mercoledì 1 dicembre 2010

Il male minore



“Non facciamo il male perché ne venga un bene” (Rom 3,8). Con queste parole San Paolo stabiliva un principio fondamentale di morale, alla base di ogni vita cristiana. Ma fra due mali si può scegliere il minore? Lo si può consigliare? Per rispondere adeguatamente a queste domande pubblichiamo un testo tratto dal Dizionario di Teologia Morale del Cardinale Pietro Palazzini (Editrice Studium, 1969) alla voce Minor male.

MINOR MALE (scelta del).
1) Scegliere il male minore.
Di due mali scegliere e perciò compiere il minore non è lecito, se si tratta di due mali morali ossia di due operazioni che sono in se stesse viola zione della legge morale. La tesi è evidente. Un male non diventa bene o lecito, perché c'è un altro male più grande, che si potrebbe scegliere. Il problema morale, proposto nella domanda « Se è lecito o obbligatorio sce gliere di due mali il minore », suppone una cosa, che in realtà non può esistere, cioè il cosiddetto caso perplesso, nel quale l'uomo sarebbe costretto a scegliere tra due atti peccaminosi, così che se non scelga l'uno, necessariamente debba scegliere l'altro. Un tale caso moralmente è impossibile. Perché l'uomo può sempre astenersi da qualsiasi atto positivo, che importa la scelta di un mezzo. L'uomo può sempre non fare, se fare l'una o l'altra cosa sia sempre peccato; e questo non fare non è peccato in sé (p. es., non procurare l'aborto). Se da questa omis sione seguono, in virtù di circostanze, gravi danni, p. es. la morte della madre, o della madre e del bambino insieme, l'uomo non è responsabile per questi danni, perché nes suno è responsabile per le conseguenze della condotta da lui seguita, quando non c'era possibilità d'agire senza peccare. Sce gliere il m. male è lecito, quando questo m. male non è in sé un male morale (peccato), ma è o un male puramente fisico o un atto od omissione in sé buona o indif ferente, dal quale o dalla quale però, nel caso concreto, seguirà un effetto acciden tale cattivo, meno grave però di quello che produrrebbe un altro mezzo;  p. es. di due farmaci, che producono tutti e due un effetto cattivo sulla salute, ma che sono ugualmente utili per me, io devo scegliere il meno nocivo, perché ho l'obbligo di non recare nocumento alla mia salute.
2) Consigliare (RACCOMANDARE) un male minore.
Il problema morale va così enunciato: se è lecito consigliare ad una per sona decisa a fare un peccato, di farne un altro che sia meno grave, p. es. consigliare la fornicazione ad una persona che è decisa a fare un adulterio ; di ubriacarsi invece di fare un omicidio. La retta soluzione del problema è, che non è mai lecito consigliare un peccato, neanche a una persona che è decisa a fare un peccato più grave, perché consigliare un atto è di per sé indurre a commetterlo. Orbene, indurre un altro a commettere un peccato, è peccato. Non mi è lecito far sì che un altro voglia e faccia un peccato. La comparazione con un altro peccato non toglie la malizia del primo. Il fine, prevenire un peccato maggiore, è buono ; ma il fine buono non giustifica il mezzo adoperato, se questo non è già permesso in se stesso.Non è lecito fare un male, per evitare un male maggiore. Quando, però, ciò che facciamo non è consigliare un peccato, benché meno grande, ma sconsigliare di compiere una parte del peccato già deciso (ritrarre da una parte e non dal tutto, perché questo ci risulta impossibile), non facciamo male ma bene ; p. es. dire ad un ladro, che vuol uccidere un proprietario e rubare i suoi tesori, « pren dete soltanto i tesori », non è consigliare il furto, ma sconsigliare l'omicidio. Il furto era già deciso e non si compie a motivo delle mie parole. L'unico effetto che le mie parole producono per loro propria natura è ritrarre il ladro dall'omicidio già stabilito. Orbene, ritrarre un altro dal suo proposito cattivo è un atto buono e lecito per propria natura. Questo vale anche se il mio atto lo ritrae soltanto da una parte del peccato, perché non è in mio potere (benché in mio volere) di ritrarlo del tutto. La differenza tra il consigliare il m. male e lo sconsigliare una parte del male proposto, sta in questo che nel primo caso si adopera un atto, per natura cattivo, come mezzo ad un fine buo no; nel secondo caso invece si adopera un atto per natura sua buono come mezzo ad un fine buono. Ma ciò che decide della moralità non è la forma delle parole usate, ma il loro vero significato, il quale talvolta è determinato anche dalle circostanze in cui esse sono pronunziate. Affinché il nostro atto sia davvero uno sconsigliare una parte del peccato, è necessario che la parte rimanente sia già stabilita formalmente o almeno virtualmente nel peccato intero, che l'altro aveva deciso di commettere. Ben.
BIBL. - A. Fumagalli, Del consigliare il minor male, Monza 1943.

Predica di Mons. Fellay per i 40 anni della Fraternità



Cari membri della Fraternità,
in questo giorno siamo nella gioia per due motivi. Innanzi tutto per la festa liturgica che celebriamo, quella di Tutti i Santi. La Chiesa vuole ricordare oggi tutti i suoi figli che già gioiscono della beatitudine eterna nella visione beatifica. È una festa straordinaria poiché in essa si vede realizzato il compimento, la ragion d’essere della Chiesa e della sua missione, nella speranza che un giorno anche noi giungeremo a questo fine.

Pensare al Cielo ci riempie di gioia, e oggi la Chiesa ci chiede veramente di pensare al Paradiso, al fine per cui Dio ci ha creati. Nel Martirologio vi sono 365 giorni in cui sono menzionati alcune migliaia di Santi, ma nella patria celeste ve ne sono molti di più e questo genera in noi una grande speranza, poiché il Cielo è la nostra patria.
Tale festa poi ci procura anche un’altra gioia poiché celebriamo un anniversario; quello dei quarant’anni di fondazione della nostra cara Fraternità Sacerdotale San Pio X, nata proprio in questo giorno. Non si tratta certo di un caso, poiché sappiamo bene che per la Divina Provvidenza il caso non esiste. Proviamo ad approfondire le ragioni; il perché la Fraternità è stata fondata proprio nella festa di Tutti i Santi.

