quindi, se c'è qualcosa di ambiguo nel Concilio, è necessario intenderlo come la Chiesa lo ha sempre insegnato, nel corso dei secoli." Vanno ancora oltre e affermano: "si deve rifiutare tutto ciò che è contrario a questo insegnamento tradizionale della Chiesa." 
Beh, questo è ciò che abbiamo sempre detto. Incredibile, non è vero? Che Roma ci stia imponendo questo principio. Incredibile. Poi ci si potrebbe chiedere, allora perché non accettare? Ebbene, miei cari fratelli, vi è ancora un problema. Il problema è che in questo testo danno due esempi di cosa e come dobbiamo capire questi principi. Questi due esempi che ci forniscono sono l'ecumenismo e la libertà religiosa, come sono descritti nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, che sono esattamente i punti per i quali critichiamo il Concilio. In altre parole, Roma ci dice, lo abbiamo fatto sempre. Siamo tradizionalisti; il Vaticano II è Tradizione. La libertà religiosa, l'ecumenismo sono la Tradizione. Sono in piena coerenza con la Tradizione. Vi potreste chiedere solo, dove andiamo? Che tipo di parole possiamo pronunciare, siamo d'accordo o no? Se anche i principi che abbiamo preservato e affermato, ci dicono: "sì, va bene, potete affermarli, perché questo è ciò che intendiamo" ...che è esattamente il contrario di ciò che intendiamo. Penso che non potessimo procedere oltre nella confusione. 
In altre parole, miei cari fratelli, ciò significa che i nostri interlocutori danno un altro significato alla parola "tradizione", e anche magari alla parola "coerenza". Ed è per questo che siamo stati costretti a dire di no.<alla prima bozza del "preambolo dottrinale" ndt> Non firmeremo quel documento. Siamo d'accordo con il principio, ma si vede che la conclusione è il contrario. Grande mistero! Grande mistero! Allora, cosa succederà adesso? Bene, abbiamo inviato la nostra risposta a Roma. Continuano a dire che stanno riflettendo su di essa, il che significa che probabilmente sono in difficoltà. Allo stesso tempo penso che solo ora potremmo vedere cosa vogliono veramente. Ci vogliono veramente nella Chiesa o no? Lo abbiamo detto loro molto chiaramente, se ci accettate così come siamo, senza cambiamenti, senza obbligarci ad accettare queste cose, allora siamo pronti.  Ma se volete farci accettare queste cose, non lo siamo. In realtà abbiamo appena citato l'Arcivescovo Lefebvre che ha detto questo già nel 1987 - diverse volte prima, ma l'ultima volta che l'ha detto fu nel 1987. In altre parole, miei cari fratelli, umanamente parlando, è difficile dire come sarà il futuro, ma sappiamo che quando abbiamo a che fare con la Chiesa, abbiamo a che fare con Dio, abbiamo a che fare con la divina provvidenza, e sappiamo che questa Chiesa è la Sua Chiesa. Gli esseri umani possono causare alcuni disagi, alcune distruzioni. Possono causare turbolenze, ma Dio è superiore ad esse, ed Egli sa, da tutti questi avvenimenti - questi avvenimenti umani, queste le linee storte, Dio sa come dirigere la sua Chiesa attraverso queste prove." 
(...) Si vedrà, miei cari fratelli. Per noi, è chiarissimo. Noi dobbiamo sempre sostenere la verità, professare la fede. Noi non faremo marcia indietro, qualunque cosa accada. C'è qualche minaccia adesso da parte di Roma, certo. Si vedrà. Noi lasciamo tutto questo nelle mani del Buon Dio e della Santissima Vergine. Oh! Sì, noi dobbiamo continuare la nostra crociata del Rosario. Noi contiamo su di essa, noi contiamo su Dio. E ciò che deve accadere, accadrà. Io non posso promettervi una bella primavera. Non so cosa accadrà in primavera. So solo che la battaglia per la fede continuerà, qualunque cosa accada. Sia che saremo riconosciuti, sia che non lo saremo. Potete stare certi che i progressisti non saranno contenti. Essi continueranno, e noi continueremo a combatterli.