venerdì 4 marzo 2011

La responsabilità dei giudei nella crocifissione di Gesù

San Tommaso d’Aquino, il Dottore Comune della Chiesa, insegna che “i giudei peccarono, non solo uccidendo Cristo come uomo, ma anche come crocifissori di Dio” (S. Th., III, q. 47, a. 5)... La Chiesa, modernista, insegna esattamente il contrario...

 Anime devote [...] mettiamoci spesso dinanzi agli occhi, particolarmente nei giorni di venerdì, Gesù moribondo sulla croce; e fermiamoci ivi con tenerezza a contemplare per qualche tempo i suoi dolori e l'affetto che aveva per noi, mentre stava agonizzando su quel letto di dolore. [...] Oh che dolce riposo trovano le anime amanti di Dio nei tumulti di questo mondo e nelle tentazioni dell'inferno ed anche nei timori dei divini giudizi, nel contemplare da solo a solo in silenzio il nostro amoroso Redentore, mentre egli agonizzava sulla croce e il suo divin sangue gocciolava da tutte le sue membra ferite già ed aperte dai flagelli, dalle spine e dai chiodi! Oh come nel pensare a Gesù crocifisso si allontanano dalle nostre menti tutti i desideri di onori mondani, di ricchezze di terra e di piaceri di senso! Allora spira da quella croce un'aura celeste, che dolcemente ci distacca dagli oggetti terreni ed accende in noi una santa brama di patire e morire per amor di colui, che volle tanto patire e morire per amor nostro. E come è possibile che non accenderà l'affetto di tutti i cuori, un Dio che muore in un mare di disprezzi e di dolori per amor delle sue creature? Come poi queste creature possono amare altra cosa all'infuori di Dio? come pensare ad altro che ad esser grate a questo loro così amante benefattore? [...] Ah che così han fatto già tanti santi e tanti martiri che han lasciato tutto per Gesù Cristo. O vergogna nostra! Ma come è possibile che a molti Cristiani fa tanto poca impressione la Passione di Gesù Cristo? Ciò avviene, perché poco si fermano a considerare quanto patì Gesù Cristo per nostro amore.

(Brano tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori)

1. - 1224 – Papa Innocenzo IV all’Illustre Re di Francia (Luigi IX)

 Altre BOLLE PONTIFICIE SUL GIUDAISMO...

IMPIA JUDAEORUM PERFIDIA – L’empia perfidia dei Giudei – dal cui cuore il nostro Redentore non tolse il velame a causa dell’immensità dei loro delitti ed anzi permise che sino ad oggi rimanessero nella cecità che ancora compenetra Israel -, commette enormi misfatti, causa di sconcerto e di orrore in chi li ascolta e in chi li riferisce, e non considera che solo per compassione la pietà cristiana li accoglie e sopporta la loro coabitazione. I Giudei, infatti, ingrati verso Nostro Signor Gesù Cristo che attende la loro conversione con la sua paziente indulgenza, trascurando e disprezzando la Legge Mosaica e i Profeti, seguono certe tradizioni dei loro antenati e non mostrano nessuna vergogna della loro colpa né rispetto verso la Fede Cristiana. Per questo il Signore nel Vangelo li rimprovera dicendo: In tal modo voi trasgredite il comando del Signore e lo avete reso vano a causa delle vostre tradizionali che insegnano le dottrine ed i comandi degli uomini.
§ 1. I Giudei, infatti, istruiscono e nutrono i loro figli con queste tradizioni( che in lingua ebraica sono dette Talmud, che per i Giudei è il sommo libro), Questo Talmud si allontana straordinariamente dal testo della Bibbia e vi si trovano espresse bestemmie verso Dio, verso Cristo e verso la Beata Vergine: storie incomprensibili, erronei abusi e inaudite sciocchezze. In questo modo essi rendono i loro figli del tutto estranei alle leggi e alle dottrine dei Profeti, per il timore che si convertano alla Fede e ritornino umilmente al loro Redentore, dopo aver conosciuto la verità insita in quelle leggi e nei Profeti, che chiaramente dà testimonianza che il Figlio Unigenito di Dio si incarnerà.
§ 2. Non ancora soddisfatti, a disprezzo della Fede cristiana, prendono nutricicristiane per i loro figli e con queste donne commettono molti azioni turpi. Perciò i fedeli devono temere di incorrere nello sdegno divino, fino a quando sopportano che costoro compiano indegnamente atti che generano turbamento alla nostra Fede.
§ 3. A buon diritto il nostro diletto figlio Cancelliere di Parigi ed i Dottori Reggenti in Parigi(in sacra pagina) su mandato di Papa Gregorio di felice memoria, Nostro predecessore, hanno bruciato pubblicamente al cospetto del clero e del popolo,sia il suddetto libro degli abusi,sia altri libri con tutte le loro glosse, dopo averli integralmente letti ed esaminati nell’esercizio della loro podestà. Dalle loro lettere abbiamo visto che Tu,come Re cattolico e Principe cristianissimo,hai fornito l’aiuto conveniente e accordato la Tua approvazione: per questo, con degne lodi al Signore raccomandiamo la regale eccellenza e La accompagniamo con azioni di grazia.
§ 4. Poiché tuttavia il sacrilegio abuso di questi Giudei non si è ancora placato né,finora, il tormento ha dato loro capacità di comprensione, Noi Ti preghiamo,o Altezza reale, e Ti supplichiamo nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, che proseguendo lodevolmente quanto con pietà hai già iniziato tu faccia in modo che siano annientati con la dovuta severità coloro che hanno commesso trasgressioni cosi detestabili ed enormi a offesa del Creatore ed a ingiuria del nome Cristiano. E ancora, Ti preghiamo e supplichiamo che Tu comandi che col fuoco vengano ridotti in cenere in tutto il tuo regno,ovunque si siano potuti trovare, sia i libri predetti degli abusi con le loro glosse sia in generale tutti quelli che i medesimi dottori hanno letto e condannato.
§ 5. Proibiamo inoltre fermamente ai Giudei di avere nutrici e servi Cristiani, affinché i figli di donna libera non siano a servizio dei figli di una serva ma che, come servi respinti dal Signore, alla cui morte cospirarono in modo indegno, e si riconoscano,almeno per questo fatto, servi di coloro che la morte di Cristo ha reso liberi mentre hai reso loro schiavi: potremo cosi con lodi al Signore raccomandare lo zelo della Tua sincerità.


Dato in Laterano il 9 Maggio. Anno primo del Nostro Pontificato, 1243.


Veniamo ora ai tempi dei Pontefici di oggi...