La Chiesa Militante sulla terra e Trionfante in Cielo

Quando si parla di Tutti i Santi si pensa certamente a ciascuno di essi preso individualmente, ma anche all’insieme che essi compongono; si pensa a un corpus. Quest’insieme ha un nome: la Chiesa trionfante. Si potrebbe dire che è la parte definitiva della Chiesa, quella che costituisce il fine della Chiesa terrena; il suo compimento in Cielo, la sua perfezione definitiva. Vi è fra le due un legame poiché si tratta sempre della stessa Chiesa che noi chiamiamo «militante» sulla terra e «trionfante» in Cielo. La stessa Chiesa, che si trova però quaggiù secondo un modo diverso, poiché essa si situa nel tempo, ed ha anche un modo d’agire differente. Al di fuori del tempo, nella visione di Dio, sparisce tutto l’aspetto della lotta contro il peccato, contro il demonio, nostro pane quotidiano sulla terra. I Santi si consacrano interamente all’adorazione di Dio e delle sue perfezioni nella visione beatifica tramite la luce della gloria. Ma qui sulla terra la Chiesa deve combattere. Il suo fine è il Cielo.
Se vi è una Chiesa sulla terra, se Nostro Signore ha fondato la sua Chiesa, è per salvare le anime, per strapparle dal loro pietoso e miserevole stato di peccato. La fede ci insegna che ogni uomo in questo mondo è concepito col peccato originale. Egli è privo di quell’amicizia con Dio che è la grazia. Se conta solo su se stesso è perduto; la sua vita in questa terra sarà solo un susseguirsi di gioie passeggere, di piaceri, di lacrime, di tristezze, di sofferenze, con una fine infelice. Occorre quindi cercare il mezzo dato da Dio per trarre l’uomo da questo stato di miseria, ancor più aggravato in seguito, dai peccati personali. Stato che, se non se ne esce, conduce all’inferno  con la privazione di Dio. In questa condizione spaventosa l’uomo si precipita se non coglie il solo mezzo dato da Dio per salvarsi che è la Chiesa fondata da Lui stesso, la Chiesa cattolica romana. Trarre l’uomo da questo stato di miseria, non è semplicemente un’opera di beneficenza, è un combattimento.
L’uomo non è decaduto da solo. Occorre sempre tener presente anche gli spiriti ribelli che sono i demoni. Dio permette che possano avere un certo campo d’azione ed essi cercano di ostacolare il lavoro della Chiesa, che consiste nel far uscire le anime dal peccato. Questa missione è un vero combattimento, un combattimento essenzialmente spirituale, ma che molto facilmente può estendersi nel mondo fisico. Per questo sulla terra la Chiesa, per realizzare il suo fine che è di condurre gli uomini a Dio, di santificarli, di comunicare loro la grazia che li fa santi, deve dedicare la maggior parte delle sue energie e del suo tempo a questo combattimento.
Questa battaglia è visibile nella difesa e nella protezione del tesoro della fede. Essa esige delle condanne, dei divieti, delle punizioni, delle scomuniche. È normale e non può essere altrimenti. Ci troviamo in una vera guerra, molto più grave, molto più decisiva di tutte le guerre umane. Ne va, ancora una volta, della salvezza delle anime! Questa lotta la si percepisce anche nella morale. È necessaria la fede, ma è anche necessaria una vita che corrisponda ai comandamenti di Dio. È dunque compito della Chiesa ripetere agli uomini qual’è la via che conduce a Dio. L’esperienza di tutti i giorni ci dimostra quanto il richiamo alla morale cattolica possa provocare resistenze. Fondamentalmente, il combattimento della fede è molto più profondo, ma a livello umano è quasi sempre attorno alla morale che sarà più virulento.
Coloro che vorrebbero pensare solo al lato gioioso della Chiesa rischiano fortemente di dimenticare ciò che, pur non essendo forse essenziale, è tuttavia assolutamente necessario: il combattimento sulla terra cioè l’ascesi. Nostro Signore ha detto: «Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinunci a se stesso, porti la sua croce tutti i giorni e mi segua» (Lc 9, 23). Questa è la via! In questa festa di Tutti i Santi, la Chiesa ci chiede di elevare i nostri cuori, senza però dimenticare questa battaglia. Ci invita a considerare la ricompensa della beatitudine eterna che Dio darà a coloro che si consacrano a questa lotta per la salvezza della loro anima e di quella del prossimo.

Che cos’è la Fraternità agli occhi del mondo?

Come stabilire una relazione tra questa verità e la Fraternità? In definitiva non è poi così difficile. Quando si considera la Fraternità ci si può chiedere che cos’è essa per le persone del mondo: una banda di litigiosi, di ribelli, di scomunicati, di scismatici… in breve di malcontenti che turbano la Chiesa… o qualcosa di simile; sempre pronti a lamentarsi, a brontolare, ad attaccare e a criticare. Spesso è così che si considera la Fraternità. Ed è vero che nel corso di questi quarant’anni della sua esistenza essa ha combattuto numerose battaglie in questa guerra per la fede. Questo prova come la Fraternità faccia parte della Chiesa militante, in un’epoca in cui si vuole dimenticare proprio questo aspetto battagliero della Chiesa. È sorprendente constatare oggi, soprattutto da dopo il Concilio, come si cerchi di far sparire questo aspetto militante. Non se ne vuole più parlare, si vuole presentare una Chiesa gentile, simpatica con tutti, con tutte le religioni, con tutti gli uomini, con tutti i peccatori, come se non vi fosse più che un solo demone rimasto: la Fraternità San Pio X! Solo con essa si vuole mantenere lo stato di guerra! È davvero alquanto impressionante vedere un tale contrasto.
Della croce, non se ne vuole più parlare, o se se ne parla ancora, si rimuove il Crocifisso. Si mantiene ancora una croce ma quella del Resuscitato, quella che non serve più a niente perché Cristo è risuscitato. Alleluia! Tutto va bene. Non si vuole più parlare del valore della sofferenza, della necessità del combattimento. Il peccato? Figuratevi, non vi sono più peccatori! In ogni caso tutti vanno in Paradiso. È presto fatto. È semplice. Tutti sono buoni, tutti si salvano. Siate dei buoni protestanti, siate dei buoni pagani, e andrete in Cielo! È questo il messaggio che più o meno passa un po’ dappertutto. Si fa fatica a vedere che cos’è la Chiesa militante. Quando oggi si guarda ad essa ci si può ben chiedere perché si chiami ancora militante. Perché milita, che so, per i diritti delle donne o per i poveri? È questa la Chiesa militante?
Da parte nostra, è certo che quest’aspetto della «battaglia per la Messa» e per la «difesa della fede» è ben visibile, fin dal nostro stesso vocabolario, perché se si fa una ricerca nei nostri sermoni spesso si trovano queste idee di combattimento, di battaglia, di guerra. Ma noi siamo quasi i soli a parlarne e mostrare palesemente l’aspetto della Chiesa militante.
Al tempo stesso è importante ricordare che non ci battiamo solo per il piacere della disputa. Potremmo dare l’impressione di disobbedire solo per affermare la nostra opinione personale ma non è assolutamente così. Noi cerchiamo altro; cerchiamo la salvezza; cerchiamo Dio. Se ci lanciamo in questa battaglia è perché vogliamo piacere a Dio; perché vogliamo la sua gloria e con questo la nostra salvezza.