Dal Concilio Vaticano II in poi, grazie alla dichiarazione " Nostra Aetate " c'è stato un cambio di rotta dottrinale che ha portato un nuovo rapporto, di dialogo, con il mondo ebraico, ora questo documento è in linea con la dottrina Cattolica professata per 1958 anni? Assolutamente no, difatti il suddetto documento conciliare sopracitato ha un origine che definire luciferina e dire un eufemismo:
È storicamente accertato che la “Nostra aetate” fu preparata da Jules Isaac, ebreo ateo filo-comunista, con l’aiuto del Bené Berìth (la massoneria giudaica) di cui era membro (come ha dichiarato, il 16 novembre 1991, in occasione della premiazione del card. Decourtray, Marc Aron, presidente del “B.B.” francese) e dal card. Agostino Bea coadiuvato da p. Paul Démann, ebreo “convertito” e da p. Jean de Menasce (idem). L’accordo tra Jules Isaac e papa Roncalli fu organizzato dal “B.B.” e da alcuni politici social-comunisti (J. Madiran, “Itineraires” III, settembre 1990, p. 3, nota 2). Un altro artefice di “Nostra aetate” fu Nahum Goldman, presidente del “Congresso Mondiale Ebraico”, che preparò anche la bozza di “Dignitatis humanae” sulla libertà religiosa. I documenti furono presentati dal Goldman assieme a Label Katz (anche lui del “B.B.”) a nome della “Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche”. Quindi “Nostra aetate” e “Dignitatis humanae” sono state preparate, materialmente, dalla massoneria ebraica. Dulcis in fundo, il rabbino Abraham Heschel, collaborò intensamente con Bea e compagni alla elaborazione di “Nostra aetate”. Tutto ciò è stato svelato dall’israelita Lazare Landau (“Tribune Juive”, n° 903, gennaio 1986 e n° 1001, dicembre 1987), che scrive: “nell’inverno del 1962, i dirigenti ebrei ricevevano in segreto, nel sottosuolo della sinagoga di Strasburgo, p. Yves Congar, incaricato da Bea e Roncalli di chiederci, ciò che ci aspettavamo dalla Chiesa, alla vigilia del concilio (…). La nostra completa riabilitazione, fu la risposta”(j. madiran, “Itineraires”, autunno 1990, III, pp.1-2).
(Don Curzio Nitoglia)

Vedere anche: 

Sant'Agostino e San Giovanni Crisostomo, contro gli Ebrei, dottrina che il Concilio Vaticano II ha abbandonato attraverso il documento "Nostra Aetate"...

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“L’ECUMENISMO”: CONCILIAZIONE TRA “CRISTO E BELIAR”?

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VATICANO II UNA SOVVERSIONE RIUSCITA del sac. dott. Luigi Villa ...

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Recentemente un articolo di Damian Thompson, propone alcuni stralci dell'ultimo libro dell'attuale pontefice, Benedetto XVI, che noi abbiamo tradotto:

 I Giudei non sono responsabili della morte di Gesù Cristo, dice il Papa.                   
 (di Damian Thompson)



Papa Benedetto XVI ha dichiarato esplicitamente che il popolo ebraico non era – e quindi “non è” – responsabile della morte di Gesù. Il significativo estratto del suo libro “Gesù di Nazareth”: La Settimana Santa, è stato diffuso oggi.

Ovviamente, sarebbe stato estremamente sorprendente se il Papa avesse accennato ai giudei colpevoli della morte del Salvatore, che per molti secoli è stato l’elemento fondante dell’anti-Semitismo. Ma qui, per la cronaca, c’è il fulcro dell’argomento di Benedetto. Quando il Vangelo di Giovanni parla de “i Giudei” – egli afferma – non si riferiva ai Giudei in quanto tali, ma all’ “Aristocrazia del Tempio”.


Ora dobbiamo chiederci: chi erano, esattamente, gli accusatori di Gesù? Chi ha insistito affinché Egli fosse condannato a morte?  Dobbiamo prendere atto delle diverse risposte che i Vangeli danno alla questione. Secondo Giovanni erano semplicemente “i giudei”. Ma l’uso in Giovanni di questa espressione non è in alcun modo indicativa – come il lettore moderno potrebbe supporre – del popolo di Israele in generale, né tantomeno ha un carattere “razzista”.  Dopotutto lo stesso Giovanni era un Ebreo, come lo erano Gesù e tutti i suoi seguaci. L’intera comunità paleocristiana era formata da ebrei. Nel Vangelo di Giovanni questa parola ha un significato preciso, chiaro e definito: egli si riferisce all’Aristocrazia del Tempio. Perciò il cerchio degli accusatori, che fomentarono la morte di Gesù, è precisamente indicato nel Quarto Vangelo e chiaramente ristretto: è l’Aristocrazia del Tempio – e non senza alcune eccezioni, come mostra il riferimento a Nicodemo (Gv 7,50-52).


Ed ecco la spiegazione del Papa, circa il dibattuto passaggio del Vangelo di Matteo, in cui i Giudei dicono: “Il Suo Sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, Benedetto scrive:


“Quando in Matteo il “popolo intero” dice “Il Suo Sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Gv 27, 25), il Cristiano ricorderà che il Sangue di Gesù parla un linguaggio diverso dal sangue di Abele (Ebr 12, 24): Esso non invoca vendetta o punizione, ma porta riconciliazione. Esso non viene versato contro nessuno: Esso è versato per molti, per tutti. “Tutti hanno peccato, e sono privi della Gloria di Dio … Dio lo pose [Gesù] come strumento di espiazione, mediante il Suo Sangue” (Rm 3, 23-25).

Proprio come le parole di Caifa, circa la necessità della morte di Gesù, devono essere lette in una luce completamente nuova, da una prospettiva di Fede, lo stesso vale per il riferimento di Matteo al Sangue: letto alla luce della Fede, significa che noi tutti siano bisognosi della potenza d’Amore purificatrice che è il Suo Sangue. Queste parole non sono una condanna, ma piuttosto redenzione, salvezza. Solo se inteso in termini di Teologia dell’Ultima Cena e (Teologia) della Croce, provenienti della totalità del Nuovo Testamento, questo versetto del Vangelo di Matteo assume un significato corretto.”
 ( Interpretazione del tutto personale e lontanissima dalla verita' evangelica di cui, in questo passaggio, si fa' dire al Vangelo di San Matteo cio' che non voleva dire, e questo pur di seguire la nefasta linea conciliare della Nostra Aetate )


I pareri su questi argomenti erano stati dati in precedenza; il significato di questi estratti è che questi sono stati scritti dal Capo della Chiesa Cattolica, parlando non per Autorità Papale, ma, pur tuttavia, mentre occupa la Sede Petrina. Una volta ancora, ci viene rammentato che l’accusa di anti- Semitismo, a volte sollevata contro Joseph Ratzinger, è una grossa calunnia.

Ora noi non vogliamo commentare le tesi del giornalista ma vogliamo mettere in evidenza che la dottrina corretta sul popolo Ebraico è stata profondamente cambiata da i modernisti che oggi comandano cio' che resta della Chiesa Cattolica, noi allora vogliamo ricordarci quali sono i punti fermi per un corretto rapporto con il popolo Ebraico:

a)    Il deicidio: per i cattolici Gesù è vero Dio e vero uomo, la sua uccisione, perciò, è un vero ‘Dei-cidio’. L’ebraismo non crede alla sua divinità, ma non può imporre ai cristiani di rinnegarla o di non professarla pubblicamente (cfr. mons. Brunero Gherardini, La vexata quaestio del deicidio, Città del Vaticano, in “Divinitas”, n.° 2/2008, pp. 215-223. Id, Sugli Ebrei: così, serenamente, Frigento, in “Fides Cattolica”, n.° 1/2009, pp. 245-278). Per i Vangeli e tutti i Padri della Chiesa, da sant’Ignazio d’Antiochia (+ 107) a sant’Agostino (+ 430), e quindi infallibilmente, il giudaismo religione rabbinica o post-biblica è responsabile della morte di Gesù. San Tommaso d’Aquino, il Dottore Comune della Chiesa, insegna che “i giudei peccarono, non solo uccidendo Cristo come uomo, ma anche come crocifissori di Dio” (S. Th., III, q. 47, a. 5). Infatti per il dogma dell’Unione Ipostatica, la natura umana di Cristo sussiste nella Persona divina, onde ciò che è fatto contro Cristo uomo è fatto anche contro Cristo Dio, perciò vi è vero “deicidio”, anche se non è morta la divinità ma solo l’umanità di Gesù, sussistente nella Persona del Figlio consustanziale al Padre e allo Spirito Santo.
b)    La frase sui “fratelli maggiori nella Fede” pronunciata da Giovanni Paolo II, il 13 aprile 1986 alla sinagoga di Roma, per la Fede cattolica è falsa non solo ambigua, poiché l’ebraismo dopo Cristo è fedele al Talmùd e non a Mosè; infine è divinamente rivelato (san Paolo 1 Tess., II, 15-16) che “Gli ebrei hanno ucciso il Signore. Non piacciono a Dio, sono nemici di tutti gli uomini, poiché ci impediscono di predicare ai pagani affinché si salvino”. Quindi con gli ebrei post-biblici non abbiamo nulla in comune quanto alla religione, non possono essere nostri fratelli maggiori (nel senso ontologico di “prediletti”, come ha precisato poi G.P. II e non cronologico in quanto sono nati prima di noi), essi sono un ostacolo alla salvezza degli uomini, poiché nemici tuttora del Vangelo di Cristo che è l’unico mezzo di salvezza. La religione ebraica dopo Cristo non è una realtà viva, ma ‘morta e mortifera’. Gli ebrei che vissero prima di Cristo e furono fedeli ad Abramo e all’Antico Testamento sono nostri fratelli maggiori (solo cronologicamente, infatti ontologicamente o quanto al valore, sono in uno stato oggettivamente inferiore, poiché l’Antica Alleanza è imperfetta rispetto alla Nuova ed Eterna, onde il cristianesimo è superiore, quanto al valore oggettivo, all’ebraismo dell’Antico Testamento). Lo stesso Gesù, quando gli ebrei increduli professano di avere per padre Abramo, risponde che lo è carnalmente, ma non spiritualmente o quanto alla Fede, poiché Abramo credeva in Cristo venturo mentre loro lo rinnegano e quindi hanno “per padre il diavolo” (Gv., VIII, 42). Se fossero “nostri fratelli maggiori quanto alla fede” (G. P. II, 13 aprile 1986), anche noi avremmo “per padre il diavolo”. Spero proprio di no!

c)     L’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna, nel Sangue di Cristo, onde la Chiesa fondata da Gesù è il nuovo e vero Israele. San Paolo, divinamente ispirato, insegna: “dicendo Alleanza Nuova, Cristo ha dichiarato antiquata la prima; ora ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire” (Ebr., VIII, 13). È di Fede rivelata.
d)    Se Cristo è Dio, il giudaismo post-biblico che nega la sua divinità è una falsa religione. Per il principio di non-contraddizione: “una stessa cosa [Cristo] non può essere [Dio] e non essere [Dio] nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto” (Aristotele). Gesù o è Dio o non è Dio, “tertium non datur”. Se è Dio il cristianesimo è vero e il giudaismo falso; se non è Dio viceversa. È assolutamente certo.
e)     La ‘shoah’ non è una questione puramente storico-politica (come è stato rimproverato a mons. Williamson), ma essa pretende essere la nuova ‘religione immanente’ dell’ebraismo “messia collettivo”, padrone e signore di questo mondo (cfr. “Il caso Williamson” e “Giona: un uomo per il nostro tempo” su questo stesso “sito”). Tutto questo, per la Fede cattolica, è inaccettabile. Inoltre la storia la si fa con prove certe di documenti, di archivi, di reperti bellici e non a forza di minacce di incarcerazione e di scomuniche laiche ed ecclesiastiche. Inoltre è una questione di “verità”, ossia di conformità del nostro intelletto e giudizio alla realtà. Non si può chiedere di aderire all’errore (difformità tra giudizio e realtà), per il vero rispetto della dignità della natura umana, fatta per aderire al vero e al bene. Occorrono le prove storiche, chimiche e fisiche per aderire alla volgata olocaustica. Gesù ci ha insegnato “la verità vi farà liberi”; l’errore, invece, rende schiavi del padre della menzogna. 

È impressionante constatare quanto profondamente “la Sinagoga di satana” (Ap., II, 9) sia infiltrata in Vaticano. Ciò che turba non è quello che chiede il rabbinato (fa il suo mestiere), ma il fatto che il Papa ceda ad esso (non fa il suo dovere, ma purtroppo da cinquanta anni ci siamo abituati). Ciò che però lascia maggiormente attoniti è che una parte del “tradizionalismo” cattolico non abbia nulla da obiettare, sia pronto ad onorare l’olocausto ebraico (implicitamente a fianco di quello di Gesù). (Don Curzio Nitoglia)
            
OMELIE CONTRO GLI EBREI di San Giovanni Crisostomo.
Invero non stupitevi se ho definito miseri i Giudei. Infatti sono ben sventurati e disgraziati poiché hanno ricevuto nelle loro mani tanti beni e li hanno ripudiati, ed hanno respinto i tesori che erano loro offerti. È sorto per loro il sole della giustizia ed essi, rifiutati i suoi raggi, stanno nelle tenebre:
mentre noi che eravamo nelle tenebre, abbiamo attirato a noi la luce e ci siamo liberati dall’ombra dell’errore. Essi erano i rami della radice sacra (Rom. XI,16 - 17) ma sono stati spezzati; noi non eravamo parte della radice, eppure abbiamo portato il frutto della pietà. Essi hanno letto i Profeti sin dalla più tenera età ed hanno crocifisso Colui che dai Profeti era stato annunziato. Noi che non avevamo mai udito parlare delle Sacre Scritture, noi abbiamo adorato questo stesso crocifisso. Perciò essi sono miseri, perché hanno respinto i beni che erano loro inviati mentre altri li hanno presi per sé, portandoli loro via. Ma essi, chiamati ad essere adottati come figli, si sono abbassati alla condizione di cani: noi che eravamo nella condizione di cani, con l’aiuto della grazia divina abbiamo potuto spogliarci di questa indole bruta ed elevarci alla dignità di figli. Cosa lo fa manifesto? Cristo ha detto alla donna di Canaan "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cuccioli" (Mt. XV, 26), designando come figli i Giudei e come cani i gentili. Vedete quindi come
l’ordine è stato invertito, i Giudei sono diventati cani e noi figli. "Guardatevi dai cani, dice Paolo, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai circoncisi. Siamo noi i circoncisi" (Filipp. III, 2-3). Vedete dunque come quelli che prima erano figli sono caduti nella condizione di cani? Volete sapere in qual modo noi che eravamo nella condizione di cani siamo diventati figli? "Invero, a tutti coloro che lo hanno ricevuto, Egli ha dato il potere di diventare figli di Dio" (Gv. I, 12). Nulla è più miserabile di questi Giudei che da ogni parte vanno in senso contrario alla loro salvezza. Quando bisognava osservare la Legge, essi l’hanno calpestata: adesso che la Legge è stata abrogata, con insistenza essi vogliono che sia osservata. Che cosa ci potrebbe essere di più miserabile di costoro che dispiacciono a Dio non soltanto quando trasgrediscono la Legge ma anche quando la osservano? Per questo è detto: "Duri di cervice e incirconcisi di cuore, voi sempre resistete allo Spirito Santo" (Atti VII, 51): non soltanto violando le leggi, ma anche volendole osservare a sproposito.

Quanto riporto sotto è il pensiero di un autorevole esponente dei "fratelli maggiori" dei vaticanosecondisti:

Dall'articolo di Rodari su 'il Foglio' di ieri:

" ...Il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, è raggiunto dalle anticipazioni del libro mentre si trova all'estero per un convegno. Dice al Foglio: "Lanci di agenzia alla mano, mi sembra che nel testo di Ratzinger ci sia poco di nuovo. C'è un grande sforzo esegetico di leggere il Vangelo in chiave non anti ebraica ma è uno sforzo che si regge con qualche difficoltà. Giovanni parla di giudei e non di aristocratici del tempio o di plebaglia. I giudei sono i giudei. Come i cristiani restano i cristiani al di là dell'esegesi".