Senza Mons. Marcel Lefebvre, niente Fraternità

Guardiamo un po’ più da vicino questa nostra Fraternità. Vi è qualcosa di evidente: parlare della Fraternità, parlare di ciò che essa fa, parlare delle sue intenzioni, significa parlare necessariamente di una persona, del nostro caro e venerato Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre. Se non ci fosse stato, non vi sarebbe alcuna Fraternità, noi non esisteremmo. Quest’opera della Chiesa esiste perché egli ne fu il fondatore, e non solo questo: tutta la nostra battaglia per la Chiesa è retta dalle sue linee direttrici, da uno spirito che abbiamo ricevuto da Mons. Lefebvre.  È chiaro che egli è stato un uomo suscitato dalla Divina Provvidenza per questa epoca. Perciò Dio l’ha dotato di un numero impressionante di talenti e di doni. Innanzi tutto, gli ha permesso di comprendere che nella Chiesa vi era un problema, una crisi; poi di capire dov’era il problema, qual era la causa di questa crisi. Dio gli ha anche donato la capacità di mostrare i mezzi per uscirne e quale ne era l’antidoto. La Fraternità, dopo quarant’anni, vive di queste indicazioni dateci da Mons. Lefebvre.
La cosa più straordinaria è che le indicazioni che ci ha lasciate – sia per spiegare ciò che accade nella Chiesa, sia per mostrare quali sono i mezzi che bisogna utilizzare per uscirne – questa visione della Chiesa è talmente profonda che quarant’anni dopo si può leggere ciò che diceva e applicarlo come se lo stesse dicendo adesso. Ciò significa che tale visione è talmente elevata che in qualche modo supera il tempo; vale per la nostra epoca e non di meno è sufficientemente al di sopra degli elementi particolari e contingenti di un’epoca da poterci mostrare ciò che occorre fare. Posto il problema, ecco la soluzione!
La Fraternità è una eredità. Anche in questo vi è un legame con la Chiesa. La Chiesa è una tradizione, nel senso che di generazione in generazione viene trasmesso ai posteri ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha affidato agli Apostoli. È questa realmente la tradizione, la trasmissione di un deposito, di un tesoro che si chiama «deposito rivelato», che Dio ha affidato agli uomini per la loro salvezza. Nella nostra Fraternità si sente ripetere esattamente la stessa cosa, un eco fedele, non qualcosa di diverso, perché noi siamo nella Chiesa.
Monsignor Lefebvre diceva, e ha voluto che lo si scrivesse sulla sua tomba: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto» (I Cor 11, 23). Noi abbiamo ricevuto e ancora oggi viviamo di questo tesoro. Se siete qui oggi è perché anche voi avete ricevuto questo tesoro, e se noi oggi contiamo quarant’anni d’esistenza significa che per quarant’anni questa trasmissione si è mantenuta. Quello che facciamo – e Monsignore ha insistito tanto su questo punto – non dev’essere altro che ciò che fa la Chiesa.
Quando ci parlava dello spirito che deve animare la Fraternità; quando gli si chiedeva quale deve essere questo spirito egli rispondeva che essa non vuole avere uno spirito proprio ma quello della Chiesa. Considerando la Chiesa vediamo cos’è che domina in essa e che la muove. Questo stesso spirito deve essere quello che muove la Fraternità. Ora nella Chiesa c’è il combattimento e la difesa della fede. Ma questo non basta. Non è tutto. Voi stessi capite bene come le persone che ci guardano dall’esterno vedono degli elementi negativi: la difesa della fede, la condanna degli errori, il combattimento o anche la guerra… e spesso si fermano là. Bisognerebbe che guardassero un po’ meglio, e vedrebbero che questi elementi sono ben reali, ma non sono il fine né il compimento della Fraternità. Il fine è la santità. È veramente bello e straordinario considerare questa finalità in un’epoca come la nostra, in cui la santità è beffeggiata dappertutto. Epoca in cui le protezioni e gli aiuti che offrivano le leggi degli Stati per la morale e la difesa della legge naturale sono scomparsi. Tutto è saltato, tutto è stato affondato nel marciume… Ebbene in un tale ambiente, in tale naufragio è veramente straordinario vedere che questa piccola Fraternità attaccata da tutti le parti, riesce comunque a far brillare la luce di Dio, che è la luce della fede, dando agli uomini il coraggio di resistere in mezzo a tutto questo, per vivere una vita che piaccia a Dio, una vita nella grazia. È qualcosa di assolutamente straordinario che attiene al miracolo. Oggi vi è veramente di che rendere grazie a Dio. Rendere grazie a Dio per averci dato un Mons. Lefebvre.

Lo scopo della Chiesa è di fare dei santi

In quel piccolo libro che ci disse essere il suo testamento, il suo Itinerario Spirituale, dalla prefazione veniamo a sapere che in tutta la sua vita Monsignore è stato assillato dal desiderio di trasmettere i princìpi della santificazione sacerdotale, della santificazione cristiana cioè dal desiderio di fare dei santi. Questo è esattamente lo scopo della Chiesa: fare dei santi, fare dei santi sacerdoti perché si abbiano dei fedeli santi. Occorre veramente che tutta la Chiesa sia santificata. Per far questo, egli non ha proposto una sua invenzione, ma ha ripreso molto semplicemente ciò che ci dà la Chiesa. Ciò su cui bisogna essere centrati: la Messa che è il fondamento e la fonte di ogni grazia, di ogni santificazione. Questo è veramente il rimedio per la crisi di oggi.
Già lo si vede, anche se è solo un piccolo inizio, non molto forte nella Chiesa. Attorno alla Messa che si celebra a poco a poco si ricostruisce la Cristianità, in mezzo ad ogni sorta di miserie, di pene, di lacrime. Questo seme germina, cresce lentamente; è ancora impercettibile, ma malgrado tutto si vede che sta accadendo qualcosa. Si coglie, molto semplicemente, la mano di Dio. Mi ricordo che in occasione della prima visita dei tre vescovi della Fraternità al  Cardinale Castrillon, appena dopo il pellegrinaggio del 2000, parlando della Fraternità ebbe a dire: «I frutti sono buoni, dunque vi è lo Spirito Santo». Ma cosa si vuole di più? Lo Spirito Santo, lo Spirito che santifica, lo Spirito che si trova solo nella Chiesa e che santifica le anime.

Non siamo stati noi a cercare questo elogio.

Oggi  chiediamo alla Madonna, a Tutti i Santi e al nostro caro Monsignor Lefebvre, la grazia della fedeltà a questo deposito che ci è stato donato dalla Chiesa. Chiediamo questa grazia perché la nostra bella storia non si fermi ai quarant’anni, ma continui. Infatti non è difficile comprendere, guardando lo stato della Chiesa, che la crisi non è finita. Se da un lato vi sono delle speranze, dall’altro vi è anche la consapevolezza molto chiara che il nostro combattimento nella Chiesa e per la Chiesa non è terminato. Per questo chiediamo veramente a Dio  che venga il Suo Regno, che sia fatta la Sua Volontà come in Cielo così in terra. Chiediamo a tutti i Santi del cielo, agli Angeli, di assisterci, di aiutarci, di condurci in questa battaglia per la gloria di Dio, per la nostra salvezza e la gloria della Chiesa.
Così sia.

Catechesi del Papa: Giuliana di Norwich





L’UDIENZA GENERALE, 01.12.2010 

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e di fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo
Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sulla figura di Giuliana di Norwich, mistica inglese (1342-1430 c.).
Dopo aver riassunto la Sua catechesi nelle diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Infine ha pronunciato un appello per la difficile situazione della Chiesa Cattolica in Cina.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.


CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Giuliana di Norwich

Cari fratelli e sorelle,

ricordo ancora con grande gioia il Viaggio apostolico compiuto nel Regno Unito nello scorso settembre. L’Inghilterra è una terra che ha dato i natali a tante figure illustri che con la loro testimonianza ed il loro insegnamento abbelliscono la storia della Chiesa. Una di esse, venerata tanto dalla Chiesa Cattolica quanto dalla Comunione anglicana, è la mistica Giuliana di Norwich di cui vorrei parlarvi questa mattina.

Le notizie di cui disponiamo sulla sua vita – non molte – sono desunte principalmente dal libro in cui questa donna gentile e pia ha raccolto il contenuto delle sue visioni, intitolato Rivelazioni dell’Amore divino. Si sa che è vissuta dal 1342 al 1430 circa, anni tormentati sia per la Chiesa, lacerata dallo scisma seguito al ritorno del Papa da Avignone a Roma, sia per la vita della gente che subiva le conseguenze di una lunga guerra tra il regno d’Inghilterra e quello di Francia. Dio, però, anche nei tempi di tribolazione, non cessa di suscitare figure come Giuliana di Norwich, per richiamare gli uomini alla pace, all’amore e alla gioia.

Come ella stessa ci racconta, nel maggio del 1373, probabilmente il 13 di quel mese, fu colpita all’improvviso da una malattia gravissima che in tre giorni sembrò portarla alla morte. Dopo che il sacerdote, accorso al suo capezzale, le mostrò il Crocifisso, Giuliana non solo riacquistò prontamente la salute, ma ricevette quelle sedici rivelazioni che successivamente riportò per iscritto e commentò nel suo libro, le Rivelazioni dell’Amore divino. E fu proprio il Signore che, quindici anni dopo questi avvenimenti straordinari, le svelò il senso di quelle visioni. "Vorresti sapere cosa ha inteso il tuo Signore e conoscere il senso di questa rivelazione? Sappilo bene: amore è ciò che Lui ha inteso. Chi te lo rivela? L’amore. Perché te lo rivela? Per amore ... Così imparai che nostro Signore significa amore" (Giuliana di Norwich, Il libro delle rivelazioni, cap. 86, Milano 1997, p. 320).

Ispirata dall’amore divino, Giuliana operò una scelta radicale. Come un’antica anacoreta, scelse di vivere all’interno di una cella, collocata in prossimità della chiesa intitolata a san Giuliano, dentro la città di Norwich, ai suoi tempi un importante centro urbano, vicino a Londra. 

Forse, assunse il nome di Giuliana proprio da quello del santo cui era dedicata la chiesa presso cui visse per tanti anni, sino alla morte. Potrebbe sorprenderci e persino lasciarci perplessi questa decisione di vivere "reclusa", come si diceva ai suoi tempi. Ma non era la sola a compiere tale scelta: in quei secoli un numero considerevole di donne optò per questo genere di vita, adottando delle regole appositamente elaborate per esse, come quella composta da sant’Aelredo di Rievaulx. Le anacorete o "recluse", all’interno della loro cella, si dedicavano alla preghiera, alla meditazione e allo studio. In tal modo, maturavano una sensibilità umana e religiosa finissima, che le rendeva venerate dalla gente. Uomini e donne di ogni età e condizione, bisognosi di consigli e di conforto, le ricercavano devotamente. Quindi non era una scelta individualistica; proprio con questa vicinanza al Signore maturava in lei anche la capacità di essere consigliera per tanti, di aiutare quanti vivevano in difficoltà in questa vita.

Sappiamo che anche Giuliana riceveva frequenti visite, come ci è attestato dall’autobiografia di un’altra fervente cristiana del suo tempo, Margery Kempe, che si recò a Norwich nel 1413 per ricevere suggerimenti sulla sua vita spirituale. Ecco perché, quando Giuliana era viva, era chiamata, com’è scritto sul monumento funebre che ne raccoglie le spoglie: "Madre Giuliana". Era divenuta una madre per molti.

Le donne e gli uomini che si ritirano per vivere in compagnia di Dio, proprio grazie a questa loro scelta, acquisiscono un grande senso di compassione per le pene e le debolezze degli altri. Amiche ed amici di Dio, dispongono di una sapienza che il mondo, da cui si allontanano, non possiede e, con amabilità, la condividono con coloro che bussano alla loro porta. Penso, dunque, con ammirazione e riconoscenza, ai monasteri di clausura femminili e maschili che, oggi più che mai, sono oasi di pace e di speranza, prezioso tesoro per tutta la Chiesa, specialmente nel richiamare il primato di Dio e l’importanza di una preghiera costante e intensa per il cammino di fede.

Fu proprio nella solitudine abitata da Dio che Giuliana di Norwich compose le Rivelazioni dell’Amore divino, di cui ci sono giunte due redazioni, una più breve, probabilmente la più antica, ed una più lunga. Questo libro contiene un messaggio di ottimismo fondato sulla certezza di essere amati da Dio e di essere protetti dalla sua Provvidenza. Leggiamo in questo libro le seguenti stupende parole: "Vidi con assoluta sicurezza ... che Dio prima ancora di crearci ci ha amati, di un amore che non è mai venuto meno, né mai svanirà. E in questo amore Egli ha fatto tutte le sue opere, e in questo amore Egli ha fatto in modo che tutte le cose risultino utili per noi, e in questo amore la nostra vita dura per sempre ... In questo amore noi abbiamo il nostro principio, e tutto questo noi lo vedremo in Dio senza fine" (Il libro delle rivelazioni, cap. 86, p. 320).

Il tema dell’amore divino ritorna spesso nelle visioni di Giuliana di Norwich che, con una certa audacia, non esita a paragonarlo anche all’amore materno. È questo uno dei messaggi più caratteristici della sua teologia mistica. 

La tenerezza, la sollecitudine e la dolcezza della bontà di Dio verso di noi sono così grandi che, a noi pellegrini sulla terra, evocano l’amore di una madre per i propri figli. In realtà, anche i profeti biblici a volte hanno usato questo linguaggio che richiama la tenerezza, l’intensità e la totalità dell’amore di Dio, che si manifesta nella creazione e in tutta la storia della salvezza e ha il culmine nell’Incarnazione del Figlio. 

Dio, però, supera sempre ogni amore umano, come dice il profeta Isaia: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai" (Is 49, 15). 

Giuliana di Norwich ha compreso il messaggio centrale per la vita spirituale: Dio è amore e solo quando ci si apre, totalmente e con fiducia totale, a questo amore e si lascia che esso diventi l’unica guida dell’esistenza, tutto viene trasfigurato, si trovano la vera pace e la vera gioia e si è capaci di diffonderle intorno a sé.

Vorrei sottolineare un altro punto. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta le parole di Giuliana di Norwich quando espone il punto di vista della fede cattolica su un argomento che non cessa di costituire una provocazione per tutti i credenti (cfr nn. 304-314). Se Dio è sommamente buono e sapiente, perché esistono il male e la sofferenza degli innocenti? Anche i santi, proprio i santi, si sono posti questa domanda. Illuminati dalla fede, essi ci danno una risposta che apre il nostro cuore alla fiducia e alla speranza: nei misteriosi disegni della Provvidenza, anche dal male Dio sa trarre un bene più grande come scrisse Giuliana di Norwich: "Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…" (Il libro delle rivelazioni, cap. 32, p. 173).

Sì, cari fratelli e sorelle, le promesse di Dio sono sempre più grandi delle nostre attese. Se consegniamo a Dio, al suo immenso amore, i desideri più puri e più profondi del nostro cuore, non saremo mai delusi. "E tutto sarà bene", "ogni cosa sarà per il bene": questo il messaggio finale che Giuliana di Norwich ci trasmette e che anch’io vi propongo quest’oggi. Grazie.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

Benedetto XVI: “Se un prete vuole sposare una donna è bene che lo faccia."




Città del Vaticano, 23 nov. (Apcom)
Laddove un sacerdote vive insieme a una donna si deve esaminare se esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un buon matrimonio. Se così fosse, dovranno imboccare quella strada”: lo chiarisce il Papa nel libro-intervista ‘Luce del mondo’ presentato oggi in Vaticano. “Se invece si trattasse di una caduta della volontà morale, senza un autentico legame interiore, sarà necessario trovare vie di risanamento per lui e per lei. In ogni caso è necessario provvedere al fatto che i bambini – che sono il bene più prezioso – siano tutelati e che possano vivere nel contesto educativo vivo del quale hanno bisogno”.





Fonte: Tradizione.biz 


Il celibato ecclesiastico

don Giuseppe Rottoli

II celibato ecclesiastico, cioè lo stato di vita per il quale i ministri ordinati negli ordini maggiori (suddiaconi, diaconi, sacerdoti, vescovi) si astengono dal matrimonio per dedicarsi a Dio, risale a Nostro Signor Gesù Cristo. Egli stesso ne diede il consiglio, la dottrina e l'esempio: infatti volle nascere da una Vergine, si affidò alle cure di un padre putativo vergine e visse vergine fino alla morte.
Allorché Pietro disse a Gesù: "Ecco noi abbiamo abbandonato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che cosa avremo noi?" Gesù rispose:In verità vi dico: non vi è nessuno che abbia abbandonato casa, genitori, fratelli, moglie e figli per amore del regno di Dio che non riceva molto più in questo tempo e nel secolo avvenire la vita eterna' (Le 18,28; Mt 19,27; Me 10,28).
Con queste parole Nostro Signore affermò che la vita dedicata al servizio di Dio, con la rinunzia alla famiglia e ai propri cari, avrà una ricompensa eterna.