Fonte: Non possumus

Incredibile come il Di Segni interpreta più rettamente di Ratzinger il Vangelo di Giovanni che invece viene annacquato sistematicamente dal Vaticano II in poi per favorire gli infedeli Giudei!

giovedì 3 marzo 2011

Marcel Lefebvre: Hanno trasformato i nostri Sacrifici, i sacramenti, i catechismi... Siamo stupefatti, dolorosamente sorpresi.

Marcel Lefebvre: Hanno trasformato i nostri Sacrifici, i sacramenti, i catechismi... Siamo stupefatti, dolorosamente sorpresi. Che fare in presenza di una realtà così profondamente angosciosa, lacerante, schiacciante? Mantenere la fede.

 http://sspxthepriesthood.com/images/lefebvre2.jpg
 Marcel Lefebvre, intrepido difensore della Dottrina, della  vera Chiesa Cattolica.


LA VERA OBBEDIENZA
C'è una fondamentale virtù cristiana su cui, specialmente nei tempi di oggi, mi sembra opportuno richiamare la vostra attenzione: è la virtù dell'obbedienza. Perché? Perché ciò che ci fa perdere la grazia santificante, l'amicizia di Dio, è appunto il peccato opposto, il peccato di Eva, la madre del genere umano, il peccato di disob­bedienza. A causa del suo peccato, della sua disobbedienza, Eva ha trascinato con sé tutte le anime venute dopo di lei.
Dacché questo peccato dei nostri progenitori è entrato nella sto­ria dell'umanità, tutti coloro che nascono, nascono ormai col pecca­to originale. Eccetto la Santissima Vergine Maria. Così Dio ha vo­luto che nella storia dell'umanità, avvizzita in un certo senso dal peccato di disobbedienza da parte della madre del genere umano, quell'errore fosse riparato da una creatura simile, dalla nostra ma­dre del cielo: la Santissima Vergine Maria.
Se, pertanto, è con una disobbedienza che il peccato è entrato nella storia dell'umanità, è con l'obbedienza della Santissima Ver­gine Maria che quel peccato è stato riparato. Dunque in ciò c'è un'ammirabile antitesi, voluta, o almeno permessa, dal buon Dio. Certamente Dio non ha voluto il peccato, ma in un certo modo l'ha permesso, come dice la liturgia del sabato santo: felix culpa, colpa felice, che ci ha meritato tante grazie, che ci ha meritato di avere tra noi il Figlio di Dio e la Santissima Vergine Maria.
Dobbiamo dunque approfittare di questa lezione e della grazia che ci offre la Santissima Vergine, lei che è detta piena di grazia perché ha obbedito, perché si è sottomessa a Dio.
Ed è proprio questo che deve essere il primo desiderio della nostra vita. La virtù dell'obbedienza è come l'anima della nostra santifica­zione. E al centro di tutta la nostra vita, di quella naturale come di quel- la soprannaturale. In effetti non può darsi vita naturale senza obbe­dienza come senza di essa non può darsi neppure vita soprannaturale.

Che cos'è l'obbedienza
Ma, in definitiva, cos'è l'obbedienza? In che cosa consiste? Mi sembra che la si potrebbe definire come «la virtù di Dio». Virtus Dei omnipotentis, la virtù di Dio onnipotente, che si infonde nelle nostre anime, nelle nostre esistenze, nella nostra volontà e nella no­stra intelligenza, nel nostro corpo. Virtù che è la potenza di Dio on­nipotente, che si inscrive nelle nostre vite, nella nostra quotidianità. Perché noi non siamo nulla senza questa virtù di Dio: « Senza di me, non potete fare nulla» (Gv 15,5).
Questa virtù di Dio si inscrive in noi per mezzo delle leggi, dei co­mandamenti, dei consigli evangelici. Ama Dio, ama il tuo prossimo: ecco quello che dobbiamo fare. È a questa condizione che vivremo, nell'ordine naturale come in quello soprannaturale. Perciò dobbiamo desiderare, prima di tutto, che questa virtù divina, naturale e sopran­naturale al tempo stesso, penetri nelle nostre anime e ci conquisti in­teramente. Senza sottrarre nulla a questa presa di potere dell'Onni­potente in noi, sottomettendoci completamente alla Sua forza vivifi­cante e alla Sua grazia, che ci promette la beatitudine eterna. Ecco cos'è l'obbedienza ed ecco il suo frutto. La vita naturale, la vita so­prannaturale e, per ciò stesso, la vita della visione beatifica - la vita eterna - hanno tutte la loro scaturigine nella virtù dell'obbedienza.
E allora tale deve essere, cari amici, la disposizione profonda delle nostre anime, perché la fede altro non è che l'obbedienza dei nostri intelletti alla Rivelazione di Nostro Signore, che ci dà la Sua verità, che ce la trasmette, e tale verità costituisce per noi una fonte di vita e di grazie.
Sottomettiamo pienamente, dunque, la nostra intelligenza e la no­stra volontà a Nostro Signore Gesù Cristo. Domandiamo questa grazia tramite l'intercessione della Santissima Vergine Maria, con l'umiltà di sottometterci interamente alla santa volontà di Nostro Signore.
La Madonna ce ne ha dato l'esempio con il suo fiat, con la sua umiltà. E nel Magnificat cantiamo: Quia respexit humilitatem an cillce suce, «Perché guardò all'umiltà della sua serva». E sua cugi­na Elisabetta le dice: Et beata, qua credidisti (Le, 1,45): «Beata, poiché hai creduto ».
La fede! La fede non è altro che l'obbedienza, la sottomissione della nostra intelligenza alla verità rivelata dall'autorità di Dio. Ec­co in cosa deve consistere la nostra obbedienza. Allora, per mezzo della grazia dell'obbedienza, trasformeremo le vostre vite, che sa­ranno pienamente conformi alla volontà di Dio.