Inoltre, nella discussione sorta a proposito del divorzio, quando i discepoli si mostrarono colpiti dai gravissimi obblighi e fastidi del matrimonio che il Maestro aveva loro esposto, gli dissero: "Se tale è la condizione dell'uomo verso la moglie non conviene sposarsi", Gesù rispose: "Non tutti capiscono questa parola ma solo coloro ai quali è concesso" (Mt 19,10). Egli spiegò che alcuni sono impossibilitati al matrimonio per difetto di natura, altri per la violenza e la malizia degli uomini, altri invece si astengono da esso spontaneamente e di propria volontà per il Regno dei deli e concluse: "Chi può comprendere comprenda". Con queste ultime parole Gesù "proclamò che il celibato è superiore al matrimonio quando sia scelto per uno scopo religioso in vista del Regno dei cieli, ma insieme avvertì che la sua scelta per questo scopo è libera ed effetto di una grazia divina"[1], infatti non tutti capiscono queste parole. Da queste parole e dalle precedenti è evidente il consiglio di Gesù di vivere in perfetta continenza per il Regno dei cieli, tanto che gli Apostoli vollero vivere così per primi, imitando il Divin Maestro. Si sa che alcuni o furono vergini, o quelli che prima erano sposati lasciarono tutto (come è citato sopra) incluse le proprie famiglie per seguire Gesù (Mt 19,27-29).

Possiamo dividere la pratica del celibato ecclesiastico in due periodi:
  • il primo, dal I al IV secolo, in cui il celibato era in onore, sia nella Chiesa latina che nella Chiesa orientale, senza essere propriamente obbligatorio;
  • il secondo, dal IV secolo fino ai nostri giorni, nel quale fu sottomesso a delle leggi più precise, molto più rigorose in Occidente che in Oriente.


Primo periodo: dal I al IV secolo


San Paolo scivendo "occorre che il Vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso..." (I Tim 3,2) proibisce ai Vescovi rimasti vedovi di passare a seconde nozze, ed inizia ad esplicitare la grande convenienza fra il sacerdozio e il celibato. In quei tempi l'Apostolo non escludeva il diritto per il vescovo sposato di coabitare con la moglie, ma in altri scritti, ispirato dallo Spirito Santo, elogiava la perfet¬ta continenza per i ministri dell'altare e ne diede la ragione in questi termini: "Io vorrei che voi foste come me (I Cor. 7,7) ... Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore come possa piacerGli, invece chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie ed è diviso" (I Cor. 7,32-33). L'Apostolo afferma che il cuore di coloro che sono sposati è diviso tra l'amore del coniuge e l'amore di Dio ed essi sono troppo oppressi dalle preoccupazioni della vita coniugale per potersi dare facilmente alla meditazione delle cose divine. Si comprende quindi facilmente il motivo per cui le persone che desiderano consacrarsi al servizio di Dio abbraccino lo stato di verginità come una liberazione, per poter cioè servire più perfettamente Dio e dedicarsi con tutte le forze al bene del prossimo. Dunque San Paolo elogiava il celibato, ma non escludeva positivamente l'uso dei diritti coniugali.

Però la Tradizione e diversi scritti storici ci dicono che, sin dall'origine del cristianesimo, molti sacerdoti, imitando Gesù Cristo, San Paolo e gli Apostoli, vissero in una continenza assoluta per elezione spontanea e desiderio di maggior perfezione, sebbene il celibato non fosse prescritto né dal Redentore né dagli Apostoli stessi[2]. In particolare molti ministri furono celibi e, quanto agli altri già coniugati prima dell'ordinazione, alcuni si astennero dall'uso del matrimonio e altri continuarono a coabitare con la moglie.
Col passare del tempo però la Chiesa iniziò ad esigere dai suoi ministri la continenza assoluta, perché non solo il clero, ma gli stessi fedeli capivano la necessità della verginità per celebrare i Sacri Misteri, al punto che il Concilio di Gangra dovette lanciare l'anatema contro coloro che pretendevano che non bisognava partecipare alle Messe dei sacerdoti sposati'.



Gli scrittori ecclesiastici e i padri della Chiesa
Gli scrittori ecclesiastici dei primi secoli e i Padri della Chiesa, tanto in Oriente che in Occidente, avevano ampiamente illustrato la convenienza del celibato per il sacerdozio. Ad esempio in Occidente lo sforzo dei Romani Pontefici fu coadiuvato dai più eminenti Padri come Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Girolamo che la difesero contro Elvidio, Gioviniano e Vigilanzio, che finirono poi per cadere nell'eresia.
In particolare, San Girolamo attestò che la pratica del celibato si era diffusa sia in Oriente che in Occidente; infatti, rispondendo a Vigilanzio, avversario dichiarato della continenza ecclesiastica, scrisse: "Cosa diventerebbero le Chiese d'Oriente? cosa diventerebbero le Chiese d'Egitto e di Roma, che non accettano che chierici vergini o continenti, o che esigono, quando hanno a che fare con chierici sposati, che questi rinuncino alle loro mogli?" San Cirillo di Gerusalemme scrisse: "Colui (vescovo, sacerdote o diacono) che vuole servire come conviene il Figlio di Dio si astiene dalla donna". Anche Sant'Epifanio affermava che il celibato era un costume generale al IV secolo; la Chiesa lo raccomandava e lo imponeva per quanto poteva poiché esso rispondeva al suo ideale ed era molto conveniente.
Dopo queste citazioni è ben diffìcile non riconoscere che il celibato ecclesiastico fosse in onore nei primi secoli dell'era cristiana.


Secondo periodo: dal IV secolo ai nostri giorni

In Occidente la testimonianza più antica riguardante il celibato ecclesiastico è il cano-ne 33 del Concilio di Elvira, presso Granada, verso il 300. Il testo è chiaro: "Tutti i Vescovi, sacerdoti, diaconi cioè i chierici votati al ministero (dell'altare) devono astenersi dai rapporti con le loro mogli e rinunziare ad avere figli, chiunque trasgredirà questa regola sarà deposto". Come diceva Pio XI questa legge supponeva una prassi precedente. Il can. 33 non era una legge nuova. Una novità in questo campo, con una tale retroattività della sanzione, contro diritti già acquisiti dal tempo dell'ordinazione, avrebbe causato una tempesta di proteste, in un mondo tutt'altro che digiuno di diritto[4].
Nel Concilio Romano del 386, papa Silicio promulgava una legge analoga, con l'intenzione di farla prevalere in tutta la Chiesa latina ed invocava a favore del suo decreto l'autorità tanto dell'Antico che del Nuovo Testamento. Proibiva formalmente la coabitazioni dei sacerdoti e dei diaconi con le loro mogli. I sacerdoti dell'Antico Testamento non erano tenuti alla continenza durante la durata del loro servizio nel tempio? San Paolo non dichiara che coloro che sono nella carne non possono piacere a Dio? I ministri che servono ogni giorno all'altare devono dunque rinunziare per sempre al matrimonio. Fu in questi termini che raccomandò il celibato a Himerio vescovo di Tarragona, il quale fu anche incaricato di comunicarlo a quasi tutta la Spagna. Il papa indirizzò una lettera anche ai vescovi d'Africa, come l'attesta il Concilio di Telepte nel 386 e, verso la fine del suo scrit-to, minacciò i contravventori di scomunica[5]. In realtà quando papa Siricio, dopo il Concilio Romano del 386, si applicò ad estendere a tutta la Chiesa la disciplina del celibato, già in vigore nel clero romano, trovò il terreno già preparato: i veri cristiani ne avevano capito la grande importanza, quindi egli non introdusse nulla di nuovo.

Qualche anno più tardi, papa Innocenzo I rinnovava i suoi avvertimenti nelle lettere che indirizzava a Vitricio di Rouen e ad Esuperio di Tolosa. Infatti egli affermava che questi ecclesiastici ".. .vengono costretti non solo da noi ma dalle scritture divine alla castità". Nel V secolo l'essenziale della legge ecclesiastica sul celibato era già messo a punto; da allora la Chiesa non farà che difenderla contro i trasgressori e gli eretici puntualmente anticelibatari.
L'Africa, la Spagna e la Gallia si impegna-rono risolutamente nella via che tracciava la Chiesa romana. I Concili di Cartagine, del 390 (can. 1) e del 401 (can. 3), minacciarono la pena della deposizione ai ministri sposati che trasgredivano alla continenza. Nel Concilio di Cartagine del 419 il vescovo Genetlio disse che "tutti coloro che servono ai divini sacra¬menti siano continenti in tutto, per cui possa¬no senza difficoltà ottenere ciò che chiedono dal Signore; affinchè anche noi custodiamo ciò che hanno insegnato gli apostoli e che tutto il passato ha conservato". Da questa dichiara¬zione del Concilio di Cartagine risulta che anche nella Chiesa Africana una gran parte, se non la la maggior parte del clero superiore, era sposata prima dell'ordinazione e che dopo di essa tutti dovevano vivere in continenza. Qui un tale obbligo viene attribuito espressamente all'ordine sacro ricevuto e al servizio dell'alta-re. Inoltre lo si riporta esplicitamente ad un insegnamento degli apostoli e all'osservanza praticata in tutto il passato (antiquitas) e la si inculca con la conferma decisa unanimente da tutto l'episcopato africano[6].
Papa Leone Magno scrisse, nel 456, al Vescovo di Narbonne, confermando quello che era stato deciso precedentemente ed este-e l'obbligo della continenza dopo l'ordina-zione sacra anche ai suddiaconi. Le regole date dai Papi e dai Concili in Occidente continuarono a reggere la disciplina del celibato anche se in periodi di crisi ne andò ecclissata la pratica, come, ad esempio, in Francia nel sec. Vili sotto Carlo Martello.
Dal sec. X fino alla seconda metà del sec. XII ci fu una caduta della disciplina ecclesia-stica. San Pier Damiani fu un paladino della rinascita del celibato ecclesiastico. Egli assecondò energicamente l'opera dei papi riformatori che ricondussero il clero al senso della primitiva disciplina. Soprattutto il fermo atteggiamento di San Gregorio VII ottenne un successo durevole con la lotta contro le investiture laiche, radice del male.

Dopo quel periodo ci si orientò a ritenere la legge del celibato come irritante (cioè, invalidante) il matrimonio contratto dai chie-rici negli Ordini maggiori, ciò che fu confer-mato da papa Callista II al Concilio Lateranse II (a. 1123, can. 7), e da Alessandro III (a. 1180). Così venne stabilito Yimpedimen-um ordinis, e così fu deciso irrevocabilmente e per sempre[7]. Alla crisi sviluppatasi con il rinascimento rispose il Concilio di Trento che riaffermò la legislazione precedente (Sess. XXIX, can. 19). L'istituzione stessa dei semi-nari, che data di quell'epoca, vi contribuì potentemente.
Altri movimenti anticelibatari sorsero all'epoca della Rivoluzione francese; più tardi da parte dei Vecchi cattolici; dopo la guerra del 1914-1918 in Cecoslovacchia e più tardi in Germania (1940).
La condotta della Chiesa di fronte a questi episodi è stata ferma e perentoria. Si vedano, ad esempio, le encicliche di Gregorio XVI Mirarì Vos, di Pio IX Qui Pluribus; di San Pio X Pascerteli; di Pio XI Ad catholici sacerdotii.


La Chiesa Orientale

Mentre a partire dal IV sec. in Occidente la disciplina del celibato ecclesiastico tendeva a prendere una forma fissa, in Oriente la Chiesa greca si separava nettamente dalla Chiesa latina nel modo di stabilirlo. Col Concilio in Trullo (o Quinisexto) del 692 si obbligava il Vescovo alla continenza assoluta; se era sposato, sua moglie doveva lasciare, a partire dalla sua ordinazione, il domicilio coniugale. Le disposizioni dei concili orientali, che riguardavano il clero inferiore, si differenziarono dalla disciplina introdotta da tre secoli nella Chiesa latina. Era proibito ai sacerdoti, ai diaconi e suddiaconi di sposarsi dopo la loro ordinazione, ma se erano sposati prima di entrare negli ordini erano autorizzati a usare del matrimonio. In seguito nelle chiese orientali scismatiche l'antica disciplina celibataria è andata allargandosi, mentre la maggior parte delle Chiese orientali rimaste unite o ritornate all'unione con Roma ha finito per accettare la disciplina dell'Occidente, anche se per alcuni cattolici, come i Maroniti e gli Armeni, Roma tollera che seguano l'antico costume greco[8].



Le sollecitudini degli uomini di Chiesa

Poiché alcuni ministri avevano rinunziato al matrimonio per essere al servizio di Dio, l'autorità ecclesiastica si mostrò per le loro mogli piena di cure. "Queste donne, che per il loro modo di vivere, hanno reso i loro mariti degni del sacerdozio, non devono essere abbandonate, neanche per l'amore della castità", scriveva papa Onorio in una legge del 420. Quindi tali consorti dovevano essere mantenute o dai ministri o dalla Chiesa. (Cod. theodos., e. XLIV, XVI".
San Paolino da Noia, Salviano di Marsiglia e qualche altro avevano dato l'esempio della riservatezza che gli ecclesiastici dovevano aver nei confronti delle loro mogli: vivevano con esse come dei fratelli e davano loro il nome di sorelle.


Obiezioni

Qualcuno afferma che è impossibile vivere in continenza. La risposta è che con la grazia soprannaturale niente è impossibile.
Contro coloro che dicono che la castità è nociva per la salute, ricordiamo che è un fatto acquisito e studiato da molto tempo, da molti professori di medicina e da esperti, che la continenza è per se stessa inoffensiva, anzi favori¬sce una riserva di forze, la longevità e le diver¬se forme di attività intellettuale[10].
A coloro che dicono che il celibato provoca disastri morali, rispondiamo dicendo che la Chiesa ha molte ragioni per mantenere su questo punto, con tanta insistenza, la sua legislazione tradizionale. Essa ha la preoccupazione della gloria di Dio e dell'onore del clero, vuole promuovere la santità dei fedeli e più ancora quella dei pastori. Se essa, con una energia calma e fiduciosa, mantiene il celibato è perché esso non produce solo frutti guasti, ma, al contrario, essa stima che questa legge austera è abbastanza ubbidita perché il bene che fa compensi il male di cui sarebbe l'occasione. L'incontinenza dei chierici fu una piaga di cui la Chiesa, in certi periodi soffrì crudelmente. Ma, nello stesso tempo in cui ci furono dei prevaricatori, ci furono sempre dei santi. Ogni secolo ne ha conosciuti. Erano spesso dei sacerdoti e dei religiosi eroicamente fedeli al loro voto di castità e questa rinunzia fu il primo sforzo del loro ascetismo, come la pietra angolare che sopportò tutto l'edificio della loro perfezione. Alla loro scuola si formarono delle élites numerose di discepoli che seguirono la stessa via, i quali senza arrivare alla gloria dei loro maestri lasciarono però un buonissimo ricordo.