Come praticare l'obbedienza nella crisi della Chiesa
Ma, nelle circostanze in cui viviamo, nella confusione in cui si trova oggi la Chiesa, è lecito domandarsi: in che consiste oggi l'ob­bedienza? Come si realizza oggi l'obbedienza nella santa Chiesa? Ebbene, non dobbiamo dimenticare che la prima obbedienza, l'ob­bedienza fondamentale, radicale, la nostra obbedienza totale è quel­la a Gesù Cristo, a Dio. Perché è Lui che ci chiede l'obbedienza; è Lui che ci chiede la sottomissione. E il buon Dio ha fatto tutto il ne­cessario per illuminarci sull'obbedienza.
Per duemila anni di vita della Chiesa, la luce ci è stata data per mezzo della Rivelazione, degli apostoli, di Pietro e dei successori di Pietro. Quando è capitato che qualche errore si sia insinuato o che qualche verità non sia stata trasmessa esattamente, la Chiesa ha ri­messo le cose a posto. La Chiesa ha avuto cura di trasmetterci la ve­rità conformemente alla Rivelazione del Signore.
Ai nostri giorni, per un mistero insondabile della Provvidenza, è permesso che si realizzino circostanze uniche nella storia della Chiesa, che le verità non siano più trasmesse con la fedeltà con cui sono state trasmesse per duemila anni. Non cerchiamone nemmeno il motivo, non indaghiamo sulle responsabilità. Ma questi fatti so­no sotto i nostri occhi. La verità, che è stata insegnata ai bambini, ai poveri - Pauperes evangelizantur (Mt 11,5), « Ai poveri si an­nuncia la buona novella », come rispondeva Nostro Signore agli inviati del Battista - oggi non la si insegna più; non si dà loro il «pa­ne di vita».
Hanno trasformato i nostri Sacrifici, i sacramenti, i catechismi... Siamo stupefatti, dolorosamente sorpresi. Che fare in presenza di una realtà così profondamente angosciosa, lacerante, schiacciante? Mantenere la fede. Obbedire a Nostro Signore Gesù Cristo e a ciò che ci ha trasmesso per duemila anni. In un momento di terrore, di confusione, di disgregazione della Chiesa, che dobbiamo fare, se non attenerci a ciò che Gesù ha insegnato, a ciò che la Chiesa ci ha dato come verità per sempre, definita una volta per tutte?
Non si può più cambiare ciò che è stato definito una volta per tut­te dai Sommi Pontefici con la loro infallibilità. Nessuno ha il dirit­to di cambiare la verità che è inscritta per sempre nelle Sacre Scrit­ture, perché l'immutabilità della verità corrisponde all'immutabilità di Dio: è, per l'esattezza, una comunicazione dell'immutabilità di Dio all'immutabilità delle nostre verità. Cambiarle significherebbe attentare all'immutabilità di Dio. Mentre Dio è ìmmotus in se permanens, rimane immoto in sé, nell'eternità, al di fuori del mutare dei tempi.
Perciò dobbiamo aderire alle verità eterne, che ci sono state in­segnate in modo permanente, senza lasciarci turbare dal disordine attuale. Sapere quando è il caso di obbedire, non « obbedire per ob­bedire», un'obbedienza fine a se stessa. Perché in definitiva si trat­ta di questo.
Da una parte il buon Dio ha voluto che la Sua verità ci fosse tra­smessa attraverso gli uomini che partecipano della Sua autorità. Dall'altra, nella misura in cui essi non sono fedeli alla trasmissione della verità, noi non possiamo più accettare i loro ordini e gli obbli­ghi che vogliono imporci. Infatti, obbedire a degli uomini che tra­smettono infedelmente il messaggio che è stato loro dato, signifi­cherebbe disobbedire a Dio. E non c'è dubbio che dobbiamo obbe­dire a Dio, piuttosto e prima che agli uomini: in tal caso essi non ottemperano alla funzione per cui hanno ricevuto l'autorità. Laddo­ve, al contrario, il messaggio trasmesso dagli uomini corrisponde a quello di Nostro Signore, non abbiamo alcun diritto di non obbedi­re, fino all'ultimo iota.
Per questo lo stesso san Paolo ci ha avvertito affermando: « Se un angelo del cielo o se io stesso vi insegnassi qualcosa di diverso da ciò che vi ho insegnato, non ascoltatelo» (Gfil 1,8). È il nostro caso: siamo proprio davanti a questa realtà. Se anch'io vi insegnassi qualcosa di contrario ali insegnamento di Gesù Cristo, a ciò che tutta la Tradizione ci ha tramandato, non ascoltatemi. Avreste il di­ritto di non obbedirmi, perché non sarei rimasto fedele alla missio­ne che Dio mi ha affidato.

Una crisi senza precedenti
Paolo VI e coloro che hanno cambiato la Messa di sempre...grazie a lui
L'indisciplina dilaga dappertutto nella Chiesa: comitati e preti inviano ingiunzioni ai loro vescovi, i vescovi si infischiano delle esortazioni pontificie, le stesse raccomandazioni e decisioni conci­liari non vengono rispettate, senza che si senta mai pronunciare dal­l'alto la parola «disobbedienza», salvo poi applicarla solo ai catto­lici che vogliono restare fedeli alla Tradizione e semplicemente con­servare la fede.
L'obbedienza costituisce un argomento grave. Restare uniti al magistero della Chiesa e particolarmente al Sommo Pontefice è una delle condizioni indispensabili alla salvezza. Noi ne siamo profon­damente coscienti e anzi nessuno più di noi è attaccato al successo­re di Pietro oggi regnante, come lo siamo stati ai suoi predecessori. Parlo qui di me e dei numerosi fedeli respinti dalle chiese, dei sa­cerdoti costretti a celebrare la Messa nei granai, come durante la Ri­voluzione francese, e a organizzare corsi di catechismo paralleli nel­le città e nelle campagne.
Siamo attaccati al Papa finché si fa eco delle tradizioni apostoli­che e degli insegnamenti di tutti i suoi predecessori. Per definizione stessa, il successore di Pietro è tenuto a custodire questo deposito, come ci insegna Pio IX nella “PASTOR AETERNUS”. L'autorità delegata dal Signore al Papa, ai vescovi e al sacerdozio in generale, è al servizio della fede. Servirsi del diritto, delle istituzioni, dell'autorità per an­nientare la fede cattolica e non comunicare più la vita è praticare una sorta di aborto spirituale! Ecco perché noi siamo sottomessi e pronti ad accettare tutto ciò che è conforme alla nostra fede cattoli­ca, tale e quale è stata insegnata per duemila anni, mentre rifiutiamo tutto ciò che le è contrario.

     La «regola» di san Vincenzo di Lerinoper restare fedeli alla Tra­dizione
Nella prima metà del secolo V, san Vincenzo di Lerino, che era stato soldato prima di consacrarsi a Dio ed era stato, come riferisce, « sballottato a lungo sul mare del mondo prima di entrare nel porto della fede », si esprimeva così a proposito dello sviluppo del dogma: « Non ci sarà alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Ce ne saranno, certo, e di molto importanti, in modo però che si ab­bia un progresso nella fede e non un cambiamento. E auspicabile che crescano abbondantemente e intensamente in tutti e in ciascuno, ne­gli individui come nella Chiesa, lungo i secoli, l'intelligenza, la scien­za, la sapienza, purché ciò avvenga nell'identità del dogma, di uno stesso pensiero ». San Vincenzo conosceva lo shock delle eresie, e pertanto dà una regola di condotta sempre valida, anche dopo mille­cinquecento anni: « Cosa farà il cristiano cattolico se qualche piccola parte della Chiesa si staccherà dalla comunione, dalla fede universa­le? Quale altra decisione prendere, se non preferire alla parte cancre­nosa e corrotta il corpo nel suo insieme che è sano? E se qualche al­tro nuovo contagio cerca di avvelenare non più una piccola parte del­la Chiesa, ma tutta quanta, allora sarà sua massima cura attenersi all'antico, che evidentemente non può essere sedotto da alcuna novità menzognera». Nelle litanie delle rogazioni la Chiesa ci fa dire: «Ti supplichiamo, o Signore, di mantenere nella Tua santa religione il Sommo Pontefice e tutti gli ordini della gerarchia ecclesiastica ». Il che vuol dire che, potenzialmente, una tale disgrazia può accadere.
Nella Chiesa non c'è alcun diritto, alcuna giurisdizione che pos­sa imporre a un cristiano una diminuzione della propria fede. Cia­scun fedele può e deve resistere a chiunque attenti alla sua fede, fa­cendo leva sul catechismo della sua infanzia. Se si trova di fronte a un ordine che la mette in pericolo di corruzione, la disobbedienza è un dovere tassativo. Ora, siccome noi riteniamo che la nostra fede sia in pericolo a causa delle riforme e degli orientamenti post-con­ciliari, abbiamo il dovere di disobbedire e di attenerci alla Tradizio­ne. Aggiungiamo: è il più grande servizio che possiamo rendere al­la Chiesa e al successore di Pietro, quello di rifiutare una « Chiesa » riformata e liberaleggiante. Lo abbiamo visto: Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, non è né liberale né riformabile.
Adesso i cristiani sono divisi perfino in seno a una stessa fami­glia a causa della confusione che si è instaurata. Non vanno più al­la stessa Messa, non leggono più gli stessi libri. I sacerdoti più an­ziani non sanno più che fare: o obbediscono ciecamente a ciò che i superiori impongono loro e perdono in qualche modo la fede della loro infanzia e della loro giovinezza, rinunciando alle promesse che hanno fatto al momento della loro ordinazione con il giuramento an­timodernista; oppure resistono, ma con l'impressione di separarsi dal Papa che è nostro padre e Vicario di Cristo. In entrambi i casi, che lacerazione! Molti sacerdoti addirittura sono morti prematura­mente di dolore.
Quanti altri sono stati costretti ad abbandonare le parrocchie nel­le quali da molti anni esercitavano il loro ministero, segno dell'a­perta persecuzione da parte delle gerarchie, malgrado l'appoggio dei fedeli che si vedevano strappato il loro pastore!

Il colpo da maestro di Satana
Concilio Vaticano II, il Concilio dei Papi e Vescovi modernisti
Due religioni si affrontano. Ci troviamo in una situazione dram­matica, in cui è impossibile non fare una scelta. Tale scelta però non è fra l'obbedienza e la disobbedienza. Ciò che ci propongono, ciò a cui siamo espressamente invitati, ciò per cui ci perseguitano, si ri­duce a scegliere una parvenza di obbedienza. Il Santo Padre, infat­ti, non può chiederci di abbandonare la nostra fede. Noi scegliamo dunque di conservarla, sapendo che non possiamo ingannarci rima­nendo attaccati a ciò che la Chiesa ha insegnato per ben duemila an­ni. La crisi è profonda, sapientemente organizzata e diretta, tanto che si può veramente credere che il maestro concertatore non sia un uomo, bensì Satana in persona. È il colpo da maestro di Satana es­sere riuscito a far disobbedire i cattolici a tutta la Tradizione... pro­prio in nome dell'obbedienza. Ma l'obbedienza, in questo caso, do­vrebbe manifestarsi con un rifiuto categorico. L'autorità, anche le­gittima, non può ordinare un atto riprovevole, cattivo.
San Tommaso d'Aquino, al quale in materia teologica è bene fa­re sempre riferimento, arriva fino a domandarsi nella Somma teolo­gica se la « correzione fraterna » prescritta da Nostro Signore possa esercitarsi anche verso i superiori. Dopo aver esaminato tutte le di­stinzioni utili, risponde: «Si può esercitare la correzione fraterna verso i superiori quando si tratta della fede». Se noi fossimo più fermi su questo principio, eviteremmo di arrivare fino ad assimilare gradualmente le eresie.

Un precedente storico di rilievo: Io scisma anglicano
All'inizio del XVI secolo, gli inglesi conobbero un caso del ge­nere di quello che viviamo noi, con la differenza che esso terminò con uno scisma ufficiale. Per il resto, le similitudini sono sorpren­denti e tali da farci riflettere. La nuova religione, che prenderà il nome di anglicanesimo, comincia con l'offensiva contro la Messa, la confessione personale, il celibato ecclesiastico. Enrico Vili, ben­ché si fosse assunto l'enorme responsabilità di separare il suo po­polo da Roma, rifiuta le suggestioni che gli vengono proposte; ma nell'anno successivo alla sua morte un'ordinanza autorizza l'uso dell'inglese per la celebrazione della Messa. Vengono interdette le processioni, viene imposto un nuovo Ordo Missae, Order of Communion, nel quale è stato soppresso l'offertorio. Per rassicurare i cristiani, una nuova ordinanza interdice qualsiasi altro tipo di cam­biamento, mentre una terza permette ai parroci di eliminare le sta­tue dei santi e della Madonna nelle chiese. Opere d'arte venerabili finiscono vendute ai commercianti, come oggi agli antiquari e ai ri­gattieri.
Solamente qualche vescovo fece notare che Y Order of Communion attentava al dogma della presenza reale, poiché afferma­va che il Signore ci dona il Suo corpo e il Suo sangue solo spiritualmente. Il Confiteor, tradotto in lingua nazionale, era pronun­ciato nello stesso tempo dal celebrante e dai fedeli (proprio come nel messale di Paolo VI) e serviva da assoluzione di tutti i pecca­ti. La Messa era trasformata in mensa, turning into a communion. Ma anche i vescovi illuminati accettarono infine il nuovo rito, pur di mantenere la pace e l'unione. Ed è esattamente per le stesse ra­zioni che la cosiddetta «Chiesa conciliare», come la si chiama, vorrebbe imporci il Novus Ordo. I vescovi inglesi affermarono nel XVI secolo che la Messa era un «memoriale» e una nutrita propaganda insinuò i modi di vedere luterani nello spirito dei fe­deli.  


Le sospette similitudini tra il Prayer Book anglicano e la nuova Messa
Il Papa è chiamato nel frattempo solamente « vescovo di Roma»; non è più il padre, ma il fratello di tutti i vescovi e, nel caso citato, del re d'Inghilterra, che si è autonominato capo della Chiesa nazio­nale. Il Prayer Book di Cranmer è stato composto mescolando par­ti di liturgia greca e di liturgia di Lutero. Come non pensare a mons. Annibale Bugnini, che redige la Messa detta di Paolo VI con la col­laborazione di sei «osservatori protestanti», addetti qualificati ai consiglio per la riforma liturgica? Il Prayer Book comincia con que­ste parole: « La cena e santa comunione, comunemente detta Mes­sa... », quasi una prefigurazione del famoso articolo 7 dell'Institutie generalis del nuovo messale: « La cena del Signore o Messa... ». La distruzione del sacro, di cui parlavamo prima, era essa pure inclusa nella riforma anglicana: le parole della consacrazione dovevano ob­bligatoriamente essere dette a voce alta, esattamente come accade nella nuova Messa.
Il Prayer Book fu approvato dai vescovi anche « per conservare l'unità interna del regno». I sacerdoti che continuavano a dire «l'antica Messa» incorrevano in pene che andavano dalla perdita dei redditi alla revoca pura e semplice e, in caso di recidività, alla prigione perpetua.
L'Inghilterra dei Tudor scivolò nell'eresia senza rendersene nem­meno conto, accettando il cambiamento sotto il pretesto di adattarsi alle circostanze storiche dei tempi, con i suoi pastori in testa. Oggi è tutta la cristianità che rischia di imboccare lo stesso cammino. Avete mai pensato che se noi uomini di una certa età corriamo un pericolo piccolo, invece i ragazzi e i giovani seminaristi formati coi nuovi catechismi, con la psicologia e la sociologia sperimentali, senza alcuna infarinatura di teologia dogmatica e morale, di diritto canonico, di storia della Chiesa, educati in una fede che non è quel­la vera, trovano normali le nozioni neo-protestanti che si vanno in­culando loro? Cosa ne sarà della religione di domani se noi non re­sistiamo? 


Qual è la vera obbedienza?
Forse vi viene la tentazione di dire: «Ma noi che possiamo far­ci? È un vescovo che dice questo o quello. Guardate, questo docu­mento viene dalla commissione per la catechesi, o dalla talaltra commissione ufficiale ». Allora non resta altro che perdere la fede? No, non abbiamo il diritto di reagire in questo modo. San Paolo stes­so ci ha avvertito al riguardo, come abbiamo visto. Rileggiamolo e meditiamolo ancora: « Se un angelo del cielo o se io stesso vi inse­gnassi qualcosa di diverso da ciò che vi ho insegnato, non ascolta­telo ». Questo è il segreto della vera obbedienza.
Ecco, dunque, quale deve essere la nostra obbedienza. Innanzi­tutto obbedire a Dio. È il solo mezzo di pervenire alla vita beata nel­l'eternità: è l'obbedienza a indicare la strada che conduce al cielo. In ciò seguiamo l'esempio della Vergine Maria. Ella è stata l'obbe­dienza stessa. È l'esempio più perfetto, più bello, più sublime del­l'obbedienza, contrariamente e antiteticamente alla disobbedienza della madre del genere umano.
Pertanto, cari amici, domandiamo alla Madonna di insegnarci la sua obbedienza e di aiutarci a conservarla fino alla morte. Che il buon Dio ci conceda questa grazia!