Gli annali di ogni dioce¬si, di ogni ordine religioso contano a centinaia quelle persone consacrate, piene di abnegazione cristiana, che contribuirono alla santificazione delle anime e al miglioramento delle popolazioni. Accanto ad epoche che danno l'impressione di una decadenza penosa, altre offrono lo spettacolo di una meravigliosa ripresa. Non vi è niente di più rivelatore dell'azione dello Spirito Santo come quelle riforme successive che riportarono periodicamente i costumi ecclesiastici a un livello edificante.
Luterò scriveva: "Una vergine, una vedova, un celibe osservano il precetto di non soccombere alla concupiscenza con più facilità di una persona sposata che già accorda qualche cosa alla concupiscenza". Pochi anni dopo si sposava e induceva i sacerdoti, i monaci e le monache a fare altrettanto per liberarsi dalle loro tentazioni. Purtroppo il successo non rispose alle sue attese. "Niente può guarire la passione - scriveva nel 1536 - neanche il matrimonio", e sosteneva la sua tesi con commenti cinici. Secondo la testimonianza dei suoi contemporanei, gli spretati, che trascinati da lui si erano scelti delle mogli, non trovarono con esse l'antidoto ai loro vizi".
Se si vuoi rendere il clero migliore basta seguire di più i consigli tante volte ripetuti dalle autorità competenti. Che si sorvegli la scelta dei seminaristi, che si scartino dal santuario le vocazioni dubbie. San Pio X ci avverte che la qualità è più importante del numero: "È meglio mancare di pastori - scriveva al Metropolita del Venezuela - che di averne la cui perversità sia per il popolo cristiano una causa di rovina e non di salvezza". Il Concilio di Trento, basandosi su di una lunga esperienza e tradizione, insiste sulla necessità di formare, fin dalla giovane età, alla pietà e ai buoni costumi coloro che saliranno un giorno all'altare. In ogni caso l'essenziale è di fare dei nostri seminaristi e dei nostri sacerdoti degli uomini di carattere e di fede, padroni di sé stessi, che abbiano nel loro cuore un grande amore per Gesù, Maria e i loro fratelli.



I motivi

Perché questa austerità per il clero? La risposta si riassume in due frasi: il celibato è più perfetto che il matrimonio e la Chiesa vuole questa perfezione per i suoi sacerdoti.
Che il celibato ecclesiastico sia superiore e preferibile allo stato coniugale - come abbiamo già detto - è un dogma insinuato nel Vangelo (Mt 19,10ss), chiaramente insegnato da San Paolo (I Cor. 7) e creduto da tutta la tradizione cattolica. San Tommaso d'Aquino[12] spiega che questo avviene perché il celibato mira a un fine più eccelso: l'amore e il servizio di Dio. Custodire la continenza richiede una virtù più alta che contrarre matrimonio. Non che il matrimonio sia cosa cattiva, un peccato, ma in generale non è la cosa migliore. "Il padre che sposa la figlia fa bene - dice San Paolo - colui che non la sposa fa meglio ancora" (I Cor. 7,38). La palma spetta dunque alla verginità.
La perfezione consiste nell'amare Dio, nella carità. Ricordiamo che la carità è la virtù soprannaturale che ci fa amare Dio al di sopra di tutte le cose e il prossimo come noi stessi per amor di Dio. L'uomo è tanto più perfetto quanto più la carità regna nel suo cuore, nella sua volontà. Così l'ideale sarebbe di pensare, parlare ed agire sempre sotto l'influenza di questa virtù celeste. Quaggiù la nostra povera natura non la realizzerà mai integralmente, ma dobbiamo fare degli sforzi e tendere alla perfezione, sviluppando sempre più in noi il regno della carità.

La carità richiede la castità come preparazione. Dio è così buono, così bello che il nostro cuore si fisserebbe spontaneamente su di Lui se non si lasciasse attirare dai beni inferiori. È l'attaccamento alla creatura che arresta lo slancio verso il Creatore. Il cristiano desideroso di elevarsi alla carità più pura taglia uno dopo l'altro i legami che lo trattengono in basso, tra i quali i piaceri dei sensi. Come abbiamo già detto, San Paolo spiega che le gioie e le sollecitudini del matrimonio, per quanto legittime, raffreddano il fervore della carità: "Colui che non è sposato ha cura delle cose del Signore, cerca di piacere al Signore; colui che è sposato ha cura delle cose del mondo, cerca di piacere alla moglie ed è diviso" (I Cor. 7,32)
"Ricerchiamo - dice Bossuet - il motivo per il quale il Figlio di Dio trova le sue più care delizie in un cuore vergine. È perché un cuore vergine si dona a Lui senza divisioni, non brucia per altre fiamme e non è occupato da altre affezioni"[13].
La castità è anche il frutto della carità. Quaggiù l'amore vive di sacrifici; disprezza per l'oggetto amato tutti i beni che non sono amore. Un cuore che è animato dall'amore divino arriva presto al desiderio, direi quasi al bisogno, di dedicare a Dio tutto ciò che ha e tutto ciò che è. La storia della santità cristiana si riassume in una serie di sacrifici che delle anime generose hanno fatto per Cristo, il quale per primo si era offerto per esse. Vi furono, si sa, dei santi sposati, ma la loro virtù a mano a mano che cresceva, cercava di staccarsi dalle gioie nuziali: quanti sposi e spose, desiderosi di perfezione, fecero il voto di considerarsi l'un l'altro come fratello e sorella! Possiamo citare come esempi Santa Brigida, Santa Edvige, San Nicola di Fliie, ecc. Il senso cattolico indovina d'istinto ciò che ha definito il Concilio di Trento: la continenza vale di più del matrimonio.
La Chiesa non teme di imporre ai suoi sacerdoti questo sacrificio e questo mezzo di perfezione: essa impone il celibato solo a coloro che sentono la chiamata di Dio e li ammette solo se vi consentono liberamente e ad un'età nella quale sanno quello che fanno.
Inoltre essa ha stabilito, con decreto della Sacra Congregazione dei Sacramenti (27/12/1935), che ogni candidato al sacerdozio è tenuto con giuramento ad attestare per iscritto che si astringe agli obblighi del celiba-to ecclesiastico[14].

Il sacerdote è il mediatore tra il cielo e la terra, tra Dio e il popolo[15]. Conviene che a questa funzione di intermediario corrisponda una santità personale fuori dal comune. La Chiesa vuole che i suoi ministri sorpassino in virtù i fedeli comuni: a giusto titolo li aiuta ad elevarsi obbligandoli ad una purezza più delicata. I rapporti del sacerdozio cristiano, sia con Dio che con il popolo, postulano il celibato: è lo stato che si armonizza meglio con le esigenze della sua missione. Il sacerdote è l'uomo della preghiera e la preghiera suppone un'anima libera, per quanto si può, dalla materia e dai suoi legami; la castità garantisce questa liberazione. Se San Paolo approva gli sposi che si separano per un certo tempo per meglio dedicarsi all'orazione, per il sacerdote, che deve pregare tutti i giorni, è conveniente che la sua continenza sia dunque perpetua.
I ministri sacri, però, non rinunciano al matrimonio unicamente perché si dedicano all'apostolato, ma perché servono all'altare[16],infatti il sacerdote è soprattutto l'uomo del sacrificio ed eccoci al centro della questione. La funzione principale del sacerdozio è di offrire il Sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signore; conviene che il suo cuore non sia dato a nessuna creatura: "Perché siete i ministri e i cooperatori del corpo e del sangue del Signore - dice il vescovo a coloro che sta per ordinare diaconi -guardatevi da tutte le seduzioni della carne" (Pontificale Romanum, De ordinatione diaconi). Come abbiamo ricordato, i sacerdoti dell'Antico Testamento già dovevano astenersi dall'uso del matrimonio mentre servivano nel tempio (Lev 15,16-17), eppure i loro sacrifici non erano che una figura ed un'ombra: quanto maggiore non è la necessità della perpetua castità per i ministri di Gesù Cristo, i quali offrono ogni giorno il Sacrificio Eucaristico? Noi abbiamo adesso la realtà, i nostri sacerdoti sono ammessi ogni giorno all'intimità della Vittima immacolata. Come la Santa Vergine, essi rendono Nostro Signore presente al mondo, lo tengono nelle loro mani e lo danno agli uomini.