 Sembra quindi chiaro, leggendo il pensiero di un Sant'uomo, come Lefebvre, a chi bisogna obbedire e a chi bisogna disubbidire.....


Questo è un tempio dei protestanti, dove professano il loro eretico culto...


Questa è una moderna Chiesa, si puo' notare la perfetta somiglianza con il tempio protestante...


Questo e' un esempio del tempio inventato dalla diabolica ed eretica setta Neocatecumenale, recentemente approvata dalla gerarchia della nuova Chiesa Conciliare...

E ancora si dice che non ci sia stata rottura dottrinaria durante il Concilio, anche un cieco la vedrebbe...

L'Islam, il nemico di sempre.


E' stato assassinato ieri in Pakistan l'unico ministro cattolico del governo di quel paese, odiato dagli islamici perché proponeva l'abrogazione, o l'addolcimento, della infame legge sulla "blasfemia", che rende impossibile la vita ai cristiani del paese poiché il loro stesso esistere, pregare, praticare la Fede è blasfemo agli occhi dei macomettani. Gli assassini quasi certamente rischiano, se mai fossero scoperti, il destino dei loro colleghi egiziani che hanno ucciso sei copti mentre uscivano da Messa: i tribunali del 'laico' Egitto li hanno appena assolti (vedi qui).
Ecco lo struggente testamento spirituale di questo nuovo martire.



"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Lamia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".


Fonte: Cantuale Antonianum tramite Messainlatino

Non può esserci alcun dialogo con i nemici di Cristo e dei cristiani!

mercoledì 2 marzo 2011

Un prete chiamato Lefebvre


di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

“Monsignor Lefebvre era più che un amico, un fratello, una vera guida spirituale per me, scevro da ogni materialismo, un uomo che adoravo. (…) Le confesso che ero un pellegrino fedele di Ecône. Non mangerò più al suo fianco, in mezzo ai suoi parrocchiani di ogni nazionalità. E mentre mi benediceva, pregando per me in mezzo a tutta quella gente, ai fedeli venuti da ogni angolo del mondo, amava presentarmi come un musulmano senegalese, così che io ne andavo fiero ed ero contento. Una bella persona, di un’intelligenza viva e che non aveva amore che per Dio e per Gesù”. Firmato Ababacar Sadikhe Thiam, musulmano, in data 26 marzo del 1991 e inviato al vescovo di Dakar, cardinale Hyacinthe Thiandoum. Il Marcel Lefebvre di cui parla Ababacar Sadikhe Thiam non è un omonimo, è proprio lui, il “vescovo tradizionalista”, il “vescovo ribelle”, il “vescovo scismatico”. Fa un certo effetto scoprire che l’elogio funebre più bello per il difensore della Messa antica e della tradizione cattolica, per il nemico di quel falso ecumenismo che equipara tutte le religioni, per il sostenitore della regalità sociale di Cristo lo abbia scritto un seguace di Maometto. Come un cavaliere medioevale, anche il vescovo Lefebvre aveva il suo amico musulmano, che invitava a pranzo al suo tavolo, che esibiva senza imbarazzi ai suoi fedeli a Ecône, che benediceva. Ma nella società plasmata dai mass media la storia è fatta dai titoli di giornale, e così è nata la leggenda del “vescovo ribelle”, che prese corpo il 29 agosto 1976, il giorno in cui monsignor Lefebvre, già sospeso a divinis per la sua opposizione alle innovazioni postconciliari, celebrò pubblicamente a Lilla una Messa in rito romano antico. “Nuovo passo verso lo scisma”, “Il tempo delle sfide a Roma è superato: siamo alla prova di forza”, “Monsignor Lefebvre sfida oggi Paolo VI con la Messa proibita”. Una presa d’atto sbrigativa che trasformò subito il cliché in moneta corrente.
Eppure, proprio quel 29 agosto 1976, durante l’omelia, il cosiddetto “vescovo ribelle” spiegò benissimo la natura di quanto stava accadendo. “Io non sono né ho mai sognato di definirmi ‘il capo dei tradizionalisti’. (…) Perché? Perché anch’io sono un semplice cattolico. (…) Ho, come voi, le medesime reazioni davanti alla distruzione della Chiesa, davanti alla distruzione della nostra fede, davanti alle rovine che s’accumulano sotto i nostri occhi”. Un semplice cattolico, scritto così, senza virgolette. Quanto sarebbe stato più facile comprendere la sua azione, il suo pensiero, la sua dottrina, la sua fede se qualcuno, allora, avesse considerato il “vescovo ribelle” un semplice cattolico. Ma gli anni Settanta, forgiati nella fucina dell’ideologia conciliare non prevedevano la categoria di “semplice cattolico”. Una “Nuova chiesa” aveva sostituito una “Vecchia chiesa”: si apparteneva all’una o all’altra, i buoni a quella “Nuova” e i cattivi a quella “Vecchia”.
In virtù di questo schema, la totalità dei progressisti, buona parte dei conservatori e persino non pochi tradizionalisti si sono abbandonati a una lettura del “fenomeno Lefebvre” prigioniera in vario modo del mito del Concilio. Con duemila anni di vita e di dottrina a disposizione hanno giudicato quegli eventi guardandoli dal buco della serratura del triennio 1962-‘65. Tutti accomunati dalla convinzione che i “rigurgiti passatisti” si sarebbero estinti per semplice via anagrafica. Bastava attendere. Tanto più quando la scomunica latae sententiae colpì nel 1988 il vescovo francese, monsignor Antonio De Castro Mayer e i quattro vescovi da loro consacrati al fine di garantire la sopravvivenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Lefebvre. E il tentativo di soffocare il “fenomeno tradizionalista” finì per dargli una fisionomia precisa e riconoscibile e fortemente identitaria e non sempre mansueta.
In questo stagno, è piombato di recente un libro di Cristina Siccardi. Una studiosa che si è imbattuta nel vescovo francese lavorando alla vita di Paolo VI e ne ha tratto un volume edito da Sugarco con il titolo “Monsignor Marcel Lefebvre. Nel nome della Verità”, senza per questo mettere in discussione la definizione di Papa della luce che sta nel sottotitolo della sua biografia di Montini. E’ difficile raccontare la storia di questo prelato senza dividerla, almeno per comodità, tra un prima e un dopo il Concilio. Sarebbe anche sbagliato concettualmente trascurare questo spartiacque. Ma, come mostra la Siccardi, c’è una cifra che lega ogni momento la vita di Lefebvre, dall’entrata in seminario alla morte, è la romanità, che il giovane Lefebvre impara ad amare al seminario francese Santa Chiara di Roma. Romanità e santità sacerdotale. Ordinato nel 1929, viene assegnato come vicario alla parrocchia di Le Marais a Lomme, una piccola borgata operaia a ovest di Lille e lì scopre che proprio questo i fedeli chiedono a un prete: “I parrocchiani” ricorderà molti anni dopo “giudicano la religione secondo il loro sacerdote. (…) Cos’è che convince la gente della verità della Chiesa? E’ la santità. Questa si vede. Bisogna che le persone sappiano che il sacerdote è un uomo di Dio e non un mediocre paesano, imborghesito, pronto come gli altri a prendersi le sue vacanze, un uomo che ha un impiego e basta”. Con questo ideale di prete, entra nella famiglia religiosa dei Padri dello Spirito Santo e diventa missionario. Nel 1932 parte per il Gabon. Viaggia per i villaggi del Continente nero, si occupa di anime, soccorre i corpi, celebra Messa, confessa, distribuisce l’Eucaristia, celebra matrimoni, battezza adulti e neonati. In una parola, evangelizza. E, siccome evangelizza, civilizza. Siccome sana le anime, cura i corpi, rende più umana la vita di uomini che a fatica sospettavano di esserlo. Arrivato in visita ai cantieri del lago Gomè, ottiene il permesso di riunire gli operai per la Messa e per le confessioni. Poi va dal capocantiere e lo sbatacchia per le condizioni di lavoro: “Il reclutamento è abominevole e vergognoso, si tratta davvero di schiavitù. Le condizioni di lavoro, di paga, le abitazioni sono deplorevoli, soprattutto nelle miniere. Gli indigeni sono in grado di lavorare bene, purché abbiano l’ambiente e l’atmosfera del villaggio, e il conforto religioso che desiderano”.
Quando, nel 1943, viene nominato superiore della missione di Lambarené, conosce il medico tedesco della vicina missione luterana, che si chiama Albert Schweitzer. La missione cattolica collabora con quella protestante trasportando i materiali che servono alla costruzione dell’ospedale e il dottor Schweitzer si reca alla missione di padre Lefebvre per curare i religiosi malati. Il medico alsaziano, grande appassionato di Bach, nelle feste suona l’organo della chiesa di San Francesco Saverio, mentre padre Marcel celebra la Messa. Gli indigeni assistono rapiti allo spettacolo di quelle liturgie, accompagnate da Bach o dal canto gregoriano. “Riunire tutti intorno all’altare” annota padre Lefebvre “questo è lo scopo del sacerdote. Così, in missione la prima cosa da fare nella zona è costruire una chiesa. (…) bisogna vedere come gli indigeni sono felici della bellezza e della grandezza della loro chiesa, perfino quando si trovano nella miseria più nera”. Il miracolo di un sorriso più forte della miseria cantato in gregoriano da gente che, poco più tardi, verrà indotta da missionari malati di inculturazione a tornare ai costumi tribali che aveva volentieri abbandonato.
Nel giugno del 1944, Lefebvre si trova in Gabon quando viene raggiunto dalla notizia della morte di suo padre. Ne parla il giornale Nord Libre, subito dopo che gli americani sono sbarcati in Normandia: René Lefebvre è morto il 4 marzo del 1944 nel campo di concentramento KZ di Sonnenburg, nel Brandeburgo. La sua ultima lettera alla famiglia porta la data del 9 settembre 1941, e dice: “Sapete che io muoio da cattolico francese, monarchico, perché per me è con l’istituzione di monarchie cristiane che l’Europa, il mondo intero possono trovare stabilità, la pace autentica”.
Una lezione sulla rilevanza sociale della fede che padre Marcel trasmette volentieri ai giovani seminaristi che gli sono affidati: “Non vi infiacchite, non vi dividete, studiate bene la morale sociale. State in guardia dall’essere ‘tutti per il popolo’ a priori, e dall’essere per ‘coloro che possiedono ricchezze’ a priori. Entrambi esistono ed esisteranno sempre”. In refettorio fa leggere durante i pasti la lettera Testem benevolentiae di Leone XIII sull’americanismo, e i testi di Pio X, dall’enciclica Pascendi Dominici Gregis alla Lettera ai vescovi francesi intorno al Sillon.
Nel 1947, a quarantadue anni, Lefebvre viene creato vescovo, e mandato a Dakar, poche decine di migliaia di cattolici in mezzo a tre milioni di musulmani. Come motto episcopale sceglie “Et nos credidimus caritati”, e noi abbiamo creduto alla carità, mentre il suo comandamento operativo è un cattolicissimo e praticissimo “non perdere tempo”. Dotato di “zelo missionario” viene nominato da papa Pio XII suo rappresentante per tutte le colonie francesi, riconoscendogli di “aver governato prudentemente, saggiamente e attivamente il vicariato apostolico di Dakar”.
Poi arrivano i favolosi anni Sessanta e Lefebvre diventa suo malgrado il simbolo di una crisi interna alla Chiesa di cui parlerà il mondo intero. Membro della Commissione preparatoria del Concilio, giudica positivamente i risultati di questa fase preliminare. Ma nota quasi subito che vi sono teologi e vescovi che hanno in mente cambiamenti sostanziali alla dottrina cattolica. Si tenta di rompere con la tradizione della Chiesa. Il vescovo francese non è solo non è solo e dà vita al Coetus Internationalis Patrum, rappresentativo di 450 padri conciliari. Si deve a una petizione del Coetus se nel 1965 Paolo VI, contro il parere negativo della commissione teologica, proclamerà “Mater Ecclesiae” la Vergine Maria, con un motu proprio che riaffermerà il primato papale sul Concilio.
“E’ impossibile andare blaterando che solamente le applicazioni postconciliari sono cattive” dice più tardi. “Le ribellioni del clero, la contestazione dell’autorità pontificia, tutte le stravaganze della liturgia e della nuova teologia, la desertificazione delle chiese, non avrebbero dunque nulla a vedere, come si è affermato anche di recente, con il Concilio? Ma andiamo!”. Ma è pronto a riconoscere i meriti di Paolo VI, che il 30 giugno del 1968 proclama sul sagrato di San Pietro lo stupendo Credo del popolo di Dio: “Un atto che dal punto di vista dogmatico è più importante di tutto il Concilio”. Un gruppo di seminaristi, gli chiede di fare qualcosa per la loro formazione cattolica e nasce la Fraternità Sacerdotale San Pio X, stimata, apprezzata e riconosciuta dalla Chiesa e poi soppressa.
Poi, è un correre di gran carriera fino alla morte, il 25 marzo 1991, passando per sospensione a divinis, scomunica latae sententiae, accuse di scisma e demonizzazioni. Tutto vissuto attraverso una convinzione espressa con lucidità dolente fin dall’omelia della Messa di Lille: “Ora io faccio (…) un’opera in tutto simile a quella che ho compiuto per trent’anni ed ecco che, improvvisamente, sono sospeso a divinis, magari fra un po’ scomunicato, separato dalla Chiesa, rinnegato, che so? E’ possibile? Forse che quello che ho fatto per trent’anni era pure suscettibile  d’una sospensione a divinis? Penso, al contrario, che se in passato io avessi preparato dei seminaristi come lo si fa oggi nei nuovi seminari, io sarei stato scomunicato. Se allora avessi insegnato il catechismo che s’insegna nelle scuole, mi avrebbero considerato eretico. E se avessi detto la Santa Messa come la si dice ora, mi avrebbero considerato sospetto d’eresia, fuori dalla Chiesa. A questo punto io non comprendo più. Qualcosa ha cambiato la Chiesa ed è a ciò che voglio giungere…”.
Due degli atti più importanti del pontificato di Benedetto XVI siano il motu proprio Summorum Pontificum con cui ha ridato cittadinanza alla Messa in rito antico e la revoca del decreto di scomunica del 1988. Due atti talmente eversivi rispetto al pensiero dominante da non limitarsi far pensare a un futuro imprevedibile sino a poco tempo fa, e addirittura da imporre una rilettura del passato. Quando si rilegge il passato, crollano i muri, e, soprattutto, mutano le fisionomie degli uomini. Allora certe espressioni inquiete del Lefebvre degli ultimi tempi additate troppe volte come segno di durezza del cuore potranno essere lette per ciò che erano veramente, sofferenza per le condizioni della Chiesa sul corpo di un vescovo aggredito dal cancro.


Fonte: Il Foglio 1 marzo 2011