La Chiesa comprende male le sue preferenze quando ordina, a coloro che riprodurranno la mater-nità di Maria, di imitare in qualche modo la sua ineffabile purezza? Riguardo a questa perfetta continenza dei sacerdoti ecco quanto dice in forma interrogativa San Pier Damiani: "Se il nostro Redentore ha amato tanto il fiore del pudore intatto che non solo volle nascere dal seno di una vergine, ma volle essere affidato anche alle cure di un custode vergine, ciò quando, ancora fanciullo vagiva nella culla, a chi, dunque ditemi, vuole Egli affidare il suo Corpo, ora che Egli regna, immenso nei cieli?". La Chiesa orientale stessa, sebbene più tollerante su questo argomento della Chiesa latina, prescrive ai suoi ministri la continenza ogni volta che devono celebrare la Santa Messa; a maggior ragione questa prescrizione vale per i sacerdoti latini che la celebrano tutti i giorni.
Il sacerdote è sacerdote in ogni tempo e in ogni luogo. Soprattutto la confessione e la direzione delle coscienze esigono una venera-zione filiale dei penitenti verso il padre delle loro anime. Un simile sentimento non può nascere e durare che se il sacerdote appare in mezzo ai suoi figli spirituali come migliore di essi, più grande di essi, più vicino a Dio, libero dalle miserie che li appesantiscono. L'esperienza lo dimostra. Nei paesi d'Oriente dove risiedono sacerdoti sposati e altri votati al celibato, i penitenti preferiscono i confessori celibi e non si confessano da coloro che hanno una compagna che è partecipe delle loro confidenze.
Un parroco nella sua parrocchia deve essere l'uomo di tutti, che dispensa il suo tempo, i suoi soldi, le sue forze al servizio dei fedeli. E obbligato anche, quando le circostanze lo esigono, a dare la sua vita per il suo gregge. Lo farà se prevede che la sua morte renderà vedova sua moglie e orfani i suoi figli?
Il sacerdote deve essere apostolo. La Chiesa cattolica vuole estendere il regno di Nostro Signore a tutto l'universo. Finché resterà un paese in cui il Vangelo non è predicato, una tribù che ignora Gesù e Maria, dei missionari andranno verso questa terra e que-sto popolo a portare loro la Buona Novella. Il paragone tra l'Oriente e l'Occidente è istruttivo. Dal XV secolo e dalla scoperta di nuovi continenti, migliaia di missionari si sono sparsi nelle Americhe, l'Asia e l'Africa per impiantarvi la fede. Molti sono morti martiri, hanno conquistato a Gesù milioni di infedeli: erano dei sacerdoti latini votati al celibato. Il clero orientale non ha fatto niente o quasi niente in questa opera immmensa di evangelizzazione[17].
Per la legge del celibato, il sacerdote, ben lontano dal perdere interamente la paternità, l'accresce all'infinito perché egli genera figli non per questa vita terrena e caduca, ma per la celeste ed eterna"[18].

La castità è un dono della grazia, mai la Chiesa ha creduto che la natura decaduta potesse trionfare con le proprie forze di tutte le tentazioni della carne. I teologi insegnano che l'uomo, come è attualmente, non è capace senza la grazia di evitare per molto tempo il peccato mortale. La grazia trionfante è un dono gratuito della Bontà infinita. Il Signore non la rifiuta mai ai suoi sacerdoti, votati alla castità, che gliela chiedono sinceramente. Egli è troppo geloso della loro purezza verginale per privarli del soccorso che la protegge. Nel giorno della loro ordinazione Dio da loro le grazie che per tutta la loro vita li manterranno all'altezza dei loro doveri. La Chiesa li obbliga a dei mezzi che attirano la grazia: la preghiera e la Comunione. Senza parlare degli esercizi di pietà facoltativi, che sono inculcati sin dal seminario, e del ricorso umile e fiducioso alla SS. Vergine. In particolare la Chiesa ordina ai sacerdoti di recitare il breviario e permette loro di celebrare tutti i giorni la Santa Messa. Quasi tutti si sono imposti la celebrazione quotidiana, un'abitudine che è il segreto della loro castità. L'Eucaristia è il centro da cui si irradia la purezza del clero. È per la Santa Messa che il sacerdote deve essere perfettamente casto ed è per la Messa che può esserlo. Il Santo Sacrificio, con la comunione che l'integra, è una sorgente inesauribile di grazie sovrane, di quelle soprattutto che fanno germinare i vergini. Un sacerdote che dice bene la sua Messa al mattino è assicurato per la giornata di grandissimi soccorsi.
Se a causa di qualche ecclesiatico ci possono essere degli scandali, la realtà è che chi è fedele ai suoi doveri di stato è vincitore del nemico, che non può prevalere sulla grazia che Dio accorda a chi gliela chiede umilmente.
La legge del celibato ecclesiastico ha la sua radice e la sua ragion d'essere in Nostro Signore Gesù Cristo. Egli, dal quale non sepa-eremo mai la sua SS. Madre, è 1' anima di questa grave disciplina. È la sua Persona, la sua Dottrina ed il suo esempio che, fin dall'aurora del cristianesimo, ha fatto nascere nel fondo dei cuori sacerdotali il desiderio di una purezza infinitamente delicata; è Lui, presen-te nella SS. Eucaristia, che chiede ai suoi sacerdoti di conservarsi vergini solo per Lui; è Lui con la sua grazia che rende loro questo sacrificio possibile ed amabile[19].


Note

[1] La Sacra Bibbia - G. Ricciotti  - Salani Editore, 1958.
[2] L. Todesco, Storia della Chiesa, voi. II, Marietti, 1946.
[3] Dictionnaire de Thélogìe Catholique (DTC) tome II, Ilème partie, coli. 2072-74.
[4] A.  M.  Stickler, // celibato ecclesiastico, Libreria Editrice Vaticana, 1994.
[5] DTC, col. 2080.
[6] A. M. Stickler, op. cit.
[7] L. Todesco, op. cit.
[8] DTC, col. 2079.
[9] DTC, col. 2082.
[10] Dictionnaire  Apologetique   de   la   Foi Catholique  (DA)-  Beauchesne  Ed.,   1911,  coli. 1054-57.
[11] DA, coli. 1060-61.
[12] Summa Theologica, II II q. 152 aa. 3 e 4.
[13] Bossuet,  Sermon pour  une profession, 14/9/1660, édit. Lebarq, t. Ili p. 531.
[14] Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, voce "Celibato ecclesiastico", col. 1264.
[15] SummaTheologica, III q. 22, a. 1.
[16] Pio XII - Encicl. Sacra Virgìnìtas - 1954.
[17] DA, col. 1049.
[18] Pio  XII     -  Esortaz.  Apostolica Menti Nostrae.
[19] DA, col. 1062.


Fonte